13 Gennaio 2007
Stella Morra

3. GUERRA, VITA E PAURA

Commento a: Dt 20, 1-9


Premessa

Continuiamo la riflessione sulla paura; abbiamo letto un testo di Genesi, poi il Salmo 27, rassicurante, natalizio, ed oggi affrontiamo un testo molto duro, complicato. Avevamo deciso di inserirlo nel programma, ma in questo ultimo mese, preparandolo, mi sono chiesta più volte perché l’avessimo scelto. E’ sempre molto forte la tentazione di scantonare sui testi più spigolosi, non tanto perché difficili, ma perché ci mettono di fronte ad una scarsa mediazione o, come nel caso di questo testo, ad una forte mediazione culturale della parola di Dio, espressa usando delle immagini tipiche di una cultura che per noi sono inquietanti. Credo alla fine che sia un bene non scantonare e confrontarsi; ma ribadisco: è un testo ostico e, alla fine, potrà lasciarci con un sapore non troppo rassicurante.

Oggi leggiamo la prima metà del capitolo 20 del Deuteronomio, versetti 1-9, in cui il problema della paura è messo bene a fuoco; in realtà è un testo spezzato, perché costituisce un insieme organico con la seconda parte del capitolo, i versetti dal 10 al 20.

Questo testo è messo nel contesto prescrittivo del Deuteronomio. Deuteronomio vuol dire seconda legge. Secondo la leggenda, il libro del Deuteronomio era stato ritrovato sotto le rovine del tempio al ritorno dall’esilio. Ricordiamo la storia del popolo ebraico: l’Esodo, l’alleanza del Sinai (in cui riceve la legge), l’entrata nella terra promessa; in seguito a varie guerre il regno si divide, poi i due regni vengono sconfitti dai persiani e la popolazione deportata in esilio; al ritorno dall’esilio, sotto le rovine del tempio, secondo la leggenda, sarebbe stato trovato questo libro che, non a caso, si chiama ‘seconda legge’. Prima legge dopo l’Esodo, seconda legge dopo l’esilio. Ed è ovvio il significato della storia leggendaria che concerne il libro: nel libro del Deuteronomio si fa il punto, si riprende il senso dell’alleanza del Sinai. Non dimentichiamo infatti che l’elemento fondativo del popolo di Israele è la liberazione dalla schiavitù dell’Egitto, il ricevere da Dio le tavole, i dieci comandamenti, tutto l’insieme legislativo che regola la vita del popolo in tutte le cose: il cibo, le feste ecc. Il tempo dell’esilio è percepito come tempo di sconvolgimento: abbiamo letto insieme il libro di Tobia, che è la descrizione della vita in esilio, dove non c’è tempio, non c’è legge, non si può fare tutto quello che era prescritto. Quando si torna finalmente alla terra promessa, seppure da sconfitti, in mezzo alle rovine, l’idea è: c’è un secondo dono della legge, che viene riletta nell’inaugurazione del tempio rinnovato, per dire che ricomincia una storia di rapporto con Dio.

Questo è il contesto del libro Deuteronomio. Dunque è un libro con un genere letterario parzialmente legislativo. Il brano che leggiamo è un testo prescrittivo in cui a mo’ di enciclopedia si dice, argomento per argomento, tutto ciò che bisogna fare.

Il capitolo di cui ci occupiamo oggi inizia con: “Quando andrai in guerra…”. E’ una brutta storia; cioè, per ciascuno di noi, per la nostra cultura contemporanea, per la nostra sensibilità, non dovrebbe nemmeno essere prevista l’idea che uno vada in guerra. Ci pare che dentro un libro come questo dovrebbe invece esserci scritto: non fare la guerra. Ancora più ‘brutte’ sono le prescrizioni della seconda parte di questo capitolo, dal versetto 10 al 20.

Questo testo, la seconda parte del capitolo venti, è stato citato per esteso dal presidente degli Stati Uniti Bush nel discorso con cui ha aperto la guerra in Irak. E’ un testo che si presta ad una lettura fondamentalista. La prima considerazione è: i fondamentalisti non stanno solo nell’Islam!

Credo che, come già abbiamo dedicato un anno alla lettura di testi sul conflitto e sulla violenza, non possiamo sempre annacquare l’esperienza credente, togliere tutti gli spigoli difficili da concepire per la nostra cultura o far finta che non ci siano. Dobbiamo chiederci come mai ci sono passaggi così duri, perché stanno lì e cosa hanno da dirci. Certo non in una lettura fondamentalista, bensì capendo in quale cultura sono scritti, quale logica hanno; ma dobbiamo prenderli in considerazione come un luogo in cui Dio parla.

 

Paura e guerra

“Quando andrai in guerra…”. Questa è la questione chiave, il titolo. Ma… quale guerra? Ogni paura implica una guerra, c’è una carica di violenza già nella paura, perché c’è una situazione, una realtà, qualcuno che temiamo… vediamo cavalli, carri e forze superiori a noi! Altrimenti non avremmo paura. E questa mi pare la prima cosa da notare. Cioè: forse ogni volta che ci sentiamo la paura vicina dovremmo chiederci quali cavalli, carri e forze superiori a noi stiamo vedendo, contro quale nemico implicito o esplicito stiamo combattendo, qual è la guerra in corso, tra chi e chi. Spesso è una guerra tra due parti di noi stessi. Il caso più classico è: abbiamo paura quando ci troviamo di fronte ad una scelta che affascina, attira, risponde ad una parte del nostro desiderio e non all’altra. La paura subentra quando c’è qualcosa che mi attira e qualcosa che mi preoccupa e ho timore a scegliere. Ma forse quello che ci aiuta di questo titolo è che bisogna sempre chiedersi che guerra è in corso quando c’è una paura, per sapere quali sono i contendenti, quali sono i cavalli, carri e forze superiori a noi che stiamo vedendo e per cui stiamo temendo.

La seconda parte del versetto dice: “…non li temere, perché è con te il Signore tuo Dio, che ti ha fatto uscire dal paese d’Egitto”. E’ il richiamo costante di tutto il libro del Deuteronomio per quello che dicevo prima: si tenta sempre di mettere ogni situazione di questo libro in rapporto alla liberazione dall’Egitto. Mi pare che qui si stabilisca una relazione molto forte tra la guerra dichiarata che ci provoca paura e l’unica cosa che può curarla: una memoria di libertà. E’ come se ci si dicesse che la paura non si vince con il coraggio, né tanto meno con l’incoscienza, bensì ricordando che siamo liberi.

Quando ho letto questo primo versetto mi è venuto in mente il discorso del generale nel film “Il pranzo di Babette”. Questo generale, da giovane, fa una certa scelta sulla propria vita e da vecchio viene ricondotto a dire a se stesso che questa è la sera in cui si faranno i conti. “La parte di me che ha scelto di essere una persona per bene – pensa – dovrà darmi ragione, dovrà dirmi se ho scelto bene; questa sera saprò se non mi sono sbagliato!”. In questa occasione, in cui lui dovrebbe misurare se ha fatto bene o no, se davvero è contento della vita che ha avuto, c’è dunque una guerra tra la decisione presa molti anni prima e il sottile rimpianto di non aver fatto un’altra cosa – credo capiamo tutti bene questa situazione: c’è sempre un filo sottile in cui ognuno, seppur contento delle scelte fatte, si dice: se avessi fatto al contrario?!

In questa situazione concreta il generale aspetta che la risposta gli sia data e alla fine fa un discorso per un brindisi, in cui dice più o meno così: “Quando siamo giovani e dobbiamo scegliere abbiamo paura, perché temiamo di sbagliare. Quando siamo vecchi infine i nostri occhi si aprono e scopriamo che ciò che abbiamo scelto ci è stato dato e ciò che abbiamo rifiutato ci è stato concesso ugualmente” 1. Il suo bilancio è: noi pensiamo di dover prendere una cosa e lasciarne un’altra; in realtà poi, se stiamo dentro quella scelta, ci viene concessa anche quella che avevamo rifiutato.

Ed è esattamente un modo più moderno per dire esattamente la stessa cosa: abbiamo paura perché non ci ricordiamo, non abbiamo memoria della nostra libertà; del fatto che noi siamo liberi dalle nostre scelte, non siamo le nostre scelte e non siamo nemmeno le nostre guerre. Ci capita nella vita di dover fare delle guerre e di dover fare delle scelte; possiamo farle meglio o peggio, con maggior lucidità o più confusione, ma se il Signore Dio è con noi e noi siamo con lui, dobbiamo ricordare che la nostra libertà originaria è che non siamo ciò che accade. Certo possiamo fare scelte sbagliate: non esiste una magia per cui uno fa sempre la scelta giusta; possiamo perdere delle guerre – tutti noi ne abbiamo perse, abbiamo creduto, desiderato, voluto qualcosa, abbiamo combattuto per raggiungerlo e qualche volta non ci siamo riusciti – ma rimaniamo liberi dalle nostre sconfitte e dalle nostre scelte sbagliate, per cui possiamo dire: dov’è la prossima guerra? Qual è la prossima battaglia?

Voci che consolano

“Quando sarete vicini alla battaglia…”. Qui si presentano due scene molto strutturate – il libro del Deuteronomio è tutto calcolato, si dice che ha un genere letterario proprio, deuteronomistico, di matrice sacerdotale, scritto come un libro da messa, diremmo noi oggi, quindi tutto bello preciso, e ci sono due scene molto nette. La prima dice: “…il sacerdote si farà avanti…”, la seconda: “…i capi diranno al popolo…”.

Ci sono due voci, due figure (non è un caso che oggi, nei vari spettacoli di varietà ci siano due vallette, una bionda e una bruna; rappresentano le due metà dell’immaginario di bellezza) che rappresentano le due autorità, la religiosa e la civile. Forse noi diremmo: lo spirito e il corpo, o la psiche – la nostra vita interiore – e le cose, la vita com’è.

Ognuno di noi ha un percorso interiore per cui dice ‘io’; e contemporaneamente ha degli “intrighi” esterni, il lavoro, la famiglia… le cose che deve mandare avanti, che vanno avanti come va avanti la vita. Il sacerdote è l’anima interiore, l’autorità interna, i capi sono le cose; e si capisce anche da ciò che dicono. Questi due personaggi si fanno avanti quando si è vicini alla battaglia, non prima. Cioè, tradotto in termini sentimentali, è come per la manna: il coraggio non si può mettere in freezer; non si può fare una scorta di coraggio e accumularlo; solo nella prossimità dello scontro, vicini alla battaglia, solo quando i nemici si fanno vedere e sono forze superiori a me, posso sentire voci che infondono coraggio.

L’inizio a me rimane proprio impresso; non si dice: vedi i cavalli, i carri, forze superiori a te e hai un po’ di paura – quando noi diciamo “ho paura”, tutti ti dicono “fatti coraggio”, come per dire “non c’è motivo di avere paura” -. La Bibbia è più realista e dice: le forze sono superiori a te, hai ottimi motivi per avere paura, è quasi certo che da solo non ce la farai!

Solo quando davvero, sul serio, le forze sono superiori a noi, ci sono delle voci che consolano; ma devono essere due voci, una dentro e una fuori, una voce interiore, trascendente, quella dell’autorità del sacerdote, secondo il linguaggio del testo, e una voce delle cose, che ci parla della vita com’è. Il testo qui mi fa pensare che noi operiamo sempre una riduzione un po’ spiritualista. Le consolazioni sarebbero sempre sentimenti dell’anima, sulle cose invece siamo cinici e realisti o in imbarazzo. La voce della consolazione è interna ed esterna!

“…il sacerdote si farà avanti, parlerà al popolo e gli dirà: Ascolta, Israele!”. Queste due parole sono il ritornello di Deuteronomio. Tutti sicuramente conosciamo il famoso testo di Deuteronomio 6: “Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo”; è il corrispettivo del decalogo, la preghiera che ancora oggi gli ebrei osservanti recitano mattino e sera. Non è un caso che San Benedetto cominci la sua regola con “Ascolta, o figlio”, cioè una voce autorevole che dice: “Ascolta”.

Nel romanzo di Baricco “Oceano mare”, c’è un brano in cui la bambina dice: “Ci sarà pure un padre, un maestro, un sacerdote che mi accompagni fino al mare!”. E’ esattamente questa idea: dobbiamo ascoltare! Ci deve pure essere una voce che possa parlarci, qualcuno che noi autorizziamo ad essere un padre, un maestro! Questa è una cosa che pian piano crescendo si perde. Diventiamo noi stessi punto di appoggio per gli altri e non c’è più nessuno a cui riconosciamo l’autorità. Certo, di per sé, l’unica autorità che ci accompagna fino all’ultimo giorno della vita è la parola di Dio, ma dobbiamo riconoscerle l’autorità perché ci possa dire “Ascolta!”.

“Ascolta, Israele! Voi oggi siete prossimi a dar battaglia ai vostri nemici; il vostro cuore non venga meno”. La sede della paura è il cuore; è il cuore che non deve venir meno. Anche qui la sottolineatura mi sembra notevole. Noi cerchiamo sempre di combattere le nostre paure facendo dei ragionamenti razionali, ma le nostre paure non nascono dal cervello, non ci sono motivi razionali per cui uno non debba avere paura in certe situazioni, perché le paure nascono dal cuore, dalla profondità del nostro essere radicati nella nostra vita, dalla nostra guerra profonda, che spesso è tra me e me.

Ci sono poi tre verbi riferiti al popolo e tre riferiti a Dio: “non temete, non vi smarrite e non vi spaventate dinanzi a loro, perché il Signore vostro Dio cammina con voi per combattere per voi contro i vostri nemici e per salvarvi”.

Voci interne

Non temete, non vi smarrite, non vi spaventate davanti al nemico, perché il Signore Dio cammina, combatte, salva. Penso che potreste divertirvi a rimanere un po’ di tempo su questi sei verbi.

Vi offro una provocazione… Ognuno di noi, se li scrivesse in coppia su un pezzo di carta e li lasciasse appesi al frigorifero in cucina, passandoci davanti molte volte al giorno, un po’ alla volta comincerebbe a vedere quante sfumature di significati, quante interrelazioni e legami hanno questi verbi. Questo è un antico modo di ascoltare la parola di Dio: uno si annota delle parole, per esempio: “temere, smarrirsi, spaventarsi davanti a qualcuno”; “camminare con, combattere per, salvare”. Le scrive, le appende in bella vista e le lascia lì un mese, e tutte le volte che ci passa davanti le legge; alla fine vedrete che si nota qualcosa che non si era visto leggendole una sola volta.

“…non temete, non vi smarrite…”. Temere è un verbo assoluto: io temo, ho timore. E’ un verbo tutto interno, è una cosa che riguarda me, che io sento, non la posso nemmeno spiegare. Invece smarrirsi non è un verbo assoluto; è un verbo del rapporto tra dentro e fuori perché dipende da dove voglio andare. Noi possiamo gironzolare; a quel punto non ci siamo smarriti, stiamo passeggiando, girovagando senza una meta precisa, è molto rilassante. Ci smarriamo se abbiamo il desiderio di andare da una parte e i nostri piedi vanno da un’altra; a quel punto ci siamo smarriti, perché non stiamo girovagando piacevolmente in una domenica pomeriggio, senza meta. E’ un tema di rapporto tra dentro e fuori.

“…non vi spaventate dinanzi a loro…”. È una cosa di fuori, ci si spaventa di fronte a qualcuno. La paura ha tutte e tre queste dimensioni: una tutta dentro, una tutta fuori e una di relazione tra dentro e fuori. Quando uno vuole combattere la propria paura dovrebbe farlo su tutti e tre i livelli, perché se lo fa su uno solo, tiene fermo uno dei tre, ma gli altri due continuano ad andare per la loro strada. Noi di solito o combattiamo la paura dentro facendo scelte volontaristiche (“ce la devo fare!”) oppure la combattiamo tutto fuori spostandoci, facendo un’altra cosa, negando. In genere neppure vediamo che ci sarebbe da combatterla nel legame tra dentro e fuori.

La cosa più carina è che ci sono anche gli altri tre verbi in cui si dice perché uno non deve temere, non deve smarrirsi e non deve spaventarsi davanti ai nemici: “… perché il Signore vostro Dio…”. Bastava un verbo solo: non avere paura perché lui ci pensa e risolve il problema! Era chiaro, immediato. Ma la consolazione non è questo: arriva uno che al posto tuo risolve ogni situazione! No. La consolazione è una memoria di libertà. E dunque:

  • il Signore vostro Dio cammina con voi…”, che sarebbe, – faccio una traduzione a cartoni animati – se io temo dentro in genere non c’è parola esterna che mi possa curare, ma solo uno che fa strada con me, fa compagnia al mio timore dentro.
  • “…per combattere per voi…”, ovviamente è il corrispettivo allo smarrirsi, al dentro-fuori, sta dalla tua parte, ti dà una mano nella battaglia.
  • “…e per salvarvi”. Ed è carino, perché il tutto fuori non è che sgomita, non è contro gli altri, bensì è per te.

Spero di avervi dato una prima indicazione su questi sei verbi da scrivere e mettere in vista; il mese prossimo mi direte tutto ciò che avrete pensato. Questo è ciò che dice il sacerdote, è il pensiero interiore, non delle cose; poi…

Voci esterne

“I capi diranno al popolo: c’è qualcuno che abbia costruito una casa nuova e non l’abbia ancora inaugurata? Vada, torni a casa, perché non muoia in battaglia e altri inauguri la casa. C’è qualcuno che abbia piantato una vigna e non ne abbia ancora goduto il frutto? Vada, torni a casa, perché non muoia in battaglia e altri ne goda il frutto. C’è qualcuno che si sia fidanzato con una donna e non l’abbia ancora sposata? Vada, torni a casa, perché non muoia in battaglia e altri la sposi. I capi aggiungeranno al popolo: C’è qualcuno che abbia paura e cui venga meno il coraggio? Vada, torni a casa, perché il coraggio dei suoi fratelli non venga a mancare come il suo”.

E’ interessante; prima della battaglia ci sono quattro buoni motivi per non farla, per tornare a casa; anzi, sono tre più uno. I primi tre sono quello che noi, con i termini della psicologia del novecento, chiameremmo in un altro modo, sono le tre strutture portanti della vita umana: la casa, cioè lo stare presso di sé, l’identità; la vigna, cioè la produttività, il fare, il progettare, costruire, raccogliere i frutti, trafficare; la fidanzata, cioè il mondo degli affetti, la relazione gratuita. Più chiaro di così non si può: la casa, la vigna e la fidanzata!

Penso che il famoso proverbio “moglie e buoi dei paesi tuoi” sia costruito su questa struttura, cioè dice: gli affetti e la produzione devono coincidere con la casa. Da sempre gli esseri umani sanno che sostanzialmente siamo fatti di tre cose, anche se le hanno chiamate in modi diversi: di una identità, uno stare presso noi stessi; di un fare, una necessità di produrre, vedere qualche risultato ad un desiderio o progetto, fosse pure il più semplice; di una forma di relazione gratuita, improduttiva, non mercantile. Questi tre elementi poi si mescolano in vari modi a seconda delle stagioni della nostra vita, si risolvono in tante maniere, non è detto che corrispondano a comprare un appartamento, avere una buona professione, avere una moglie e sette figli… Possono anche essere tante altre cose, ma queste sono le strutture fondanti.

Allora, cosa dicono questi capi? Ecco le condizioni, i motivi per non fare la guerra:

  • “C’è qualcuno che abbia costruito una casa nuova e non l’abbia ancora inaugurata?…”. Se qualcuno non ha ancora inaugurato la propria identità, non si metta a far guerra. Se uno non sa nulla di sé, non si metta nella condizione di aver paura, perché prima bisogna sapere qualcosa di sé.
  • “C’è qualcuno che abbia piantato una vigna e non ne abbia ancora goduto il frutto?…”. Se uno non sa nulla del proprio potere di produzione, se non ha ancora mai avuto la soddisfazione di aver fatto una cosa, non si metta a far guerra.
  • “C’è qualcuno che si sia fidanzato con una donna e non l’abbia ancora sposata?…”. Se uno non ha ancora mai vissuto la gioia e l’ebbrezza di una relazionalità gratuita, di affetti donati e non meritati, non si metta a far la guerra…

Perché, per affrontare la paura, bisogna essere adulti, cioè aver cominciato ad avere una casa, aver cominciato a piantare la propria vigna e avere cominciato ad avere la gratitudine verso gli affetti che non ci siamo meritati.

La paura è faccenda di adulti, non di bambini. E si ha paura quando si ha una vita. Se non si ha una vita non si ha paura, perché non c’è niente da difendere. Aver paura è una questione seria, è un passaggio che fa di un adulto un sapiente. Se uno non è adulto, lasci proprio perdere!

Qui si dice: se uno non ha ancora fatto per sé, vada a fare per sé. Prima di essere santi, in qualche modo, bisogna essere persone – traduzione ultrasemplice. Il famoso versetto evangelico che dice “Ama il prossimo tuo come te stesso”, presuppone che uno abbia una vaga idea di che cosa vuol dire amare se stesso. In genere noi amiamo molto poco gli altri perché non amiamo affatto noi stessi; dunque siamo molto evangelici: amiamo gli altri come noi stessi, cioè poco, perché normalmente non abbiamo fatto grandi conti sull’amare noi stessi. Qui si dice: tornate a casa perché altri non facciano ciò che voi vi meritate, ciò che voi dovete fare per voi stessi!

C’è però una quarta condizione:

  • “C’è qualcuno che abbia paura e cui venga meno il coraggio? Vada, torni a casa, perché il coraggio dei suoi fratelli non venga a mancare come il suo”.

Non c’è solo un problema verso noi stessi, c’è anche verso gli altri: la paura è contagiosa. Se non abbiamo fatto i conti tra noi e noi, la nostra paura fa male agli altri. Se non ci siamo ancora occupati della nostra casa, della nostra vigna, della fidanzata, questa cosa non danneggia solo noi! Qui c’è una cosa che non balza agli occhi immediatamente, ma credo che tutti ne facciamo esperienza; abbiamo tutti un collega, un amico, un conoscente cui vogliamo bene, che ha tante qualità, ma non avendo affrontato una o due questioni sue, diventa insopportabile su alcuni aspetti e in alcune occasioni. Ha delle fisse, se la prende per alcune questioni e, come sempre si fa in queste situazioni, diciamo quella frase tremenda: “Lui è fatto così, bisogna solo sapere come prenderlo!”. Lo trattiamo da normale per il novanta per cento della sua esistenza, per il restante dieci per cento lo trattiamo da deficiente, perché sappiamo che lì c’è un punto, un problema della sua vita che lui non ha saputo guardare in faccia e ragiona male, ha delle reazioni inconsulte; ed impariamo a girare intorno a questo punto delicato. Se poi di questa persona non ci importa più di tanto, ci giriamo intorno per autodifesa, e cerchiamo di non dover incrociare quel punto doloroso. Con le persone cui vogliamo bene, ci arrabbiamo un po’ di più, cerchiamo di spiegarci, e alla fine ci consoliamo con la solita frase: “Va beh, è fatto così…”. E tutti in fondo ci chiediamo: gli altri, che dicono di noi? Che siamo fatti come? Perché non siamo del tutto certi di sapere bene come siamo fatti.

Questa è la faccenda: se uno non ha inaugurato la sua casa, piantato la sua vigna, sposato la sua fidanzata, se uno non si è occupato di sé, rimangono dei buchi in cui la paura che si genera diventa contagiosa, rompe le scatole all’universo mondo, e di lui si dice: è fatto così, ha quel carattere, mica ci vuoi discutere tutte le volte! Nelle famiglie si dice: “Papà è fatto così”. Ma così come? Cosa vuol dire? Forse su alcune questioni è fatto anche male, ma non vuol dire che ti vuol meno bene. Forse si potrebbe dire: è fatto così ed è fatto male, bisognerebbe occuparsene…

“C’è qualcuno che abbia paura e cui venga meno il coraggio?”: è la faccia dei conti non fatti, che ricade sugli altri.

Credo che questo testo, nonostante il linguaggio guerresco, cominci a mostrare alcune questioni.

Cosa succede quando la guerra si fa?

Breve riflessione sui versetti 10-20

I dieci versetti che vengono dopo, dicono che cosa succede quando la guerra si fa e sono veramente tosti da leggere. “Quando ti avvicinerai a una città per attaccarla, le offrirai prima la pace. Se accetta la pace e ti apre le porte, tutto il popolo che vi si troverà ti sarà tributario e ti servirà”. Bella forma di pace!!! Io offro la pace, se accettano, diventano miei servi!

“Ma se non vuol fare la pace con te e vorrà la guerra, allora l’assedierai. Quando il Signore tuo Dio l’avrà data nelle tue mani, ne colpirai a fil di spada tutti i maschi; ma le donne e i bambini, il bestiame e quanto sarà nella città, tutto il suo bottino, li prenderai come tua preda…” non è che li lasci salvi, ti prendi tutto!

“…mangerai il bottino dei tuoi nemici, che il Signore tuo Dio ti avrà dato”. Se si sostituisce il bottino con il petrolio, una serie di ragionamenti diventano improvvisamente chiari!

“Così farai per tutte le città che sono molto lontane da te e che non sono città di queste nazioni”. Era difficile (per Bush) trovare un testo più adatto alla situazione!

“Soltanto nelle città di questi popoli che il Signore tuo Dio ti dà in eredità, non lascerai in vita alcun essere che respiri…”. Ci sono, poi, delle città speciali in cui nemmeno i bambini, le donne, il bestiame dovrà essere tenuto in vita. “…ma li voterai allo sterminio: cioè gli Hittiti, gli Amorrei, i Cananei, i Perizziti, gli Evei e i Gebusei, come il Signore tuo Dio ti ha comandato di fare, perché essi non v’insegnino a commettere tutti gli abomini che fanno per i loro dèi e voi non pecchiate contro il Signore vostro Dio. Quando cingerai d’assedio una città per lungo tempo, per espugnarla e conquistarla,non ne distruggerai gli alberi colpendoli con la spada; ne mangerai il frutto, ma non li taglierai, perché l’albero della campagna è forse un uomo, per essere coinvolto nell’assedio? Soltanto potrai distruggere e recidere gli alberi che saprai non essere alberi da frutto, per costruire opere d’assedio contro la città che è in guerra con te, finchè non sia caduta”.

È un testo molto pesante, un grande manifesto di guerra, sul quale desidero offrivi cinque considerazioni.

Vorrei in primo luogo ricordare, al di là delle battute, che quando diciamo con grande facilità, che l’Islam proclama la Jihad, la guerra santa contro gli infedeli, anche noi avremmo qualche elemento su cui riflettere. Abbiamo un rapporto con questo testo come molti islamici ce l’hanno rispetto ai testi in cui si parla della Jihad. Anche nella Bibbia il testo che parla di guerra c’è.

Dovremmo acquisire la delicatezza di ricordare che ogni esperienza religiosa di una verità creduta e servita, è sempre vista in modo diverso se guardata dall’interno o dall’esterno, e la misura di buon senso che noi applichiamo vedendo dell’interno la nostra storia, dovremmo sforzarci di immaginarla anche per tutti quelli che guardiamo dall’esterno, che non sono automaticamente non dotati di buon senso.

Seconda questione: nella scrittura troviamo tutti gli elementi che sono presenti nella storia e nella vita. Lo sterminio, la violenza, l’abominio, la durezza, ma anche i metodi radicali di distinzione dagli altri, di difesa, per esempio, della purezza della fede – li voterai allo sterminio perché non vi insegnino a commettere tutti gli abomini…- fanno parte della nostra storia; sarebbe meglio che non ci fossero, ne saremmo tutti lieti; ma questo si darà solo nel regno dei cieli. Dobbiamo fare del nostro meglio perché siano ridotti al minimo, nel piccolo e nel grande, ma dobbiamo anche essere molto realisti: c’è una dimensione strutturale di violenza nella storia dell’uomo, e i cristiani sono gli ultimi che dovrebbero stupirsi, perché la Bibbia ci dice che c’è una cosa che si chiama peccato originale, quindi non ci dovrebbe stupire che il male è in mezzo a noi, molte volte in noi. E che di per sé ci viene sempre più immediata e spontanea una reazione violenta! Questo non dovrebbe stupirci, è l’inganno del maligno; lo sappiamo.

Terzo elemento: non vogliamo fare una lettura fondamentalista di questo testo, usarlo come è stato usato. Chi è pratico di internet, e inserisce sul motore di ricerca “Google.it” Deuteronomio 20, vede un gran numero di dibattiti, articoli, domande e risposte su questo discorso di Bush e su questa citazione. Se mettete qualsiasi altro passo della Bibbia, vengono fuori poche voci, perché non c’è tutto questo scrivere di cose relative alla Scrittura. Questo testo, per esempio, non è mai commentato nelle raccolte di omelie o di commenti delle chiese protestanti.

Non volendo fare una lettura fondamentalista, abbiamo una griglia antica, che viene dalla tradizione, la lettura spirituale della scrittura, e anche qui dobbiamo essere realisti. Le guerre interiori non sono meno violente e portatrici di sterminio delle guerre esterne. E chiunque di noi è sopravvissuto ad una propria guerra interiore, lo sa bene! Le guerre interiori lasciano morti e feriti… dentro e anche fuori! Non si passa mai un tempo difficile senza ferire qualcuno intorno a noi. Dovremmo diventare un po’ meno faciloni e sapere, superati i dieci anni e l’innocenza infantile, che ogni passaggio duro e felice per noi lascia morti e feriti, e che forse ci sono degli stermini dentro di noi che vanno compiuti. Cioè, ci sono delle città interne di pensieri, o desideri – è il mio carattere, sono fatto così – che vanno semplicemente sterminati.

Quarto: la pace è un grande valore e la non violenza anche, ma ogni tanto ho un po’ la sensazione che siamo diventati culturalmente succubi di letture sentimentali di questa faccenda. Cioè è di moda ragionare sulla pace. Lo ribadisco, è un grande valore, è un bene messianico; tutti i profeti dicono che il regno di Dio, quando sarà compiuto, sarà un regno di pace; proprio per questo i cristiani sanno che la pace viene da Dio e che, certo, dobbiamo fare del nostro meglio per cercare di costruire e mantenere la pace, essere disposti a fare tutto ciò che è nelle nostre capacità, energie, intelligenza, capacità di mediazione… Ma non dobbiamo raccontarci che basta essere un po’ buoni perché tutti vadano d’accordo. La pace ha prezzi altissimi e soprattutto prezzi di autolimitazione. La pace non è il paese dei balocchi di Pinocchio dove tutti hanno tutto e sono sempre in vacanza. La pace, i cristiani lo sanno benissimo, è instaurata dal Signore crocifisso, che l’ha pagata con la sua vita! La pace non si ha mai a buon mercato!

E’ come quando uno dice: mi ha trattato malissimo, non posso perdonarlo! E gli si ricorda il valore del perdono. Sì, ma io lo perdonerei se avesse avuto ragione a dire quelle cose; siccome ha torto, no, non posso perdonarlo. Se avesse avuto ragione, non dovresti perdonarlo, perché era giusto il suo comportamento. E’ quando ha torto che lo devi perdonare.

Sulla pace noi ragioniamo un po’ così. La pace… però gli altri non sono disponibili a fare la pace con me… La pace uno la paga in proprio, perché se la fa pagare agli altri è solo una forma mascherata di violenza. Cioè: attenzione alla dimensione culturale un po’ di moda; la pace è una faccenda seria e bruciante, e una dimensione strutturale della violenza, anche in noi stessi, non è così facile da smontare.

Quinto e ultimo punto, ancora più impopolare. Tutto sommato, questo genere letterario un po’ violento nella scrittura, ogni tanto e a piccole dosi a me piace, perché abbiamo sempre l’immagine ottocentesca della fede come una cosa di vecchi e di bambini, una cosa dolce e un po’ debole, di chi non ha più fiato, energie, di chi ha fatto tutto ciò che doveva nella vita e non potendo più fare gran che, si occupa di Dio. Invece nella scrittura c’è quella che una civiltà antifemminista definirebbe un’immagine virile della fede, una fede nella pienezza della forza, dell’energia, dello scontro, della produttività, del difendere le proprie idee, del lottare. Io credo che oggi noi abbiamo un’idea molto femminea in senso negativo, sentimentale, smorzata, senza spigoli, senza durezze. Come se la fede fosse solo una questione di un buon senso equilibrato, che sta nel mezzo, dà ragione a tutti e non alza mai la voce. Credo che un po’ di genere letterario robusto ci ridia anche un senso della fede che è nel pieno, non nel declino dell’energia, che non è solo consolatoria, ma conquistatrice di noi stessi, della nostra vita, dei desideri.

Fossano, 13 gennaio 2007

(testo non rivisto dal relatore)


1 Le parole esatte del film suonano così:

«Misericordia e verità si sono incontrate, amici miei, rettitudine e felicità debbono baciarsi!
Nella nostra umana debolezza e miopia crediamo di dover scegliere la nostra strada e tremiamo per il rischio che quindi corriamo. Abbiamo paura! Ma no, la nostra scelta non è importante.
Viene il giorno in cui apriamo i nostri occhi e vediamo e capiamo che la grazia di Dio è infinita: dobbiamo solo attenderla con fiducia ed accoglierla con riconoscenza. Dio non pone condizioni Non preferisce uno di noi piuttosto che un altro.
Ciò che abbiamo scelto ci viene dato e, allo stesso tempo, ciò che abbiamo rifiutato ci viene accordato. Perché misericordia e verità si sono incontrate, rettitudine e felicità si sono baciate».

Anno pastorale: 2006/2007

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Stella Morra
1. PAURA E REALTÀ
Gen 3, 1-13
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Associazione Culturale
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