12 Marzo 2001
Don Giovanni Giorgis

6. Canterò per il mio diletto il mio cantico d’amore per la sua vigna

Commento a: Is 5, 1-5


Qualche vigna in cui possiamo fermarci a piluccare  un po’ di uva buona, magari a bere qualche bicchiere di vino un po’ chic… Ubbidendo al consiglio di una lettura soprattutto umana della Bibbia, per poter arrivare al divino, seguendo il principio: fate come Dio, che si è fatto uomo! Era Dio e si è fatto uomo: il mistero dell’incarnazione. Quindi non preoccupiamoci che le nostre letture della Bibbia siano tutte soltanto svolazzanti su nei cieli, teniamole sulla terra, perché devono servire a noi; anche come diletto intellettuale, perché è già un grande aiuto questo alla nostra vita dello spirito; e poi ci aggiungiamo tutta la ricchezza di fede che può venir fuori…

La lectio di oggi

Non avevamo finito il capitolo che avevamo intitolato: Sorella vite e fratello vino. Eravamo partiti, se vi ricordare, da lontano, da Noè, che è stato, secondo la Bibbia, il primo coltivatore della vite, con tutta l’esperienza che si è fatta; e nonostante che fosse finito sotto il tavolo, dileggiato dal figlio Cam, che poi, secondo la Bibbia, avrebbe maledetto e quindi avreste il motivo della “negritudine” presso gli abitanti dell’Africa: Dio non c’entra niente, ma sono gli uomini che pensano che Dio abbia potuto, alle volte, maledire; Dio non maledice ma nessuno, non malediceva nessuno neppure allora, ma siccome gli uomini hanno interesse a maledire qualcuno e poi hanno interesse a nascondere le maledizioni umane dietro il paravento della parola di Dio, allora lo fanno anche maledire…

Avevamo visto che, nonostante queste vicende, la vite è diventata segno di benedizione, per gli israeliti e per tutto il popolo di Israele. Poi ci eravamo fermati un po’ di più sull’esperienza dei saggi, dei sapienti di Israele; avevamo citato il Salmo, il Siracide, il libro dei Proverbi… Io penso che abbiate potuto riprendere qualcuno di questi passi, collocandoli nel contesto: per capire qualsiasi pagina biblica bisogna sempre collocarla nel contesto; cosa che non sempre la liturgia fa, perché non riesce a farlo: la liturgia della domenica prende un brano, lo toglie da tutto il contesto e lo mette lì, come se fosse un brano a sé. Per esempio ieri c’era: salì sul monte e si trasfigurò. Ma nel testo biblico, nel vangelo, non c’era così: è la liturgia che è costretta a dire sempre “in quel tempo”; dice sempre così, tanto per usare una formula di introduzione; invece c’era: “otto giorni dopo questi fatti, Gesù prese con se..”; bisognerebbe andare a vedere cosa c’è prima di quegli otto giorni ed è proprio se l’avete fatto, avete trovato là la chiave per interpretare il brano della trasfigurazione; se non lo avete fatto quello, probabilmente anche lì, siete partiti a interpretare la trasfigurazione nei termini un po’ tradizionali che sentite sempre e che non dicono niente, tutto sommato; improvvisamente sarebbe successo qualcosa di meraviglioso, sarebbero arrivati due morti stecchiti da tutti i tempi, Mosè ed Elia, che per l’occasione si sono fatti vedere lì, e poi colloquiavano con lui, senza che Giovanni, Giacomo e Pietro capissero niente; e poi, luci e sfolgorio di questo e di quell’altro; Pietro che non ha capito niente e dice: “se vuoi facciamo qui tre tende”; l’evangelista stesso avvertiva: “non sapeva quello che diceva”. E con tutto il resto: sarebbe bello verificare come si potrebbe rileggere quel brano e interpretarlo alla luce di quello che sta prima e anche di quello che sta dopo. Quindi, qualsiasi testo biblico che citiamo, ma non soltanto biblico (per qualsiasi autore, per qualsiasi regista)… Spesso aprite improvvisamente la televisione su un canale e  se sentite un discorso interessante, indubbiamente avrete bisogno di qualche minuto per rendervi conto di che cosa si sta parlando; forse avete perso prima quella che poteva essere la chiave di volte per comprendere quello che adesso sentite o che diranno in seguito.

Per chi vuole seguire direttamente, di persona, la Bibbia, per leggerla, per meditarla, per pregarla, bisogna proprio che sappia fare questo esercizio: di collocare qualsiasi passo, qualsiasi pezzo che legge, qualsiasi argomento, nel contesto immediato di ciò che sta subito prima, di ciò che sta subito dopo; ma nel contesto più largo di quel libro, ma poiché quel libro è collocato con altri libri, il contesto … Capite che non si finisce più: ecco perché è difficile e intendere e capire la Bibbia.

Poi eravamo passati anche a denunciare, specialmente attraverso i saggi, la letteratura sapienziale, i pericoli dell’alcolismo.

Stasera vorrei completare questo capitolo, e vedere poi cosa possiamo dire ancora, per riservare alla prossima volta per fare una passeggiata piacevole nel Cantico dei Cantici e vedere un po’ che cosa ci dice il Cantico sulla vite, sul vino. Perché se poi unite il vino all’amore, capite che più di quello, cosa volete che la vita vi dia! E se poi pensare che l’amore umano, nella Bibbia, è segno, sacramento, rinvia all’alleanza, all’amore di Dio, allora c’è tutto, c’è tutto!

Volevo segnalarvi, come cosa curiosa, l’astinenza dal vino dei Recabiti, dei discendenti di un certo Recab. Vi invito ad andare a prendere il libro di Geremia e leggervi poi, per disteso, il capitolo 35. Geremia riceve, siccome i Recabiti dal deserto del sud sono saliti a Gerusalemme per qualche festa, da Dio l’ordine (l’invito, ha avuto l’intuizione) di invitare i Recabiti a una festa offrendo loro del vino; ma loro, non per nulla erano gli abitanti del deserto, hanno rifiutato, si sono astenuti. Nel libro di Geremia ricorre l’episodio dei Recabiti, da collocare un po’ prima dell’assedio di Gerusalemme, nel 598. Sapete che ci fu il primo assedio da parte di Nabucodonosor e poi sembrava che tutto si fosse aggiustato, senza la totale distruzione di Gerusalemme; invece, nei dici anni successivi a Gerusalemme hanno perso la testa, nonostante i buoni consigli di Geremia, si sono rivoltati contro Nabucodonosor, appoggiandosi all’Egitto, nella speranza che l’Egitto venisse in aiuto e cacciasse lontano gli invasori dall’oriente. Ma l’Egitto non si è mosso e Nabucodonosor, furioso, è tornato dieci anni dopo e ha distrutto tutto: ha raso al suolo Gerusalemme, ha bruciato il tempio, e ha avviato un’ulteriore deportazione, con tutto quel che sapete che è avvenuto in più di 50 anni di esilio a Babilonia. Ecco, dobbiamo porre questo episodio un po’ prima del 598. I Recabiti, scappati dal deserto e rifugiatisi in città, per sfuggire alle razzie di bande armate che devastavano le campagne, si rifiutano di bere vino: appellandosi all’antica religione del deserto, una religione che non permetteva il vino. All’invito di bere vino, in occasione del ricevimento al tempio, nella casa di Dio, sentite che cosa rispondono:

Il testo: Ger 35,6-11

6 Essi risposero: «Noi non beviamo vino, perché Ionadàb figlio di Recàb, nostro antenato, ci diede quest’ordine: Non berrete vino, né voi né i vostri figli, mai; 7 non costruirete case, non seminerete sementi, non pianterete vigne e non ne possederete alcuna, ma abiterete nelle tende tutti i vostri giorni, perché possiate vivere a lungo sulla terra, dove vivete come forestieri. 8 Noi abbiamo obbedito agli ordini di Ionadàb figlio di Recàb, nostro antenato, riguardo a quanto ci ha comandato, così che noi, le nostre mogli, i nostri figli e le nostre figlie, non beviamo vino per tutta la nostra vita; 9 non costruiamo case da abitare né possediamo vigne o campi o sementi. 10 Noi abitiamo nelle tende, obbediamo e facciamo quanto ci ha comandato Ionadàb nostro antenato. 11 Quando Nabucodònosor re di Babilonia è venuto contro il paese, ci siamo detti: Venite, entriamo in Gerusalemme per sfuggire all’esercito dei Caldei e all’esercito degli Aramei. Così siam venuti ad abitare in Gerusalemme».

Ecco, avete dietro questo rifiuto, evidentemente, la civiltà, più che la spiritualità, dei nomadi del deserto; la civiltà dei beduini, ancora oggi, che si incontrano proprio nel deserto di Giuda, scendendo verso Gerico, andando verso la penisola del Sinai.

Anticipiamo il comportamento di Gesù: secondo Giovanni, il primo segno del Regno e quindi dell’arrivo: “il Regno di Dio è arrivato in mezzo a voi”… il primo segno del Regno operato da Gesù è il segno di Cana di Galilea: l’acqua cambiata in vino. Più che pensare a un Gesù che con un cucchiaino magico tocca l’acqua e fa venire fuori 600 lt di vino, per chissà quanti invitati a nozze che erano già tutti ubriachi, perché da chissà quanti giorni mangiavano e bevevano, stando al racconto; più che pensare a quello, dovete pensare che ci sia sotto qualche messaggio più profondo, che soltanto l’ulteriore ilarità di quegli sposi, di quegli invitati a nozze… Qui abbiamo un messaggio e ci parla del passaggio dall’antica alla nuova alleanza; ci parla del passaggio dall’acqua delle idri, l’acqua delle purificazioni dell’Antico Testamento, al vino dei tempi messianici. Il vino dei tempi messianici è il sangue di Cristo, è la vita di Cristo donata per noi, per il suo popolo; e allora ecco perché Gesù stenta a interessarsi lì, perché dice: “non è ancora venuta la mia ora” dice alla madre… spera di non morire quella sera. Povero Gesù, magari fin dall’inizio, deve aver intuito che le cose non si mettevano troppo bene per quello che diceva o faceva. Oggi gli esegeti sono tutti d’accordo nel dire che con le nozze di Cana si vuol far capire che si passa dall’antica alla nuova alleanza; si passa dalla legge della purificazione, da tutta la legge di Mosè e dei Profeti, si passa a quello che sarà il dono del Padre in Cristo, del dono di Cristo all’umanità, il vino veramente nuovo della salvezza: “vi do un comandamento nuovo, che vi amiate gli uni gli altri”. È un po’ quello che Luca dice nel racconto della Trasfigurazione; Pietro dice: “se vuoi facciamo qui tre tende, una per te, una per Mosè e una per Elia”; Pietro, che poco prima (gli otto giorni prima), dopo la “confessione” (“Tu sei il Cristo”), aveva equivocato tutto: quando Gesù riprende il discorso della passione e morte che si profilava, Pietro lo prende in disparte e gli dice che non è questo il messia che si aspettano. Pietro dice: “ho detto che sei il Messia, ma sulla linea di Mosè e dei Profeti”: il messia che rispetta la tradizione di Israele, quindi il messia politico, il messia glorioso, il messia che fa fuori gli eretici, gli scomunicati, che fa fuori i peccatori, come Mosè che aveva fatto fuori quei poveri che avevano adorato il vitello d’oro. O come Elia che, secondo un testo della Bibbia (che poi sarebbe da interpretare), si vanta di aver avuto tanto zelo verso Jhavè, di aver ammazzato di persona 450 profeti di Baal, di averli sgozzati con le proprie mani e buttati nel fiume. Questo era il messia che si aspettava la tradizione ebraica, che avrebbe finalmente fatto giustizia di tutti i nemici di Israele. E Pietro era su quella linea lì, tanto è vero che, quando dice “se vuoi, facciamo qui tre tende”, non ha messo Gesù nel mezzo: solitamente nel mezzo si mette la persona più importante, autorità e i personaggi, sempre al centro… Ma Pietro non ha messo Gesù al centro, ha messo Mosè: se vuoi facciamo tre tende, una per te, Gesù, una per Mosè al centro, e una per Elia; allora aveva proprio quella vecchia visione là. E poi arriva la visione e la voce, arriva lo Spirito. Quel povero Pietro, nei vangeli, ma anche negli Atti, quando parla, solitamente, è sempre interrotto dallo Spirito Santo, perché quasi sempre dice delle fesserie; e allora interviene lo Spirito Santo e dice… lì interviene la voce dall’altro e dice: non Mosè al centro, non dovete ascoltare Mosè ed Elia, e il profetismo antico; sono arrivati i tempi nuovi, Gesù, è lui che dovete ascoltare, lui è il mio figlio prediletto. Prediletto, in ebraico, vuol dire colui che ha diritto a tutta l’eredità, quindi Gesù è colui che eredita in pienezza la vita, la vita divina. Molto significativo: un po’ diverso, se così si dovesse interpretare il racconto della trasfigurazione.

Torniamo a Cana, a Gesù a Cana; quel gesto, che noi chiamiamo miracolo, ma che nei vangeli sapete che non c’è mai la parola miracoli, si tratta di segni. Questo segno significa il passaggio dall’antica alla nuova alleanza. E poi, se volete meditare, troverete che grazie all’intervento di Maria, Gesù anticipa qualcosa, se volete… cerca di far capire che sarà grazie alla vita donata che avverrà questa nuova alleanza; ma lì avremo forse modo di riprendere il discorso. L’acqua è cambiata in vino perché i tempi messianici devono essere caratterizzati dalla gioia del convito fraterno, reso tale dall’ora del Calvario.

Se voi leggere il Quarto Vangelo, trovate sempre l’“ora”, in termini quasi ossessionanti. Per il Quarto Vangelo, l’ora di Gesù è l’ora del Calvario, è l’ora della morte che però è anche l’ora della glorificazione di Gesù, perché è il momento in cui Gesù torna al Padre: “sono venuto nel mondo e adesso lascio il mondo e ritorno al Padre”. Là in quel momento, al Calvario, il vino della salvezza sarà offerto a tutti i figli di Dio. Leggete Giovanni:

Il testo: Gv 2,1-11

1 Tre giorni dopo, ci fu uno sposalizio a Cana di Galilea e c’era la madre di Gesù. 2 Fu invitato alle nozze anche Gesù con i suoi discepoli. 3 Nel frattempo, venuto a mancare il vino, la madre di Gesù gli disse: «Non hanno più vino». 4 E Gesù rispose: «Che ho da fare con te, o donna? Non è ancora giunta la mia ora». 5 La madre dice ai servi: «Fate quello che vi dirà».

6 Vi erano là sei giare di pietra per la purificazione dei Giudei, contenenti ciascuna due o tre barili. 7 E Gesù disse loro: «Riempite d’acqua le giare»; e le riempirono fino all’orlo. 8 Disse loro di nuovo: «Ora attingete e portatene al maestro di tavola». Ed essi gliene portarono. 9 E come ebbe assaggiato l’acqua diventata vino, il maestro di tavola, che non sapeva di dove venisse (ma lo sapevano i servi che avevano attinto l’acqua), chiamò lo sposo 10 e gli disse: «Tutti servono da principio il vino buono e, quando sono un po’ brilli, quello meno buono; tu invece hai conservato fino ad ora il vino buono». 11 Così Gesù diede inizio ai suoi miracoli in Cana di Galilea, manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui.

Non avevano, d’altronde, gli stessi profeti annunciato gli ultimi tempi con l’immagine del convito, con l’immagine del pranzo? Quante parabole! Poi Gesù ha ricamato sul tema dell’invito a pranzo. Vi ricordate Isaia

Il testo: Is 55,1-2

1 O voi tutti assetati venite all’acqua,
chi non ha denaro venga ugualmente;
comprate e mangiate senza denaro
e, senza spesa, vino e latte.
2 Perché spendete denaro per ciò che non è pane,
il vostro patrimonio per ciò che non sazia?
Su, ascoltatemi e mangerete cose buone
e gusterete cibi succulenti.

È il capitolo che conclude la profezia del secondo Isaia. Sapete che Isaia, secondo la tradizione, è morto segato in due… forse un po’ di fantasia anche per il martirio dei profeti non fa male, poi chissà se è morto così o in modo diverso… Ma questo è chiaro: gli esegeti più generosamente non si sono accontentati di segarlo in due pezzi, ma lo hanno segato in tre. Noi proponiamo la lettura dell’antologia isaiana, 66 capitoli, da dividere, grosso modo, in tre grossi pezzi (sono molti di più): i primi 39 capitoli, poi il secondo Isaia dal 40 al 55 e poi il terzo Isaia dal 56 al 66. Qui siamo al capitolo 55 che conclude il secondo Isaia, profeta molto posteriore al primo Isaia, di diversi secoli; il secondo Isaia è contemporaneo di Ezechiele e ha profetizzato durante l’esilio a Babilonia, a cui abbiamo fatto cenno.

Se leggete tutto il contesto (e non solo i primi due versetti), ancora meglio. “Chi non ha denaro, venga ugualmente”: ecco il modo per esprimere la gratuità del dono, la gratuità della nuova alleanza; già l’antica era gratuita. Qui vedere l’alleanza di Dio significata con il pranzo, significata con la tavola, significata con l’abbondanza di latte e di vino, con l’abbondanza di convivialità e di fraternità, e di gioia. Non dimenticate che sono questi i testi che preparano la comprensione dell’eucaristia, cibo e bevanda.

Gesù non è la sapienza di Dio incarnata che ci invita a nutrirci dei sacramenti della vita? Gesù non ha condiviso l’austerità del Battista e addirittura ha goduto fama di essere un mangione e un beone, secondo Matteo

Il testo: Mt 11,18-19

18 È venuto Giovanni, che non mangia e non beve, e hanno detto: Ha un demonio. 19 È venuto il Figlio dell’uomo, che mangia e beve, e dicono: Ecco un mangione e un beone, amico dei pubblicani e dei peccatori. Ma alla sapienza è stata resa giustizia dalle sue opere».

Il Battista era austero, forse si era formato a Qumram, in riva al Mar Morto: nel deserto c’è poco da mangiare, miele selvatico e frittelle di locuste; vestiva pelli di animale, vita austera, penitente… Gesù, invece, se la spassava …

Nell’Ultima Cena, il vino ha ottenuto un posto particolare, abbiamo già accennato: Gesù lo prende come sacramento eucaristico e simbolo della gioia definitiva del Regno. Leggiamo Marco

Il testo: Mc 14,22-205

22 Mentre mangiavano prese il pane e, pronunziata la benedizione, lo spezzò e lo diede loro, dicendo: «Prendete, questo è il mio corpo». 23 Poi prese il calice e rese grazie, lo diede loro e ne bevvero tutti. 24 E disse: «Questo è il mio sangue, il sangue dell’alleanza versato per molti. 25 In verità vi dico che io non berrò più del frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo nel regno di Dio».

Nel Nuovo Testamento, il vino ritorna molte altre volte.

Diverse volte Paolo insiste sull’uso moderato del vino, denunziando gli abusi. Ai Romani, lettera così teologica, così alta, così profonda scrive…

Il testo: Rm 13,13

13 Comportiamoci onestamente, come in pieno giorno: non in mezzo a gozzoviglie e ubriachezze, non fra impurità e licenze, non in contese e gelosie. 

Ma denunziando gli abusi, vuol dire che, invece, il giusto uso è valorizzato.

Scrivendo ai Galati…

Il testo: Gal 5,21

21 invidie, ubriachezze, orge e cose del genere; circa queste cose vi preavviso, come già ho detto, che chi le compie non erediterà il regno di Dio.

Include queste, tra le opere del peccato.

Ai Corinti…

Il testo: 1Cor 6,10

 10 né effeminati, né sodomiti, né ladri, né avari, né ubriaconi, né maldicenti, né rapaci erediteranno il regno di Dio.

Esclude dall’eredità del Regno di Dio anche gli ubriaconi.

Agli Efesini…

Il testo: Ef 5,18

 18 E non ubriacatevi di vino, il quale porta alla sfrenatezza, ma siate ricolmi dello Spirito, 

Dobbiamo riferire a Paolo anche le lettere pastorali che la tradizione gli ha riferito, anche se non sembrano essere sue; le lettere pastorali di Paolo sono la 1 e 2 di Timoteo e quella a Tito. Oggi gli studiosi pensano che siano lettere posteriori a quelle paoline, siano post-paoline, dovute a qualche discepolo. C’era l’uso e costume della pseudoepigrafia: se Paolo fosse ancora qui, negli anni 80 o 90 o 100 scriverebbe così; e allora questi autori, discepoli di Paolo, che conoscevano bene il suo vocabolario, il suo modo di scrivere, il suo stile, scrivevano … gli attribuiscono determinate cose. Questo fenomeno è molto usato nel Nuovo Testamento, e non solo. Sapete che nell’Antico Testamento, tutta la legge è riferita a Mosè: ecco perché compare morto e ritornato in vita là [nell’episodio della Trasfigurazione], nella misura in cui leggete il Pentateuco, fate rivivere il pensiero di Mosè; a lui hanno attribuito tutta la legge… poveretto, probabilmente non ha scritto niente… aveva ben resto da fare; può darsi che sapesse scrivere. Proprio al Sinai, hanno trovato delle scritture pre-mosaiche e quindi non possiamo negarlo in partenza, ma non è sicuro. A Mosè tutta la legge, a Salomone hanno attribuito quasi tutti i libri sapienziali: non che avesse così tanto tempo a scrivere, con tutte quelle donne che si ritrovava… ne aveva ben mille al seguito, secondo la Bibbia! È per dare lustro: in oriente, uno più donne ha, più è bravo e più è grande. A Davide hanno riferito tutti i salmi, perché la Bibbia dice che era un buon cantautore: è bastato quello per attribuirgli… la volgata parlava di salterio davidico: non proprio di Davide, ma davidico, coinvolgendo Davide in tutti i salmi; qualcuno può essere … Ecco il fenomeno della pseudo epigrafia.

Vediamo qualche citazione dalla 1 e 2 di Timoteo e a Tito, se c’è qualcosa, tenendo conto che l’autore parla in persona di Paolo.

L’autore delle lettere pastorali raccomanda a Timoteo di non privarsi dell’uso del vino

Il testo: 1Tm 5,23

23 Smetti di bere soltanto acqua, ma fa’ uso di un po’ di vino a causa dello stomaco e delle tue frequenti indisposizioni.

Sembra che aiuti a digerire, un po’ di vino, quello buono… Si vede che Timoteo aveva delle indisposizioni di digestione, e chi ha scritto questa lettera pensava che ne ricevesse beneficio da un uso discreto del vino.

Tracciando le regole per essere un buon episcopos… Ecco, attenzione, uso la parola episcopos perché quando noi diciamo vescovo, oggi, e facciamo derivare il nostro vescovo da quell’episcopo, siamo totalmente fuori binario; il vescovo di oggi deriva da ben altre istanze che quelle dell’episcopos di allora. L’episcopos di allora era il sorvegliante: episcopos significava uno che sorvegliava il buon andamento della comunità; uno che si prendeva le grane di organizzare le sale, i microfoni (che non c’erano!), tutte quelle cose… perché una comunità cristiana potesse sopravvivere, potesse gestirsi bene. Il motivo per cui, proprio nelle lettere pastorali, Paolo o chi per esso dice: “desiderare l’episcopè è una cosa buona”, perché quell’impegno, contrariamente ad adesso che tutti vorrebbero i preti diventare vescovi, allora nessuno voleva fare l’episcopos, perché significava questi problemi qui… San Tommaso, ancora nel Medioevo dice: se uno desidera l’episcopè, non come era ai tempi in cui l’autore delle pastorali scriveva che desiderare l’episcopè era una buona cosa, perché era mettersi a servizio della comunità… Se qualcuno pensa che desiderare l’episcopè è una cosa buona, come adesso abbiamo il vescovo… ai tempi del Medioevo erano conti e marchesi, poi sono calati un po’… Paolo avrebbe detto che questo non era una cosa buona, desiderare di essere vescovo…

Tracciando le regole per essere un buon episcopos (non c’era ancora differenza tra il presbiteros e l’episcopos, erano pari di grado)… L’episcopato attuale, forse lo sapete, nasce più tardi, nel II secolo, quando il buon Ignazio d’Antiochia ha fatto che prevalere su tutti gli altri presbiteri del suo rango, ed è diventato l’episcopos monarchico che poi la Chiesa ha ereditato e anche oggi è ancora monarchico… un po’ meno dei tempi passati, ma quasi quasi…

Lo stesso autore raccomanda di non essere dedito al vino, non essere un ubriacone; le qualità che suggerisce, che dice che bisogna pretendere in un buon episcopo, in un sorvegliante, un responsabile della comunità cristiana… andate a vederle, sono molto umane, sono virtù umane; dice anche per quanto riguarda le donne, che siano mariti di una sola moglie, che non ne abbia più di una: si accontenti di una, per poter fare l’episcopo. Quello era anche per i presbiteri e per i diaconi, a quei tempi

Il testo: 1Tm 3,1-4

1 È degno di fede quanto vi dico: se uno aspira all’episcopato, desidera un nobile lavoro. 2 Ma bisogna che il vescovo sia irreprensibile, non sposato che una sola volta, sobrio, prudente, dignitoso, ospitale, capace di insegnare, 3 non dedito al vino, non violento ma benevolo, non litigioso, non attaccato al denaro. 4 Sappia dirigere bene la propria famiglia e abbia figli sottomessi con ogni dignità, 

Similmente, i diaconi non devono essere dediti al molto vino…

Il testo: 1Tm 3,8

8 Allo stesso modo i diaconi siano dignitosi, non doppi nel parlare, non dediti al molto vino né avidi di guadagno disonesto,

Adesso è di nuovo l’era dei diaconi, perché non ci sono più i preti, e si sono accorti che magari, puntando sui diaconi, ci sarà qualcuno a servizio della gente, soprattutto perché sono del tutto gratuito: nessuno li paga. La Santa Sede, la Cei, le diocesi non devono tirare fuori dei soldi, mentre per noi tirano fuori una certa cifra… Poi pescheranno anche loro nell’8 per mille… se questi diaconi saranno a servizio permanente, non potranno morire di fame, sarà anche giusto… La Chiesa cambia, ma tante cose tornano come erano alle origini e le abbiamo complicate cammin facendo.

Anche le donne anziane devono stare attente a non essere schiave di molto vino

Il testo: Tt 2,3-5

3 Ugualmente le donne anziane si comportino in maniera degna dei credenti; non siano maldicenti né schiave di molto vino; sappiano piuttosto insegnare il bene, 4 per formare le giovani all’amore del marito e dei figli, 5 ad essere prudenti, caste, dedite alla famiglia, buone, sottomesse ai propri mariti, perché la parola di Dio non debba diventare oggetto di biasimo.

Si vede che, già allora, le donne anziane, specialmente sole, le vedove, si lasciavano un po’ andare, si consolavano con qualche bicchierino di alcool o qualche bicchierino di vino… niente di nuovo sotto il sole.

Veniamo all’Apocalisse… L’ultimo libro della Bibbia e del Nuovo Testamento: il vino è simbolo delle sfrenate prostituzioni del potere; in riferimento alla Babilonia di quel tempo, che si chiamava Roma. La Roma imperiale, che aveva decretato culti divini all’imperatore: al divino Cesare Augusto, salvatore dell’umanità. Mentre là, in Medio Oriente, con molta polemica Luca diceva: no, soter – salvatore, per noi ce n’è uno solo, è Gesù, nato a Betlemme… Vi è nato il Salvatore! Non è nato ai fori imperiali, non è nato nella Domus Aurea, non è nato nei palazzi del Vaticano… è nato là, in una stalla… È nato per noi il Salvatore!

C’è questa forte tensione nel libro dell’Apocalisse: il vino è simbolo delle sfrenate prostituzioni del potere romano; con questo potere di Roma si sono compromessi i re della Terra, tutti quelli che si sono alleati con Roma. Avete il testo forte di Apocalisse 18:

Il testo: Ap 18,1-3

1 Dopo ciò, vidi un altro angelo discendere dal cielo con grande potere e la terra fu illuminata dal suo splendore.
2 Gridò a gran voce:
«È caduta, è caduta
Babilonia la grande
ed è diventata covo di demòni,
carcere di ogni spirito immondo,
carcere d’ogni uccello impuro e aborrito
e carcere di ogni bestia immonda e aborrita.
3 Perché tutte le nazioni hanno bevuto del vino
della sua sfrenata prostituzione,
i re della terra si sono prostituiti con essa
e i mercanti della terra si sono arricchiti
del suo lusso sfrenato».

Prostituzione, nella Bibbia, è soprattutto, con significato teologico, aver abbandonato il culto, la fede, l’unico vero Dio, JHWH, e aver dato culto agli idoli e qui il grande idolo è l’imperatore romano. “I re della terra si sono prostituiti con essa”: ci si allea tutti volentieri con il potere, perché se ti allei con il potere, quello ti mette la mano sulla spalla e ti dice: potere io, potere un po’ meno, ma sempre potere anche a te! “I mercanti si sono arricchiti del suo lusso sfrenato”: il lusso delle corti, il lusso degli imperi, il lusso delle monarchie, il lusso delle presidenze della repubblica… perché il lusso c’è sempre, anche solo restando al di qua del Tevere…

Concludiamo questo capitolo, bello perché è una passeggiata vivace nelle pagine della Bibbia dicendo che c’è da considerare un duplice effetto del vino: al posto del vino, metteteci tutte le altre cose… Come abbiamo intravisto, lungo tutto l’arco dell’esperienza e della riflessione biblica, il vino gode di un duplice effetto: un effetto positivo, causa e segno di benessere, di gioia, di amicizia, di amore, di sapienza, di beni messianici… questo è l’aspetto positivo. E poi c’è l’aspetto negativo, segno di turbamento, di squilibrio, di peccato, se non è usato con parsimonia. Il vino è, dunque, un dono prezioso della natura e, perciò, un dono di Dio; ma come per tutte le cose… e qui, ecco, la riflessione può diventare veramente meditazione e poi animazione per regolare un po’ il funzionamento delle nostre abbeverate e mangiate e della nostra vita in genere… Vino, dono prezioso della natura e, perciò, dono di Dio, ma come per tutte le cose, la sua bontà dipende dall’uso che l’uomo ne sa fare. È affidato alla libertà dell’uomo, alla responsabilità dell’uomo, come è affidato alla libertà e responsabilità dell’uomo avere o non avere figli, educarli in un modo ed educarli in un altro, usare internet per una cosa o usarlo per un’altra, usare il coltello per affettare il pane o usarlo per infilzare la madre o il figlio… Dipende dalla responsabilità dell’uomo che è creato libero.

La sua bontà dipende dall’uso che l’uomo ne sa fare, dipende dalla libertà. E non dobbiamo mai essere dispiaciuti di avere noi la libertà e che la libertà sia donata a tutti. Dobbiamo essere furbi nel farne buon uso e saper convincere gli altri a farne buon uso. Non si tratta di costringere nessuno alla libertà, si tratta di convincerli. Anche in quella parabola… non sono venuti gli invitati e allora andate a dire a tutti, gli storpi, gli sciancati… Hanno tradotto: costringili! No, convincili! Non si tratta di costringere nessuno; si tratta di convincere, eventualmente. Costringere… se costringete gli altri, vuol dire che vi credete chissà chi… voi vi credere gli eletti, vi credere i non plus ultra; convincere è diverso: se siete voi convinti di una cosa dite liberamente agli altri, con estrema semplicità e comprensione e amore che possono verificare se non sia questo il modo migliore di impostare le cose…

Dipende dalla libertà saper gestire in bene tutto ciò che riguarda la nostra vita e l’equilibrio stesso della natura. Lo vediamo con tutti i problemi delle mucche pazze… e perché è pazzo? L’uomo, se non sta attento, se non fa buon uso della sua libertà… Se siamo uomini e cristiani seri, persone veramente libere, non diventeremo schiavi del vino come non lo diventeremo della droga, non lo diventeremo del fumo, del troppo mangiare, del lusso nel vestire o nel divertirci… Dicendo lusso non diciamo vestire bene e con gusto, vestire signorilmente, specialmente le signore… diciamo perdere la testa per un vestito, come se con quello aveste risolto il problema di quello che c’è dentro o sotto… Nel divertirci per esempio…

L’uomo veramente libero è colui che sa gestire in sintonia, in sinfonia, il rapporto tra se stesso e le cose volute da Dio. E su queste convinzioni… in teoria ne siamo tutti convinti, ma poi in pratica c’è di mezzo la formazione della personalità, la formazione del carattere. Una volta ci si ossessionava con la formazione del carattere e con la scusa della formazione del carattere, ci costringevano a macerarci, a privarci del necessario, facevano passare per tentazioni del diavolo quello che erano elezioni divine… Adesso più nessuno parla della formazione del carattere… Formazione della volontà è una gran cosa: non potete fare i discorsi del buon uso della libertà a 30 o 40 anni, se prima non avete cominciato molto più per tempo. Allora chiamate in causa la famiglia, chiamate in causa la scuola, chiamate in causa la televisione per tutto quello che ci propina, chiamate in causa i gestori della cosa pubblica e privata… È su queste convinzioni che dobbiamo basare il nostro comportamento abituale, e per quanto riguarda il nostro tema, la comprensione del valore simbolico della vigna, della vite e del vino nelle Scritture.

Questo titolo è preso da un testo molto bello di Proverbi:

Il testo: Pr 24,30-34

30 Sono passato vicino al campo di un pigro,
alla vigna di un uomo insensato:
31 ecco, ovunque erano cresciute le erbacce,
il terreno era coperto di cardi
e il recinto di pietre era in rovina.
32 Osservando, riflettevo
e, vedendo, ho tratto questa lezione:
33 un po’ dormire, un po’ sonnecchiare,
un po’ incrociare le braccia per riposare
34 e intanto viene passeggiando la miseria
e l’indigenza come un accattone.

L’autore di questo libro, in appendice a una raccolta di detti sapienziali (perché siamo in piena letteratura sapienziale) fa una riflessione sull’uomo pigro… parlavamo della formazione del carattere, della volontà, della stabilità della personalità. Adesso, tante di quelle scienze, belle e importanti, le scienze dell’uomo: pedagogia, psicologia, un sacco di scienze… mi sembra che lascino il tempo che trovano, quando non confondono le idee a quelle povere mamme e quei poveri papà che si sentono tante cose ma che poi di aiuto spicciolo e concreto non è che abbiano un granchè… Perché tanti di quei paroloni fanno scendere i cosiddetti dotti e i grandi della Terra sulle nostre teste che è spaventoso…

Fa una riflessione sull’uomo pigro, che lascia andare in rovina la propria vite: cosa serve, se avete una bella vite e la lasciate andare a ramengo… Ma applicate subito… perché gli orientali, gli autori sapienziali dicono una cosa, ma perché voi capiate che quello l’ha detto in una direzione ancora più importante. Più le cose sono mantenute nell’anonimato, cioè non c’è nessun nome specifico, nessun parolone grosso, più significa che bisogna stare attenti. Il contrario di quello che succede da noi: da noi se non fate scendere il parolone grosso, la gente non … Là, invece, più sottintendono e più la gente sta attenta. Questo anche nei vangeli: i personaggi più importanti nei vangeli, non sono quelli che hanno nomi e cognomi, sono quelli che sono anonimi. Il monte, anche quello di ieri, quello della Trasfigurazione, non è nominato: è la tradizione di quattro secoli dopo che vi fa andare a passeggio sul Tabor per andare ad assistere alla Trasfigurazione; qualcun altro, un po’ più generoso, che pensava che Gesù fosse un alpinista un po’ più bravo che salire sul Tabor che non raggiunge i 600 mt, ha pensato alla Trasfigurazione sul monte Hermon, in fondo alla Galilea, ma al nord al confine del Libano e della Siria; là siamo già con le nevi perenni a 2000 e più mt. Ma se andate a vedere i vangeli è anonimo e, allora, bisogna stare particolarmente attenti perché è come se gli evangelisti vi dicessero: guarda che su quel monte ci sei anche tu, stai attento perché si parla di te su quel monte; e non soltanto della Trasfigurazione di Gesù.

“Sono passato vicino al campo di un pigro”: adesso molte culture sono tutte abbandonate, non c’è più gente… ma pensare a una volta, che cura, tutto a mano; adesso se non c’è il trattore nessuno fa niente… c’è da mettere a posto una botola per la strada, se non vengono con la macchina non trovate più nessuno che fa niente…

Nella coltura della vigna, ogni proprietario tracciava, con le pietre, che raccoglieva dissodando il terreno… faceva dei recinti di pietra e poi, se non li curate rovinano…

“Osservando, riflettevo”, ecco la lectio… Non pensate che non abbiamo più tempo per osservare perché ci fanno osservare troppe cose… non riuscite più a fermare gli occhi da niente, anche nei dibattiti in televisione, non lasciano un momento tranquillo per sentire quello che dicono, perché mentre parlano devono farvi passare un sacco di immagini da dietro, così non capite niente… perché se volete seguire le immagini, vi divagate da quello che dicono, e se volete seguire quello che dicono… tutto per lo spettacolo e per la diseducazione della gente, per una sana cultura… Io preferisco stare a sentire quello che uno dice e poi pensarlo, lavorarlo con la mente… E se siete un poco attenti, vi accorgete che di riflessione, in giro, non ce n’è molta…

“E vedendo…”, con la mente, non solo attraverso gli occhi; dagli occhi va giù alla mente, all’intelligenza… Intelligenza significa: intus legere, leggere dentro, trovare il significato, il valore delle cose. E vedendo dentro, cercando di essere intelligente… perché anche nella fede bisogna essere intelligente, altrimenti bisogna dire che per avere fede bisogna essere cretini… Si può avere fede e averla in maniera intelligente; non significa che la fede e la ragione sono la stessa cosa, significa che mi approccio alla fede con un po’ di acume intellettuale, facendo buon uso della mente che Dio mi ha dato…

Sentite la lezione del nostro saggio: così arriviamo all’indigenza… materialmente magari no, perché abbiamo fin troppo, ma intellettualmente e spiritualmente si. Con l’immaginazione possiamo osservare e riflettere anche noi su ciò che riguarda la vite nella Bibbia, in primo luogo la coltivazione reale della vite, riservandoci, a suo tempo, di approfondirne il simbolismo. Siate avvertiti: nella Bibbia, nei Vangeli, nessuna parola è inutile, tutte le parole sono profondamente studiate e messe ad arte, così come sono messe, né più né meno come uno che coltiva l’arte del mosaico, sa mettere il tassello al posto giuto… Sarà un lavoro piacevole e proficuo, che ci eviterà l’accusa di indolenza.

Questa sera affrontiamo solo più il punto delle costruzioni delle vigne, della coltivazioni, come coltivavano allora la vite… Visto che siamo qui, ai piedi della Langa, tutti possiamo verificare se c’è tanta differenza o no.

Il suolo palestinese, come sapete, è in gran parte collinoso, dolcemente degradante e si presta come terrazza ideale per la coltivazione della vite; la miglior collocazione delle vigne era certamente sui declivi soleggiati; esistevano anche delle viti in pianura. Pure il clima palestinese si appresta assai bene alla coltivazione della vite. Ancora oggi, il contadino lavora il suo vigneto con fatica e passione tutta particolare, dissoda il terreno, lo libera dai ciottoli che vengono a galla, lo sarchia, talora mescola la terra per correggerla e omogeneizzarla meglio. All’inizio della stagione delle piogge, autunno… Sapete che praticamente ci sono due periodi: quello delle piogge, i mesi invernali, e quello di una estrema siccità durante l’estate; raramente piove in Palestina durante l’estate. Un giorno ero a Gerusalemme, nel mese di agosto: è venuto un grandissimo temporale e tutti erano meravigliati per come si era degnato il Cielo di mandare della pioggia nel cuore di agosto. All’inizio della stagione delle piogge, in autunno, il contadino smuove, possibilmente con l’aratro, lo strato di terra, poco consistente… non possono arare con i grandi trattori, con i grandi aratri, perché c’è poca terra, roccia… E ripete l’operazione assai presto a primavera, e poi quando sbocciano le gemme. In seguito, se necessario, monda il terreno liberandolo dalle erbacce inutili, perché queste erbe inutili assorbirebbero inutilmente il vigore della terra, e sottrarrebbero energie alla pianta della vite. Ovviamente non tutti i lavoratori sono ugualmente zelanti nella cura della propria vigna e può succedere di imbattersi in vigne abbandonate a se stesse che suscitano le indignazioni, come abbiamo visto, dell’autore del libro dei Proverbi. La concimazione della vite non era prevista ed è quasi completamente ignorata, faceva parte di una cura straordinaria, adottata in particolari circostanze. La parabola evangelica del vignaiuolo, vi ricordate, che zappa attorno al fico nella vigna e vi mette il concime, sperando che riprenda a fruttificare, è riportata da Matteo e da Luca; per Matteo ha un significato, ma per Luca significa… è per sottolineare la bontà e la pazienza di Dio nei confronti dei peccatori; ecco il sevo che dice al padrone: lascia, forse dipende da me che non ho zappato attorno e non ho concimato, dammi ancora un anno di tempo e proverò, e poi l’abbattiamo. Per Luca è così, mentre per Matteo arriva subito il castigo per la vite; Luca che è l’evangelista della pazienza e della misericordia di Dio, dice: sì, aspettiamo.

Il concime naturale, proveniente dalle stalle, era molto ridotto, per il fatto che non si usava fare il letto (e non si usa) agli animali; il poco letame che si produceva, il realtà la cacca degli animali, in molti posti veniva raccolto ai margini del villaggio e seccato al sole, era utilizzato ed è ancora utilizzato come combustibile soprattutto dai poveri. Trovate in Ezechiele un curioso episodio: doveva preparare da mangiare e Dio gli aveva detto: usa gli escrementi degli uomini, passi con la carretta, raccogli tutto, fai seccare e poi fai un pena lì sopra. Ezechiele che era sacerdote e profeta anche, ma è passato dall’essere prete a fare il profeta, dice: non sarà mai che io venga meno alle leggi di purificazione del Levitico. Vi ricordate, anche Gesù che cosa diceva in proposito quando rimproverava a quelli che si facevano problemi se mangiare una cosa o mangiarne un’altra; è quello che esce piuttosto… a quello dovete stare attenti. Ezechiele si rifiuta e Dio gli dice: se proprio ti fa tanto schifo e pensi di diventare impuro per quello, ti concedo di passare agli escrementi di animali. Allora fa seccare gli escrementi di animali e poi confezione il pranzo lì sopra… Se vi ricordate di questo, vi ricordate perché le vigne erano poco concimate.

In Egitto, la vite era tenuta, di solito, a pergolato; in Palestina, anticamente, si preferiva lasciarla strisciare per terra, oppure farla arrampicare sui muri, su piante, su appoggi vari. Un proverbio dice: ogni vite vuole il so palo. Spesso la vita, ricordatelo, è unita al fico e questo vi permette di capire il fico disseccato; se dovessimo spiegare quella pagina… se vi interessa potremmo poi andare a riprenderla, per capire come mai quel fico là è seccato… ma poi con una battuta proprio stupida, perché a quel punto dite, o era stupido Gesù o era stupido Marco… perché dopo che ha fatto tutta quella pantomima sulla pianta di fico, vi dice che era andato là, si aspettava di prendere… aveva fame, aveva voglia di fichi, andò là per raccogliere i fichi … e poi dopo tutto quel teatro lì, vi dice: non era la stagione dei fichi! Ma allora, è stupido Gesù o è stupido l’evangelista? Quando ci sono queste stranezze che vanno contro il buon senso, voi siete immediatamente avvertiti: è come se l’evangelista suonasse un campanello. Come se dicesse: stai attento, non pensare che io sia così fessacchiotto da non rendermi conto di queste stranezze, ma se le dico, sei tu che devi indovinare il perché io dico questo. Allora se volete capire il perché, bisogna andare un po’ oltre e vedere come Gesù tratta Gerusalemme, quando le dice: aspettavamo da te frutti di santità, dei frutti di giustizia e invece l’alleanza non ha funzionato, hai rovinato tutto; allora tu non dai mai frutti né quando è la stagione, né quando non è, perché per te non è mai la stagione dei frutti: invano si cercano frutti da Gerusalemme. È terribile la cosa: però dovete interpretarla alla luce del contesto, perché se state a quel testo, staccato da tutti, dovete dare dello stupido o a Gesù o all’evangelista. Allora, sempre attenzione ai particolari e alle stranezze della Bibbia…

Dicevo di tenere vicini… di tenere sotto osservanza la vite e il fico; ritorna spesso nella Bibbia questa espressione: sedere sotto la vite e il proprio fico a mangiarne i frutti. In tutte le case palestinesi, le case di campagna c’è il fico e c’è la vite; e l’espressione è classica, anche chi non ha il fico e la vite vuole dire mi prendo un po’ di ombra da qualche parte, dice: sedere sotto la vite e il proprio fico… Come sinonimo di tranquillità e di pace.

Michea, il profeta Michea, contemporaneo di Isaia, di Amos e di Osea, per lo meno sono i quattro grandi profeti del secolo VIII a. C…. Michea augura a Gerusalemme la futura pace messianica con queste parole:

Il testo: Mi 4,4

4 Siederanno ognuno tranquillo sotto la vite
e sotto il fico
e più nessuno li spaventerà,
poiché la bocca del Signore degli eserciti ha parlato!

Celebrati, già da fin dall’antichità, erano i vigneti delle montagne di Giuda, attorno a Ebron, verso il deserto di Bersabea, verso il Sinai, dove ci sono le tombe dei patriarchi; talora, sull’aereo, se fate pranzo sull’aereo, vi servono il vino di Ebron o vino di Cana, oppure vino di Latrun, c’è un’abazia benedettina di buoni vigneti vicino a Latrun… a Emmaus, vicino a Gerusalemme, tutto sommato un’altra cooperativa che produce vino buono è di Betlemme, dei salesiani di Torino.

Nelle benedizioni di Giacobbe, la supremazia e la prosperità di Giuda è cantata ricorrendo anche all’abbondanza e alla qualità dei vigneti. E terminiamo con questa citazione:

Il testo: Gn 49,11-12

11 Egli lega alla vite il suo asinello
e a scelta vite il figlio della sua asina,
lava nel vino la veste
e nel sangue dell’uva il manto;
12 lucidi ha gli occhi per il vino
e bianchi i denti per il latte.

Nessuno legava un animale a una vite, perché strattonando l’animale rovinava tutta la vite; allora se qui, i discendenti di Giuda, la tribù di Giuda potrà fare questo, vuol dire che avrà un’abbondanza di vigneti a dismisura, vuol dire che sarà estremamente ricca, sarà la meglio di tutte… È l’esaltazione della tribù di Giuda da cui uscirà Davide e da cui dovrà uscire il Messia…

“Lava nel vino la veste”: se lavate la veste nel vino, invece di lavarla, la sporcate; lavare la veste nel vino vuol dire che il vino sarà tanto abbondante che sarà come l’acqua; ecco il modo di entrare nelle immagini bibliche e cercare di capire.

“Lucidi ha gli occhi per il vino”: vuol dire che potrà bere il vino invece che l’acqua perché ne avrà in abbondanza.

“E bianchi i denti per il latte”: ma se ha la bocca rossa per il vino, come fanno a essere bianchi i denti? Perché c’è abbondanza di uno e dell’altro…

Godetevi un pochettino le immagini della Bibbia, l’ambiente della Bibbia… è più ricco di quando sia dato pensare, ed è anche più vicino a noi e stimolante per noi, ripeto, non fosse altro che come cultura… E poi, al di là della cultura, c’è lo sprint che è proprio la riflessione, che poi si snoda, fondamentalmente, sempre, anche quando non sembra, su elementi che sotto sotto si riferiscono e fanno capo alla fede.

Diremo ancora qualcosa sulla costruzione delle vigne… Sapete perché mi fermo un po’, perché dopo dette queste cose, il testo che avevamo segnalato è belle spiegato… perché se vi prendere Isaia 5 e il commento che stiamo facendo ci aiuta a capire Isaia 5. La prossima volta diremo qualcosa di questo. Poi vedremo nel Cantico dei Cantici l’immagine della vite e poi leggeremo il testo di Isaia. E terminiamo poi con l’allegoria di Cana, a cui abbiamo già fatto un accenno. Ci sono tante altre parabole che riprendono l’immagine del vino, ma penso che potremmo poi terminare con un pensiero all’eucaristia, all’Ultima Cena, alla luce dell’allegoria che Gesù ha fatto sua: io sono la vera vite e voi i tralci, Giovanni 15.

Fossano, 12 marzo 2001

Testo non rivisto dal relatore

Anno pastorale: 2000/2001

DataTitoloCommento a:
16 Ottobre 2000
Don Ermis Segatti
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