15 Novembre 1999
Padre Cesare Falletti

2. La libertà viene dalla creazione e dalla elezione (2)

Commento a: Lv 19


Parla a tutta la comunità degli Israeliti e ordina loro: Siate santi, perché io, il Signore, Dio vostro, sono santo.”(Lev. 19,2)

Questa frase ripresa da Gesù e, poi, da San Paolo, comando di una grande esigenza, è una chiave per capire sia l’istituzione del Giubileo, sia tutto il libro del Levitico, che non è di facile lettura.

E’ già stato detto l’altra volta che ad una lettura non approfondita, questo libro dell’Antico Testamento appare come ormai sorpassato, a causa delle minuziose prescrizioni di un culto e di un modo di vivere che il cristianesimo sembra, almeno in parte, aver messo da parte. Anzi questo libro appare pesante e vincolante in tutti i momenti del vivere del singolo e non sembra essere per nulla liberante, come deve essere invece la Parola di Dio.

Ad una lettura più attenta invece, ci accorgiamo che nel libro ciò che è importante non è tanto il ritualismo, ma la teologia che lo sostiene e che lo richiede, cioè la parola su Dio sull’uomo e sul loro rapporto. Troviamo frequentemente, come un leit motiv, la frase: “Io sono il Signore vostro Dio”, o in forma abbreviata: “Io sono il Signore”.

Non è solo il timbro dell’autorità, come se la legge fosse firmata; dicendo: “Io sono il Signore” ci ricorda la frase intera: “Io sono il Signore tuo Dio che ti ho fatto uscire dal paese d’Egitto, dalla condizione di schiavitù”. (Es. 20,2) Allora noi vediamo tutta la storia dell’Esodo, dalla liberazione dall’Egitto al cammino nel deserto, all’entrata nella Terra Promessa. Dobbiamo rivedere tutte le parole di Dio in questa luce, e sono parole che non costringono, non legano, ma sono piuttosto il sigillo della liberazione del popolo.

La fedeltà alle prescrizioni è legata alla fedeltà al Dio Unico, che ha scelto il suo popolo e rimane il “suo” Dio. E il popolo gli appartiene, è Lui che lo ha scelto, lo ha liberato facendolo uscire dalla schiavitù dell’Egitto, lo libera dai popoli vicini, ad una condizione: che il suo popolo rimanga fedele all’Alleanza e non si volga a nessun altro idolo.

Il primo comandamento: “Non avrai altri dei fuori di me”, è quello che fa scaturire tutti gli altri comandamenti, ordini e prescrizioni e nasce giustamente dall’affermazione: “Io sono il Signore tuo Dio che ti ho fatto uscire dal paese d’Egitto, dalla condizione di schiavitù.” Noi potremmo metterlo alla pari con gli altri comandamenti, ma non è giusto: il primo Comandamento è la ragione degli altri.

Il Talmud dice: “Dio creò il male e il suo antidoto, la legge”. Non sono d’accordo sulla creazione del male, ma questa frase dice qualcosa di importante. Il male c’è, e la Bibbia non lo nasconde; è venuto dal peccato e dall’impelagarsi degli uomini in esso, come mosche in una ragnatela, che più si dimenano più si avviluppano. La Legge è come le forbici che tagliano questo filo mortale. La Legge viene dunque dall’atto liberatorio del Signore che non vuole assolutamente rimpiazzare il Faraone o gli altri tiranni che hanno schiacciato il popolo, ma avere un rapporto di Alleanza fra due parti libere. San Giovanni ce ne rivela il profondo senso: Dio è amore e dunque non ha altri rapporti che con persone libere capaci di amarlo. Dio ha dato la Legge per vincere il male che c’è nell’uomo perché, la Parola di Dio lo dice chiaramente, c’è un male nel cuore dell’uomo. La legge è dunque una grazia.

Ora, in questa legge si dice anche: “Siate santi, perché io, il Signore Dio vostro, sono Santo”. Questa non è una legge come le nostre; ne scorgiamo subito l’impossibilità di applicazione esatta

Cosa significa e che rapporto con il Giubileo?

Il Giubileo è stato dato al popolo perché tutte le incrostazioni di male che si aggiungono durante gli anni, possano essere tolte e si ritorni a quello stato mitico , mai esistito, di una “purezza del popolo”.

Come Stella diceva la volta scorsa, il Giubileo per il Levitico ha un senso di ritorno alla casella di partenza, e quindi di purezza di vita, quella purezza del popolo bambino che il Signore ha salvato, come Mosè, dalle acque della morte, della schiavitù, dell’oppressione e dell’idolatria.

Ogni tanto nella Bibbia ritroviamo questo sogno di popolo puro, di sposa pura, che Dio trova nel deserto. Se però andiamo a vedere come il popolo viveva nel deserto non troviamo certo la fedeltà integrale. Ogni giorno disubbidivano, protestavano, si intestardivano; lo stato di purezza rimane un ideale. Tuttavia quel tempo è stato un momento che ha riempito la memoria del popolo, come un tempo di grazia.

Se non è stato storicamente così, non importa; quello che conta è come il popolo se lo ricorda.

Il Concilio Vaticano secondo, quando parla di riforma della vita religiosa parla di ritorno allo spirito dei fondatori; non certo al modo di vivere, il che sarebbe anacronistico, ma allo spirito, alle intuizioni che sono state fondanti. E così anche per il popolo ebraico, il Giubileo era come un ritorno alla purezza delle origini, come se la fanciullezza del popolo, il tempo dell’entrata nella terra promessa, fosse stato il momento dell’intimità più grande, dell’affetto più corrisposto, dell’obbedienza, della giustizia e dell’intimità.

Il vero ritorno non era alla vita nomade del deserto, ma al mito di un popolo libero dalle intrusioni di vicini e la cui terra era distribuita in parti uguali fra tutti, tempo in cui non c’era un re, ma il Signore era l’unico re che suscitava i difensori e rendeva giustizia attraverso i suoi profeti.

Così per i cristiani il ritorno allo spirito delle origini non è riproporre la vita dei primi apostoli, ma ritrovare il senso di fraternità, uguaglianza e comunione, di zelo per la Parola, di assiduità ai Sacramenti e di coraggio nel martirio dei primi cristiani, cioè nell’essere liberi dallo spirito del mondo, liberi dalla sovranità del “principe di questo mondo”, per testimoniare le opere della bontà misericordiosa di Dio.

Erano assidui nell’ascoltare l’insegnamento degli apostoli e nell’unione fraterna, nella frazione del pane e nelle preghiere: La moltitudine di coloro che erano venuti alla fede aveva un cuore solo e un’anima sola e nessuno diceva sua proprietà quello che gli apparteneva, ma ogni cosa era fra loro comune” (At, 2,42 e 4,32).

Ritroviamo in questo testo lo spirito del Giubileo ebraico: il ritorno ad un popolo solo, un cuore solo, i beni in comune, una giustizia d’amore. E’ ciò che Dio ha sempre chiesto ai suoi fedeli. Il Giubileo è, dunque, un tempo in cui tutti devono trovare, o ritrovare questo “spirito” per cui Dio ha liberato il suo popolo dall’Egitto, il perché Gesù ci ha salvati.

Giubileo vuole dunque dire per noi innanzi tutto un ritorno alla purezza della fede, ad una presa di coscienza del perché sono cristiano e alla autenticità del mio comportamento che deve rispecchiare quei valori, sottolineati dagli Atti degli Apostoli, di comunione ecclesiale e di fedeltà a ciò che Dio indica come via per la comunione con Lui, l’unico Dio che dobbiamo seguire e per questo ritrovare una purezza di vita cristiana, libera da tutte le incrostazioni che sono venute accumulandosi nel corso degli anni.

E’ l’operazione fondamentale, come quando si va dal dentista, se è un po’ che non ci andiamo, comincia col togliere il tartaro accumulatosi intorno ai denti! Questo comporta un movimento, andare verso un fine, lasciarci togliere la seggiola da sotto per cercare la verità del mio cristianesimo, della mia coscienza, della mia vita.

Il pellegrinaggio, secondo aspetto del Giubileo cristiano, ne è un segno. Si va verso un fine, una meta, un incontro. Anche se il pellegrinaggio non si rifà al Giubileo ebraico, è figlio di una tradizione ben presente nella Scrittura. Si tornava continuamente a Gerusalemme per ritrovare la purezza della fede, l’unità religiosa e politica, il senso dell’appartenenza al popolo di Dio. Il peccato di Geroboamo, condannato come un ritornello nei libri dei Re e nelle Cronache, è stato quello di aver creato altri luoghi di culto, che permettevano agli israeliti di non spostarsi più per rendere culto a Dio. E’ stata una manovra politica che ha permesso al regno d’Israele di essere per un certo tempo più forte di quello di Giuda e autonomo da esso, ma ha trascinato il popolo nell’infedeltà all’alleanza e al culto del vero e unico Dio.

Certe politiche, infatti, apparentemente di liberazione, conducono effettivamente il popolo all’ebetismo e lo schiavizzano.

Questo pellegrinaggio disincrostante è sorgente di gioia: “Quale gioia quando mi dissero: andremo alla casa del Signore”. (Sal 121).

Gioia di libertà ritrovata e di un Dio ritrovato perché staccandosi dalla propria casa, dalla propria terra, dalla propria vita quotidiana, si ritrova Dio nel suo assoluto. Dio lo si trova dappertutto, ma l’importante nel pellegrinaggio è lo sradicarsi, andare verso quel Dio Santo che è separato da tutto. Questo ci fa prendere coscienza di quante cose ci legano.

E’ vero che Gesù ha detto alla Samaritana: “Credimi, donna, è giunto il momento in cui né su questo monte, né in Gerusalemme adorerete il Padre…è giunto il momento, ed è questo, in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità; perché il Padre cerca tali adoratori.” (Gv.4,21-23) e quindi non dobbiamo credere che il luogo renda la preghiera più giusta o efficace, ma il nostro spostamento, il nostro andare e sradicarci , seppur temporaneamente, dal nostro terreno abituale e modo di vivere conformista è necessario per riprendere coscienza di chi siamo e dove vogliamo andare, da che parte stiamo. Il pellegrinaggio perciò è ben diverso da un giro turistico, non ha un interesse culturale o di svago, ma di conversione spirituale e di vita, è un distacco dal proprio quotidiano per prendere, direi, la “misura di Dio”.

Questo ci fa comprendere cosa vuol dire ”siate santi, perché io, il Signore, Dio vostro, sono santo”.

Ritornare alla santità vuol dire un distacco per attaccarsi, una separazione per una comunione.

Dio è l’Assoluto, cioè non legato a nulla né da nulla, non è schiavo, neanche della nostra preghiera. Ama gratuitamente e si lega a noi con un amore fedele, che rimane sempre gratuito, non dovuto e libero. Non è un Dio dominatore, ma il Dio dell’alleanza, che rispetta l’uomo, offre un’alleanza, che non è sottomissione, ma comunione. E’ Lui che si lega a noi, molto più di quanto non ci abbia legati a Lui; incarnandosi Dio si è legato in modo indissolubile all’uomo e l’uomo ha potuto farne ciò che ha voluto. Si è legato con un amore gratuito e libero, e anche noi dobbiamo legarci per amore e nella fedeltà gratuita.

Per questo la magia è stata condannata: perché è come voler costringere Dio in definitiva, essere più potenti di Lui. “Non praticherete alcuna sorta di divinazione o di magia.” (Lev 19,23).

Non dobbiamo cercare di vincere Dio, ma di convertirci per ricevere la sua stessa santità, vale a dire la sua libertà, che non è individualismo ma comunione.

Dio non lo si possiede, è Lui che si dà. Con la preghiera lo incontriamo, non lo leghiamo.

Capiamo in tal modo come tutte le prescrizioni minuziose hanno uno scopo: liberare l’uomo dal suo egoismo e dall’individualismo per insegnargli a darsi e a entrare in comunione. Liberazione dalla paura dell’altro dovuta a uno sguardo esclusivo su di sé, sul proprio benessere e tornaconto perché ci sia un incontro e un’attenzione reciproca, una delicatezza e buona educazione: “Alzati davanti a chi ha i capelli bianchi, onora la persona del vecchio e temi il tuo Dio: Io sono il Signore.” (Lev. 19,34).

A partire dal cerchio più ristretto: i genitori: “Ognuno rispetti sua madre e suo padre e osservi i miei sabati. Io sono il Signore, vostro Dio.” (Lev.19,3). Vediamo come l’incontro e l’attenzione agli altri sono legati alla libertà dell’incontro con Dio: il Sabato, di cui Stella ha parlato la volta scorsa. Anche il Sabato ci libera dal girare intorno al nostro benessere per metterci in un’atmosfera più ampia, libertà dalle cose, per incontrare Dio e i fratelli. Il culto a Dio è legato al rispetto e all’attenzione ai fratelli.

San Benedetto domanda ai fratelli di lasciare immediatamente tutto ciò che stanno facendo al suono della campana, per andare a pregare, perché nulla deve essere preferito al servizio divino. Dio deve essere onorato per primo e le cose non devono legarci e impedire questo servizio. Così il Sabato ci libera dalle cose per la cosa più grande e più bella: stare davanti al nostro Signore. “Quando mieterete la messe della vostra terra, non mieterete fino al margine del campo, né raccoglierete ciò che resta da spigolare della messe; quanto alla tua vigna, non coglierai i racimoli e non raccoglierai gli acini caduti; li lascerai per il povero e per il forestiero. Io sono il Signore, vostro Dio.”(Lev. 19,9-10).

La conversione è saper rinunciare a se stessi, perché gli altri siano favoriti, atto di fiducia nel Signore che libera dal paese della schiavitù. E, come Dio ha liberato, così dobbiamo trattare tutti gli uomini come fratelli: “ Quando un forestiero dimorerà presso di voi nel vostro paese, non gli farete torto. Il forestiero dimorante fra di voi lo tratterete come colui che è nato fra di voi; tu l’amerai come te stesso perché anche voi siete stati forestieri nel paese d’Egitto. Io sono il Signore, vostro Dio.” (Lev. 19,33-34).

Leggendo il capitolo 19 del Levitico, si ha un gran senso di giustizia umana e un’attenzione all’uomo più forte di quanto ci fosse non solo nel mondo circostante, ma in tutto il mondo conosciuto e per ancora molti secoli. “Non opprimerai il tuo prossimo, né lo spoglierai di ciò che è suo; il salario del bracciante al tuo servizio non resti la notte presso di te fino al mattino dopo. Non disprezzerai il sordo, né metterai inciampo davanti al cieco, ma temerai il tuo Dio. Io sono il Signore. “ (Lev 19, 13-14).

I dettagli delle prescrizioni sono spesso dovuti a una lotta contro le pratiche magiche e superstiziose, (“Non vi taglierete in tondo i capelli ai lati del capo, né deturperai ai lati la tua barba, Non vi farete incisioni sul corpo per un defunto, né vi farete segni di tatuaggio. Io sono il Signore”) (Lev 19,27-28) o ad un senso dell’igiene e alla mentalità dell’epoca; ma esse mostrano la validità perenne della Parola di Dio e del suo messaggio: primarietà del culto al Dio unico e sorgente di vita di santità e di libertà e rispetto per il prossimo, dei suoi averi, della sua vita, del suo onore. E il sigillo della verità e dell’urgenza delle prescrizioni è sempre: Io sono il Signore.

Non è una libertà per una nuova schiavitù; il cristiano non è uno schiavo, nemmeno di Dio, perché questi non vuole dominare, ma salvare, un’appartenenza reciproca, appartenenza che diventa sponsale; Dio è chiamato sposo. Io sono il tuo Dio e tu sarai il mio popolo.

Nel Giubileo dobbiamo capire che la Parola di Dio è tutta data per liberarci e non per mettere un fardello pesante sulle nostre spalle. “Siate santi, perché io sono santo”. Invece di sentirlo come un ordine colpevolizzante, dobbiamo riceverlo come un invito ad entrare nella sua libertà.

Fossano, 15 novembre 1999
Monastero Cistercense 

Testo non rivisto dal relatore

Anno pastorale: 1999/2000

DataTitoloCommento a:
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