L’Apocalisse (II)

Gruppo del venerdì
Novembre 1998

L’Apocalisse va letta tutta di fila, nella sua globalità, per poter coglierne la logica.

Affrontiamo la prima parte che è il Prologo, molto costruito e complicato.

Il Prologo si divide in due sezioni molto diverse tra di loro. La prima è costituita da otto versetti; la seconda da venti.

Essendo molto diverse, ci sono ipotesi che ritengono non siano state scritte dallo stesso autore. Attualmente quasi tutti gli studiosi concordano sulla tesi che siano della stessa mano.

Il primo inizio, quello detto propriamente Prologo, si potrebbe definire un po’ più teologico, più concettuale. Il secondo è quello della visione profetica, con immagini, colori, luci. Entrambi dicono le due anime del libro: tutta la riflessione teologica, tutto il linguaggio simbolico.

Questo è un libro che non si occupa della fine della storia, ma della storia, di quello che succede tra il fatto che Gesù è risorto, quindi teoricamente tutto è risolto, ed il fatto che il tempo continua. Occupandosi di ciò che succede lì in mezzo, l’autore praticamente sceglie la strada del dire che le cose sono sempre a due livelli:

1. un’anima della storia, il registro teologico;

2. le cose che si vedono, le immagini, i simboli, le visioni.

Il primo insegnamento di Apocalisse è: “Non fidatevi mai di quello che vedete, anche nella vita quotidiana, perché ci va un’anima affinché ciò che succede abbia un senso”

Leggo la prima delle due parti:

“Rivelazione di Gesù Cristo che Dio gli diede per rendere noto ai suoi servi le cose che devono presto accadere, e che egli manifestò inviando il suo angelo al suo servo Giovanni. Questi attesta la parola di Dio e la testimonianza di Gesù Cristo, riferendo ciò che ha visto. Beato chi legge e beati coloro che ascoltano le parole di questa profezia e mettono in pratica le cose che vi sono scritte. Perché il tempo è vicino.

“Giovanni alle sette Chiese che sono in Asia: grazia a voi e pace da Colui che è, che era e che viene, dai sette spiriti che stanno davanti al suo trono, e da Gesù Cristo, il testimone fedele, il primogenito dei morti e il principe dei re della terra.

A Colui che ci ama e ci ha liberati dai nostri peccati con il suo sangue, che ha fatto di noi un regno di sacerdoti per il suo Dio e Padre, a Lui la gloria e la potenza nei secoli dei secoli. Amen.

Ecco, viene sulle nubi e ognuno lo vedrà;

anche quelli che lo trafissero

e tutte le nazioni della terra si batteranno per lui il petto.

Sì, Amen!

Io sono l’Alfa e l’Omega, dice il Signore Dio, Colui che è, che era e che viene, l’Onnipotente!”.

La seconda parte è la visione:

“Io, Giovanni, vostro fratello e vostro compagno nella tribolazione, nel regno e nella costanza di Gesù, mi trovavo nell’isola chiamata Patmos a causa della parola di Dio e della testimonianza resa a Gesù. Rapito in estasi, nel giorno del Signore, udii dietro di me una voce potente, come di tromba, che diceva : Quello che vedi, scrivilo in un libro e mandalo alle sette Chiese: a Efeso, a Smirne, Pèrgamo, aTiàtira, a Sardi, a Filadèlfia e a Laodicèa. Ora, come mi voltai per vedere chi fosse colui che mi parlava, vidi sette candelabri d’oro e in mezzo ai candelabri c’era uno simile a figlio di uomo, con un abito lungo fino ai piedi e cinto al petto con una fascia d’oro. I capelli della testa erano candidi, simili a lana candida, come la neve. Aveva gli occhi fiammeggianti come fuoco, i piedi avevano l’aspetto del bronzo splendente purificato nel crogiolo. La voce era simile al fragore di grandi acque. Nella destra teneva sette stelle, dalla bocca gli usciva una spada affilata a doppio taglio e il suo volto assomigliava al sole quando splende in tutta la sua forza.

Appena lo vidi caddi ai suoi piedi come morto. Ma egli, posando su di me la destra, mi disse: Non temere! Io sono il Primo e l’Ultimo e il Vivente. Io ero morto, ma ora vivo per sempre e ho potere sopra la morte e sopra gli inferi. Scrivi dunque le cose che hai visto, quelle che sono e quelle che accadranno dopo. Questo è il senso recondito delle sette stelle che hai visto nella mia destra e dei sette candelabri d’oro, eccolo: le sette stelle sono gli angeli delle sette Chiese e le sette lampade sono le sette Chiese”.

Il tono è molto colorato però si capisce di che cosa parla, almeno a grandissime linee. Una delle cose veramente incredibili è che questo testo è assolutamente costruito; niente è lasciato al caso. Il modo di scrivere dell’autore è pesatissimo. Non so se noi, studiandolo, riusciamo a capire realmente ciò che egli pensava, però tutta una serie di cose sono troppo a posto per essere casuali.

Il Prologo inizia con “Rivelazione di Gesù Cristo….”. Qui il problema, fin da subito, è se il soggetto è Gesù Cristo che rivela cose prima nascoste, oppure se è la rivelazione di Gesù. Cioè se l’oggetto sono cose segrete rivelate da Gesù oppure se Gesù rivela se stesso. Su queste parole c’è una marea di interpretazioni.

Quella più comune è Rivelazione di Gesù in senso soggettivo, cioè Gesù che rivela delle cose. E’ molto chiaro, invece, nella logica di Giovanni, pensando anche al suo vangelo, che il senso è l’altro, cioè è la rivelazione di Gesù nella storia.

Giovanni dice: “Ciò che questo libro contiene è la spiegazione, la manifestazione di che cosa è successo nella storia, nel momento in cui Gesù Cristo è morto e risorto, ma anche di che cosa succede da quel momento in poi”. Fino alla fine, fino alla pienezza? Non si sa. L’Apocalisse non ha un termine di fine, si conclude con l’invocazione “Vieni Signore Gesù”.

Ci sono alcune questioni, tipo l’interpretazione che l’Apocalisse parli della fine del mondo, talmente radicate che non si prende neanche in considerazione il fatto che il testo non ne parli.

L’Apocalisse non dà mai un termine, dà sempre un giudizio. Ma il problema è che, per noi, il giudizio sta alla fine del mondo perché, supponendo che il libro parli della fine del mondo e parlando di giudizio, abbiamo deciso che il giudizio stava alla fine del mondo. L’intreccio è molto forte perché noi veniamo da una cultura che ha al suo interno il cristianesimo da venti secoli, su cui si è stratificata una tradizione.

L’Apocalisse parla del giudizio di Dio sulla storia, giudizio che è avvenuto nella morte e risurrezione di Gesù e, in questo giudizio che Dio ha dato, ha rivelato suo Figlio.

Questa rivelazione continua come un dramma, in mezzo di una lotta. Questo è il tema dell’Apocalisse ed è interessante per noi che siamo tutti nella situazione di stare in un tempo in cui abbiamo storicamente alle spalle la risurrezione, che dovrebbe rendere tutto chiaro ma non è così per niente, e non si sa bene che cosa si deve fare nel frattempo.

“Rivelazione di Gesù Cristo che Dio gli diede per rendere noto ai suoi servi le cose che devono presto accadere, e che egli manifestò inviando il suo angelo al suo servo Giovanni”.

C’è questo movimento: la Rivelazione che ha Dio Padre come origine, che dona la Rivelazione a Gesù il quale la manifesta agli uomini.

“Giovanni attesta la parola di Dio e la testimonianza di Gesù Cristo, riferendo ciò che ha visto”.

Tra Dio che dà a Gesù Cristo per gli uomini, tra Gesù Cristo e gli uomini, c’è questo ulteriore intermediario: l’angelo con Giovanni che rende testimonianza alla parola di Dio attestando questa verità.

“Beato chi legge e beati coloro che ascoltano le parole di questa profezia e mettono in pratica le cose che vi sono scritte”.

Da un lato c’è Dio in Gesù per gli uomini, cioè il progetto. Poi c’è l’esecuzione del progetto che, nel momento in cui entra nella storia, si complica. L’angelo e Giovanni devono fare ancora una mediazione tra Gesù e gli uomini. C’è poi lo sdoppiarsi della realtà. La parola e la testimonianza: beato chi legge e chi ascolta, come se fosse la teoria e la pratica. Si dicono tutte queste cose come positive.

Tutta questa costruzione per dire: l’Apocalisse è molto conscia della complessità dell’esistenza e sa bene che ci sono sempre due facce, che noi chiameremmo l’intenzione e la realtà, parlare e testimoniare. C’è sempre, da una parte, un cuore, un’anima, un senso; dall’altra dei fatti che non sempre sono all’altezza. L’Apocalisse definisce beati entrambi i livelli, attribuendoli a Dio. Progetto ed esecuzione stanno nelle sue mani.

Traducendo liberamente si può dire: la cosa da fare nella storia è essere coscienti della complessità e benedire (dire bene, non dire lo spirito è buono, la carne cattiva) perché questa è l’operazione che Dio fa sulla storia in Gesù Cristo. In tempi contemporanei si direbbe: è uno sguardo vitale, che dice bene della vita.

Noi abbiamo l’impressione che l’Apocalisse abbia un tono cupo, con battaglie, sangue, immagini dure, che pur ci sono, ma percentualmernte abbastanza poche. L’immagine cupa esprime, molto seriamente, uno degli aspetti della complessità della storia, cioè dice che nella storia il dramma esiste e che la fatica di vivere è una cosa seria, non si può ignorare. L’esistenza è una grande cosa, l’unica che abbiamo, e dentro ha del bene e del male.

Segue l’inizio epistolare che riprende lo schema delle lettere di Paolo e lo inserisce nel contesto di una logica ecclesiale.

Al tempo in cui viene scritta l’Apocalisse, le lettere di Paolo erano già considerate “scritti canonici”, cioè già lette nelle chiese, al di là di quelle a cui erano destinate (la più antica delle lettere di Paolo che noi possediamo, la seconda ai Tessalonicesi, è, probabilmente, del 41 – 42. L’Apocalisse è stata scritta non prima del 75, forse intorno al 98-100, non dopo il 110. Quindi ci sono più di trent’anni tra le lettere di Paolo e l’Apocalisse).

“Giovanni alle sette Chiese di Asia” significa a tutta la chiesa universale (sette è il numero della totalità perché è il numero dei giorni della creazione).

“Grazia a voi e pace da Colui che è, che era e che viene, dai sette spiriti che stanno davanti al suo trono, e da Gesù Cristo, il testimone fedele, il primogenito dei morti e il principe dei re della terra”.

In questi tre versetti Giovanni costruisce una serie di triadi, incroci a tre, che possono essere letti da vari punti di vista. E’ molto chiaro che egli vuole mettere in luce la dinamica della Trinità, l’idea che richiama quei tre momenti che nella nostra esperienza sono sempre un po’ sfasati: quello che uno sente in sè, quello che dice rispetto a ciò che sente, e quello che l’altro ascolta.

L’idea della Trinità è nel cristianesimo una comunicazione perfetta, senza distorsione alcuna. Per questo c’è una grossa insistenza per dire che sono Dio tutti tre allo stesso modo. L’identità di Dio e la sua Parola, il Verbo, il suo essere quanto a sé , il suo essere nella relazione con l’altro e ciò che l’altro può recepire di Lui, coincidono perfettamente, sono totalmente la stessa cosa.

Giovanni incomincia con questa prima affermazione molto vitale e va avanti con una logica tutta comunicativa, trinitaria, nel senso di una circolazione. Trattandosi dell’Apocalisse e dell’immagine che noi abbiamo, è un po’ sconvolgente perché pare che questo sia un libro molto sereno, un approccio molto positivo.

LE TRIADI. La prima è quella iniziale “Grazie a voi……” , ed è l’indicazione della Trinità, anche se qui Dio Padre viene chiamato Colui che è, che era e che viene. Ciò che sta dietro all’espressione greca, sarebbe quasi il nome di Dio di Mosè, Javhè, che è presente, passato e futuro.

Qui Giovanni dice “Colui che è, che era e che viene”, non che sarà. Non è, come per il pensiero greco, Colui che sarà nella sua immobilità assoluta, il motore immobile di Aristotele, ma è Colui che viene, che sta in relazione. La prospettiva è che la storia e Dio vanno ad incontrarsi. Quindi cita l’Antico Testamento, combatte la filosofia greca, spiega la sua tesi.

Intervento: avrà proprio pensato tutto questo?

Sì, non è possibile che sia casuale; funziona tutto alla perfezione: Così casuale viene in una riga, non per trenta righe di fila in cui tutti gli attributi del nome sono giocati con questi riferimenti. Giovanni gioca sempre sul tre: Dio Padre ha tre nomi, (che era, che è e che viene), ed ha tre riferimenti: l’ebraismo, i greci e l’idea propria cristiana.

Il Padre è l’identità, quello che si scrive sul biglietto da visita; il Figlio è quello che fa. Nella storia Egli viene definito nella sua doppia funzione: da Dio riceve di essere testimone fedele, primogenito dei morti, principe dei re della terra.

Poiché è testimone fedele, pienamente obbediente al Padre, ci ama; poiché è il primogenito dei morti (il primo risuscitato), ci ha liberati dai nostri peccati; poiché è principe dei re della terra, ci ha costituiti regno di sacerdoti e profeti.

Queste due triadi riferite a Gesù, compresa la terminologia, sono molto belle. Primogenito dei morti è la sua scelta di vita; principe dei re della terra è ciò che ottiene rispetto a tutto il mondo, la storia. La doppia dimensione di Gesù ha anche una triade che sta nel versetto sette. Prendendo dal Vecchio Testamento un pezzo di Daniele ed uno di Zaccaria, Giovanni dice:

“Ecco, viene sulle nubi e ognuno lo vedrà; anche quelli che lo trafissero e tutte le nazioni della terra si batteranno per lui il petto”.

Gesù cosa è rispetto al Padre, Gesù cosa fa per noi, noi cosa vediamo di lui.

Il testimone fedele che ci ama verrà sulle nubi, è il Messia. Il primogenito tra i morti è quello che è stato trafitto da noi. Il principe dei re della terra ottiene una grande liturgia.

Il segno di battersi il petto viene dalla liturgia ebraica, del Kippur, il giorno delle colpe, quando al capro venivano legate le striscioline con i peccati di Israele, da perdere nel deserto. Nella grande liturgia al tempio c’era il gesto di battersi il petto che veniva da un gesto pagano ancora più antico, ed esiste ancora in alcune culture, quello di strapparsi chiede da noi la grande liturgia del perdono.

La conclusione di queste triadi è in prima persona da parte di Dio che dice: “Io sono l’alfa e l’omega….”.

Dice tre cose: l’inizio e la fine, la dinamica e il potere su di essa. Ancora una volta sono tre aggettivi.

Breve riassunto.

E’ molto chiaro che il piano teologico di Giovanni è quello di dire: c’è un problema, quello della mediazione. Come si fa a tenere insieme tutti questi doppi che fanno una storia complessa delle vicende? Si fa, ma aggiungendo un terzo, si diventa tre, perché è la sovrabbondanza della differenza che rende possibile la mediazione. E’ una vita in più, non una vita abbassata. Di fronte al mondo, alla vita, al tempo, alla storia, che sono complicati, il problema non è semplificarli ma, paradossalmente, rilanciare più in alto la possibilità di esistenza.

Intervento: non è complicare?

Complicare un po’, forse, non nel senso intellettuale, ma alzare la posta in gioco. Questo è visibile nei rapporti umani che ci coinvolgono emotivamente. La contrattazione a due, su due ipotesi alternative fra loro, è agevole in un rapporto commerciale. In un rapporto umano le cose sono più complesse. Solo se si investe sulla qualità del rapporto, aggiungendo un’eccedenza di vitalità, anche nelle scelte della vita quotidiana, dove è più difficile, si riesce a vivere adeguatamente il rapporto stesso. Non è una questione intellettuale, riguarda la totalità dell’essere.

Intervento: ma questo Giovanni chi è ?. Era un apostolo?.

Dovrebbe essere lo stesso Giovanni evangelista, l’unico, probabilmente, che aveva studiato filosofia in Grecia. Se è quello dell’Evangelo era un apostolo. Comunque se l’Apocalisse non è della stessa mano del Vangelo, è sicuramente della chiesa di Giovanni evangelista. Ha gli stessi stili letterari, lo stesso linguaggio.

Intervento: ma se l’Apocalisse è stata scritta intorno al 100 – 110, che età aveva l’autore?

Giovanni, l’apostolo, ha incontrato Gesù da adolescente. Le tradizioni su di lui sono, a questo proposito, tra le più concordi. Esiste la tradizione su Luca come medico, molto più attestata della serie di notizie su Giulio Cesare, che noi consideriamo storiche senza problemi. Fin dai primissimi tempi dopo la morte di Gesù si trovano attestazioni, mai smentite, che parlano di Luca il medico.

C’è una serie di tradizioni circa Giovanni, non sono provate al mille per cento, ma hanno una probabilità storica molto alta rispetto alla storia antica, nella quale compare la documentazione con gli eventi, anziché la documentazione biografica.

L’idea di documentare i soggetti, i personaggi della storia, è relativamente moderna, contemporanea. Ci sono alcuni dati tradizionali, tramandati, che iniziano molto presto e continuano ininterrottamente senza essere mai messi in discussione. Uno di questi riguarda Giovanni che sarebbe stato molto giovane nell’incontro con Gesù e sarebbe diventato molto vecchio.

Leggiamo la bellissima visione:

“Io, Giovanni, vostro fratello e vostro compagno nella tribolazione, nel regno e nella costanza in Gesù”. Di nuovo tre e non a caso, che danno molto il tono di dove si mette.

Noi forse avremmo detto: nella fede, nella speranza e nella carità perché abbiamo un’idea molto più tipicizzata delle cose religiose in quanto abbiamo duemila anni di linguaggio religioso sulle spalle. Giovanni dice queste tre cose che, per me, sono di un’attualità e verità clamorose.

Nella tribolazione, e sfido chiunque a dire che la vita sia semplice. Nel regno, nella signoria sulle cose, cioè nel fatto di non essere schiavo di ciò che accade ma di averne coscienza. Nella costanza, nel fatto che con coscienza e fatica di sé e della storia, si sta solidi sulle sue gambe.

“Mi trovavo nell’isola chiamata Patmos a causa della parola di Dio e della testimonianza resa a Gesù”.

In genere viene interpretato, questo “a causa”, come il fatto che fosse stato deportato a Patmos in quanto cristiano. Dai documenti storici si sa che quest’isola era uno dei luoghi dove venivano deportati i cristiani all’inizio. Però si potrebbe anche leggere: per la predicazione.

“Rapito in estasi, nel giorno del Signore, udii dietro di me una voce potente, come di tromba, che diceva: Quello che vedi, scrivilo in un libro e mandalo alle sette Chiese”.

Questa è la prima volta in cui troviamo l’attestazione del termine “domenica”, giorno del Signore, non del riposo come il sabato per gli ebrei. E’ molto chiaro, dalla visione, che l’elemento introdotto da Giovanni è quello liturgico e lo rimarrà per tutto il libro.

L’Apocalisse ha il tono: di una profezia, di una lettera, di una liturgia.

E’ una profezia nel senso che si rifà ai canoni dei profeti veterotestamentari; è una lettera perché ha la preoccupazione ecclesiale, la cura delle chiese e dei loro problemi concreti, come Paolo; è una liturgia, in quanto visione simbolica che inizia nel giorno del Signore.

Cosa vede: la voce viene da dietro le sue spalle ed egli, per vedere e poter riferire alle chiese, deve voltarsi; etimologicamente dal greco (metanòia),”convertirsi”. Questa operazione è proprio la conversione, il termine tecnico del cambiamento di vita.

Il teologo tedesco Moltmann, che ha scritto una bella pagina di commento a questo proposito, dice: “Il futuro di Dio ci spinge”. Il futuro non è davanti a noi ma dietro le nostre spalle; non ci attira, ci spinge.

Tutti i popoli hanno una cronologia, però tutti partono da un punto zero e cominciano a contare (dalla creazione del mondo, dall’egira…). Solo i cristiani hanno la pretesa, per alcuni versi la presunzione, che il loro punto zero sta al centro, non all’inizio. Per i cristiani la storia, compresa quella dei singoli, non è a senso unico, da un inizio verso una fine, ma ha un verso, positivo e negativo.

Moltmann dice: Giovanni si deve girare, cioè la sua vita ha un verso in negativo e quindi deve convertirsi, girare i segni.

Noi siamo abituati a pensare che nasciamo, cresciamo, invecchiamo, moriamo, cioè vediamo la vita come i pagani: da un anno zero andiamo avanti, assommiamo degli anni per arrivare in fondo.

Che cosa significherebbe, per ciascuno di noi, cominciare a pensare la propria esistenza a partire da un centro. Pensarla cristianamente a partire non necessariamente in successione, ma con delle parti per un verso e delle parti per un altro verso: le parti sotto il segno meno e quelle con il segno più. Dove il centro è un nucleo intorno a cui si raccolgono pezzi della nostra esistenza in un versante positivo e pezzi in un versante negativo.

Un cristiano dovrebbe pensare l’esistenza, il tempo, la storia, come un centro, non come un inizio.

L’Apocalisse è, in qualche modo, l’illuminazione del centro, come la creazione. Non è che c’è Genesi, tutta la storia e Apocalisse. C’è la Risurrezione di nostro Signore Gesù Cristo; Apocalisse e Genesi, che sono illuminazioni per comprendere, chiarite dalla Risurrezione. Questo è perenne, in ogni momento della storia.

La storia materialmente ha una successione di tempo: le cose vanno avanti. Però per un cristiano il problema non è stabilire questa linea: 1997 – 1998…, dato fisico da noi misurato con una convenzione; ma il pensare che ogni momento della storia ha un suo centro: sempre la Risurrezione.

Il racconto di Apocalisse e Genesi sono esplicazioni, spiegazioni di questo centro, rispetto al quale ogni momento ha un verso perché la storia non è neutrale: o è storia di salvezza o è historia calamitatum.

Questa è la differenza con le altre culture che pensano la storia con un inizio che va avanti verso una fine.

Intervento: nella cultura cristiana c’è l’inizio con la nascita di Cristo; nella cultura romana l’inizio è dalla fondazione di Roma. Non vedo la differenza rispetto ad un romano che vedeva la storia ab urbe condita e pensava ad Enea che dava inizio ad una stirpe cui sarebbe appartenuto Romolo, fondatore della città.

Nella cultura cristiana prima della nascita di Cristo c’è l’Antico Testamento che noi consideriamo ispirato. Per noi Gesù Cristo non è un inizio, è il centro; quindi diciamo avanti Cristo, dopo Cristo. E’ un evento significante che determina la comprensione di ciò che è stato prima e la progettazione di ciò che viene dopo.

Intervento: questi discorsi vanno visti in un’ottica di fede. E’ difficile sostenerli con la logica

Qui la fede ancora non c’entra. Dire “Il centro per noi è Gesù”, descrive solo cosa i cristiani dicono; come il cristianesimo si capisce.

Questa differenza non è secondaria. Il problema è che noi ragioniamo di storiografie antiche con la categoria moderna di storia, cosa che non funziona perché abbiamo una certa idea di storia che gli antichi non possedevano. Ma per i romani, contare il tempo ab urbe condita ed ammettere che ci fosse una storia previa, non diventa mai l’evento centrale della storia. Qualsiasi storia umana ha un inizio semimitologico e poi inizia la storia vera.

Intervento: come per noi l’Antico Testamento.

No, è qui la differenza. Basta vedere tutta la fatica che per i primi quattro secoli i cristiani fanno per comprendere l’Antico Testamento, per capire che non è la stessa cosa.

L’A.T., nella teologia cristiana corretta, non è una premessa del N.T. L’Antico ed il Nuovo Testamento sono integrativi. Questo può sembrare troppo teorico ma ha degli aspetti molto concreti di esito. Faccio un esempio: oggi si sente spesso dire da cristiani di nuovi gruppi: “Prima ero peccatore, poi ho incontrato Gesù Cristo ed ho dato un taglio con la mia precedente vita”.

Questi sono non cristiani, come struttura, perché ragionano come se quello che ci succede prima, sia una premessa.

L’espressione corretta per un cristiano è: “Ho incontrato Gesù Cristo, perciò ho scoperto che sono peccatore”. E’ esattamente contrario il modo di ragionare.

Questo discorso sul tempo non è astratto, ha risvolti molto concreti. Infatti, se si parla con certi cristiani che hanno un certo tipo di approccio, anche duro, al dialogo con gli altri, si incontra più o meno questa logica: c’è un tempo, una conversione e poi un comportamento tutto contrario, che sarebbe il tempo dall’inizio, dall’anno zero in avanti.

La concezione cristiana che emerge dall’Apocalisse è veramente un’altra: progressivamente e continuamente ognuno ha incontrato il Cristo ed ogni volta ha scoperto di essere peccatore, cioè ha ripreso tutto il suo tempo, tutto lo spessore e la complessità della sua storia. Ha scoperto un pezzo di verità in più, ne ha aperto un altro e rincontrato Gesù.

E’ una sovrabbondanza di vita, non un tagliarne un pezzo. Poi può piacere o no; si può essere o no d’accordo, ritenere che non sia sufficientemente attestato. A me pare di sì.

In Apocalisse Giovanni non dice che c’è la grande battaglia con il drago, poi la distruzione e la fine del mondo, perché c’è il giudizio di Dio. Dice esattamente il contrario.

C’è tutto questo tempo che viene raccolto continuamente intorno al centro di uno con una spada affilata a doppio taglio che gli esce dalla bocca (riferimento a S. Paolo). Quindi non è esente dal giudizio.

Ma questo giudizio è continuamente ricomprensivo. Non taglia via ma prende, avvolge, ingloba, dà senso e si ripete di continuo, come il mescolare di una torta da cui, poi, esce un’altra cosa.

Esito non secondario: se nell’incontro con Gesù Cristo si è scoperto di essere peccatori, si ha sempre meno tempo, voglia e fiato di spiegare a tutti, come un dovere, la verità, perché basta scoprire perennemente la complessità della propria esistenza. Al massimo, incontrando altri, si trovano fratellanze e si è più misericordiosi.

“Ora, come mi voltai per vedere chi fosse colui che mi parlava, vidi sette candelabri d’oro e in mezzo ai candelabri c’era uno simile a figlio di uomo, con un abito lungo fino ai piedi e cinto al petto con una fascia d’oro.”

Qui c’è tutta la simbologia che mette insieme i simboli veterotestamentari di Dio Padre, Creatore, (le immagini, i capelli bianchi, simbolo di eternità), ed i simboli neotestamentari del Messia (l’abito bianco, il Cristo che è stato portato in gloria) attribuendoli tutti, volutamente, allo Stesso, perché è Dio nella sua totalità di pienezza.

“I piedi di bronzo…”, la stabilità. La reazione di Giovanni è veterotestamentaria, chi vede Dio muore. Ma egli non muore, cade come morto.

“Ma egli, posando su di me la destra….”. Questo Dio fa un gesto liturgico che è il gesto della trasmissione dello Spirito in tutte le liturgie, anche nelle religioni animiste. Il Dio che è Padre e Figlio trasmette lo Spirito: è di nuovo l’immagine della Trinità.

“E mi disse non temere! Io sono il Primo e l’Ultimo e il Vivente. Io ero morto ma ora vivo per sempre e ho potere sopra la morte e sopra gli inferi. Scrivi dunque le cose che hai visto, quelle che sono e che accadranno dopo”.

Va bene, scrive le visioni che hai visto, ma come fa a scrivere quelle che accadranno? Nel linguaggio profetico c’è una logica: il Dio dà una visione, il profeta la vede e scrive ciò che ha visto.

Le chiese sono le lampade, simbologia dell’attesa.

Le stelle che brillano di luce propria, inesauribile, non alimentate dalla fatica della storia, sono gli angeli. (Se anche si spegneranno le lampade della costanza delle chiese, brilleranno per loro in cielo le stelle dei loro angeli).

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