L’Apocalisse (IV)

Gruppo del venerdì
Gennaio 1999

L’Apocalisse funziona come un quadro in cui, non necessariamente, ogni singolo particolare ha un suo senso autonomo. E’ come un quadro fiammingo, Bruegel ad esempio, che dà una sensazione di gran vitalità, di molta animazione. Il problema è che, non essendo una figura bensì un testo, noi, con un’abitudine moderna, lo leggiamo in modo analitico e nella logica razionale per imparare e capire tutti i passaggi.

Nell’Apocalisse l’effetto è quello ottico generale del quadro che viene fuori, essendo pensata più come una rappresentazione figurativa che non come un libro.

La volta scorsa abbiamo affermato che i capitoli 1-2-3- funzionano un po’ come un prologo. Ci sono le visioni, il vegliardo, le lettere e poi inizia la vera e propria Apocalisse.

Dopo tutto l’invito iniziale si dice a Giovanni: “Scrivi ciò che vedi” Scrivilo alle chiese e si spiega quali esse sono. Le sette lettere sarebbero in realtà i sette inizi di lettera e personalizzano ad ogni chiesa quello che viene dopo; essendo uguale per tutti è come una specie di circolare.

Da qui in poi entriamo in quello che la voce aveva detto a Giovanni: “Scrivi ciò che vedi” E ciò che vede è quello che inizia adesso, vale a dire la parte centrale del libro, la visione profetica.

Leggiamo: “Dopo ciò ebbi una visione: una porta era aperta nel cielo. La voce che prima avevo udito parlarmi come una tromba diceva: Sali quassù, ti mostrerò le cose che devono accadere in seguito. Subito fui rapito in estasi. Ed ecco, c’era un trono nel cielo, e sul trono uno stava seduto. Colui che stava seduto era simile nell’aspetto a diaspro e cornalina. Un arcobaleno simile a smeraldo avvolgeva il trono. Attorno al trono, poi, c’erano ventiquattro seggi e sui seggi stavano seduti ventiquattro vegliardi avvolti in candide vesti con corone d’oro sul capo. Dal trono uscivano lampi, voci e tuoni; sette lampade accese ardevano davanti al trono, simbolo dei sette spiriti di Dio. Davanti al trono vi era come un mare trasparente simile a cristallo. In mezzo al trono e intorno al trono vi erano quattro esseri viventi pieni d’occhi davanti e di dietro. Il primo vivente era simile ad un leone, il secondo essere vivente aveva l’aspetto di un vitello, il terzo vivente aveva l’aspetto d’uomo, il quarto vivente era simile ad un’aquila mentre vola. I quattro esseri viventi hanno ciascuno sei ali, intorno e dentro sono costellati di occhi; giorno e notte non cessano di ripetere:

“Santo, santo, santo il Signore Dio, l’Onnipotente, Colui che era che è e che viene!”.

E ogni volta che questi esseri viventi rendevano gloria, onore e grazia a Colui che è seduto sul trono e che vive nei secoli dei secoli, i ventiquattro vegliardi si prostravano davanti a Colui che siede sul trono e adoravano Colui che vive nei secoli dei secoli e gettavano le loro corone davanti al trono dicendo:

“Tu sei degno, o Signore e Dio nostro, di ricevere la gloria, l’onore e la potenza, perché tu hai creato tutte le cose, e per la tua volontà furono create e sussistono”.

E vidi nella mano destra di Colui che era assiso sul trono un libro a forma di rotolo, scritto sul lato interno e su quello esterno, sigillato con sette sigilli.”.

La visione incomincia in modo grandioso con cori, un gran movimento ed agitazione, occhi, angeli, vegliardi, esseri viventi.

Poi verranno l’Agnello e l’apertura dei sette sigilli. Nel primo sigillo arriverà il cavallo bianco, nel secondo il cavallo rosso, nel terzo quello nero ed infine il verdastro. Ogni cavallo è mandato sulla terra. Il quinto sigillo scatenerà tutta una serie di questioni, il sesto radunerà tutte le tribù dei salvati. Il settimo, descritto in sole due righe e mezza, dopo il crescendo della visione, dirà:

“Quando l’Agnello aprì il settimo sigillo si fece silenzio in cielo per circa mezz’ora. Vidi che ai sette angeli ritti davanti a Dio furono date sette trombe”.

Al settimo sigillo, in cui si attende la soluzione finale, si trova mezz’ora di silenzio. Un tempo di silenzio e poi un troncamento delle immagini.

Questo per affermare che il tutto è costruito scenograficamente come un’ unità e poi inizierà il settenario delle trombe cui seguirà quello delle sette coppe.

Abbiamo letto la prima unità narrativa, quella di Colui che sta seduto sul trono. La visione con tutti gli annessi e connessi di chi sta seduto sul trono ma non viene mai chiamato per nome e non gli viene dato alcun attributo.

La seconda sarà quella dell’Agnello che compare e prende il libro.

C’è come una prima visione di stallo in cui sta il personaggio seduto sul trono con i ventiquattro vegliardi ed i quattro esseri viventi. Egli ha il libro in mano e nessuno è in grado di aprire i sigilli. E Giovanni dice: “Io piangevo molto”.

C’è la sensazione che qualcosa debba accadere.

Infatti si ha la visione con l’Agnello sgozzato, ma ritto in piedi. E’uno dei simboli più chiari dell’Apocalisse: è evidentemente il Crocifisso risorto, Colui che è morto ed è contemporaneamente vivente e prende il libro.

Poi c’è la terza visione in cui incomincia ad aprire il libro.

Qui la cosa fondamentale è quest’inizio:

“Dopo ciò ebbi una visione: una porta era aperta in cielo. La voce che prima avevo udito parlarmi come una tromba diceva: Sali quassù, ti mostrerò le cose che devono accadere in cielo”.

L’altra volta dicevamo che: “Scrivi le cose che hai visto e quelle che accadranno” è un po’ strano. Qui Giovanni riprende il filo e dice che quelle che ha visto le può scrivere da sè ed egli scrive le indicazioni alle chiese descrivendone la situazione; quindi le cose che sono accadute. Poi c’è la porta aperta in cielo in cui egli vede le cose che devono accadere e che costituiscono il corpo della lettera alle chiese.

Per spiegare questo noi diremmo, in modo meno poetico, che c’è un passaggio di comunicazione (la porta aperta in cielo) tra ciò che Dio vede della totalità della storia, l’equilibrio dell’economia generale della storia, e ciò che è dato di vedere dentro l’umanità, uno spicchio, un pezzo di storia nostra soggettiva o quella del tempo in cui viviamo. In questa possibilità di apertura dalla parte di Dio, passando per la porta, ciò che si vede è quello che verrà raccontato, cioè l’economia della Salvezza.

Questo inizio ci dice che il racconto di Giovanni non è tanto su cosa succede alla fine, ma è l’interpretazione, dal punto di vista di Dio, della totalità della storia. Ridice, in forma simbolica, la totalità della direzione di quello che accade.

E questo è il tono di una grande liturgia. Tutte le visioni sono organizzate come liturgie e sarebbe il motivo per cui noi diciamo che, nella liturgia, vediamo la storia dal punto di vista di Dio.

Ogni volta che un credente celebra l’Eucarestia fa quest’esperienza: una porta aperta in cielo per vedere dal punto di vista di Dio la totalità della storia ed il suo senso.

Se, per un credente, il centro della storia è un punto, l’amore di Dio, e la storia è un cerchio intorno a questo punto, l’amore di Dio regge la totalità della storia ed è equidistante da ciascun punto della storia.

La liturgia sarebbe il raggio in questo disegno, nel senso che è la congiunzione tra ogni singolo punto della storia (in cui l’Eucarestia viene celebrata) e il percorso per arrivare fino al centro, girarsi indietro, guardare quell’angolo che si vede, non tutto, ed intuire come si deve vedere. Poi rifare il raggio al ritorno per rientrare nella storia.

Questa sarebbe la struttura della liturgia per cui abbiamo un introito e una missione finale, cioè un raggio da percorrere dal tempo all’eterno entrando, e dall’eterno al tempo, uscendo. E l’operazione della liturgia è questo spostarsi nella porta aperta in cielo per vedere dal punto di vista di Dio la storia per ritornare poi nella storia.

Questo è, molto chiaramente, la direzione data dall’Apocalisse: la porta aperta nel cielo e l’andamento liturgico.

Qui, e poi altrove, si continua a dire: un tempio nei cieli. Non è un tempio posto nei cieli nel senso che nella terra non c’è un tempio, ma è la porta posta nel cielo, il passaggio tra il tempo e l’eterno, tra la terra ed il cielo.

Su tutto questo immaginario è nata l’idea, tipica della tradizione cristiana, della chiesa celeste, della liturgia celeste, degli angeli che nell’eternità cantano le lodi di Dio, che un po’ alla volta è diventata per noi “spazializzazione” per cui esiste una chiesa qua ed un’altra lassù che non si sa bene cosa faccia.

Anziché diventare il transito che consente di andare e tornare, (visione della scala di Giacobbe con angeli che salivano e scendevano tra la terra ed il cielo), è stata da noi fermata ed è diventata la chiesa gloriosa, celeste, trionfante.

L’Apocalisse rimette nella giusta prospettiva questo fatto. Giovanni vede la porta aperta in cielo, cioè la possibilità di guardare le cose dal punto di vista del loro senso teologico, dal punto di vista dell’intuito di Dio rispetto alla storia. E’ il rivelarsi di Dio, di Gesù Cristo, nella storia.

Subito Giovanni è rapito in estasi, l’altro segno antico, molto chiaro per i contemporanei, della contestualizzazione liturgica. La liturgia antica è molto legata alle pratiche sciamaniche, magiche e quindi c’è questa dimensione estatica. Rapito in estasi, veniva anche tradotto rapito al settimo cielo e dava l’idea che era preso e portato da un’altra parte.

Il problema invece è che Giovanni viene fatto entrare in questo altro punto di vista, in un’altra percezione. Quello che vede è uno che ha tutte le caratteristiche di Dio, anche se non dice mai che è Dio.

E’ seduto sul trono, ha l’aspetto di diaspro e cornalina, cioè è prezioso; un arcobaleno avvolge il trono. Sono tutti i segni della regalità e della divinità. Intorno sta tutta una corte celeste: ventiquattro seggi occupati da altrettanti anziani, presbiteroi, quattro esseri viventi e migliaia di miriadi di angeli.

Su questo scenario è stato scritto molto, con innumerevoli discussioni ma il problema, secondo me, è l’identificazione chiave, quella di Colui che siede sul trono. Gli altri, in qualche modo, vengono dopo.

Più o meno tutti gli interpreti concordano sul fatto che questi tre tipi di figure (anziani, esseri viventi e angeli) sono tutte angeliche, intermediari tra la realtà umana e la realtà divina.

Il simbolo più interessante in questa prima parte, che si nota meno, è detto quando si dice: “Davanti al trono vi era come un mare trasparente simile a cristallo”.

Le parole sono parenti strettissime del racconto della creazione, dello Spirito di Dio che aleggiava sulle acque. Il mare di cristallo ha lo stesso tipo di costruzione semantica e questa è dunque l’immagine di Dio Creatore che ha davanti a sé la terra informe.

“Acque limpidissime simili a cristallo” è la terra prima della creazione, è l’atto di inizio dell’incontro tra Dio e la storia umana. Quindi ha l’arcobaleno e le sette lampade, simbolo dei sette spiriti di Dio. Ed ha in mezzo e intorno a sé i quattro esseri viventi.

Allora i ventiquattro vegliardi sono gli angeli sacerdotali: ventiquattro è il numero dei sacerdoti (12 più dodici, le tribù di Levi) e rappresentano la classe sacerdotale. I quattro sono i quattro elementi della terra: il leone, il vitello, l’uomo e l’aquila, cioè ciò che deve essere distribuito, che sta in mezzo e intorno. Non c’è ancora distinzione; la creazione è che tutto è ancora in Dio. Tutta questa intensa potenzialità è ancora in mezzo e intorno al trono che davanti ha un mare cristallino, prima ancora della divisione tra le acque e la terra.

Intervento: i simboli degli esseri viventi sono quelli dei quattro evangelisti?

Sì, ma la questione succede al contrario. In seguito si attribuisce a questi il significato della rappresentanza dei quattro evangelisti. C’è stato un tempo, molto lungo, in cui si è interpretata questa parte della visione, in termini assolutamente gerarchici, attribuendo tutta una serie di importanze successive. I ventiquattro sarebbero gli apostoli, con una serie di spiegazioni del perché erano ventiquattro e non 12. Poi ci sono i 4, cioè gli evangelisti. Però questa diventa una lettura molto meccanica che può interessare a livello di curiosità ma porta a nulla.

A me sembra più utile il quadro complessivo. Il punto di rivelazione di Giovanni, condotto a vedere, è che dall’inizio della storia c’è questa signoria cosmica di Dio in cui tutto sta in mezzo e intorno a Lui, in cui le potenze e tutto ciò che sarà poi la storia umana, sono benedette dentro la benedizione del grande trono di Dio Creatore, sono sotto il segno di un’armonia dove tutti cantano onore e gloria.

C’è poi una sovrabbondanza di occhi, occhi dappertutto: sulle ali, davanti, dietro. Come se Giovanni dicesse: la caratteristica che sta dalla parte di Dio Creatore è quella del vedere.

Tutto ciò, sul piano strettamente personale, non più interpretativo, mi ha molto colpita. Forse la grande quantità di occhi indica che voler capire le questioni serie della vita non basta, (a volte, capendo si sta peggio), anche se noi vorremmo vedere l’intimo del senso delle cose, le realtà che incontriamo, qual è il nostro desiderio vero, ciò che ci spinge e non riusciamo mai ad identificare.

A me pare molto bello che in questo disegno creaturale ci siano figure con tanti occhi, come se il grande progetto originario fosse stato quello di farci vedenti e dunque di darci tutta la luce che serviva.

E tutti cantano: “Santo, Tu sei degno o Signore di ricevere la gloria, l’onore e la potenza”.

La cosa interessante è che i ventiquattro vegliardi sono un po’ la legge antica: si prostrano davanti a Colui che siede sul trono ogni volta che i quattro esseri viventi rendono onore e grazia e gettano le loro corone ai piedi del trono.

Per questo i quattro erano stati identificati con l’evangelo, come il privilegio dell’economia nuova dei vangeli, rispetto a quella antica del sacerdozio di Levi: i sacerdoti dovevano buttare la loro corona di fronte al fatto che gli evangelisti dicevano la buona notizia.

Mi sembra, sostanzialmente, che la questione sia: c’è un ordine cosmico, una liturgia in cui, comunque, ciascuno ha delle sottomissioni, non tanto della legge antica a quella nuova, anche se Giovanni, come si è detto all’inizio, ha il problema della distinzione tra gli ebrei e i cristiani e quindi sicuramente introduce elementi un po’ denigratori nei confronti dell’Antico Testamento, dell’antica economia. Ma ciò è un elemento relativo, transeunte.

Ciò che invece resta è un ordinamento di funzioni, una scenografia in cui tutti gli attori hanno un ruolo importante, pur nella totale diversità, in un movimento tutto centrato intorno al Creatore.

Intervento: il richiamo ai 4 evangelisti non è sostenibile perché una parte di loro non aveva ancora scritto.

E’ abbastanza sicuro che l’Apocalisse è più tarda degli altri libri del Nuovo Testamento.

Intervento: non è detto, non tutti sono d’accordo. Fare riferimento qui a 4 vangeli vorrebbe dire avere già una sistemazione canonica. Inoltre c’erano altri vangeli in circolazione.

Questo tipo di lettura è infatti poco convincente. Mi convince di più l’interpretazione successiva dei credenti che non l’intuizione di Giovanni. Ci sono alcuni studi, anche contemporanei, che la leggono in modo più gerarchico ma, mi pare, che l’immagine sia prevalentemente quella di una liturgia estetica, di una visione di ordine cosmico in cui ciascuno fa la sua parte in una specie di pace universale.

Tra l’una e l’altra versione mi convince di più chi dice che questa, in fondo, è la rappresentazione in cielo del regno messianico di Isaia, cioè di quando, in termini concreti, si dice che il lupo e l’agnello dormiranno insieme, il bambino metterà la mano nella buca dell’aspide. Si dà cioè un’immagine molto concreta, legata alle cose della vita, di pace, di rappacificazione universale, attraverso un altro genere letterario con una visione celeste fondata su un ordine cosmico in cui tutti cantano in una grande liturgia.

Il leone, l’uomo, il vitello e l’aquila, sono più riconducibili alle famiglie simboliche legate ai quattro elementi alchimistici, già molto diffusi al tempo di Giovanni, e cioè l’aria, l’acqua, la terra, il fuoco. I 4 tendono a rappresentare la totalità delle potenze possibili.

Questo è il nucleo della prima visione. Ciò che Giovanni vede è l’inizio della storia del rapporto tra Dio e gli uomini, inizio creaturale e benevolo.

A questo punto: “Vidi nella mano destra di Colui che era assiso sul trono un libro a forma di rotolo, scritto sul lato esterno e su quello interno, sigillato con sette sigilli. Vidi un angelo forte che proclamava a gran voce: Chi è degno di aprire il libro e di scioglierne i sigilli ? Ma nessuno né in cielo, né in terra, né sotto terra era in grado di aprire il libro e di leggerlo. Io piangevo molto perché non si trovava nessuno degno di aprire il libro e di leggerlo. Uno dei vegliardi mi disse: non piangere più; ha vinto il leone della tribù di Giuda, il germoglio di Davide, e aprirà il libro e i suoi sette sigilli”.

Moltissimi libri sono stati scritti sulla simbologia del libro in mano a Colui che sta sul trono. Per me è più convincente, come sempre, ciò che rende maggiormente conto del discorso globale.

Il libro è, probabilmente, il grande riferimento al libro della vita, immagine costante in tutta la fenomenologia religiosa, non solo del mondo biblico ma anche in generale nelle altre religioni.

Il libro è l’immagine del sapere della vita e sta scritto, contrariamente alle abitudini, dentro e fuori. E’ un sapere globale, non limitato, non tecnico. E’ il libro dove sono scritti i nomi dei giusti ed è veramente la totalità della vita di Dio.

E c’è un momento di difficoltà. Il libro è nelle mani di Dio e l’angelo dice: chi è degno di aprirne i sigilli? E Giovanni piangeva molto perché non c’era nessuno in grado di farlo.

L’interpretazione qui pone un grande problema. Se prendiamo sul serio questo testo, tutta la nostra normale lettura, in termini di cristianesimo in relazione al peccato, in senso stretto, e la morte di Gesù come restaurazione rispetto al peccato, salta.

Qui non c’è il racconto del peccato originale; c’è questa indegnità, la non possibilità dell’uomo di essere all’altezza della vita di Dio. Ma non c’è il tema di un errore che l’uomo ha fatto subendone la punizione, qualcosa che è accaduto e allora Gesù muore per i nostri peccati e ci riapre le porte dei cieli. Questa espressione si usava nell’insegnamento ottocentesco ed il riferimento era al “vidi una porta aperta nel cielo”.

Intervento: vorrebbe dire che l’uomo è stato creato indegno di Dio?

Questo sarebbe il problema d’interpretazione. La domanda è: come è stato creato l’uomo? Perché, se si dice che è stato creato indegno di Dio è tutta una fregatura nel senso che Dio ci crea indegni di Lui e poi si irrita se siamo indegni. Il problema è molto grosso ma, se si prosegue la lettura, si scopre che il tema del peccato c’è, non nel senso tradizionale, come l’abbiamo nel nostro immaginario, di trasgressione ad una norma. C’è il tema del peccato, ma si vede solo dalla parte dell’uomo. Almeno così fa l’Apocalisse.

Dalla parte di Dio non si vede il peccato, non c’è proprio.

E qui Giovanni sta vedendo attraverso la porta aperta, dalla parte di Dio: l’uomo non è creato indegno di Dio, ma in processo di divinizzazione, cioè è stato creato diverso da Dio.

All’inizio c’è una totalità tutta benedicente. L’autonomia dell’uomo richiede una diversità a fronte della quale l’Agnello consente l’accesso alla vita di Dio. La diversità creaturale che ci viene data è la diversità, condizione per ogni possibile rapporto. L’Agnello immolato è Colui che crea il contatto possibile, fa scattare la scintilla, apre i sigilli del libro.

La questione è questa: se la mettiamo in termini di degnità-indegnità, si finisce in un vicolo cieco. E’ cattivo e ingiusto Dio, ci dà un obiettivo che non possiamo raggiungere e diventa paternalista se ci dà poi l’aiuto per farsi ringraziare. Avrebbero ragione Sartre e gli esistenzialisti a dire che sarebbe la più solenne fregatura possibile. Se non esiste è una fregatura, se esiste, due volte una fregatura.

Questo è vero se il rapporto con Dio viene letto dentro categorie mercantili o professorali: degno, non degno, sufficiente, insufficiente.

Ma siccome il rapporto con Dio va letto dentro categorie amorose, la sintassi amorosa funziona in un altro modo. Chi è degno di un amore?. Notoriamente nessuno, mai. Perché se si deve esseri degni di un amore, reggerlo diventa una cosa insopportabile. Infatti non ci si innamora perché si è degni o perché si hanno i numeri per un concorso a premi.

C’è una differenza che rende possibile e interessante l’incontrarsi. Poi vi sono condizioni che favoriscono o no la realizzazione dell’incontro. In qualche modo questa è la logica.

La creazione è il grande atto di differenza. Noi siamo fatti diversi da Dio per la possibilità di aver con Lui un rapporto. Questo dal punto di vista di Dio.

Dal punto di vista della storia, invece, si vede il peccato perché la diversità rende possibile la responsabilità: si può scegliere di stare in un modo o in un altro in un rapporto. Non c’è responsabilità nei rapporti che non esistono, ma c’è una responsabilità che ci riguarda rispetto ai rapporti che abbiamo.

Quando si sposta la visuale dal punto di vista della storia umana, quello che si inizia a vedere è anche la storia del peccato. Questo è il passaggio del libro dei sette sigilli.

E la reazione di Giovanni non è di rabbia, di rivolta. Giovanni sta esattamente dentro alla logica dell’amore e piange perché non scatta la scintilla per far aprire il libro in quanto la vita di Dio non ci raggiunge e noi non la raggiungiamo. Il piangere è proprio la reazione congrua se la lettura non è di tipo mercantile. Se invece lo è, si lotta, si giudica, si prova rabbia.

Chi è degno?. Lo è Colui che sta nella perfetta comunione d’amore con il Padre, cioè il Figlio, perché solo Lui è talmente in differenza e in unione con il Padre, come insegna la dottrina della Trinità, da poter essere totalmente in rapporto con Lui in proporzione alla grandezza dell’amore.

“Poi vidi ritto in mezzo al trono circondato dai quattro esseri viventi e dai vegliardi un Agnello, come immolato”.

Se cerchiamo di immaginare spazialmente la descrizione vediamo il trono con Colui che vi sta sopra e l’arcobaleno; in mezzo e intorno i 24 vegliardi, in mezzo a tutto ciò l’Agnello. Sono tutti concentrati nello stesso spazio del trono di Dio. Tutto è compresente nella divinità.

” L’ Agnello aveva sette corna e sette occhi, simbolo dei sette spiriti di Dio mandati su tutta la terra”, cioè ha gli stessi simboli di divinità di Colui che sta sul trono, è uguale, è Dio come Colui che sta sul trono.

” L’Agnello giunse e prese il libro dalla destra di Colui che era seduto sul trono”. In altri pezzi della visione il vegliardo dà delle cose. Qui c’è un totale rapporto paritetico. Egli prende senza bisogno che l’altro dia.

“Prende il libro” ed incomincia tutta la seconda parte della grande liturgia che sancisce l’uguaglianza tra l’Agnello e Colui che sta seduto sul trono. Il Dio Creatore dà l’accesso alla vita all’Agnello che, indiscutibilmente, è l’immagine di Gesù morto e risorto, secondo l’immagine dell’Agnello sacrificale che Giovanni l’evangelista usa nel racconto della passione.

Giovanni è l’unico, tra gli evangelisti, a fare, nel Vangelo e nell’Apocalisse, il parallelo tra l’Agnello sgozzato dell’Esodo e Gesù immolato sulla croce.

Seguono i 7 sigilli da aprire; sono due gruppi, quattro più uno, più uno, più uno. Il settimo è totalmente a parte, con una struttura letteraria anomala. I primi quattro sono uguali: succede sempre la stessa cosa, cioè compare un cavallo con il cavaliere, con colori diversi che fa cose diverse, ma la struttura è la stessa. I primi quattro sono un’unità. Poi compaiono il quinto, sesto e settimo.

Vediamo i primi quattro sigilli. I quattro sono i quattro elementi che agiscono sulla/nella storia. Il peccato, che non si trovava prima, sta nei quattro cavalieri. Ciò che l’Agnello fa aprendo i sigilli è far vedere la storia com’è, come va accadendo.

Gli altri tre rappresentano la divinità e sono i tre interventi di Dio sulla storia: la salvezza dei profeti, la salvezza della legge, il silenzio che richiama il silenzio del racconto della passione in Giovanni.

Il settimo sigillo è l’immolazione di Gesù Cristo: “Si squarciò il velo del tempio e fu silenzio su tutta la terra”. Mezz’ora di silenzio perché Cristo muore.

Qui ci sono come degli zoom: dall’inizio della visione, cioè la creazione, e poi la missione di Cristo verso la storia ed è la parte di Dio che crea amorevolmente e manda il Figlio per far scattare il rapporto con Lui. Ma quando il Figlio si incarna assume la storia: compaioni i primi quattro sigilli, cioè la storia com’è.

Poi si vede che nel corso della storia, cronologicamente, ci sono comunque gli interventi di Dio.

“Quando l’Agnello sciolse il primo dei sette sigilli, vidi e udii il primo dei quattro esseri viventi che gridava come con voce di tuono: “Vieni”. Ed ecco, mi apparve un cavallo bianco e colui che lo cavalcava aveva un arco, gli fu data una corona e poi egli uscì vittorioso per vincere ancora. Quando l’Agnello aprì il secondo sigillo, udii il secondo essere vivente che gridava: “Vieni”. Allora uscì un altro cavallo, rosso fuoco. A colui che lo cavalcava fu dato potere di togliere la pace dalla terra perché si sgozzassero a vicenda e gli fu consegnata una grande spada. Quando l’Agnello aprì il terzo sigillo, udii il terzo essere vivente che gridava: “Vieni”. Ed ecco mi apparve un cavallo nero e colui che lo cavalcava aveva una bilancia in mano. E udii gridare una voce in mezzo ai quattro esseri viventi: “Una misura di grano per un danaro e tre misure d’orzo per un danaro!. Olio e vino non siano sprecati”. Quando l’Agnello aprì il quarto sigillo, udii la voce del quarto essere vivente che diceva: “Vieni”. Ed ecco, mi apparve un cavallo verdastro. Colui che lo cavalcava si chiamava Morte e gli veniva dietro l’Inferno. Fu dato loro potere sopra la quarta parte della terra per sterminare con la spada, con la fame, con la peste e con le fiere della terra”.

Qui iniziano le visioni truculente, un po’ impressionanti.

Occorre fare qualche ragionamento. Giovanni si trova di fronte alla necessità di spiegare in poche righe la storia dell’umanità, perché c’è il male nel mondo e cosa sta succedendo. Quindi ha un problema abbastanza grande.

Dal punto di vista poetico è molto bravo, ma, giustamente, si inerpica sui simboli: deve far funzionare un’immagine poetica in breve, che esprima tante cose molto diverse tra di loro.

Facciamo qualche considerazione interpretativa.

L’immagine dei quattro cavalieri non è propria di Giovanni, non l’ha inventata lui nonostante noi diciamo sempre i quattro cavalieri dell’Apocalisse. Egli riprende una visione del profeta Zaccaria (V-VI secolo a. C.). Dunque bisogna ricordare che per il lettore ebreo questo faceva parte del suo patrimonio culturale in quanto la Scrittura era ben conosciuta, ma per noi no; questo pezzo non ci dice più niente ed i quattro cavalieri restano quelli dell’Apocalisse.

Il secondo dato è: cavallo e cavaliere, da Esodo in poi, sono l’immagine della potenza, della guerra, della vittoria. Infatti Dio ha vinto l’egiziano perché ha sconfitto l’immagine della potenza umana, gettando in mare cavallo e cavaliere. Quindi Giovanni qui dice : sto parlando di come si vedono le cose dal punto di vista del potere degli uomini.

Per di più usa Zaccaria che, nella sua visione dei cavalieri, parla dei quattro cavalieri riferiti a tutta una questione complessa su quattro imperi: nella visione storica del profeta tutta la terra allora conosciuta era divisa in quattro imperi simboleggiati dai quattro cavalieri, cioè tutti i poteri possibili, come se noi vent’anni fa avessimo detto i russi e gli americani. La totalità dei poteri mondiali.

Giovanni riprende quest’immagine, riprende il numero quattro in concomitanza con il suo uso di questo numero: la terra, la storia, ma con un’assonanza di fondo, del cavallo come potere e di ciò che si considera eterno, duraturo, vincitore.

Di questi quattro almeno tre sono cattivissimi, fanno cose orribili.

Inoltre il cavallo è, tradizionalmente in tutta la fenomenologia delle religioni di questo periodo, l’immagine della natura umana, cioè la potenza selvaggia, non educata, pericolosa, bella e fiera ma senza utilità. Qui però i cavalli sono tutti montati da cavalieri, tutti governati, addomesticati.

Ultima cosa sul quadro simbolico base: i colori.

Su questo punto ci sono problemi di traduzione abbastanza potenti. Non tanto su tre per i quali l’accordo su bianco, rosso e nero, è abbastanza chiaro, quanto sul quarto, il verdastro, che, secondo le traduzioni, si può trovare verde o grigio.

Il latino ufficiale della Vulgata dice “pallidus” perché è il cavallo cavalcato dalla morte. Le attuali traduzioni italiane lo definiscono “verdastro” per dire il colore dei cadaveri, legato comunque alla morte.

La simbologia dei colori è abbastanza chiara, tranne che per il primo, un po’ anomalo, perché in realtà non fa niente di male ed è legato al bianco che è un colore buono.

“Uscì vittorioso per vincere ancora”. Degli altri tre: il rosso è la potenza cattiva, la guerra fratricida; il nero la carestia; il verdastro peste, morte.

Secondo la lettura storico-salvifica da me seguita che cosa succede?

Il primo sigillo libera la scintilla creaturale: dalla parte di Dio è avvenuta la creazione.

Dalla parte degli uomini c’è la breve apparizione originaria: l’uomo non è creato cattivo, malvagio; ha un cavaliere bianco vittorioso a cui è dato un arco. L’arco è l’immagine della precisione del colpire da lontano, della capacità di raggiungere una meta, un punto, senza doversi avvicinare. Ed è l’immagine della possibilità dell’uomo di uno scopo, di un percorso, di un arco vitale.

Il cavallo bianco è la scintilla originaria, buona, dell’uomo che uscì vittorioso per vincere ancora. Tornerà per vincere.

Questo è il primo sigillo visto dall’Agnello nella storia; non vede immediatamente solo il male, il dramma del peccato, ma riconosce la scintilla creaturale di Dio che esce ed esce vittoriosa per vincere ancora.

Gli altri tre cavalli sono nettamente l’immagine di quello che noi chiameremmo il peccato originale, l’irruzione del male nella storia e, di conseguenza, gli altri peccati. Non sono i cavalieri mandati da Dio per far disastri. Se la logica è che l’Agnello, aprendo i sigilli, mostra la storia qual è, ciò che si vede sono tre cose:

– la guerra fratricida, l’incapacità di rapporto fraterno. E questo ha una spada che ferisce;

– la penuria, non solo di beni, ma lo stato dell’uomo a cui manca sempre qualcosa;

– la morte a cui segue l’inferno che qui Giovanni chiama Aden, terminologia greca.

L’idea è non solo il momento doloroso della morte, ma proprio come lo stato, il rimanere morti ed è ciò che differenzia gli uomini dall’Agnello, che è morto ma è ritto, risuscitato. Invece nel mondo degli uomini alla morte segue l’inferno, la condizione di rimanere morti.

Sono le tre condizioni moderne, assolutamente radicali:

– la difficoltà del rapporto con gli altri,

– con se stessi,

– con la vita. (il rapporto che la morte pone con la vita).

Questi sono i tre cavalieri, ciò che l’Agnello mostra della storia così come è e come appare. Gli altri tre sigilli, con le cose che svelano, rappresentano l’intervento di Dio nella storia e li esamineremo la prossima volta.

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