Scritto il 4 Dicembre 2005

Panel: “La Chiesa, nostra madre e sorella”

Panel: “La Chiesa, nostra madre e sorella”

Organizzato da:

  • Associazione Culturale “L’Atrio dei Gentili”
  • Studio Teologico Interdiocesano
  • Consiglio Pastorale della Diocesi di Fossano

Editrice Esperienze – Fossano
Domenica 4 dicembre 2005 ore 15:30 – 18

Presentazione del panel di esperti

Lo scorso anno fece parecchio discutere in Italia, dentro e fuori la comunità ecclesiale, un libro dal titolo “Chiesa madre, chiesa matrigna – Un discorso storico sul cristianesimo che cambia”. Nel volume lo storico Alberto Melloni, con coraggio e profondità di intuito, cercava di leggere ciò che agita il vasto e complesso mondo cristiano e la chiesa cattolica in questo tempo, tra le decisioni prese e mancate al Vaticano II e i cambiamenti (oltre le crisi o i trionfi) che ne stanno ridisegnando la fisionomia.

Seguendo le orme di questo fortunato libro, l’associazione culturale l’Atrio dei Gentili, in collaborazione con lo Studio Teologico Interdiocesano e il Consiglio Pastorale della diocesi di Fossano, ha organizzato per domenica 4 dicembre, dalle 15,30 alle 18 circa, presso la sede dell’Editrice Esperienze a Fossano (in via San Michele 81), un “panel”, cioè una specie di tavola rotonda dove sei persone esperte discuteranno e si confronteranno sul tema “La Chiesa, nostra madre e sorella”. Si tratta di uomini  e donne, sacerdoti e laici, che vivono esperienze varie e hanno competenze diverse all’interno della Chiesa.

Interverranno il prof. Ermis Segatti, responsabile dell’Ufficio Cultura della diocesi di Torino,  esperto di nuove religioni, Chiesa e paesi dell’est; il prof. Gianluca Zurra, docente di ecclesiologia allo Sti e Issr di Fossano; Eliana Brizio, educatrice professionale e animatrice di catechesi degli adulti; Andrea Morezzi, già Segretario nazionale Fuci e Meic Torino; Paolo Baggia, già Presidente dell’Atrio dei Gentili; prof. Paolo Romeo, insegnante di religione al Liceo Scientifico di Cuneo. A moderare il confronto sarà don Corrado Avagnina, direttore de La Fedeltà e dell’Unione Monregalese. Ognuno degli “esperti” illustrerà, in un breve intervento, quelli che ritiene i nodi problematici ma anche le chanches positive della Chiesa odierna, a partire dal livello locale ma con uno sguardo universale, e proverà a tracciare un’agenda delle cose da fare. Dopo un break, i sei relatori interloquiranno tra di loro, riprendendo e sviluppando i nodi emersi durante la prima parte.

All’inizio dell’incontro ci sarà spazio anche per un breve ricordo di don Mario Picco, a 15 anni dalla sua morte.

Il “panel” è aperto a tutti; ovviamente sono caldamente invitati a partecipare quanti fanno parte del Consiglio Pastorale diocesano, i responsabili dei vari settori della pastorale in diocesi, nelle unità pastorali e nelle parrocchie, sacerdoti, catechisti, animatori, il vasto mondo delle associazioni ecclesiali.

Registrazione

Trascrizione degli interventi

Il metodo: si tratta di una discussione tra esperti (6-7 persone) che prima esprimono in modo sintetico la loro posizione su due/tre domande precise in un tempo breve (10’ a testa); poi discutono tra loro, tentando di giungere il più possibile ad un incremento di posizione comune. Il pubblico assiste, ma senza intervenire. Se possibile, gli esperti indicano testi di riferimento.

Le domande che vorremmo proporci in questa occasione sono le seguenti:

–     Avendo come riferimento di orizzonte LG e GS, quali sono le più significative aree problematiche dell’attuale situazione della Chiesa, italiana e/o locale? A quale livello si pongono (di necessità, di chiarimento teologico, di applicazione pratica, di elaborazione di struttura e di principi giuridici…)?

–    Quali priorità e opzioni ci sembrerebbero da fare, a partire da questa analisi e nell’ambito di una chiesa locale? Quali attenzioni vanno attuate per maturare e costruire queste opzioni come scelte comuni?

Sintesi

Don Ermis Segatti (responsabile Ufficio cultura della Diocesi di Torino, esperto di nuove religioni, Chiesa e paesi dell’Est, religioni orientali)

(Citazione da Domenico Savonarola)

  1. Premessa. Nei confronti della Chiesa come nei confronti di altre situazioni conviene una sana messianicità; la Chiesa non finisce in questo tempo, la sua escatologia sta nella possibilità di arrivare al fondo del messaggio rivolto a lei in qualunque tempo. Non bisogna pensare che sia finita o al massimo del suo trionfo, un middle range dell’escatologia non sta male nei confronti della Chiesa.
  2. Alcune note:
    •  l’arcigno volto del Magistero (come qualcuno ha detto di recente in un libro)? Oggi però non è più attraverso il potere che si esercita influenza, che “si comanda”, tanto più alzando la voce. Anzi, l’illusione di poterlo fare porta solo a grandi insuccessi. Invece si può avere un altro atteggiamento: la forza della Chiesa sta nella capacità di convincere e di raggiungere i fedeli.
    • L’illusione ottica in cui si può cadere tra lo sfolgorante carisma di Giovanni Paolo II e il dolorante sottobosco della Pastorale. Questo vale per l’Italia e i paesi latini, ma non direi per altre aree del globo. Farei attenzione quindi a tratteggiare un volto di Chiesa pensando solo alla nostra realtà più prossima. In Europa c’è una partita aperta con la laicità e con la presa di distanza dalla Chiesa. Ma in altre parti del mondo questi problemi non sono così rivelanti, dalla Chiesa ci si attende altri riferimenti, ad es. una parola dopo tanta repressione ( Birmania, Vietnam, Cina). Quindi bisogna fare attenzione a non proiettare sul mondo le allergie che abbiamo noi qui in Europa; al tempo stesso occorre prendere seriamente in mano la questione della laicità (che prima o poi diventerà rilevante anche in altre parti del mondo).
    • Uno dei lasciti passivi di Giovanni Paolo II è stato quello di rendere muto l’episcopato italiano (De Rita, Repubblica). E’ una situazione che si spera venga superata nei prossimi decenni dai vescovi, con l’aiuto dei teologi, dei laici che fino ad ora non hanno avuto grande voce nonostante la teologia dopo Vaticano II.
  3. Punti da risolvere delicati in questo pontificato:
    •  ruolo di egemonia, sotto il primato del Papa, di alcuni movimenti come portatori di un cristianesimo più autentico. C’è chi sostiene che addirittura in loro vi sia il futuro della Chiesa. No! Chi pensa così sbaglia ed è completamente fuori tempo.
    • I protestanti hanno la bibbia-mania, mentre nel sud Europa si parla più di Chiesa ed episcopato che non di Gesù Cristo, ci si scontra più nell’anticamera che nel ‘Sancta Sanctorum’ della fede. Bisogna fare attenzione al rischio di parlare solo di cose periferiche.
    • Vescovi conformisti? Io stesso l’ho affermato dicendo della sudditanza a GPII. Bisogna riconoscere però che i nostri vescovi, facendo un’operazione tipicamente levantina, si sono occupati del sottobosco, sviluppando una così detta ‘Pastorale del sottobosco’ che ha permesso in Italia di non perdere (come invece è avvenuto in Francia) il contatto tra la Chiesa e la gente.
    • Ci aspetta un compito molto grande nel futuro: dobbiamo prepararci a parlare di Gesù Cristo. Nel confronto con le religioni e le culture del mondo ci dovremo chiedere, dopo esserci confrontati bene all’interno, in quale Dio crediamo.

Paolo Romeo (insegnante di religione al Liceo Scientifico di Cuneo)

Aree problematiche:

  • Auto comprensione della Chiesa in termini eccessivamente giuridici.
  • Eccesso di moralismo e di dottrinalismo.
  • Centralismo del potere romano.
  • Eccessiva caratterizzazione del primato petrino.
  • Rischio di ipertrofia della Chiesa con una comunità di credenti che passa il tempo ad organizzare la propria organizzazione.
  • Mancanza di una reale sinodalità.
  • Mancanza di parresia, di senso critico, di voci fuori dal coro, di pluralismo. Manca una cultura del conflitto.
  • Sui contenuti la Chiesa mi pare sollecita a dare indicazioni concrete sul piano della morale della vita individuale ma mi pare trattenuta a esprimersi altrettanto chiaramente e in modo forte sul piano sociale, per esempio sul primato  assoluto del mercato e del consumismo che mina alla radice il cristianesimo.
  • Rischio di rinuncia della profezia.

Priorità e opzioni:

  • Ascoltare le domande degli uomini d’oggi e non solo dare delle risposte già confezionate. Lasciare che di fronte a queste domande profonde il Vangelo ci riduca tutti al silenzio.
  • Riscoprire che “Dio non è il dogma che ci tiene in Chiesa, ma la relazione che ci tiene in vita” (Sequeri).
  • Partire dalle esperienze umane promettenti.
  • Chiesa come luogo di estrema libertà.
  • Chiesa povera, famiglie sobrie, comunità religiose più severe, tempo adeguato ala preghiera, rifiuto di compromessi.
  • Chiesa che accetti il suo ruolo di minoranza, per avvicinarsi al dialogo interreligioso.

Don Gianluca Zurra (docente di ecclesiologia allo Sti e Issr di Fossano)

Riprenderei il senso dell’immagine Chiesa Madre e Chiesa Sorella che mi sembra molto indicativa di questo tempo.

Madre: in rapporto con il fondamento, non esiste in relazione a sé ma all’evento di Cristo che la rende possibile. È la gratuita e radicale testimonianza perché a Gesù Cristo si creda. Genera alla fede, ad una fede adulta, che si prende in mano la propria vita e cammina sulle sue gambe.

Sorella: è difficile dirlo a volte, soprattutto di fronte a certe posizioni. Nessuna idea di Chiesa che si identifica con la sua posizione giuridico istituzionale come appare dai mass media.

Provocazioni alla luce di queste immagini:

·        Decisiva è la riconduzione della Chiesa al suo carattere e alla sua ragion d’essere originariamente testimoniale, lasciando che tutto il suo agire, anche il momento istituzionale, anche il ministero, esibisca e confessi senza remore la sua differenza rispetto a Gesù, e insieme ad una rendere testimonianza in un modo assolutamente gratuito.

·        Ne conseguono due indicazioni forti:

–          Revisione del concetto di appartenenza alla Chiesa: c’è da domandarsi se sia legittimo ancora parlare di appartenenza alla Chiesa in senso stretto. Bensì non dovrebbe esserci altro criterio se non l’interesse e la passione condivisa per l’Evangelo, prima della distinzione di compiti e di ministeri, prima della questione delle corresponsabilità nella Chiesa. Altrimenti si corre il rischio di continuare a pensare il cristiano come colui che è impegnato in parrocchia, cristiano nella sua forma ecclesiastica più che nella sua forma umana, che vive di Gesù Cristo là dov’è, anche nel dubbio, nelle incomprensioni. Questo vuol dire attivare il cosiddetto allargamento dello spazio ecclesiale: intercettare l’ambito assolutamente consistente della ricerca e della quotidianità della vita di fede che mai sfocerebbe in un impegno ecclesiale, intercettare coloro che stanno “sulla soglia”.

–          Diverso atteggiamento nel dialogo ecumenico e interreligioso.

·        La questione della località della Chiesa: parrocchia, chiesa tra le case. Bisognerebbe ritornare al dettato di Vaticano II “Non esiste Chiesa se non a partire e dentro le chiese particolari”.

Andrea Morezzi (già Segretario Nazionale FUCI e MEIC Torino)

Chiesa madre e sorella di chi? La Chiesa ha il compito di dire agli uomini che DIO LI AMA, E BASTA! Lo fa? Se proviamo a vedere quanti vengono avvicinati dalla Chiesa all’amore di Dio e invece quanti ne vengono allontanati… il bilancio mi sembra un po’ in perdita.

Di questo dovremo tutti rendere conto.

Cosa il Concilio Vaticano II ha portato come novità al riguardo?

La rilevazione procede nella storia attraverso mediazioni, nessuno è padrone della verità assoluta, siamo depositari di una verità che ci trascende, che non comprendiamo.

I laici devono insegnate ai vescovi quello che i vescovi non sanno.

I laici sono posti al confine tra Chiesa e mondo, operano nel mondo attraverso gli strumenti nel mondo ricchi di quella fede trasmessa dalla tradizione e con in mano uno strumento formidabile, la scrittura: laici fate teologia!

Questo significa che i laici hanno uno spazio di autonomia, di libertà responsabile. Dunque, per es., la morale non può essere più pensata per precetti, ma per principi, quindi si deve cambiare il modo di fare pastorale e di fare magistero.

Una conseguenza ancora: non posso distinguere il mondo tra buoni e cattivi se tutti sono portatori di verità. La Chiesa sta perdendo il contatto con il suo popolo, non gli parla più. Perché vige un meccanismo di esclusione, la gente si sente esclusa.

Paolo Baggia (informatico, già presidente Atrio dei Gentili)

La storia della Chiesa è tortuosa, lunga nel tempo, larga nello spazio. Si adatta nei secoli a culture diverse, con gioie e dolori inferti e subiti (vedi martirologio romano).

L’Atrio dei Gentili è un tentativo di offrire uno spazio comune di discussione sui problemi della vita. Un luogo in cui le persone possono esser se stesse, con i loro problemi reali, con la possibilità di mettere in comune le domande fondamentali. Ho vissuto per anni riunioni in associazioni di volontariato e nelle varie realtà della Chiesa locale: il linguaggio utilizzato era impersonale, non metteva in comune la vita di ciascuno, quanto piuttosto delle prassi.

Ancora sul linguaggio: poiché i linguaggi cambiano abbiamo provato come associazione a individuare linguaggi più attuali capaci di dire altre cose (vedi l’esperienza di Fede con Arte).

Il tema della formazione è fondamentale, ma va pensato non tanto nella forma cattedratica, quanto nella forma di dialogo e di condivisione delle domande comuni.

Eliana Brizio (educatrice professionale, animatrice catechesi per adulti)

Mi fa sorridere come il rapporto tra donne e uomini in un luogo dove si discute sia così a sfavore delle donne. Le domande delle donne sull’esperienza ecclesiale… questo sì mi sembra un tema importante da affrontare!

Parlo portando anche l’esperienza del mio lavoro con la gente in difficoltà, con stranieri, con bambini con disturbi di comportamento.

Avvicinandomi al tema come credente, ma ancor prima come donna del mio tempo, ho provato a raccogliere le suggestioni che questi due termini fanno emergere in me.

I tanti volti dell’essere madre

La maternità si manifesta fin dal suo inizio come “capacità”, come attitudine cioè, e disponibilità a contenere, a portare dentro per custodire e alimentare una nuova vita fino al momento di “darla alla luce”, stupefacente meraviglia che viene da dentro ma anche da un altrove misterioso da cui proviene la nostra stessa vita. Maternità evoca il nutrimento, la protezione, la cura, la dedizione, il dono di sé, la premura verso i più piccoli e fragili ma ancor più potentemente la capacità di accompagnamento del figlio all’acquisizione del linguaggio che lo inserisce nella famiglia umana e lo rende via via più autonomo, e l’iniziazione paziente e continua al senso della vita, all’amore, al perdono, alla lotta, alla gratitudine attraverso l’esempio e le parole che introducono alla dimensione profonda di ogni cosa. Mi è sembrato interessante notare come, pur ricordando tutti questi aspetti, i figli percepiscano in modo diverso il ruolo materno nei diversi momenti della loro vita: è normale, quindi, ma non troppo tollerato, che vi siano, in riferimento alla Chiesa-madre, posizioni e atteggiamenti tanto diversi, anche all’interno della stessa comunità dei credenti. Quanto è diverso, infatti, l’atteggiamento di un bambino piccolo che in tutto dipende dalla mamma da quello di distacco e spesso di rottura di un adolescente che cerca la propria identità e libertà in contrasto con i genitori; quanto diverso l’atteggiamento di una figlia che diventa madre a sua volta e comprende tanti insegnamenti ritenuti in precedenza poco significativi da quello di un figlio che vede il declino fisico, emotivo e mentale della propria madre nella vecchiaia! Ogni credente si trova a fare i conti con il mutare della propria percezione della Chiesa anche a partire dal momento della vita che sta attraversando. La Chiesa, che come una madre cresce e cambia con i propri figli pur restando se stessa, in che modo vive oggi queste dimensioni del suo essere? E come lo manifesta ai suoi figli e ai contemporanei?

Mi sembra di poter dire che per molti aspetti la Chiesa continui a nutrire i suoi figli, ad accoglierli e accompagnarli come meglio può durante il loro percorso vitale. Di fronte alla sfida del mondo contemporaneo, però, nel quale si confrontano e a volte scontrano visioni del mondo e della vita tanto diverse tra le diverse culture e religioni, di fronte allo smarrimento delle coscienze, penso che la Chiesa non riesca a manifestare in pieno la propria dimensione materna. Mi riferisco soprattutto alla fatica di trovare un linguaggio e uno stile di vita capace di iniziare gli uomini e le donne al senso profondo del vivere che è Cristo. Spesso i contemporanei lamentano una scarsa attenzione della Chiesa alle reali condizioni di vita delle persone, una fatica a comprendere le difficoltà di chi vive sempre più come minoranza la fede cristiana; un linguaggio difficile da comprendere, che spesso allontana invece che avvicinare le persone ad un cammino di fede attraverso la dimensione comunitaria dell’esperienza credente. Mi sembra che stia venendo progressivamente a mancare la “sapienza pratica” dell’iniziazione a causa di un’enfasi eccessiva sul “dare il buon esempio” e un parallelo raffreddamento nel vivere le esigenze del Vangelo. Come può la comunità cristiana farsi carico di questa sfida così pressante? Forse solo attraverso un ascolto più attento della voce dei suoi figli e uno sforzo di trovare i luoghi e le forme più adatte perché ognuno possa fare l’esperienza trasformante dell’amore che perdona, della speranza che nasce dall’incontro con la persona viva del Cristo.

Fratelli e sorelle nati dallo stesso amore

Quando, infine, rifletto sulla dimensione dell’esserci sorella della Chiesa, penso all’esperienza umana in cui il fratello e la sorella mi dicono la mia posizione “alla pari” con un altro da me, la condivisione degli spazi, dei tempi e dell’amore dei genitori; il passaggio da “questo è mio” a “questo è nostro”, la scuola della condivisione, dell’aiuto reciproco, ma anche la competizione per l’affetto, per un’identità diversa da quella dei fratelli, la tensione nei rapporti, la fatica e la forza nell’uscire dai ruoli nei quali i genitori ci collocano; la gioia dello stare insieme, il ruolo importante di mantenere e tramandare le tradizioni della famiglia. Penso alla fraternità che emerge in modo unico e potente quando ci si ritrova su ciò che è davvero il cuore: essere stati amati e generati dagli stessi genitori.

In che modo la comunità cristiana vive questi aspetti? E la “sonorità” di cui parliamo riguarda solo i credenti o l’umanità intera? Dalla risposta a questo interrogativo derivano atteggiamenti e comportamenti per molti aspetti diversi.

Riescono i cristiani a sentirsi “sulla stessa terra, sotto lo stesso cielo, con fratelli e sorelle nati dallo stesso inesauribile amore?”.

Se sì, come fare in modo che l’impegno per la giustizia e la verità diventino prioritarie per la Chiesa nel mondo?

Se sì, come incontrare la multiformità delle esperienze religiose umane senza perdere la propria unicità? Come disporsi realmente all’incontro con uomini e donne che diciamo “fratelli e sorelle” e che vivono in modo diverso da noi la fede? Pensiamo a quanto questo interrogativo sfidi il cammino ecumenico con i fratelli di altre confessioni cristiane o con i nostri “fratelli maggiori” gli ebrei.

Esiste nella Chiesa questa reale apertura? Ed è atteggiamento comune, diffuso, condiviso dai credenti?

Se siamo figli dello stesso Padre che ci ha creati come possiamo raccontare ad ogni uomo e donna che incontriamo l’amore con il quale siamo amati, la dedizione di Dio che si rivela a noi in Cristo, il dono del perdono e della misericordia? Come fare della Parola che ci accomuna la strada per raggiungere l’esistenza dell’uomo e rendere la nostra vita una trasparenza del Vangelo?

Seconda parte: spunti dal dibattito

Don Ermis Segatti 

–          Chi è l’altro con cui dovremmo interloquire? Abbiamo nelle nostre comunità ecclesiali in Italia  la più vasta gamma di ‘altri’ che sia mai esistita: non ci sono altre aggregazioni italiane con tanti ‘altri’ come la Chiesa.

–          La scelta dei poveri: in una discussione a Manaus, in Brasile, salta su uno dicendo: “È sbagliato dire che la Chiesa deve scegliere i poveri perché li ha già, basta trovare gli strumenti per accorgersene”.

–          Oggi la vocazione unica e prioritaria è essere Cristiani: in questo sta la sinodalità reale della nostra situazione attuale.

Paolo Romeo

–         Intercettare l’umano: è importante, ma l’impressione è che molti non si fanno nemmeno più il problema della Chiesa; perciò occorre reimparare la grammatica umana elementare.

–         Riconoscimento di una verità che ci trascende: cioè la dimensione di una storicità della verità. Per quanto noi possediamo Gesù Cristo, Egli è ancora sempre al dì la dall’essere posseduto.

Don Gianluca Zurra

–         Mi è piaciuto quanto detto sull’iniziazione alla fede che è anche iniziazione alla vita. Sentirsi parte di una comunità cristiana che ormai deve diventare qualcosa di plurale e assolutamente umano, dove la riconduzione al Vangelo è la riconduzione ad una vita pienamente vissuta. La sfida della presenza della Chiesa è la sfida di come il cristianesimo si gioca nella storia e per la storia. “La parrocchia è la soglia bassa del cristianesimo, dove tutti si possono ritrovare, senza etichette di sorta, vivendo di Gesù Cristo nel tuo quartiere, nel tuo paese” (F. G. Brambilla).

–         Sul futuro del cristianesimo mi piace la “La quarta ipotesi” di Maurice Bellet: 1ª ipotesi) il cristianesimo scomparirà; 2) la religione civile, in cui il cristianesimo si svuota dall’interno; 3) il cristianesimo continuerà, con una botta di conservatorismo o di progressivismo;  4) davanti a noi si apre uno spazio inaugurale, in cui dovrà finalmente comparire una nuova comprensione dell’uomo, perché oggi, in un contesto nuovo che ancora non conosciamo, il vangelo di Gesù Cristo possa risuonare.

Andrea Morezzi

–         Le cose accadono perché qualcuno vuole che accadano: non possiamo lamentarci del fatto che esistano i movimenti così come sono fatti, che la comunità ecclesiale esclude e non include, che la sinodalità è un dover essere dopo quarant’anni, ecc. se non prendiamo atto che le cose accadono perché qualcuno vuole che accadano.

–         La Chiesa è un popolo in conversione, prendiamone atto e con tanta umiltà insegniamo l’un l’altro in che cosa si deve cambiare… ma dobbiamo cambiare! Tutti. A partire dai nostri ministri. Dire che la Chiesa è sinodale vuol dire attivare un percorso di circolarità interno. Per es. basta percorsi pastorali che partono dai vescovi, si articolano sui preti che danno ordini ai laici.

–         L’umano non esiste, esistono le persone. E’ un soggetto che mi si mostrerà se avrò voglia di ascoltarlo e di stargli accanto prima ancora di aprire bocca.

–         Sull’idea di creare una “scuola della chiesa locale”: la vera rivoluzione di Vat. II sta nel fatto che mette la Scrittura in mano ai credenti, innescando dinamiche che non sono più verticistiche. Se dovessi fondare una nuova scuola ripartirei da questo concetto. La Chiesa non parte dalla parrocchia ma dall’altare, lì ci riuniamo come Chiesa. Ripartiamo di lì. Anche in relazione al problema della mancanza di preti.

Paolo Baggia

–         Sulle forme di Chiesa dobbiamo creare, pensare luoghi diversi, nuovi per fare uscire l’umano, la vita delle persone.

–          Sulla pastorale l’impressione è quella di un sistema gerarchico, è vero: l’obiettivo è riuscire ad agganciare le persone, così la pastorale può diventare una sintesi più alta con la vita delle persone.

Eliana Brizio

–          Quando penso ad una “scuola della chiesa locale” mi chiedo se non sia ancora una volta un servizio di lusso. Forse è un rischio. Vedendo la Chiesa dal basso, mi chiedo come si può fare a creare dei luoghi dove parlarsi per raggiungere la gente comune che sta aspettando di incontrare ancora adesso la misericordia e il perdono… non so se una scuola sia sufficiente.

–          Rispetto agli scenari di oggi, non so se ci rendiamo conto della forza con cui questo mondo sta cambiando. Mi chiedo fino a quando potremo continuare ad interrogarci sul destino della Chiesa nei termini di struttura, di comunità, quando è chiarissimo che sono le singole persone (prima delle parrocchie) ad essere interpellate singolarmente. Perché la domanda sarà “vuoi esser cristiano oppure no”? Vuoi stare all’interno della Chiesa, vuoi far parte della parrocchia o del movimento? Per te il cristianesimo, l’avventura di una relazione con Gesù Cristo personale, è una cosa reale o no? Ti spiega la vita o no? La tua speranza dove la trovi?

–          Le persone sono interpellate già oggi a livello individuale, ma la Chiesa spesso bypassa le risposte individuali e si dà risposte collettive. Vorrei sapere come la Chiesa raccoglie la quantità di risposte che la gente cerca di darsi, vorrei sapere come la Chiesa si sta attrezzando a mettere davvero in comunicazione l’uomo con Gesù. Spesso ho l’impressione che la Chiesa, invece di essere trasparente all’evento Gesù, spesso si presenta come un muro insormontabile. Ad es. certe affermazioni del Magistero sulla morale sembrano dei posti di blocco… Peccato che se riesci a forzare il primo dopo vai via che è una meraviglia, non c’è nessuno a controllare. Gli unici percorsi che hanno un vero check point sono quelli sulla morale sessuale. Sul magistero sociale, sulle risorse umane, sulle risorse ambientali… niente, nessun controllo!

(Sintesi non rivista dai relatori)


COMMENTO (Stella Morra)

UNA CHIESA MADRE E SORELLA

“Da molti mesi, una volta al mese, parte da Finale Emilia un piccolo convoglio. Gli amici della carovana pregano il loro rosario ogni giorno, ascoltano messa in croato, salgono sulla collina delle apparizioni. Calcano cose sacre nei passi e nella voce. Sento la differenza da loro in questo strano spessore che i miei gesti non hanno. Il mio scaricare casse è solo quello, non porta altro, il loro scaricare casse è invece come un coccio di vetro che da terra rifrange luce in tutte le direzioni, ma soprattutto in cielo.

Perciò intendo a mio modo, poco, che i loro gesti durano e i miei no. Sono solo uno che legge la Bibbia, loro sono quelli che la reggono. Non sono dei loro, sono di passaggio, anche se forse ritornerò in queste regioni: loro sono i residenti in terra. Conservo il mio pezzo sgualcito d’identità come un palloncino nel vento, perché loro hanno a volte una piena che può denudare un uomo adulto e incallito di sé, quale io sono diventato. Resisto al loro trascinarmi, seguo però, seguo zitto i loro passi e scrivo”.

(Erri De Luca, Pianoterra, p. 91-94)

Mi sono spesso chiesta, leggendo questo bel testo di Erri De Luca, se chi incontra me possa riconoscere nei gesti e nelle parole “come un coccio di vetro che da terra rifrange luce in tutte le direzioni, ma soprattutto in cielo”… E il desiderio non riguarda solo le nostre singole persone, ma la comunità ecclesiale tutta: chi incontra le nostre chiese, anche se decide di “resistere” al trascinarlo, è portato a riconoscere ciò che dura?

Infatti siamo noi, i credenti (coloro che esercitano il participio presente del verbo credere!) che abbiamo in primo luogo bisogno per noi che le nostre chiese siano il segno di ciò che dura, dei residenti in terra, e cocci di vetro che rifrangano luce. Di queste domande si nutre il percorso di riflessione degli ultimi anni dell’Atrio dei Gentili, e ancora una volta abbiamo voluto condividere questi pensieri nel dicembre scorso con un panel di discussione dal titolo: “La Chiesa nostra madre e nostra sorella”, con interventi a più voci. Ed è stato il nostro modo di ricordare anche don Mario Picco, a 15 anni dalla sua morte: da lui molti di noi hanno imparato ad amare la propria e l’altrui vita e la Chiesa, con lo stesso amore.

Il vescovo Giuseppe ha voluto passare a salutarci e ci ha offerto due sottolineature, a partire dal titolo, che ci piacerebbe offrire alla riflessione di tutti. Dall’idea di Chiesa madre, con la risonanza dell’uso che ne hanno fatto i Padri della Chiesa nei primi secoli emerge il tema del nutrimento, dell’accudimento, del generare per rendere autonomi, della delicatezza tutta speciale verso i figli più deboli, malati o fragili. Di uno sguardo di cura, dunque, che diventa stile dominante, di ogni credente verso tutti e in special modo di chi ha responsabilità, pastorali e ministeriali, verso chi gli è affidato.

Dall’idea di Chiesa sorella emerge il tema della sinodalità, dell’avere ognuno e tutti insieme il diritto/dovere ad aver voce, a dare e ricevere ascolto, a dare e ricevere valorizzazione per ciò che si fa e si è. In una relazione schietta, libera, fraterna, appunto. E questo in primo luogo all’interno della vita delle chiese, a tutti i livelli.

E ci chiediamo dunque: perché tutto ciò non resti solo una bella intuizione, perché non sia solo un volontaristico e personalistico desiderio, quale forme e percorsi possiamo darci? Come “far funzionare” questo metodo e questo stile non “senza” la buona volontà e l’impegno dei singoli, ma, partendo da questo, “con” forme stabili e sovrapersonali, che diano luoghi, tempi e modalità al desiderio di un volto di Chiesa così?

È la domanda su cui vorremmo continuare a riflettere, per essere anche noi gente che “segue, zitta e scrive”.


COMMENTO (Carlo Barolo)

TORNARE AL CUORE DELLA FEDE

“I Protestanti sono caratterizzati dalla ‘Bibbia-mania’, mentre nel sud Europa si parla più di Chiesa ed episcopato che di Gesù Cristo, ci si scontra più nell’anticamera che nel ‘Sancta sanctorum’ della fede. Bisogna fare attenzione al rischio di parlare solo di cose periferiche…”. È una frase di don Ermis Segatti (responsabile per la cultura della diocesi di Torino) che colgo dalla trascrizione degli interventi di quanti hanno partecipato al panel di discussione “La Chiesa, nostra madre e sorella”, organizzato dall’associazione culturale “L’Atrio dei Gentili” all’inizio dello scorso dicembre. Su questo incontro e sui numerosi stimoli da esso emersi vogliamo ancora tornare, dopo l’articolo di Stella Morra pubblicato su “La Fedeltà” dell’11 gennaio. La frase riportata in apertura è emblematica del clima un po’ asfissiante in cui siamo immersi, soprattutto perché pronunciata da chi, come don Segatti, è un grande conoscitore del cristianesimo contemporaneo a livello mondiale e dei fermenti religiosi che agitano il nostro pianeta. Coglie in modo efficace uno dei problemi chiave della Chiesa di oggi, in particolare in Italia. Una Chiesa – come ha ben sintetizzato il prof. Paolo Romeo di Cuneo, intervenuto al panel – ridotta spesso ad “una comunità di credenti che passa il tempo ad organizzare la propria organizzazione”.

E allora non è un caso se per il prossimo convegno nazionale di Verona i vescovi italiani, dopo qualche incertezza, hanno scelto come tema: “Testimoni di Gesù risorto, speranza del mondo”. Il che equivale a dire che, quando non si sa più dove andare a parare, si ritorna ancora una volta al cuore del cristianesimo, a quell’annuncio originario (non solo nel senso cronologico) da cui è scaturito il Cristianesimo.

L’esigenza di tornare a parlare di questioni che stanno al centro dell’esperienza credente sembra emergere, almeno stando al titolo “Dio è amore”, anche dalla prima enciclica di Benedetto XVI che viene resa pubblica proprio oggi. Leggeremo con attenzione quanto papa Ratzinger scrive a tutti i fedeli del mondo per capire come viene declinato il tema dell’amore di Dio. E vedremo se a Verona si riuscirà a trovare il bandolo per sbrogliare la matassa di questi tempi così difficili, in cui le forme di Chiesa che ci sono state consegnate dalla tradizione cristiana sembrano mute, svuotate di significato e scarsamente efficaci e, nello stesso tempo, il nuovo ancora non s’intravvede, e non solo nell’ambito ecclesiale.

Vedremo se Verona saprà suggerire delle nuove forme per essere Chiesa, oltre i due estremi di un “fondamentalismo che procede solo per affermazioni corrette dal punto di vista dottrinale, ma prive della capacità di diventare vita, o contro un tentativo di annacquamento dell’esperienza credente volto a ridurre la fede a religione civile” (così si è espresso in un recente convegno mons. Domenico Sigalini, vescovo di Palestrina e presidente del Centro di orientamento pastorale). Per una Chiesa fatta di persone che sappiano davvero ascoltare le domande degli uomini di oggi e non solo dare delle risposte già confezionate.  


COMMENTO (Eliana Brizio)

UNA CHIESA CHE FATICA A MOSTRARE IL SUO VOLTO MATERNO  

“La Chiesa nostra madre e sorella”, titolo interessante per un interessantissimo confronto avvenuto nel mese di dicembre presso Editrice Esperienze a Fossano.

Avvicinandomi al tema come credente, ma ancor prima come donna del mio tempo, ho provato a raccogliere le suggestioni che questi due termini facevano emergere in me.

La maternità si manifesta fin dal suo inizio come “capacità”, come attitudine cioè, e disponibilità a contenere, a portare dentro per custodire e alimentare una nuova vita fino al momento di “darla alla luce”, stupefacente meraviglia che viene da dentro ma anche da un altrove misterioso da cui proviene la nostra stessa vita. Maternità evoca il nutrimento, la protezione, la cura, la dedizione, il dono di sé, la premura verso i più piccoli e fragili ma ancor più potentemente la capacità di accompagnamento del figlio all’acquisizione del linguaggio che lo inserisce nella famiglia umana e lo rende via via più autonomo, e l’iniziazione paziente e continua al senso della vita, all’amore, al perdono, alla lotta, alla gratitudine attraverso l’esempio e le parole che introducono alla dimensione profonda di ogni cosa. Mi è sembrato interessante notare come, pur ricordando tutti questi aspetti, i figli percepiscano in modo diverso il ruolo materno nei diversi momenti della loro vita: è normale, quindi, ma non troppo tollerato, che vi siano, in riferimento alla Chiesa-madre, posizioni e atteggiamenti tanto diversi, anche all’interno della stessa comunità dei credenti.

I tanti volti dell’essere madre

Quanto è diverso, infatti, l’atteggiamento di un bambino piccolo che in tutto dipende dalla mamma da quello di distacco e spesso di rottura di un adolescente che cerca la propria identità e libertà in contrasto con i genitori; quanto diverso l’atteggiamento di una figlia che diventa madre a sua volta e comprende tanti insegnamenti ritenuti in precedenza poco significativi da quello di un figlio che vede il declino fisico, emotivo e mentale della propria madre nella vecchiaia! Ogni credente si trova a fare i conti con il mutare della propria percezione della Chiesa anche a partire dal momento della vita che sta attraversando. La Chiesa, che come una madre cresce e cambia con i propri figli pur restando se stessa, in che modo vive oggi queste dimensioni del suo essere? E come lo manifesta ai suoi figli e ai contemporanei?

Mi sembra di poter dire che per molti aspetti la Chiesa continui a nutrire i suoi figli, ad accoglierli e accompagnarli come meglio può durante il loro percorso vitale. Di fronte alla sfida del mondo contemporaneo, però, nel quale si confrontano e a volte scontrano visioni del mondo e della vita tanto diverse tra le diverse culture e religioni, di fronte allo smarrimento delle coscienze, penso che la Chiesa non riesca a manifestare in pieno la propria dimensione materna. Mi riferisco soprattutto alla fatica di trovare un linguaggio e uno stile di vita capace di iniziare gli uomini e le donne al senso profondo del vivere che è Cristo. Spesso i contemporanei lamentano una scarsa attenzione della Chiesa alle reali condizioni di vita delle persone, una fatica a comprendere le difficoltà di chi vive sempre più come minoranza la fede cristiana; un linguaggio difficile da comprendere, che spesso allontana invece che avvicinare le persone ad un cammino di fede attraverso la dimensione comunitaria dell’esperienza credente. Mi sembra che stia venendo progressivamente a mancare la “sapienza pratica” dell’iniziazione a causa di un’enfasi eccessiva sul “dare il buon esempio” e un parallelo raffreddamento nel vivere le esigenze del Vangelo. Come può la comunità cristiana farsi carico di questa sfida così pressante? Forse solo attraverso un ascolto più attento della voce dei suoi figli e uno sforzo di trovare i luoghi e le forme più adatte perché ognuno possa fare l’esperienza trasformante dell’amore che perdona, della speranza che nasce dall’incontro con la persona viva del Cristo.

Fratelli e sorelle nati dallo stesso amore

Quando, infine, rifletto sulla dimensione dell’esserci sorella della Chiesa, penso all’esperienza umana in cui il fratello e la sorella mi dicono la mia posizione “alla pari” con un altro da me, la condivisione degli spazi, dei tempi e dell’amore dei genitori; il passaggio da “questo è mio” a “questo è nostro”, la scuola della condivisione, dell’aiuto reciproco, ma anche la competizione per l’affetto, per un’identità diversa da quella dei fratelli, la tensione nei rapporti, la fatica e la forza nell’uscire dai ruoli nei quali i genitori ci collocano; la gioia dello stare insieme, il ruolo importante di mantenere e tramandare le tradizioni della famiglia. Penso alla fraternità che emerge in modo unico e potente quando ci si ritrova su ciò che è davvero il cuore: essere stati amati e generati dagli stessi genitori.

In che modo la comunità cristiana vive questi aspetti? E la “sonorità” di cui parliamo riguarda solo i credenti o l’umanità intera? Dalla risposta a questo interrogativo derivano atteggiamenti e comportamenti per molti aspetti diversi.

Riescono i cristiani a sentirsi “sulla stessa terra, sotto lo stesso cielo, con fratelli e sorelle nati dallo stesso inesauribile amore?”.

 Se sì, come fare in modo che l’impegno per la giustizia e la verità diventino prioritarie per la Chiesa nel mondo?

Se sì, come incontrare la multiformità delle esperienze religiose umane senza perdere la propria unicità? Come disporsi realmente all’incontro con uomini e donne che diciamo “fratelli e sorelle” e che vivono in modo diverso da noi la fede? Pensiamo a quanto questo interrogativo sfidi il cammino ecumenico con i fratelli di altre confessioni cristiane o con i nostri “fratelli maggiori” gli ebrei.

Esiste nella Chiesa questa reale apertura? Ed è atteggiamento comune, diffuso, condiviso dai credenti?

Se siamo figli dello stesso Padre che ci ha creati come possiamo raccontare ad ogni uomo e donna che incontriamo l’amore con il quale siamo amati, la dedizione di Dio che si rivela a noi in Cristo, il dono del perdono e della misericordia? Come fare della Parola che ci accomuna la strada per raggiungere l’esistenza dell’uomo e rendere la nostra vita una trasparenza del Vangelo?


COMMENTO (Paolo Baggia)

ALCUNI NODI… DA SCIOGLIERE?

  Una riflessione sulla Chiesa è nata prima all’interno dell’associazione culturale “L’Atrio dei Gentili”, condotta tramite seminari di approfondimento ed incontri con esperti. Il tema era complesso: come rendere più trasparenti e più praticabili le forme di Chiesa in cui viviamo; tali da rispecchiare e riflettere la luce dell’esperienza vissuta di fede cristiana, ed allo stesso tempo rendendola rilevante per le persone che la vivono. Guardandosi intorno esistono analisi, riflessioni, sulla situazione attuale della Chiesa; per citarne una, il libro di Alberto Melloni dal titolo “Chiesa madre, chiesa matrigna”, (Einaudi 2004), ristampato più volte, oppure “Dove va la Chiesa?” di Medard Kehl (Queiriniana) di alcuni anni fa.

Il passaggio successivo, dall’analisi alle opzioni e alle proposte concrete, non sembra essere ancora emerso con chiarezza, per questo la riflessione interna all’associazione è stata allargata al Consiglio Pastorale diocesano, per coinvolgere nel cammino di ricerca altre componenti della nostra Chiesa locale. Lì è nata la proposta di realizzare un panel dal titolo “La Chiesa, nostra madre e sorella” che ha riunito persone di esperienza diversa a dialogare e a condividere la riflessione con il pubblico. L’incontro è avvenuto ad inizio dicembre presso l’editrice Esperienze a Fossano, luogo particolarmente azzeccato, simbolo di una riflessione all’avanguardia avvenuta a Fossano negli anni post-conciliari. All’inizio dell’incontro si è colta l’occasione per ricordare don Mario Picco, il suo sorriso, la sua cara presenza, a 15 anni dalla sua morte.

Il panel (io ero uno dei sette relatori) ha messo a fuoco alcune questioni, abbozzando dei nodi importanti, quali ad esempio: la sinodalità e lo spirito di accoglienza (mons. Giuseppe Cavallotto); l’ampiezza e la complessità del cristianesimo (don Ermis Segatti, responsabile cultura diocesi di Torino); un magistero in ascolto capace di intercettare i segnali dell’umano (Paolo Romeo, docente di religione); la revisione del concetto di appartenenza e la passione per la vita e per l’umanità (don Gianluca Zurra, docente Sti); il ruolo della laicità ed il richiamo conciliare (Andrea Morezzi, presidente Meic Torino); la valenza di una chiesa madre e la fatica di un linguaggio che sappia iniziare alla vita (questioni illustrate nello scorso numero di questo giornale da Eliana Brizio, educatore professionale).

È stato un primo passo, non certo l’ultimo, l’inizio di una riflessione più ampia che riteniamo importante e vitale per noi e per la nostra fede. Il prossimo sarà l’intervento di padre Elmar Salmann, monaco benedettino, teologo di fama mondiale, a Fossano lunedì prossimo che ci parlerà di “Quali chiese per cristiani adulti” (vedi articolo in questa pagina).

Speriamo che altri passi seguano e di procedere in questo cammino. 


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