12 Febbraio 2001
Don Giovanni Giorgis

5. Canterò per il mio diletto il mio cantico d’amore per la sua vigna

Commento a: Is 5, 1-5


Il salmo 123 è un salmo graduale: il salmo delle salite, dei pellegrinaggi a Gerusalemme… quei temi in cui, per onorare Dio, bisognava andare nel tempio. Dopo Gesù Cristo i templi non dovrebbero esserci più: perché il vero tempio è Lui e poi siamo noi, quindi siamo già nella casa di Dio, che siamo noi stessi; che bisogno c’è di andare a cercare Dio da un’altra parte: vuol dire che non lo abbiamo trovato in noi. Se portiamo avanti queste idee di Gesù, queste sono le idee del Vangelo: se le portiamo avanti sul serio, salta tutta la religione. E Gesù è morto ammazzato per quello: perché ha fatto saltare la religione, non perché ha detto, vogliatevi bene fra di voi e amate persino i vostri nemici. Per quello lo avrebbero lasciato vivere e magari gli avrebbero fatto qualche monumento, magari a Gerusalemme, ci sarebbe su qualche piazza qualche monumento; il guaio è che ha scompaginato tutto, ha fatto saltare la religione, e le tradizioni, per immettere nella fede. Perdere la religione, per trovare la fede: sarebbe da approfondire.

Prendiamo il salmo 123, tenendo conto che tutti i salmi sono preghiera dell’Antico Testamento: prima di questa novità di Cristo, quindi aver immaginato, localizzato la presenza di Dio, materializzato la presenza di Dio al tempio di Gerusalemme, dopo la grande riforma religiosa di Ezechia e, ancor più, quella di Giosia, che aveva portato, centralizzato il culto a Gerusalemme, facendo chiudere e abbattere tutti gli altri santuari… Riforma che è andata avanti fino ai tempi di Gesù, perché anche Gesù sale a Gerusalemme, e i pellegrini andavano a Gerusalemme perché era sopravvissuta per secoli questa riforma di Giosia che aveva centralizzato il culto a Gerusalemme. Voi capite, per motivi non tutti purissimi di fede, anche per motivi politici; gli stessi motivi per cui il buon Davide aveva pensato di costruire il tempio proprio là, perché se riusciva a tenere lui sotto chiave, come noi preti teniamo sotto chiave il Santissimo Sacramento, così se lui riusciva a tenere sotto chiave l’arca dell’alleanza, evidentemente, non era solo il re, ma era anche il sommo sacerdote. Effettivamente, il vero sommo sacerdote, quando c’era la monarchia, era il re: se pensate che il termine mashiah, unto, consacrato, non è per indicare il sacerdote, ma era per indicare il re… capite l’importanza di questo. Anche se, proprio a Davide, il buon Natan aveva ricordato che non era lui che doveva credersi capace di costruire una casa a Dio: era piuttosto Dio che pensava di dare un casato, una discendenza a Davide; di lì si è originata tutta la promessa messianica.

Prendiamo il salmo 123 (122):

1 Canto delle ascensioni. Di Davide.
A te levo i miei occhi,
a te che abiti nei cieli.
2 Ecco, come gli occhi dei servi
alla mano dei loro padroni;
come gli occhi della schiava,
alla mano della sua padrona,
così i nostri occhi sono rivolti al Signore nostro Dio,
finché abbia pietà di noi.
3 Pietà di noi, Signore, pietà di noi,
già troppo ci hanno colmato di scherni,
4 noi siamo troppo sazi
degli scherni dei gaudenti,
del disprezzo dei superbi.

Vi avevo già spiegato perché ci sono due numeri. È un canto molto bello, ma bisogna tenere presente che sono canti dell’Antico Testamento e che, quindi, quando li preghiamo come cristiani, dobbiamo, almeno mentalmente, se c’è qualcosa da correggere, correggere e adattarli per la nuova situazione cristiana; supposto che sappiamo che cos’è il cristianesimo, cos’è l’Evangelo… sempre lì: se lo abbiamo già scoperto o se dobbiamo riscoprirlo ex novo, un po’.

1  A te levo i miei occhi,
a te che abiti nei cieli.

Gerusalemme è quasi 800 mt: arrivando, tutti guardavano il monte, il monte Sion, il monte per eccellenza, il monte di Gerusalemme. E allora: “a te levo i miei occhi”: perché sto arrivando in prossimità del santuario (Cussanio è in pianura e quindi non avete da levarli tanto, ma noi a Mondovì, Regina Montis Regalis, era già un monte, ma rispetto a Vicoforte o Fiammenga, è anche in basso…); poi, con la vecchia concezione che Dio abitava nel cielo e quando faceva due passi sulla Terra si fermava sulle montagne, hanno pensato che Dio lo si incontrasse soprattutto in montagna. Ecco il buon Mosè che va al Sinai, ecco Elia che pensa di fare anche lui l’avventura di Mosè… Ancora adesso, i nostri bellissimi santuari, magari costruiti sull’alto di qualche collina o di qualche montagna…

I cieli sono considerati l’abitazione di Dio e la terra data ai figli dell’uomo vivente e gli inferi (da qui, disgraziatamente, noi abbiamo fatto venire fuori l’inferno, ma nella Bibbia sono gli inferi, cioè il mondo inferiore) dove mettiamo i morti.

2 Ecco, come gli occhi dei servi
alla mano dei loro padroni;
come gli occhi della schiava,
alla mano della sua padrona,
così i nostri occhi sono rivolti al Signore nostro Dio,

Subito sembra una bella battuta, ma molto brutta: secondo la rivelazione di Gesù, “non vi ho chiamati servi, vi ho chiamati amici”. Nel frattempo siamo diventati figli di Dio: lo eravamo già allora, ma nel frattempo abbiamo saputo meglio che cosa significa essere figli di Dio; quindi se questo può significare rispetto, amore rispettoso va bene; quello che i saggi esprimono con l’espressione: timor Dei, initiu sapientiae. Il principio della sapienza è il timore, non la paura; timore, biblicamente, è il timore rispettoso di Dio. Bisogna passare attraverso i testi del profeta Osea, attraverso i testi del profeta Geremia, attraverso il Cantico dei Cantici, per passare dalla concezione, quasi, della paura, della schiavitù nei confronti di Dio, invece quello della libertà dei figli di Dio; addirittura, a sentire la tenerezza di Dio, invece che un Dio che ci fa paura. Questo dobbiamo tenerlo presente, e chiedere a Dio per il tempo e per l’eternità, di aver presentato un Dio che ha fatto paura per tanti millenni e per tanti secoli. Tanto ha fatto paura, che sono scappati quasi tutti! Sono andati altrove, per non avere questa paura di Dio: il contrario proprio, un Dio che fa paura è il contrario del Dio presentatoci da Gesù.

2 … così i nostri occhi sono rivolti al Signore nostro Dio,
finché abbia pietà di noi.

3 Pietà di noi, Signore, pietà di noi,
già troppo ci hanno colmato di scherni,

4 noi siamo troppo sazi
degli scherni dei gaudenti,
del disprezzo dei superbi.

Qualche volte è anche vero che gli umili, i timorati di Dio, i più buoni, quelli che ieri chiamavamo con Luca, i poveri, sono malamente i più disprezzati, anche se sono i più vicini a Dio.

La lectio di oggi

Questa sera, avviando il tema della vigna e del vino, della vite nella Bibbia, facciamo una prima tappa e parliamo di sorella vite e di fratello vino. Io vi segnalo dei testi, ambientandoli velocemente nel contesto biblico.

Non c’è niente di più bello, per fare quelle lectio di cui dicevamo la volta scorsa, umano-divine, che andare a passeggio nella Bibbia, con molta liberà e con molta gioia, di incontrare le cose belle della Bibbia e, a volte, anche le cose meno belle; perché la Bibbia, per il semplice fatto che è fotografia della vita, fotografia poeticizzata, cioè vista con occhi profondi, contiene tutto quello che contiene la nostra vita: il bello e il meno bello. Andare a passeggio nella Bibbia, attraverso la lettura umano-divina, per i motivi che abbiamo spiegato la volta scorsa, senza troppe preoccupazioni di elevarci a ogni momento al di sopra del Padre Eterno, ma rimanendo serenamente qui, in compagnia delle cose che ci fanno vivere sulla Terra… Saper ogni tanto, alzare gli occhi e sapere che questa vita può assumere tutto un significato più profondo se la viviamo sotto lo sguardo di Dio, con l’amore di Dio nel cuore. E forse il vino, che rallegra il cuore dell’uomo, come tante altre cose che danno gioia e danno allegria all’uomo, possono essere i simboli migliori di un Dio che dà vita, che gioia e dà amore. Altrimenti torniamo a presentare un Dio che ci dà solo l’olio di ricino per castigarci: quello non è il Dio biblico, quello è un “mussolini” che è meglio perdere che trovare.

Il testo: Gen 8,13-22

13 L’anno seicentouno della vita di Noè, il primo mese, il primo giorno del mese, le acque si erano prosciugate sulla terra; Noè tolse la copertura dell’arca ed ecco la superficie del suolo era asciutta. 14 Nel secondo mese, il ventisette del mese, tutta la terra fu asciutta.

15 Dio ordinò a Noè: 16 «Esci dall’arca tu e tua moglie, i tuoi figli e le mogli dei tuoi figli con te. 17 Tutti gli animali d’ogni specie che hai con te, uccelli, bestiame e tutti i rettili che strisciano sulla terra, falli uscire con te, perché possano diffondersi sulla terra, siano fecondi e si moltiplichino su di essa».
18 Noè uscì con i figli, la moglie e le mogli dei figli. 19 Tutti i viventi e tutto il bestiame e tutti gli uccelli e tutti i rettili che strisciano sulla terra, secondo la loro specie, uscirono dall’arca. 20 Allora Noè edificò un altare al Signore; prese ogni sorta di animali mondi e di uccelli mondi e offrì olocausti sull’altare. 21 Il Signore ne odorò la soave fragranza e pensò: «Non maledirò più il suolo a causa dell’uomo, perché l’istinto del cuore umano è incline al male fin dalla adolescenza; né colpirò più ogni essere vivente come ho fatto.

22 Finché durerà la terra,
seme e messe,
freddo e caldo,
estate e inverno,
giorno e notte
non cesseranno».

Partiamo da lontano, partiamo da Noè: non so se sapete che la Bibbia ce lo presenta come il primo coltivatore, primo coltivatore biblico della vite. La Bibbia parla sovente della vigna, della vite e del vino, e dai lontani tempi preistorici, perviene agli scrittori sacri, la leggenda di Noè salvato dal diluvio; leggenda, ovviamente, perché il diluvio universale non c’è mai stato. Ci sono tanti diluvi, un po’ di qua un po’ di là… siccome questi racconti hanno origine nell’area mesopotamica, in mezzo al Tigri e all’Eufrate, e là è pieno di inondazioni; avvenute nei tempi lontani, preistorici, queste alluvioni hanno poi con il passare dei secoli e dei millenni, è nata l’idea… i piccoli diluvi vengono messi tutti insieme, diventa un grande diluvio, sconfina otre la Mesopotamia, e si dice che ha preso tutto il mondo… Leggende. Leggende che sono state prese dalla Bibbia e trasformate in veicoli di insegnamento: alle volte può insegnare di più una leggenda, un racconto fittizio, una novella, un racconto inventato, che un fatto storico. Un fatto storico vi dice che quella volta è successo così; la parabola, la leggenda, la novella, vi può inculcare l’idea che potrebbe succedere così tantissime altre volte, o tutte le volte; è un insegnamento molto più ampio, molto più largo. Noi abbiamo la mentalità gretta e materialista, che pensa che soltanto la storia possa insegnare; la storia intesa come corrispondenza materiale dei fatti raccontati. Abbiamo il detto, il principio, di ciceroniana memoria: historia est magistra vitae; anche se poi non impariamo niente dalla storia; comunque pensiamo che sia soltanto il fatto documentato storicamente che è serio e da ritenere. La Bibbia non ha queste preoccupazioni, anzi la Bibbia, quando parla della storia la tratta in maniera molto libera per il senso che gli autori, credenti o meno, hanno scoperto nei fatti; questo senso, questo significato è interiore, è frutto della riflessione, del ripensamento, va sempre oltre la materialità dei fatti.

Motivo per cui, di fronte a qualsiasi pagina biblica (forse ve l’ho detto già la volta scorsa) non bisogna mai che ci chiediamo, in primo luogo, se quello che è scritto lì è proprio successo per filo e per segno così; potete verificarlo, documentando in un secondo tempo, se avete piacere di una legittima e doverosa curiosità; ma in primo luogo, chiedetevi che cosa l’autore biblico vuole dirvi, vuole insegnarvi, attraverso il fatto raccontato, così come me lo racconta. Avevamo già avvertito, che gli stessi fatti della vita di Gesù sono trattati in maniera molto differente dai quattro evangelisti: vuole dire che a loro interessava cosa c’era da prendere di significato; e il significato, uno lo prende così, l’altro lo scopre diverso e l’altro, ancora diverso…

Appena uscito dall’arca, il buon patriarca, che Gen 6,9 definisce come un uomo giusto e integro, sentì il bisogno di ringraziare Dio per la salvezza ottenuta. Era ancora con quell’idea, che purtroppo ancora tanti hanno, che possa essere stato Dio a volere il diluvio, con il gusto di affogare come topi, tutti quei malvagi che ne avevano fatte tante, a quei tempi, tanto che, come dice la Bibbia, Dio si era persino pentito di aver fatto l’uomo; quello lo dice la fantasia degli scrittori biblici, non Dio: Dio non si è mai pentito di aver creato l’uomo. Noè sentì il bisogno di ringraziare Dio per la salvezza ottenuta, a svantaggio di tutti gli altri che erano morti. Come quelle suore di un convento in città che, dopo l’ultima guerra, guardando attorno, avevano visto che diversi conventi vicini erano stati colpiti e distrutti dalle bombe; allora la madre superiora dice di andare a cantare il Te Deum, perché le bombe sono scese sui conventi vicini. Voleva dire che le bombe avevano risparmiato il loro, ma è venuto istintivo di dire “per fortuna che è morto quello là e io sono ancora vivo”.

Noè costruì un altare al Signore, offrì in sacrificio animali mondi di ogni specie: perché se offrire a Dio animali immondi, è finita. E poi chissà… poveri animali, perché quelli sono immondi… La fantasia degli uomini… A nome di Dio! Tutte queste cose fatte e poi… Parola di Dio! Tanto che il Signore, vedendosi tutti questi sacrifici, fu commosso, nell’odorarne la soave fragranza: si vede che, insieme agli animali che bruciavano, mettevano qualche essenza (in oriente ne hanno parecchie). E pentendosi di quello che aveva fatto (distrutti tutti gli altri, eccetto la famiglia di Noè) promise a se stesso che non avrebbe mai più infierito contro l’uomo.

Sapete che segno di quella alleanza… Questa è la prima alleanza della tradizione sacerdotale; sapete che nella Bibbia c’è una tradizione sacerdotale, insieme alle altre grandi tradizioni, la tradizione Jhavista, quella Elohista, quella Deuteronomista; poi c’è la tradizione sacerdotale, quella che faceva capo ai preti, ai sacerdoti dell’esilio di Babilonia, che sono poi quelli che hanno scritto la Bibbia, facendo confluire in tutta la loro tradizione tutte le altre tradizioni. I sacerdoti hanno avviato questa tradizione, che si chiama tradizione sacerdotale; sono i sacerdoti che hanno impostato tutta questa loro tradizione sacerdotale su un trepiede che è formato da tre alleanza, che hanno tenuto presente: una è l’alleanza con Noè o noachica, cosiddetta, che è questa di cui stiamo parlando; la seconda è quella con Abramo e, terza, è l’alleanza sinaitica. Ecco il trepiede di tutta la tradizione sacerdotale dell’Antico Testamento. È molto importante perché è la tradizione responsabile della “fabbricazione” della Bibbia. Durante l’esilio a Babilonia non c’era più nulla: il paese era perso, il tempio era andato distrutto, il re era incatenato e prigioniero; allora i preti hanno preso in mano la responsabilità della situazione; sono riusciti, grazie al ricordo di tutte le vecchie tradizioni, a mettere insieme dei testi, ad avviare quella che diventerà poi la Bibbia. Tra questi responsabili, sapete che c’era un prete profeta, Ezechiele. Poi c’erano anche altri testi, di tradizione più leggendaria, come la Elohista e Jhavista; nel racconto del diluvio ci sono tradizioni mescolate e quindi se leggete, lì trovate un gran pasticcio, perché una volta viene detto a Noè di mettere una coppia di ogni animale; un’altra volte si dice che deve metterne sette coppie; dipende dalle varie tradizioni che poi sono state omogeneizzate, un po’ malamente, sono state messe insieme.

Il testo: Gen 9,20-29

20 Ora Noè, coltivatore della terra, cominciò a piantare una vigna. 21 Avendo bevuto il vino, si ubriacò e giacque scoperto all’interno della sua tenda. 22 Cam, padre di Canaan, vide il padre scoperto e raccontò la cosa ai due fratelli che stavano fuori. 23 Allora Sem e Iafet presero il mantello, se lo misero tutti e due sulle spalle e, camminando a ritroso, coprirono il padre scoperto; avendo rivolto la faccia indietro, non videro il padre scoperto. 24 Quando Noè si fu risvegliato dall’ebbrezza, seppe quanto gli aveva fatto il figlio minore; 25 allora disse:

«Sia maledetto Canaan!
Schiavo degli schiavi
sarà per i suoi fratelli!».
26 Disse poi:
«Benedetto il Signore, Dio di Sem,
Canaan sia suo schiavo!
27 Dio dilati Iafet
e questi dimori nelle tende di Sem,
Canaan sia suo schiavo!».
28 Noè visse, dopo il diluvio, trecentocinquanta anni. 29 L’intera vita di Noè fu di novecentocinquanta anni, poi morì.

Noè, dal canto suo, uscito dall’arca, constato che tutti avevano fatto la fine che avevano fatto, e c’era solo lui, il fortunato, e la sua famiglia, ha tirato fuori, uno dopo l’altro, gli animali, e ha ripreso, dice il racconto della leggenda, ha ripreso al coltivazione della terra: è venuto a conoscenza della vite. Si vede che la vite non era affogata nel diluvio; venuto a conoscenza della vite, piantò una vigna, ne assaporò il prodotto e si ubriacò, finendo nudo sotto il tavolo, sotto il tavolo di cucina. E poi sapete la storia com’è: i tre figli, Sem, Cam e Iafet; Sem, da cui deriverebbero i popoli semiti dell’Asia e del Medio Oriente; Iafet, da cui discenderebbero gli europei; Cam da cui discenderebbero gli africani: mica per niente neri, punizione del fatto che Cam, un po’ troppo intraprendente in quell’occasione, si è meritato la riprovazione del padre, quando si desto dall’ubriachezza e lo maledisse. Invece di fare come gli altri fratelli, che non avevano guardato la nudità del padre, erano andati a ritroso e lui ci aveva goduto un po’ su… Leggende, ma quanto hanno pesato e pesano nella storia queste fantasie.

Questi tristi effetti non produssero, tuttavia, alcuna avversione per il vino: viene da dire, il vino è morto in partenza, e invece niente… Nessuna avversione per il vino, anzi Noè, forse anche al buon succo che avrà imparato a bere con più parsimonia, raggiunse la venerabile età di novecentocinquanta anni. Sono tanti, ora che tentano di far salire la vita umana oltre i centoventi. I numeri nella Bibbia non sono mai numeri soltanto; sono sempre carichi di simbolismo e allora l’età è data in base all’importanza delle persone: più una persona, anticamente, era importante, più moriva in tarda età o faceva ancora figli a cinquecento anni; per esempio si dice che Noè, e qualche altro patriarca, a cinquecento anni ha ancora avuto dei figli. Il vino finirà di fare, nelle Bibbia, una brillantissima carriera: il canto di Isaia e altri testi famosi ce lo dimostreranno.

Questo incontro, come tutti gli incontri biblici che fate con amici e a titolo personale, devono essere occasione di godervi un pochettino qualche passeggiata nel parco della Bibbia.

Quando più tardi Isacco, tutti sapete chi è stato Isacco, benedice Giacobbe, Israele (quello che origina tutte le tribù), l’abbondanza dei frutti della terra diventa il segno pratico della provvidenza di Dio. Per parlare della provvidenza, non facevano il discorso astratto sulla grazia di Dio, su tutti questi doni soprannaturali di cui noi ci siamo riempiti la bocca, senza sapere esattamente di che si stratta: sappiamo che è Dio che si comunica, ma al di là di quello, è tanto, è tutto, non c’è niente di più e di meglio da dire, però abbiamo sempre girato intorno, tentando di dire chissà che cosa. Invece, segno immediato, pratico della provvidenza di Dio è questa…

Come anche ieri, le beatitudini… Quelle beatitudini che forse la scienza biblica sta rileggendo in tutt’altro modo, certo provocata dalla situazione sociologica del mondo di oggi; ma anche per una comprensione migliore di tutto il messaggio biblico. Quelle beatitudini a cui noi abbiamo affidato l’annuncio della vita eterna, in quello strano modo: beati i poveri, oh quanto siete felici voi che non avete niente! Quanto siete felici voi che piangete! Quanto siete felici voi che soffrite perché così vi fate tanti meriti e Dio, in paradiso, vi riempirà di grazia, vi riempirà di luce, di perfezione. Mentre i ricchi, mentre gli altri… Credo che non sia quello che vogliono dire le beatitudini; non è il paradiso. Luca dice: beati voi, voi e adesso, perché vostro è (adesso) il Regno di Dio, non sarà, quando morirete. Noi siamo nel Regno, noi dobbiamo essere dei risorti adesso, perché se aspettiamo di risorgere come morti… Noi siamo dei risorti. La resurrezione stessa non è annunciata come una seconda vita, chissà quando; è annunciata come vita per noi oggi, una vita che non ci sarà tolta, questa:  “per chi crede in me”, anche se muore fisicamente, avrà questa vita, continuerà ad avere questa vita. Quindi annuncio e benedizione per oggi: lì probabilmente vuol dire questo; felici, beati coloro che… non dimenticate Luca propone quelle quattro più i quattro guai, a gente che ha già accettato, ha già detto di sì alla sequela di Cristo; allora sanno già, almeno embrionalmente, che cosa è il Regno; e allora, beati voi che accettate di essere un po’ meno ricchi, accettate di essere un po’ più poveri, se così si può dire, perché arrivato il Regno di Dio tra voi, voi siete certamente disponibili verso gli altri, a sentirli come fratelli, che non potrete più vivere tranquilli, pensando soltanto a voi stessi e ai vostri beni, alla vostra ricchezza, ma la condividerete con chi è meno fortunato di voi. E così valga per la sofferenza, valga per tutto il resto… E se invece non fate così, io, il Signore Gesù, mi metto a piangere su di voi: ahi, ahi! è il lamento funebre che facevano per i morti: noi abbiamo tradotto “guai! Guai!”, ma non è molto ben tradotto; era il lamento funebre che Gesù intona su quelli che, pur essendo vivi, in realtà se sono egoisti, se non si sono accorti che hanno dei fratelli attorno, è come se fossero morti, agli effetti del Regno. Non è beata la povertà e la miseria in quanto tale; è beata la ricchezza, dono di Dio.

La “Camminare insieme” di padre Pellegrino aveva definito la povertà: il sapersi accontentare. Forse è una definizione molto bella, che vale per aiutarci oggi, noi tutti, fortunatamente, abbastanza ricchi e qualcuno è più ricco di altri… La ricchezza in quanto tale, se è guadagnata onestamente, è una fortuna, è un dono di Dio; probabilmente l’avete guadagnata mettendo a frutto i talenti che Dio vi ha dato. Tutte queste cose materiali, di ricchezza, di gioia, di una moglie efficiente, bella, buona, capace, figli in abbondanza… Nell’Antico Testamento… ma non solo nell’Antico Testamento, anche nel Nuovo… certo che cambiano un po’ le prospettive, altrimenti non saremmo nel Nuovo… Ma nella Bibbia sono sempre persi come segno di benedizione da parte di Dio.

Isacco benedice Giacobbe-Israele in questo modo:

Il testo: Gen 27,27-29

27 Gli si avvicinò e lo baciò. Isacco aspirò l’odore degli abiti di lui e lo benedisse:

«Ecco l’odore del mio figlio
come l’odore di un campo
che il Signore ha benedetto.
28 Dio ti conceda rugiada del cielo
e terre grasse
e abbondanza di frumento e di mosto.
29 Ti servano i popoli
e si prostrino davanti a te le genti.
Sii il signore dei tuoi fratelli
e si prostrino davanti a te i figli di tua madre.
Chi ti maledice sia maledetto
e chi ti benedice sia benedetto!».

“Dio ti conceda rugiada dal cielo”: perché se in Palestina non c’è la rugiada, non c’è niente, c’è solo sabbia e deserto; “terre grasse” perché erano tutte magre; “e abbondanza di frumento di mosto”, quindi abbondanza di pane e di vino, segno della benedizione di Dio.

La prima conseguenza dell’osservanza della legge mosaica è, secondo il Deuteronomio, il dono, da parte di Dio della prosperità:

Il testo: Dt 11,14

14 io darò al vostro paese la pioggia al suo tempo: la pioggia d’autunno e la pioggia di primavera, perché tu possa raccogliere il tuo frumento, il tuo vino e il tuo olio;

poi non è sempre vero; ieri, per esempio, come prima lettura c’era il testo sapienziale di Geremia; Geremia deve averlo copiato da qualche riflessione sapienziale; poi seguito dal salmo responsoriale, vi ricordate, il salmo delle due vie (Sl 1). La riflessione sapienziale tende a schematizzare: dice, bene e male, chi è pio ha solo bene, chi è empio avrà solo male; ma non è vero niente nella vita. Ma a quel tempo era vero, necessariamente vero, perché a quel tempo, non credendo nella vita eterna, tutto il Regno si esauriva quaggiù. Allora se Dio era giusto, doveva premiare i buoni e castigare i cattivi, subito e non aspettare la vita eterna; allora sono nati tutti questi testi sapienziali che danno l’idea di schierare il mondo in due fette, da una parte i buoni e dall’altra i cattivi. Guardate che anche la parabola di Gesù, di Matteo 25, quando, alla fine del giudizio, quando schiera i caproni da una parte e gli agnelli dall’altra, è poi ancora un testo profetico, di tipo sapienziale, non è che il giudizio avvenga proprio in quel modo, mi pare…

Teniamo presente che questi schemi sono schemi: per la riflessione, per la catechesi, quello che volete. Poi questi muri, non sono muri che passano fuori di noi, passano dentro di noi, perché ciascuno di noi è un po’ buono e un po’ cattivo, un po’ crede e un po’ dubita, un po’ cammina lungo i fiumi con bei alberi piantati e un po’ cammina nel deserto (cfr. Ger 17,5-9).

Ecco perché vi dicevo, la volta scorsa, bisogna fare una lectio umana per capire il divino nella Bibbia, perché se non usiamo la ragione, non usiamo la riflessione per capire come era quel mondo, quell’ambiente… se non facciamo tutti questi salti, corriamo dei rischi; per lo meno corriamo il grande rischio di essere dei superficiali; e la Parola di Dio merita qualcosa di più.

L’autorizzazione a convertire in denaro la decima per chi proveniva da lontano e acquistare nella zona stessa del tempio animali e cereali da offrire e consumare era concessa certamente per rendere possibile quella pratica della centralizzazione del culto a Gerusalemme, di cui abbiamo parlato; ma anche per godere dei doni di Dio alla sua presenza; allora sentite Dt 14,26:

Il testo: Dt 26,24-26

24 Ma se il cammino è troppo lungo per te e tu non puoi trasportare quelle decime, perché è troppo lontano da te il luogo dove il Signore tuo Dio avrà scelto di stabilire il suo nome – perché il Signore tuo Dio ti avrà benedetto -, 25 allora le convertirai in denaro e tenendolo in mano andrai al luogo che il Signore tuo Dio avrà scelto, 26 e lo impiegherai per comprarti quanto tu desideri: bestiame grosso o minuto, vino, bevande inebrianti o qualunque cosa di tuo gusto e mangerai davanti al Signore tuo Dio e gioirai tu e la tua famiglia.

Comperare vino: non è peccato; noi eravamo perseguitati dai peccati, da tutte le parti c’erano peccati; peccati di gola, peccati di orecchio, peccati di naso… non parliamo poi di altre parti… Dio, invece, ci ha creato i sensi perché godessimo dei suoi doni; godere non vuol dire strafare, vuol dire usarli con moderazione. Come potete gioire, se non avete niente da mangiare? Sia voi, sia i vostri figli? Se la beatitudine è quella: beato tu che sei povero, stai povero: se una cosa che in questi venti secoli ha fatto fallimento, sono le beatitudini! Perché nessuno è diventato povero e i poveri, appena sono diventati ricchi, non sono tornati una seconda volta poveri. Se lo interpretate alla lettera, è un fallimento unico: è meglio chiudere subito baracca e burattini. Se invece la interpretiamo in quell’altro modo, probabilmente, se sapessimo leggere e guardare, le beatitudini hanno camminato nel corso di questi venti secoli.

La terra promessa:

Il testo: Dt 33,28-29

28 Israele abita tranquillo,
la fonte di Giacobbe in luogo appartato,
in terra di frumento e di mosto,
dove il cielo stilla rugiada.
29 Te beato, Israele! Chi è come te,
popolo salvato dal Signore?
Egli è lo scudo della tua difesa
e la spada del tuo trionfo.
I tuoi nemici vorranno adularti,
ma tu calcherai il loro dorso».

Non era stata promessa come terra di frumento e di mosto, dove il cielo stilla rugiada? Avete ancora la rugiada, avete ancora il frumento e il vino.

Il salmista:

Il testo: Sl 104 (103)

14 Fai crescere il fieno per gli armenti
e l’erba al servizio dell’uomo,
perché tragga alimento dalla terra:
15 il vino che allieta il cuore dell’uomo;
l’olio che fa brillare il suo volto
e il pane che sostiene il suo vigore.

30 Mandi il tuo spirito, sono creati,
e rinnovi la faccia della terra.

È il salmo che canta la creazione; ringrazia Dio del suo continuo intervento creatore; e quel bellissimo versetto del salmo, che noi disgraziatamente abbiamo preso e rubato al salmo soltanto per riferirlo allo Spirito Santo tutto soprannaturale; a quei tempi, in cui lo Spirito Santo non era ancora sceso in forma di fiammelle a seccare i capelli di quei poveri apostoli che se lo sono ricevuto, ma era già in giro. Nel salmo viene applicato alla primavera: lo cantavamo in latino tutti i momenti. “Manda il tuo spirito e rinnovi al faccia della terra”: ma è lo spirito della primavera, le energie che adesso stanno già pompando sotto, appena se ne va la neve, vedete subito… Lo spirito creatore di Dio, le linfe vitali della terra… Poi certo, queste ci illuminano… esistono già queste cose nella materia, figurarsi a livello più alto, e allora siamo rimandati allo Spirito in termini più alti, più profondi.

“Fai crescere il fieno per gli armenti”: gli animali, se li avessero nutriti così… “e l’erba al servizio dell’uomo”: che l’erba serva all’uomo, anche l’uomo è erbivoro, anche se dopo il diluvio viene concesso l’uso della carne; prima non sembra che ci fosse, almeno nel racconto biblico. “Perché tragga alimento dalla terra; il vino che allieta il cuore dell’uomo, l’olio che fa brillare il suo volto e il pane che sostiene il suo vigore”: consolatevi, sono questi elementi, estremamente materiali, ma così fondamentali per la nostra esistenza fisica, che sono i segni sacramentali per la nostra vita di fede… Ecco il bello dei sacramenti.

Andiamo a vedere adesso quale fu l’esperienza dei saggi e dei sapienti. In Grecia e nel mondo occidentale li chiamano i filosofi, la Bibbia li chiama i saggi, i sapienti; i filosofi/saggi biblici sono caratterizzati dal fatto che illuminano la riflessione della ragione con la luce della fede e quindi si può parlare di sapienza; quando noi parliamo di sapienza biblica intendiamo intendiamo questo aspetto. La riflessione sapienziale prende i tempi da Salomone in avanti. Salomone, siamo verso il 1000 a.C., diventa il grande saggio perché ha istituito a corte le scuole sapienziali per formare i prefetti del regno; poi era imparentato con la cultura egiziana, perché aveva sposato una moglie egiziana e allora la sapienza sia dell’Egitto sia mesopotamica ha fatto il salto a Gerusalemme; e di lì si è avviata tutta la corrente sapienziale che poi, come sapete, ci ha lasciato tante opere nella Bibbia: il libro della Sapienza, il libro dell’Ecclesiastico o Siracide, l’Ecclesiaste o Qoeleth, Cantico dei Cantici, la riflessione sul dolore con il libro di Giobbe, la riflessione sull’amore nel Cantico dei Cantici, il libro dei Proverbi…

Vediamo qualcosa anche lì, poi potete prendervi qualcuno di questi libri e farli passare per vostro diletto.

Il testo: Sir 31,27-30

27 Il vino è come la vita per gli uomini,
purché tu lo beva con misura.
Che vita è quella di chi non ha vino?
Questo fu creato per la gioia degli uomini.

28 Allegria del cuore e gioia dell’anima
è il vino bevuto a tempo e a misura.
29 Amarezza dell’anima è il vino bevuto in quantità,
con eccitazione e per sfida.
30 L’ubriachezza accresce l’ira dello stolto a sua rovina,
ne diminuisce le forze e gli procura ferite.

Bevete un bicchiere, uno tira l’altro… siamo sempre lì, che beatitudine c’è a essere soli? La condivisione… Questo è un mago dell’esperienza: costui è un eclettico che ha fatto tutte le esperienze di questo mondo e vi scrive di tutti gli argomenti; alcune cose che dice sono desuete, sono legate a quel tempo; voi potete scrivere li accanto: bello ma inutile per noi oggi, Parola di Dio che fu. Anche a quelle che potrebbero essere ancora valide per noi oggi; e poi potrete metterci lì: fino a quando? Intravvedendo qualcosa del futuro.

“Il vino è come la vita per gli uomini, purchè tu lo beva con misura”: qui i saggi si manifestano subito. Se qualche volta, noi preti, facessimo qualche predica anche sul vino, forse riusciremmo a far intuire a noi e alla gente, che se l’eucaristia viene celebrata con il vino, è perché deve essere festosa. Certo, ricorda il sangue di Cristo, ma adesso è risorto e gode nel pensare al suo sangue sparso, non è che muoia un’altra volta; una volta lo infilzavamo un’altra volta sulla croce ogni volta che dicevamo messa, ma adesso, per fortuna, la concezione della messa, dell’eucaristia è un po’ cambiata. Vi ricordate, quando nel catechismo, dicevamo: che cos’è la messa? Era rinnovamento del sacrificio; ogni volta tornavamo a crocifiggere… era troppo, una volta basta! Oggi più nessuno dice che la messa è rinnovazione, ma attualizzazione per noi oggi di quel momento prezioso e unico, non irripetibile; e ci ricordiamo di una vita donata per noi, donata a noi per amore, quindi per qualcosa che ci esprime la gioia del Padre, che ci ha offerto la salvezza in Cristo, attraverso la sua stessa sofferenza, come qualsiasi buon padre o buona madre che cerca di risparmiare ai figli le sofferenze che ha avuto in proprio. Allora bisogna forse tornare a celebrare l’eucaristia con più festosità, con più gioia; meno interiore, ma forse più esterna: i segni devono essere anche esteriori…

“Che vita è quella di chi non ha vino? Questo fu creato per la gioia degli uomini…”. Il vino ha un valore terapeutico importante per tirare su il morale per chi è depresso, a chi ha bisogno di un po’ di allegria per sentirsi vivo.

Prendete Proverbi:

Il testo: Pr 15,15

15 Tutti i giorni son brutti per l’afflitto,
per un cuore felice è sempre festa.

Altri che beatitudine, se la intendete in quel modo! Chi è felice, alle volte, corre il rischio di accorgesi che altri non lo sono. “Per un cuore felice è sempre festa”: affronta anche la sofferenza, o l’imprevisto, con altri criteri.

Il testo: Pr 31,6-7

6 Date bevande inebrianti a chi sta per perire
e il vino a chi ha l’amarezza nel cuore.
7 Beva e dimentichi la sua povertà
e non si ricordi più delle sue pene.

E allora verrebbe da chiedersi: bere per dimenticare? Molto realisticamente, spesso è così per i poveri e per gli emarginati; è la soddisfazione più onesta che possono prendersi, quella di bere per dimenticare, crediamolo! Invece di diventare pazzi e ammazzare quegli altri che non si accorgono della loro miseria, affogano tutto dietro un fiasco di vino: forse è la cosa più innocente e Dio ne saprà rendere merito…

La casa, la mensa, il vino diventano, nella riflessione sapienziale, il simbolo della sapienza ospitale che, a nome di Dio, invita l’uomo a diventare saggio: l’immagine del banchetto diventa il simbolo della mensa, della casa della sapienza, dell’invito che Dio rivolge a tutti a nutrirsi e a bere alla sorgente della sua Parola.

Avete il testo bello di Proverbi 9:

Il testo: Pr 9,1-6

1 La Sapienza si è costruita la casa,
ha intagliato le sue sette colonne.
2 Ha ucciso gli animali, ha preparato il vino
e ha imbandito la tavola.
3 Ha mandato le sue ancelle a proclamare
sui punti più alti della città:
4 «Chi è inesperto accorra qui!».
A chi è privo di senno essa dice:
5 «Venite, mangiate il mio pane,
bevete il vino che io ho preparato.
6 Abbandonate la stoltezza e vivrete,
andate diritti per la via dell’intelligenza».

La sapienza di Dio è personificata. “Ha intagliato le sue sette colonne”: sette, la pienezza, un palazzo meraviglioso, come i palazzi vaticani. Vedete che in questo contesto… c’è poi da capire che peso, che valore, che significato profondo acquista il tema della vigna applicato a Israele; e il tema del vino per comprendere il mistero della stessa eucaristia.

Ma c’è anche l’altro aspetto che abbiamo già sentito denunziare dai saggi: l’aspetto del pericolo dell’alcolismo; vediamo qualche testo. La Bibbia non ignora i pericoli dell’abuso del vino e delle bevande inebrianti; l’alcolismo non è soltanto un pericolo e una piaga per oggi. I re e i governanti sono invitati ad astenersi dal vino: come la mettere con tutti questi pranzi a non finire che fanno quando si incontrano e di tanti altri che non dicono, ma che fanno ugualmente? Facendoseli pagare dalla povera gente, tutto sommato… I re e i governanti sono invitati ad astenersi dal vino perché possano mantenere la necessaria lucidità nel compimento dei loro doveri; prechè se bevono troppo, la mente di annebbia e invece di attendere ai doveri, dormono; soprattutto, possano capire e rimediare alle afflizioni dei poveri, ai quali, invece, può capitare di cercare nel vino, come abbiamo detto, un sollievo alla loro solitudine.

Il testo: Pr 31,4-5

4 Non conviene ai re, Lemuèl,
non conviene ai re bere il vino,
né ai principi bramare bevande inebrianti,
5 per paura che, bevendo, dimentichino i loro decreti
e tradiscano il diritto di tutti gli afflitti.

I re fanno le leggi, ma le fanno per gli altri: invece il buon senso direbbe che dovrebbero essere loro per primi a osservarle e a dare l’esempio. Alle volte sembra tanto che anche le leggi le facciano da ubriachi! La Bibbia è sorprendente come, gira e rigira, ritorna sempre agli ultimi, già anche nell’Antico Testamento.

L’uso immoderato del vino produce confusione e annebbiamento della mente, rilassamento dei costumi e degradazione della dignità umana. Prendete il Siracide, l’Ecclesiaste:

Il testo: Sir 31,25-31

25 Non fare il forte con il vino,
perché ha mandato molti in rovina.
26 La fornace prova il metallo nella tempera,
così il vino i cuori in una sfida di arroganti.
27 Il vino è come la vita per gli uomini,
purché tu lo beva con misura.
Che vita è quella di chi non ha vino?
Questo fu creato per la gioia degli uomini.
28 Allegria del cuore e gioia dell’anima
è il vino bevuto a tempo e a misura.
29 Amarezza dell’anima è il vino bevuto in quantità,
con eccitazione e per sfida.
30 L’ubriachezza accresce l’ira dello stolto a sua rovina,
ne diminuisce le forze e gli procura ferite.
31 Durante un banchetto non rimproverare il vicino,
non deriderlo nella sua letizia.
Non dirgli parola di rimprovero
e non tormentarlo col chiedergli ciò che ti deve.

Esalta le virtù del vino, però ammonisce severamente a non esagerare nel suo uso. Non scommettere con Tizio e Caio, guarda come reggo bene il vino… E giù un bicchiere dopo l’altro. Notizia di questi giorni, Tiberio Mitri, un pugile di qualità, che si è buttato sotto il treno… finito barbone.

Il libro della Sapienza mette in bocca agli empi una esaltazione del permissivismo, potremmo dire, che ha parecchi aspetti contemporanei:

Il testo: Sap 2,6-9

6 Su, godiamoci i beni presenti,
facciamo uso delle creature con ardore giovanile!

7 Inebriamoci di vino squisito e di profumi,
non lasciamoci sfuggire il fiore della primavera,
8 coroniamoci di boccioli di rose prima che avvizziscano;
9 nessuno di noi manchi alla nostra intemperanza.
Lasciamo dovunque i segni della nostra gioia
perché questo ci spetta, questa è la nostra parte.

21 La pensano così, ma si sbagliano;
la loro malizia li ha accecati.

Esaltando appunto l’intemperanza e gli ardori più del necessario. Potreste leggervi tutto il capitolo 2 della Sapienza, sottolineando la condanna finale dell’autore a questo modo di impostare la vita.

I profeti, a loro volta, denunciano gli eccessi del vino, propri dei peccatori, e dei ricchi arroganti. Amos protesta contro coloro che sbevazzano con i beni confiscati ai poveri, sotto una parvenza di legalità, in occasioni di ammende o di confisca dei beni di un debitore insolvibile: vedi Terzo Mondo, insolvibile nei confronti del Primo Mondo. Dice Amos:

Il testo: Am 2,8

8 Su vesti prese come pegno si stendono
presso ogni altare
e bevono il vino confiscato come ammenda
nella casa del loro Dio.

Vanno a visitare le Madonne in giro, a fare pellegrinaggi e a dire rosari a non finire, dormendo nei santuari su vesti prese come pegno ai poveri; il povero non poteva pagare e il ricco dice “dammi il mantello” e poi lo usano per stendersi o per mettere sotto le ginocchia a pregare nei santuari. Amos non ci vede più, voi sapete: profeta della giustizia nell’Antico Testamento. Bevono il vino confiscato come ammenda nella casa del loro Dio: andassero almeno a berlo nella casa del loro diavolo! Ma non nella casa del loro Dio.

Osea lamenta che, in occasione di feste regali, i capi sommergono il re negli ardori del vino: ubriacano il re, facendogli perdere la capacità del buon governo

Il testo: Os 7,5

5 Nel giorno del nostro re
i capi lo sommergono negli ardori del vino,
ed egli si compromette con i ribelli.

Poi quando il re è lì bevuto e ubriaco e ben disposto, si fanno firmare… i permessi, le licenze per costruire…

Michea ironizza su coloro che vanno a caccia di profeti mossi dallo spirito di vino (staccato) invece che mossi dallo spirito divino (tutto attaccato)

Il testo: Mic 2,11

11 Se uno che insegue il vento
e spaccia menzogne dicesse:
«Ti profetizzo in virtù del vino e di bevanda inebriante»,
questo sarebbe un profeta
per questo popolo.

Ecco: siete ridotti a questo punto! Che a voi piacciono i profeti del vino, non i profeti divini. Terribile, sapete, terribile… Altro che una parola di Dio che ci lascia indifferenti.

Gioele in lamento di desolazione sulle sorti del paese, descrivendo il flagello delle cavallette… Sapete che è il profeta delle cavallette, Gioele, come un richiamo al castigo di Dio.

Il testo: Gl 1,2-12

2 Udite questo, anziani,
porgete l’orecchio, voi tutti abitanti della regione.
Accadde mai cosa simile ai giorni vostri
o ai giorni dei vostri padri?
3 Raccontatelo ai vostri figli
e i figli vostri ai loro figli
e i loro figli alla generazione seguente.
4 L’avanzo della cavalletta l’ha divorato la locusta,
l’avanzo della locusta l’ha divorato il bruco,
l’avanzo del bruco l’ha divorato il grillo.
5 Svegliatevi, ubriachi, e piangete,
voi tutti che bevete vino, urlate
per il vino nuovo che vi è tolto di bocca.
6 Poiché è venuta contro il mio paese
una nazione potente, senza numero,
che ha denti di leone, mascelle di leonessa.
7 Ha fatto delle mie viti una desolazione
e tronconi delle piante di fico;
li ha tutti scortecciati e abbandonati,
i loro rami appaiono bianchi.
8 Piangi, come una vergine che si è cinta di sacco
per il fidanzato della sua giovinezza.
9 Sono scomparse offerta e libazione
dalla casa del Signore;
fanno lutto i sacerdoti, ministri del Signore.
10 Devastata è la campagna,
piange la terra,
perché il grano è devastato,
è venuto a mancare il vino nuovo,
è esaurito il succo dell’olivo.
11 Affliggetevi, contadini,
alzate lamenti, vignaiuoli,
per il grano e per l’orzo,
perché il raccolto dei campi è perduto.
12 La vite è seccata,
il fico inaridito,
il melograno, la palma, il melo,
tutti gli alberi dei campi sono secchi,
è inaridita la gioia tra i figli dell’uomo.

Intende provocare la conversione degli spensierati, quelli che non pensano mai alla conversione.

Isaia, ripetutamente, interviene nella denuncia dei mali dall’ebbrezza dei potenti del suo tempo.

Il testo: Is 5,11-12

11 Guai a coloro che si alzano presto al mattino
e vanno in cerca di bevande inebrianti
e si attardano alla sera
accesi in volto dal vino.
12 Ci sono cetre e arpe,
timpani e flauti
e vino per i loro banchetti;
ma non badano all’azione del Signore,
non vedono l’opera delle sue mani.

È il testo, subito dopo il cantico della vigna. Magari al vino potete aggiungerci anche un po’ di Extasy o qualche altra cosa. Questi passi vi servono ancora di più…

Riprenderemo la volta prossima, andando anche ad assistere a un caso di astinenza nell’Antico Testamento, quello dei Recabiti, che avevano promesso che non avrebbero abitato nelle case, ma di continuare a vivere eternamente sotto le tende del deserto, i beduini.

Vi ho offerto una panoramica di testi, non è ancora finita, ma la volta prossima dall’astinenza dei Recabiti, andiamo a vedere il comportamento di Gesù e nel Nuovo Testamento che cosa ci viene detto, così abbiamo ricreato, gioiosamente, il retroterra del vino, della vite, della vigna nell’Antico e nel Nuovo Testamento, e siamo più disposti a comprendere data questa importanza, i testi specifici di Isaia 5. E poi le nozze di Cana, supponiamo, la parabola di Gesù sulla vite i tralci (Gv 15) e poi la celebrazione dell’eucaristia.

Fossano, 12 febbraio 2001

Testo non rivisto dal relatore

Anno pastorale: 2000/2001

DataTitoloCommento a:
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