31 Marzo 2007
Stella Morra

6. UN’ALTRA REALTÀ

Commento a: Mc 9, 2-13


Premessa

Siamo ormai al penultimo incontro del percorso di lectio di quest’anno. Facciamo come sempre un po’ di riassunto delle puntate precedenti, per riprendere il filo del percorso. Riflettendo sul tema della paura abbiamo dedicato quattro incontri a cercare di comprendere meglio cosa ci dice la scrittura circa la paura da un punto di vista antropologico, cioè la descrizione della paura, di come a tutti, credenti o non credenti, in un modo o in un altro, in un tempo o in un altro della nostra vita, capita di dover fare i conti con una o più paure. Dalla volta scorsa, con i testi dal Vangelo di Marco, stiamo facendo una lettura ‘cristologica’ della paura – così l’abbiamo definita, in modo un po’ presuntuoso – cioè come questa esperienza della paura assuma una connotazione particolare, come si articoli, cosa chiami in causa quando viene fatta all’interno di un tentativo di essere credenti in Gesù Cristo. La volta scorsa, con il racconto della tempesta sedata,  abbiamo ragionato su fede e paura – per dirlo con un titolo.  Per mantenere lo stesso tono, il testo di oggi si dovrebbe intitolare salvezza e paura. Stiamo finendo il tempo quaresimale e ci sembrava bello inserire questo tema in questo momento liturgico.

Il racconto della trasfigurazione è molto conosciuto, è un episodio che abbiamo tutti nelle orecchie e negli occhi, ma ci lascia un po’ perplessi, perciò merita qualche parola di introduzione. Gesù che insegna … ci sembra chiaro; Gesù che fa miracoli … è un po’ meno chiaro, ma possiamo capirlo, anche come metafora, come icona; un episodio come questo, dove Gesù sembra un po’ un superman,  è per noi meno evidente. E’ come se ci fosse molto più facile cogliere l’aspetto di Gesù maestro che insegna, spiega, dà indicazioni, si propone come modello …- tutte queste cose le capiamo, fanno parte della nostra esperienza umana – anziché quegli episodi in cui Gesù è presentato dagli evangelisti come il Signore, in una posizione tale che … non mi insegna nulla, in quanto io non posso seguirne l’esempio, non posso trasfigurarmi… Che cosa c’è da imparare?..

Da questo punto di vista, dunque, mi pare un brano molto conosciuto, ma che rischia di non diventare un perno su cui la vita dei credenti si misura e cresce.

Comincio con due osservazioni generali.

Questo è un brano tra i più attestati di tutto il Nuovo Testamento: il racconto della trasfigurazione è, non solo, riportato dai tre sinottici in modo praticamente identico – che è un caso molto raro, perché spesso raccontano, sì, gli stessi episodi, caratterizzandoli però ognuno con il proprio genere letterario – ma è anche uno dei pochissimi brani evangelici attestato in tutti gli apocrifi, nei vangeli gnostici… E’ un racconto che ha inciso in modo forte, dice che qualcosa è proprio successo, ha un tasso di prova storica altissima. E’ uno dei testi in assoluto più commentati dai Padri o dagli scrittori medievali. Ha costituito uno zoccolo duro della tradizione, qualcosa che necessariamente doveva essere ricordato e che, contemporaneamente, fa un po’ da pietra di inciampo, perché è un racconto strano, non si capisce bene cosa sia successo, che tipo di lettura miracolistica ci sia … Che cosa vuol dirci questo brano? E’ anche uno dei testi più rappresentati nella pittura, e ben si presta! L’elemento di rottura per l’immagine è che l’episodio avviene su un monte, ma pare che tutti i pittori non riescano a metterlo su un monte; fanno strani esercizi con il monte, per cui ci sono collinette quasi piatte, spigoli sporgenti… Cioè, dal punto di vista visivo, quello che è il problema teologico del totale verso l’alto, del non avere una materialità di vita, di non essere un insegnamento, una dottrina, un miracolo, ma qualcosa di totalmente trascendente, … anche nella rappresentazione di pittura si vede, per cui si fanno strani disegni di monti perché i pittori non riescono a sistemare questa prospettiva in alto. Siamo di fronte ad un testo  che insieme a pochi altri –  quelli della passione, delle apparizioni del risorto – ha una solidità di ricezione, ha segnato la storia del cristianesimo, un po’ come pietra d’inciampo, perché non si sapeva mai bene dove metterlo, e un po’ perchè colpisce questa immagine, che consente tante figure nella nostra mente.

E’ uno dei testi legati più presto, nella vita dei credenti, a una festa liturgica, viene trasformato in una festa del Signore, in una celebrazione in modo molto costante. E’ una di quelle feste che unisce i cristiani dell’occidente e dell’oriente.  Sulle feste ci siamo ben maltrattati e ancora ora si discute sulla data della Pasqua – e non è cosa da poco! I cristiani d’oriente la celebrano in una data e noi in un’altra. E le feste non sono una cosa così secondaria! Su questa festa l’attestazione è comune, ma ci dividiamo sulla data; non la data della festa, perché dopo il Concilio Vaticano II siamo tornati alla data più antica, quella scelta dagli orientali, il sei di agosto – mi colpisce sempre molto la coincidenza della  festa liturgica della trasfigurazione con l’anniversario della bomba su Hiroshima, bella forma di trasfigurazione e di luce splendente! e con l’anniversario della morte di Paolo VI. Ma la lettura del testo, per noi latini, è rimasta nella data che prima usavamo per la festa, la seconda domenica di quaresima. E’ interessante: gli orientali raccolgono della festa l’aspetto di luce, una luce di visione così grande da accecare, e la mettono in quello che è considerato, secondo il calendario giuliano, il giorno più luminoso dell’anno, il giorno che ha più ore di luce, e quindi accoppiano la festa a questa idea di luminosità abbagliante. I cristiani latini, che sono un po’ meno simbolici, collegano questa festa al suo aspetto oscuro, alla nube e al preannuncio della passione e, da bravi pragmatici, la mettono, anche qui secondo un calcolo leggendario, nel punto dove, cronologicamente, dovrebbe stare rispetto alla passione. Questo episodio avviene mentre Gesù si avvia a Gerusalemme, due settimane prima della morte e risurrezione; noi latini abbiamo una visione più materialista della cosa, più legata al preannuncio della passione e al dato oscuro.

Questa è una festa di luce talmente intensa da diventare oscurità; di gloria talmente grande da diventare l’umiliazione della morte sulla croce; è una festa totalmente sotto la regola della nostra storia, di un’ambiguità in cui la realtà è sempre una medaglia a due facce. Uno degli esercizi che gli umani fanno è quello di moderare sempre gli eccessi: non gioire tanto per non dover poi soffrire tanto; pensare di non sapere tanto per non dover, poi, riscontrare l’abisso della propria ignoranza… Tutti nasciamo estremisti, da bambini siamo per il bianco e il nero, i buoni e i cattivi, il giusto e lo sbagliato, felicità e delusione, entusiasmo e disperazione, siamo capaci di felicità assolute e di pianti inconsolabili, disperati, altrettanto assoluti. Poi, crescendo, è come se ci educassimo a non prendere più niente così sul serio e disimparassimo una misura assoluta, perché impariamo presto che ogni felicità assoluta, poi ha un pianto inconsolabile e viceversa; ogni pianto inconsolabile, ha, poi, una felicità assoluta e noi, imparando le esagerazioni, cominciamo a difenderci e cerchiamo vie intermedie. Il mito di molti adulti è una vita tranquilla. Come se fossero rassegnati a non essere troppo felici, per non essere, in cambio, troppo infelici.

Questo racconto, almeno nella storia di come è recepito nella vita cristiana, della sua attestazione e della sua collocazione liturgica, è invece un racconto di esagerazioni, di una luce intensissima che è l’altra faccia, non disgiungibile, del buio a mezzogiorno del giorno della croce. E’ l’altro modo di dire che non c’è resurrezione se non c’è croce, ma anche che non c’è croce senza che ci sia, prima o poi, una resurrezione. Forse ci dovrebbe insegnare che, se bisogna ritornare come bambini, almeno un po’ il senso delle esagerazioni bisogna riprenderlo! Bisogna ritornare ad essere capaci di amori assoluti, di desideri e slanci assoluti, sapendo che la loro metà oscura non è il contrario; che il dolore assoluto non è il contrario di una felicità assoluta, è il suo fratello gemello. È un’altra cosa. Il desiderio assoluto non è il contrario di una frustrazione assoluta, ma il suo fratello gemello.

Seconda considerazione: è inevitabile fare, una volta tanto, una introduzione un po’ dotta perché il testo è troppo centrale. Spesso noi leggiamo il testo così com’è, ma bisognerebbe sempre metterlo nel suo contesto. Vi invito, in questa settimana santa, in preparazione alla Pasqua, a leggere questo testo nel suo contesto globale: vangelo di Marco, da 8,22 a 10,52. E’ una grande unità che inizia e finisce con lo stresso episodio, e questo ci dice che è costruita a tavolino; chi l’ha scritta ci ha pensato bene e mette un inizio, svolge l’argomento, per concludere con lo stesso tema dell’inizio. Sia all’inizio che alla fine c’è un racconto di guarigione; in tutti e due i casi si guarisce un cieco, uno a Betsaida e uno a Gerico.

Uno dei nostri problemi è che, sentendo i testi nella liturgia e leggendoli a pezzi, non sappiamo distinguere il racconto della guarigione di un cieco da un altro, pare che i racconti siano tutti uguali, li sovrapponiamo un po’.  In realtà in un caso il cieco dice: “Gesù, figlio di Davide abbi pietà di me”, era cieco dalla nascita; poi c’è l’episodio raccontato da Giovanni in cui i discepoli chiedono a Gesù “Rabbì, chi ha peccato,lui o i suoi genitori, perché egli nascesse cieco?” .

Se uno leggesse il Vangelo tutto di fila, si renderebbe conto che ci sono alcune malattie un po’ speciali che vengono periodicamente prese in considerazione, e la cecità è una di quelle, non solo perché nelle società antiche era più facile essere condannati alla cecità, ma perché la cecità è il contrario di vedere, e perché guarire dalla cecità significa che ‘ci sono aperti gli occhi’. Dire mi si sono aperti gli occhi, ho improvvisamente visto, è diverso dal dire ‘qualcuno mi ha spiegato’! Quando diciamo mi si sono aperti gli occhi, è come se dicessimo: ma io dov’ero fino a due minuti fa? Com’è che questa cosa non l’avevo mai vista?

Sulla strada … il tempo della storia

Dunque ci sono questi due racconti di guarigione e due espressioni letterarie uguali, all’inizio e alla fine, e tutti e due gli episodi, si svolgono ‘per via’. Ed è chiaro: nel racconto di Marco è la strada che va a Gerusalemme, la strada che porterà Gesù al Calvario. Questo racconto è proprio “on the road”, sulla strada, un  pezzo di racconto tra l’essere sulla strada … e l’essere sulla strada! Gerusalemme sarà il luogo di arrivo; è la città che scende dal cielo alla fine di Apocalisse. Gerusalemme è la casa, là tutti siamo nati, dice il Salmo. Gerusalemme è l’immagine della casa interiore, del luogo che ci nutre, ci custodisce, ci protegge.

La strada, in tutta la scrittura, è il luogo della storia. Noi diremmo: è il tempo della storia, stiamo tutti tornando a casa, con tutto ciò che succede quando uno sta tornando a casa. E queste strade, in tutta la scrittura, sono sempre costellate di monti. Tante volte ci siamo soffermati sul racconto dove, tra il monte Carmelo e il monte Oreb, c’è quella strada in mezzo, ed Elia dice:”Ora basta, non sono migliore dei miei padri, basta così, fammi morire”. Il tempo della storia ha una caratteristica fondamentale: stanca. Questa è la caratteristica della storia, secondo la scrittura, vivere stanca. E la strada stanca! Poi è anche appassionante, è bello, uno è contento di camminare, si sente pieno di energie, incontra le persone… tutte le cose belle che volete, ma la caratteristica fondamentale, che rimane costante, nell’incostanza del tutto, è che stanca. Il tempo della stanchezza è il tempo sulla strada, tra un cieco guarito ed un altro cieco guarito. In mezzo c’è un monte, il monte Tabor, chiaramente il monte su cui Gesù sarà crocifisso.

Questa è l’unità, costruita con la ripetizione  della stessa cosa per tre volte, per far meglio capire. In due capitoli, per tre volte, succede la stessa cosa: un preannuncio della passione, i discepoli che non riescono a capire niente, e Gesù che spiega. E’ una spiegazione a prova di tonto, più chiaro di così non si può; solo se uno non vuol capire non capisce! E’ come dire: attenzione a ciò che vedete, perché forse non vedete. Quello che vedete è sgradevole, cioè, il mondo non funziona e non è che se uno è buono tutto gli va bene, no, il mondo non funziona. Il preannuncio della passione ci dice: se tu sei buono, fai tutto bene, le scelte giuste, sei generoso, ti mettono in croce, perché l’unico giusto finisce in croce, dunque se vi aspettate che basti essere buoni per essere contenti, lasciate perdere, non è così che succede. Ci sono le proteste dei discepoli, che dicono: va be’, sì, ma in fondo ci sarà modo di cavarsela un po’… e Gesù che, con santa pazienza, rispiega che è proprio così, la strada è lunga e faticosa, e dopo la terza volta… c’è di nuovo la guarigione di un cieco, cioè… rimangono ciechi. La trasfigurazione sta nella prima di queste tre ripetizioni, subito dopo il preannuncio della passione, quando Pietro prende in disparte Gesù per  rimproverarlo e Gesù gli dice :”Lungi da me, satana”. E poi, al versetto 1 del capitolo 9 dice una frase misteriosa: “In verità vi dico: vi sono alcuni qui presenti, che non morranno senza aver visto il regno di Dio venire con potenza”.

E’, questa, una delle frasi più percorse dalle sette millenariste, da quelli che contano gli anni… A me ha sempre fatto pensare che qui avevano toppato, fino a che ho fatto un passaggio della serie, gente come me è proprio tonta, incapace di fare uno più uno, nel senso che quelli tra loro presenti che non morranno senza aver visto il regno di Dio, sono i tre che subito dopo vengono portati sul monte della trasfigurazione. Per noi vedere il regno di Dio sarebbe la fine del mondo, ma, molto banalmente, questo versetto dà il senso del racconto sulla trasfigurazione. Alcuni tra i presenti, che non morranno senza aver visto il regno di Dio, sono Pietro, Giacomo e Giovanni che, ben prima di morire, vengono accompagnati sul monte per vedere il regno di Dio. Il che ci mette subito su una questione interessante per tutti noi e cioè: siamo sicuri che ci aspettiamo le cose giuste?  Così come uno si aspetterebbe che vedere il regno di Dio significhi essere ancora vivi alla fine del mondo, forse ci sono tante cose nel cristianesimo su cui diamo per scontato che vogliano dire quello e le aspettiamo, ma non si realizzano. Domandina marginale: tutti vorremmo essere contenti. Siamo del tutto certi di stare aspettando le cose giuste per essere contenti? Siamo certi di sapere cosa stiamo aspettando? Oppure, come degli adolescenti un po’ irosi e leggermente arrabbiati con il mondo,  aspettiamo che accada qualsiasi cosa per poi dire: non era questo che mi serviva per essere contento, volevo un’altra cosa – ma non sappiamo quale sia! La traduzione di questo discorso un po’ rude è: ma che idea abbiamo di salvezza? Cioè, che cosa ci aspettiamo che sia essere salvati?

Sei giorni … fede, amore… e grazia

Il racconto, secondo me, ascoltato un po’ più di volte, ha un tono, per un verso, molto più misterioso e, per un altro verso, molto più chiaro. Ha una logica schiacciante e, contemporaneamente, è pieno di segreti. Quello di Marco  è conosciuto come il vangelo segreto, perché il tema di tenere il segreto su Gesù, del non dire, di parlare in parabole perché non capiscano, è un tema molto forte.

“Dopo sei giorni…”sei giorni nella scrittura sono un ciclo importante, è il tutto della storia; il giorno del riposo di Dio ci mette l’interezza dell’eternità; i sei giorni sono quelli della creazione, del lavoro, delle cose, degli animali; sono i sei giorni, quelli che toccano a noi, il settimo è il giorno di Dio, i sei giorni sono lo svolgimento della vita quotidiana. Dopo sei giorni c’è il settimo, il giorno di Dio “…Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e li portò sopra  un monte alto …”.

Io mi sono un po’ divertita a cercare perché Gesù abbia scelto Pietro, Giacomo e Giovanni e non altri tre. Perché questo privilegio? Noi siamo un po’ egualitaristi e ci dà un po’ fastidio che ci siano dei privilegi, che a qualcuno sia dato qualcosa che non è dato agli altri. Ho trovato delle spiegazioni divertenti negli scritti dei Padri. Tutti sono più o meno d’accordo su Pietro – è vero che poco prima è stato chiamato satana, ma poco prima ancora c’è stata la professione di fede di Pietro stesso che ha detto: “Tu sei il Cristo” … e si sarebbe guadagnato questo privilegio. Un Padre dice: Pietro è scelto perché ama molto il Signore; Giovanni è scelto perché è molto amato dal Signore e Giacomo è scelto perché … è il fratello di Giovanni. Pietro e Giovanni, in tutta la scrittura neotestamentaria, sono le due immagini della fede e dell’amore. Pietro è testone e ostinato, pasticcione, tradisce, non vuole farsi lavare i piedi, … sbaglia tanto perché  è anche uno che si fida tanto, e va dietro a Gesù, è la fede. Lo stesso Padre che citavo adesso dice: l’amore riconosce, ma è la fede che si muove, commentando il racconto di Giovanni dell’apparizione sul lago in cui Giovanni, dalla barca dice: “E’ il Signore” e Pietro si tuffa.

Pietro e Giovanni rappresentano queste due dimensioni, la dimensione riconoscitiva, identificativa, relazionale, ma anche la dimensione adulta, ostinata, fedele che magari è un po’ ottusa, però rimane lì, non molla. Fin qui tutti i Padri, variamente, sono d’accordo, ma poi c’è Giacomo, che non è né l’uno né l’altro. Io trovo che è bello, perché, per dirla con un’immagine del novecento, per poter vedere l’anticipazione del regno ci vuole fede, testardaggine ostinata, noi diremmo scelte, e amore, che notoriamente non è una cosa che si sceglie, è una cosa che ti è data, ti arriva, in cui sei scelto.

Pietro perché amava molto Gesù, Giovanni perché era molto amato e poi… c’è anche la grazia, il gratis, il senza motivo. Giacomo … perché non c’era un buon motivo. E’ bello: c’è una sovrabbondanza. Per vedere l’anticipazione del regno di Dio, per vedere questa luce bisogna credere, impegnarsi, scegliere, bisogna ricevere ciò che gratuitamente viene dato, che non ci siamo meritato, non abbiamo costruito, non è nostro, da cui siamo quasi umiliati… e poi bisogna anche non far niente, bisogna non essere uno speciale, lasciare che la sovrabbondanza colmi. C’è posto per tre, non per due. C’è posto per chi ha buoni motivi ed anche per chi non li ha! 

Uguali e diversi, vicini e lontani

Vengono portati su un monte alto, in un luogo appartato, loro soli. Marco è il più corto dei vangeli, è sintetico, ha un linguaggio molto asciutto, dice le cose essenziali, ma qui ripete tre volte che il posto era appartato e che erano soli; doveva ritenerlo molto importante, se invece di tagliare raddoppia!

C’è un problema di distanze. Siamo di nuovo nella questione della volta scorsa: la questione non è mai solo essere uguali, è anche essere diversi; non solo essere vicini, ma anche essere lontani. Con questo voglio dire che noi abbiamo purtroppo costruito un’immagine del rapporto con il Signore come di un totale appiattimento, come se uno dovesse incollarsi ad un ideale. Questa è la logica dell’essere umano, che si fa un ideale, poi cerca di appiccicarcisi su,  qualche volta per uguaglianza o per contrario, e questo ci distrugge nei rapporti umani perché cerchiamo chi è troppo uguale a noi o chi è troppo opposto a noi e cerchiamo di incollarcisi su e poi collassiamo. Qui ci viene detto che per stare vicini al Signore bisogna anche distanziarsi e ci sono sonni, come abbiamo visto l’altra volta, presenze e assenze e che ognuno di noi ha il suo stare in piedi, il suo stare vicino e il suo stare lontano.

Gesù li porta in questo luogo separato e di colpo, senza nessuna preparazione… “Si trasfigurò davanti a loro e le sue vesti divennero splendenti, bianchissime: nessun lavandaio sulla terra potrebbe renderle così bianche”.

C’è una luce abbagliante, a Marco viene in mente solo di dire che le sue vesti sono bianchissime e che nessun lavandaio potrebbe renderle così. Questa è un’esperienza di luce, di chiarore… Credo sia una di quelle cose su cui tutti dovremmo pensare, o meglio lasciare che questa immagine ci raggiunga. Molto spesso, almeno a me capita, nella nostra vita diciamo, se solo capissi di più, se solo vedessi di  più, se solo avessi capito in tempo!  Se avessi saputo prima, avrei fatto diversamente, meglio, la scelta giusta, non avrei sofferto e fatto soffrire! Invece qui c’è la luce improvvisa che si chiama trasfigurazione. Vedere tutto, vedere in questa luce totale, non è la realtà! Nessun lavandaio sulla terra potrebbe renderle così bianche! Capire tutto non è la storia, è un’altra cosa! Non capire abbastanza, non capire a tempo, non sapere tutto non è il contrario della storia, è la storia, perché la storia è opaca; abbiamo solo i lavandai della terra che fanno dei vestiti bianchi, ma non bianchissimi!

Uscendo dalla metafora, per essere più chiari: il vestito è l’immagine di come ciascuno di noi si presenta agli altri, di quello che gli altri vedono, che riconoscono o non riconoscono di me, del mio stile, del mio modo di essere, di ciò che mi nasconde o mi mostra e i nostri vestiti non possono essere totalmente luce perché devono nascondere un po’, oltre che mostrare. E questa non è una menzogna su di noi, è la nostra verità. Se fossimo totalmente luce, non saremmo noi; se ci si potesse guardare attraverso, non saremmo noi, sarebbe Dio, perchè solo Dio è luce piena, solo in lui si può guardare attraverso, perché solo lui non ha bisogno di coprirsi un po’. Dopo il racconto del peccato originale si dice che Adamo ed Eva  hanno vergogna di essere nudi e Dio cuce per loro delle vesti di pelle e cura la loro vergogna. Noi abbiamo bisogno di essere un po’ opachi perché la troppa luce ci fa strani effetti. Non è per noi una bella sensazione quando, in un pranzo o una cena, abbiamo l’impressione che gli altri ci guardino attraverso, che non ci vedano proprio, parlando con chi è seduto accanto. E’ una cosa che ci infastidisce. Troppa luce ci rende inconsistenti. Ma ciò che Gesù mostra, questo trasfigurarsi, è che c’è un motivo per cui, teoricamente, vorremmo capire di più, vedere di più, vedere oltre, al di là del tempo, vedere cosa succederà dopo, per poterci regolare; un motivo c’è: è la nostra nostalgia di Dio! E’ Dio che funziona così, perché Dio è totalmente aperto.

Giusti, pii e salvati

“E apparve loro Elia con Mosè, e discorrevano con Gesù”.

Abbiamo sentito spesso che Mosè ed Elia rappresentano la legge e i profeti, ma non ci è molto chiaro che cosa significhi. A me verrebbe voglia di dire, con una punta di polemica, che Elia e Mosè rappresentano i due grandi ideali, le due tensioni degli uomini buoni: essere giusti ed anche pii! Faccio del mio meglio, cerco di impegnarmi, di essere buono… credo persino in Dio, vado a messa la domenica… Essere giusti ed essere pii, nella loro forma migliore, sono veramente Mosè ed Elia, che, dunque, discorrono con Gesù. Essere giusti e pii non è inutile, anzi, consente di chiacchierare con questa totale luce senza essere schiacciati, distrutti, senza essere resi inconsistenti. Sono un buon gradino, ma solo un gradino. Non sono la salvezza, non sono i punti di arrivo! C’è sempre Giacomo, c’è sempre quelloche è in più, c’è sempre la salvezza che è ancora un’altra cosa, è molto più che la giustizia, è molto più che essere pii, religiosi.

“Prendendo allora la parola, Pietro – ostinato, un po’ tonto, ma fedele – disse a Gesù: ‘Maestro, è bello per noi stare qui; facciamo tre tende, una per te, una per Mosè e una per Elia!”.

Giovanni, per parlare dell’incarnazione del Figlio, dirà che Dio ha posto la sua tenda tra gli uomini. Piantare le tende, indica proprio piazzarsi. E qui Pietro intende stare lì. Cosa si può volere di più dalla vita? Abbiamo il massimo della giustizia, il massimo dell’essere pii, tutta questa luce, va bene, si capisce tutto!!!

Risultato di questa frase: “Non sapeva infatti cosa dire, poiché erano stati presi dallo spavento”.

Qui ritorna il tema che stiamo affrontando nel nostro percorso. Tutta questa luce, … vedere fa paura. Tutta questa salvezza fa paura, perché siamo posti di fronte al radicalmente diverso, al totalmente altro, a questo totale verticale che ci affascina e ci respinge. Io credo che di questi tempi dovremmo prendere in mano questa questione; se c’è una tentazione culturale che viviamo tutti è quella dell’omogeneità, del capirci tra uguali; stiamo diventando sempre più una cultura delle tribù, in cui i simili stanno con i simili. Venti, trent’anni fa la questione era generazionale. I giovani, la mezza età, gli anziani; al loro interno i giovani erano anche molto diversi tra di loro. Ci siamo trasformati in una società verticale in cui i giovani di certi quartieri o di certe famiglie stanno con gli adulti di quel quartiere, di quella famiglia ed eventualmente con gli anziani. Sempre più sopportiamo a fatica la diversità; è la questione che ci pone chi è diverso da noi, e sempre più tendiamo a riunirci per uguaglianze, per sintonie immediate, per un’assonanza.

La grande paura nasce di fronte a questa differenza irriducibile, che è la differenza di Dio, il suo essere totalmente trasparente, luminoso, il suo non avere un’ombra. E’ impressionante perchè è veramente una differenza irriducibile, non riusciamo a ridurla a nessuna uguaglianza. Il fatto è che da venti secoli tentiamo di prendere questo Dio e di ridurlo a dimensioni umane, di renderlo uguale – Gesù biondo, con gli occhi azzurri, Gesù nero, Gesù maestro di virtù borghesi… In un certo senso Gesù si è fatto uguale, ma qui ci viene detto che la sua uguaglianza non ci deve ingannare, che la grande luce rimane quella della distanza infinita tra noi e Dio.

E dunque, di fronte a questo spavento, di nuovo Dio si intenerisce e fa  venire una nube, la nube ammorbidisce la troppa luce. E da questa nube esce una parola. Le parole sono rassicuranti, perché lo spavento è di fronte a tutto quello che non capisco; la parola spiega e dice:

“Questi è il Figlio mio prediletto; ascoltatelo!”. La diversità immensa di Dio ti spaventa, allora fidati di questo Dio che ha preso carne, che è il Figlio prediletto; prendi questo primo pezzo di differenza. Se non la reggi tutta, comincia a reggere questo pezzetto.

Dopo si capisce meglio il misterioso dialogo: Gesù dice di non raccontare questo episodio fino a che il Figlio dell’uomo non fosse risuscitato. Io sono convinta che Marco l’ha scritto per spiegare perché poi tutti l’hanno raccontato. E’ uno dei più attestati di tutta la scrittura…

Ed essi tennero per sé la cosa, ma domandandosi però che cosa volesse dire risuscitare dai morti”.

E’ la stessa domanda che abbiamo ancora noi. Non lo sappiamo né più né meglio di loro, solo per il fatto che Gesù è risuscitato; continuiamo a chiederci: ma in fondo, cosa vuol dire risuscitare dai morti?

Salvezza e paura

Dicevo, si capisce un po’, ma i discepoli la buttano sul religioso perché si sentono, come noi, rassicurati dalle parole pie e chiedono: “Perché gli scribi dicono che prima deve venire Elia?”. La tradizione ebraica dice che quando tornerà Elia – Elia, secondo il racconto biblico, non è morto, ma è stato rapito in cielo da un carro di fuoco –  verrà il Messia e saranno gli ultimi tempi. Per questo nelle cerimonie liturgiche di una certa importanza, ma anche nelle famiglie ortodosse, quando celebrano la Pasqua, c’è sempre una sedia vuota per Elia.

Ci sono due modi per avvicinare la salvezza: o compiere tutta la legge ed essere totalmente giusti, o essere molto religiosi. Poiché i discepoli danno già per scontato che è molto difficile essere tutti molto giusti – qualcuno che sgarra c’è sempre – non si fidano della loro potenza e lasciano subito da parte Mosè, ma tirano in ballo Elia.  In fondo dicono: non basta ciò che abbiamo? Noi diremmo: non basta fare del proprio meglio per essere credenti? Credo in Dio, cerco di essere buono…

E Gesù dice: “Sì,  prima viene Elia e ristabilisce ogni cosa”. Sì, ma Elia è già venuto. Certo, è bene fare del proprio meglio per essere credenti, ed infatti è già bastato: avete già ciò che serve.

Tiro un po’ le fila di questo testo; la questione posta da questo testo è: quale salvezza ci aspettiamo? Quale Elia stiamo aspettando? Che cosa aspettiamo che ci sia dato in cambio di una vita credente?

In fondo io penso a me; in una parte nascosta della mia mente e del mio cuore l’attesa è di essere premiata, che la vita mi funzioni un po’ meglio. Diciamo  sì, bisogna seguire la croce, portare la propria di buon grado, ma in realtà ci aspettiamo che se uno è un buon discepolo, Dio lo tratti con un occhio di riguardo, gli risparmi le fatiche della vita, gli dia una mano nei momenti più difficili. In fondo l’unico modo in cui possiamo immaginare che Dio ci possa amare, è il modo infantile di pensare: ‘papà ci pensa!’ E Gesù dice: sì, è vero, è anche così, Dio ci pensa, ma questo l’avete già avuto! Il solo fatto che continuiamo a svegliarci, a vivere, che siamo ancora capaci di amare, che abbiamo amici, che siamo amati, che ogni mattina il sole sorge, che respiriamo … tutto questo è un occhio di riguardo di Dio per noi. Questo l’abbiamo già. Ma questa luce più grande, questa salvezza che arriva, che cosa ci aspettiamo che sia? Quale radicale alterità, trascendenza, quale luce diversa ci aspettiamo che ponga? Perché, se poi ci capita di vederla, come a Pietro Giacomo e Giovanni, forse ci spaventiamo! Perché ciò che si vede nella storia di questa salvezza è la croce, almeno così dice questo testo, che dunque fa un bel po’ paura!

Per questo dicevo: se dovessimo dare un titolo a questo testo, dovremmo forse chiamarlo salvezza e paura. Ogni tanto penso che bisogna fare un po’ attenzione quando si fanno delle richieste a Dio, perché se poi le prende sul serio, la faccenda non è indolore. Forse è meglio che Dio non ci ascolti, così uno può brontolare, sentirsi un po’ eroico, del tanto pregare senza essere ascoltato, perché poi quando Dio ci ascolta, quando prende sul serio le preghiere, come ci dimostra tutta la scrittura, e dà ciò che è stato chiesto, succedono sempre delle cose che uno non aveva previsto, e spesso sono cose di grande peso nella nostra vita. Di fronte a questo tipo di salvezza, che non è una salvezza che dà dieci semplicemente, ma una salvezza che sta sotto il segno della luce e dell’ombra, avere paura è semplicemente il segno di riconoscere che c’è una luce che non sono in grado di sopportare e che forse è meglio se, almeno nel tempo della storia, ci teniamo un po’ di ombra, un po’ di misericordiose nubi che Dio stende sul nostro capire, sul nostro sapere.

Fossano, 31 marzo 2007

(testo non rivisto dal relatore)

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