14 Dicembre 2002
Stella Morra

2. La storia di Giuseppe

Commento a: Gen 45, 1-15


Introduzione

Il ciclo di Lectio di quest’anno verte sul tema del conflitto e della violenza.

Sembra brutto affrontare un tema così negativo, perché siamo tutti abbastanza stanchi di viverli continuamente nella vita, ed avremmo voglia di leggere testi a lieto fine. Eppure ci può essere di aiuto guardare in faccia anche questa dimensione della vita.

La lettura del testo di Caino ed Abele fatto insieme l’altra volta, la riflessione sul conflitto come dato originario, che cioè fa parte della realtà della vita, dovrebbero averci aiutato ad entrare nel tema, a superare le eventuali diffidenze. Il brano che vi propongo oggi sviluppa l’idea che c’è una dimensione positiva del conflitto, c’è qualcosa da fare che non è semplicemente risolverlo.

La lectio di oggi

Il testo è per necessità una piccola parte della storia di Giuseppe, non possiamo commentare tutta la storia riga per riga, perché copre un arco molto vasto di capitoli – dal 37 al 50 – nel libro della Genesi.

Vi invito a prendervi un po’ di tempo, a leggere tutta la storia di Giuseppe senza chiedervi “che cosa mi insegna?”, ma semplicemente per il gusto di leggere la storia. E’ una storia bellissima, di cui tutti ricordiamo alcune scene, quelle perennemente raccontate: Giuseppe maltrattato dai fratelli, Giuseppe che interpreta i sogni del faraone, Giuseppe che rende ai fratelli pan per focaccia…

Queste immaginette non rispettano il testo biblico, sono un po’ modificate dall’uso e non rendono conto dell’insieme della storia, che è bellissima e funziona meglio di un cartone animato: la gente ci casca dentro perché è terribilmente vera ed ha un ritmo di racconto da film. Non a caso si è prestata bene a varie riduzioni cinematografiche.

Su questa storia potete fare un esercizio molto efficace: prendete una parola e seguitela in tutta la storia. Vi consiglio ad esempio la parola tunica. Seguite la vicenda della tunica di Giuseppe e di tutte le tuniche. In questo racconto c’è un gran parlare di vestiti ed è veramente interessante.

Dedicherò un po’ di tempo ad alcune questioni che non sono nel pezzo che leggeremo oggi, che riguardano la storia di Giuseppe in generale ed in essa acquistano un significato.

Storia di fratelli

Tutti sappiamo che Giacobbe aveva dodici figli. Forse sappiamo che aveva dodici figli da molte mogli diverse. Tra l’altro, secondo la scrittura, non ne aveva dodici, ma tredici. Giacobbe, per molto tempo credette che Giuseppe fosse morto, quindi Beniamino prese il posto di Giuseppe.

Inoltre, siccome i dodici figli di Giacobbe sono alla base delle dodici tribù di Israele, alla fine, non si sa bene come, si è arrivati al numero dodici.

La cosa che ci interessa e che ci collega anche strettamente al racconto di Caino e Abele è questa storia di fratelli. Il tema della lotta tra fratelli nella scrittura è costante: Caino e Abele, Esaù e Giacobbe, i dodici figli di Giacobbe.

Qui una cosa è molto chiara: si è fratelli perché si ha lo stesso padre, le madri sono diverse. Giuseppe e Beniamino sono i figli di Rachele, la donna che Giacobbe amò veramente. Per una serie di vicende ha sposato anche le altre, ma l’amata è Rachele.

I figli della madre amata, Giuseppe e Beniamino, sono i più amati e per questo sono odiati dagli altri fratelli. Non sono i primogeniti, anzi sono i due più piccoli, quindi non c’è la solita questione di rapporti tra primogenito e secondogenito, ma il problema si sposta ai rapporti tra i figli della moglie amata e i figli delle altre madri, che sono meno amati.

Giuseppe è il figlio amato tra gli amati perché Beniamino farà morire di parto la madre.

Tutto questo racconto ci dice che ci sono dei legami tra di noi che non hanno mai una direzione sola. Noi diciamo “i dodici fratelli”, “i dodici figli di Giacobbe” e ne abbiamo un’immagine da “mulino bianco”. Nel racconto biblico è un po’ diverso, la fraternità è legata all’unico padre: noi abbiamo uno stesso padre e abbiamo molte madri diverse.

Alcuni padri della Chiesa commentano dicendo che il padre è Dio e le madri sono le culture. Pensate a quanto è moderna questa idea: noi siamo fratelli perché abbiamo un unico padre e questo ci viene ripetuto in tutto il Nuovo Testamento, ma veniamo da tante famiglie, da madri più amate o meno amate, da culture molto diverse tra di loro. Si apre qui un filone di riflessione che mi sembra molto bello e che lascio a voi.

Come dicevamo l’altra volta, tra questi figli c’è una differenza che è semplicemente data. Certo nel racconto quelli cattivi sono anche antipatici, come nei telefilm americani, e quelli buoni sono simpatici; se ci si mette dal punto di vista del cattivo se ne capisce anche il comportamento: è un tipo un po’ antipatico, ma ha anche le sue ragioni, perché gliene succedono di tutti i colori, non ha fatto niente di male, non è colpa sua se è nato da un’altra madre, eppure è meno amato per questo!

E’ il tema che abbiamo sottolineato già l’altra volta: la differenza è un dato ontologico, c’è fin dall’inizio, senza una spiegazione, senza un motivo. La differenza sembra far nascere immediatamente il conflitto. Ci tocca essere noi stessi – l’unica cosa degna che possiamo fare della nostra vita – ma se siamo noi stessi diventiamo diversi e se diventiamo diversi immediatamente ci viene da litigare, sentiamo la differenza degli altri come un furto, come una privazione.

Il tema del rapporto tra i figli e le madri potrebbe essere trattato a lungo.

In questo racconto, tipico della cultura ebraica, contano solo i maschi, dal punto di vista legale, sociologico; ma tutto quello che questi maschi fanno lo fanno come reazione al legame che hanno con le donne che sono le loro madri, sorelle, figlie. Si odiano tra loro a causa delle donne, fanno la pace a causa delle donne, si dividono a causa delle donne e così via.

Giuseppe, il sognatore

Giuseppe è un sognatore. Nella Scrittura c’è un altro Giuseppe che sogna: il marito di Maria. A Giuseppe in sogno viene detto “non temere di prendere Maria tua sposa”, più tardi “porta la tua famiglia in Egitto, vai via di qui”.

All’inizio e alla fine dell’Antico Testamento ci sono due Giuseppe che sognano.

Il nome Giuseppe viene da una radice ebraica che vuol dire “sovrabbondanza”. I due Giuseppe, i due sovrabbondanti, i due esageratamente ricchi, sognano.

I sogni sono una risorsa di notizie oltre la risorsa della fede.

I due Giuseppe sono due uomini di fede, si fidano di Dio, della storia, della situazione in cui sono, si fidano profondamente – noi diremmo semplicemente – e per questo hanno una risorsa di informazioni in più: sognano.

C’è un midrash ebraico molto bello che dice che ci sono cinque cose nel mondo che hanno in sé un sessantesimo di altro. Queste cinque cose sono il fuoco, il miele, il sabato, il sonno e il sogno.

Il fuoco ha in sé un sessantesimo della Geenna, della perdizione eterna; il miele ha in sé un sessantesimo della manna; il sabato ha in sé un sessantesimo del mondo a venire; il sonno ha in sé un sessantesimo della morte e il sogno ha in sé un sessantesimo della profezia, della notizia di Dio.

I sogni nella nostra vita

Io credo che sarebbe veramente bello ed interessante ragionare un po’ sul posto che hanno nella nostra vita i sogni, o forse i desideri, per dirla con un termine moderno, come una delle poche cose che contiene qualcosa d’altro.

Ci sono nella nostra vita delle cose che sono solo loro stesse o per lo meno che noi percepiamo come solo loro stesse; sono soprattutto le cose che capiamo, che governiamo, che sappiamo dove vanno a finire.

In genere diciamo che le abbiamo scelte, e in queste ci sentiamo più o meno contenti, con più o meno difficoltà, a seconda dei momenti, ma ci sentiamo padroni. Ad esempio la professione è una cosa di questo genere: siamo più o meno soddisfatti, più o meno felici, più o meno arrabbiati, più o meno facilitati, ma in genere nella nostra professione, superato il tempo iniziale, ci sentiamo in grado di gestire la situazione: il lavoro è solo quello che è, nel bene e nel male. Forse qualche volta ci deprime che sia solo quello che è, vorremmo che fosse anche altre cose.

Poi ci sono e, ahimè, crescendo nell’età sempre di meno, alcune piccole cose che non sono mai solo quello che sono e di fronte a queste noi diciamo “non so bene come fare” oppure “mi aspettavo che….. invece…”.

Spesso sono le cose che hanno la capacità di sorprenderci, sono le relazioni con le persone in cui uno pensa, valuta, fa, decide e poi improvvisamente si trova per mano tutta un’altra cosa e non sa nemmeno dire, in certi momenti, se è contento o scontento che sia tutt’altra cosa rispetto a ciò che si aspettava.

Sono le situazioni che ci rendiamo conto di non poter governare totalmente, che non sono solo quello che sono, portano in sé un sessantesimo di altro, un elemento che non possiamo valutare bene.

Gli amori sono una di queste. In genere non si ama solo chi ci rende la vita facile e chi fa esattamente quello che noi ci aspettiamo che faccia – dopo un po’ diventa una noia. Si ama di più chi ci sorprende, chi ci lascia a bocca spalancata e noi non avremmo nemmeno saputo – oppure voluto – desiderare che accadesse.

Il midrash biblico ci dice che ci sono cinque cose che portano in sé un sessantesimo di altro e guarda caso, sono cose molto importanti nella vita di Israele: il fuoco, il miele, il sabato, il sonno, il sogno.

Il segno della salvezza

Prima, piccola domanda per l’Avvento: nella nostra vita, quali sono le cose che portano in sé un sessantesimo di altro? Se non ce n’è nemmeno una è un po’ preoccupante, se ce ne sono duecento è altrettanto preoccupante. Ne bastano quattro o cinque, e portano in sé il segno che non siamo tutti lì, che la vita non è tutta lì, che le cose non sono solo quello che sono.

Nell’esperienza credente la salvezza è questa buona notizia: “noi non siamo tutti lì”.

I medievali hanno detto “abbiamo un’anima immortale”, nel settecento hanno detto “c’è anche una vita eterna”, tutte immagini che a noi non piacciono più, ma l’idea era sempre la stessa, cioè che la buona notizia sulla nostra vita è “tu non sei solo quello che sai di essere, tu sei di più”.

Dunque i segni della salvezza sono le cose che portano in sé un sessantesimo di altro, che non sono solo se stesse.

Il fuoco che porta in sé un sessantesimo della Geenna, significa che il giudizio sulle cose, sulle persone, sugli avvenimenti non è tutto qui, che c’è un sessantesimo di un giudizio finale che sarà un altro soggetto a dare, che non posso dare io, c’è una riserva sul giudizio che bisogna mantenere.

Il miele, che porta in sé un sessantesimo della manna, è quello che noi chiamiamo, in linguaggio cristiano, la provvidenza. Non mangio solo di ciò che produco, non vivo solo di quello che mi do da solo, c’è una piccola riserva che mi viene data gratis.

Il sabato, che porta in sé un sessantesimo del mondo a venire, è una bella sfida per noi, perché c’è l’annuncio di questa piccola riserva sulla quiete e sul riposo. Più tutto dipende da noi e meno ci riposiamo, più siamo stressati. Bisogna dunque trovare in qualcosa il segnale che il mondo a venire, quello in cui ci riposeremo, sta nascosto nel sessantesimo di ciò che facciamo.

Da questo discende il precetto della chiesa di andare a Messa almeno la domenica: per un’ora stiamo fuori del mondo, ma il mondo continua a funzionare. Possiamo entrare lì, staccare tutto, non occuparci di niente e il mondo non crolla, perché c’è un sessantesimo dell’annuncio che non dipende tutto da noi.

In queste settimane prenatalizie ci farebbe bene pensarci un po’. Sono settimane che in genere precipitano e in cui paradossalmente ci diventa impossibile, più impossibile che mai, partecipare alla liturgia dell’Avvento.

Il sonno contiene in sé un sessantesimo della morte, dice il midrash. Anche qui è molto facile capire: la nostra vita contiene il seme della propria fine. Come diceva in modo divertente un mio amico, “la vita è una faccenda da cui non si esce vivi”, ed è vero, cerchiamo continuamente di rimuoverlo, ma la nostra vita porta in sé il proprio limite.

E poi ci sono i sogni, che portano in sé un sessantesimo della profezia, e io credo che i sogni siano per noi il grande tema dei desideri. I nostri desideri veri, quelli che facciamo così fatica a scoprire, ad esserne all’altezza, a meritarli – non la risposta ai propri desideri, ma proprio a meritare i desideri.

Ci hanno dato una vita “medium” e un’anima extra large, e abbiamo sempre il desiderio commisurato sulla misura della nostra anima che è di solito due taglie più grande della nostra esistenza, perché porta in sé il sessantesimo della profezia della nostra salvezza. Noi siamo due taglie più larghi della nostra vita, non siamo tutti lì!

Credo che un altro buon esercizio per l’ultimo scampolo di Avvento sarebbe chiedersi quali sono nella nostra esistenza le poche ma importanti cose che portano in sé un segno della salvezza, cioè un sessantesimo di altro, qualcosa che non sono loro stesse.

Così si impara ad aspettare qualcosa. L’esperienza di aspettare non è aspettare Gesù Bambino, se no, come fanno i bimbi, si fa in fretta, si mette la statuetta nel presepio subito, il primo giorno di Avvento e il problema di aspettare è risolto.

Bisogna aspettare che quel sessantesimo di altro trovi la sua forza, il suo spazio, la sua crescita. Giuseppe è un grande sognatore, soprattutto è un grande interprete di sogni. E’ come se la Bibbia ci dicesse che Giuseppe abita in quel sessantesimo di altro, in un altro luogo.

Con Giuseppe, il marito di Maria, termineranno i sogni; nella seconda metà della scrittura si sogna molto poco. Si tornerà poi a sognare, ma non saranno più sogni, saranno visioni.

Un commentatore ha scritto che quando arriva Gesù i signori dei sogni lasciano il posto ai signori della veglia, agli insonni di Dio. La vita cristiana ha sempre valutato molto la pratica di pregare nella notte: i sogni lasciano il posto alla veglia e al desiderio.

Questo Giuseppe che sogna appartiene a un mondo un po’ antico, ma se voi lo leggete come un insonne di Dio, se leggete i sogni e il suo interpretarli come l’espressione del desiderio del sessantesimo di altro che la storia non dice, la sua storia diventa bellissima.

Giuseppe organizzatore di futuro

Il sognare e il saper spiegare i sogni del Faraone, fanno di Giuseppe non un sognatore, come diremmo noi oggi, cioè uno che vive nelle nuvole, ma esattamente il contrario, ne fanno un grande organizzatore di futuro.

Giuseppe diventa l’amministratore di tutto l’Egitto, colui che deve preparare il paese per sopportare la carestia e questo gli dà il titolo con cui è chiamato nei midrash, non il sognatore, ma il nutritore, colui che organizza la scorta di cibo per la carestia, e che darà il cibo anche ai suoi fratelli. E’ un organizzatore di futuro e di pane.

Saper sognare rende buoni organizzatori del futuro?

Su questa domanda potremmo tutti pensare per un po’ perché a molti livelli, da quello della nostra vita civile, sociale, politica, a quello ecclesiale, alle nostre vite personali, credo che il sentimento comune sia più quello della disillusione che quello del sogno. Molti di noi dieci anni fa sognavano di più e desideravano di più, mentre oggi siamo tutti un po’ abbacchiati. Forse è per questo che non sappiamo più organizzare un futuro che nutre, che dà pane.

Giuseppe giunge in Egitto come schiavo e lì ha grande successo, tutto ciò che fa gli riesce bene, dice la scrittura. Questo successo scatena le invidie e le relazioni ambigue. La moglie del comandante delle guardie del Faraone tenta di sedurlo e lui, che è un uomo buono, non vuole cedere. La donna, delusa e offesa, lo accusa di averla sedotta e Giuseppe viene incarcerato.

Lì interpreterà i sogni di due dignitari del Faraone incarcerati e in nome di questo verrà chiamato quando il Faraone farà dei sogni che nessun indovino riesce a decifrare. Giuseppe riuscirà ad interpretare quei sogni e verrà ricoperto di onori.

Nel frattempo la carestia che sta colpendo tutti i paesi, colpisce anche i suoi fratelli, che vengono mandati dal padre in Egitto a cercare cibo. Giuseppe ha un comportamento piuttosto strano, non si capisce bene se si stia vendicando o cosa stia tramando. I fratelli arrivano, non lo riconoscono, mentre lui riconosce loro. Con una mano dà e con l’altra li inguaia. Dà loro grano, ma fa mettere i soldi dentro il loro grano, chiede che gli venga portato anche Beniamino, poi li fa accusare di aver rubato… Alla fine, dopo che i fratelli sono andati, hanno preso Beniamino, sono tornati, lui li ha ricattati, c’è questo testo, il cap. 45, che leggiamo. Questa è ovviamente una storia di riconciliazione, un happy end: proviamo a percorrerla un po’.

Il testo: Genesi 45,1-15

1 Allora Giuseppe non potè più contenersi dinanzi ai circostanti e gridò: «Fate uscire tutti dalla mia presenza!». Così non restò nessuno presso di lui, mentre Giuseppe si faceva conoscere ai suoi fratelli. 2 Ma diede in un grido di pianto e tutti gli Egiziani lo sentirono e la cosa fu risaputa nella casa del faraone. 3 Giuseppe disse ai fratelli: «Io sono Giuseppe! Vive ancora mio padre?». Ma i suoi fratelli non potevano rispondergli, perché atterriti dalla sua presenza. 4 Allora Giuseppe disse ai fratelli: «Avvicinatevi a me!». Si avvicinarono e disse loro: «Io sono Giuseppe, il vostro fratello, che voi avete venduto per l’Egitto. 5 Ma ora non vi rattristate e non vi crucciate per avermi venduto quaggiù, perché Dio mi ha mandato qui prima di voi per conservarvi in vita. 6 Perché già da due anni vi è la carestia nel paese e ancora per cinque anni non vi sarà né aratura né mietitura. 7 Dio mi ha mandato qui prima di voi, per assicurare a voi la sopravvivenza nel paese e per salvare in voi la vita di molta gente. 8 Dunque non siete stati voi a mandarmi qui, ma Dio ed Egli mi ha stabilito padre per il faraone, signore su tutta la sua casa e governatore di tutto il paese d’Egitto. 9 Affrettatevi a salire da mio padre e ditegli: Dice il tuo figlio Giuseppe: Dio mi ha stabilito signore di tutto l’Egitto. Vieni quaggiù presso di me e non tardare. 10 Abiterai nel paese di Gosen e starai vicino a me tu, i tuoi figli e i figli dei tuoi figli, i tuoi greggi e i tuoi armenti e tutti i tuoi averi. 11 Là io ti darò sostentamento, poiché la carestia durerà ancora cinque anni, e non cadrai nell’indigenza tu, la tua famiglia e quanto possiedi. 12 Ed ecco, i vostri occhi lo vedono e lo vedono gli occhi di mio fratello Beniamino: è la mia bocca che vi parla! 13 Riferite a mio padre tutta la gloria che io ho in Egitto e quanto avete visto; affrettatevi a condurre quaggiù mio padre». 14 Allora egli si gettò al collo di Beniamino e pianse. Anche Beniamino piangeva stretto al suo collo. 15 Poi baciò tutti i fratelli e pianse stringendoli a sé. Dopo, i suoi fratelli si misero a conversare con lui.

Commento:

Le lacrime

La prima cosa che in questo testo è evidente è che tutti piangono, anche Giuseppe. Anche nei capitoli precedenti Giuseppe ogni tanto piange.

C’è un versetto bellissimo.

1 Allora Giuseppe non potè più contenersi dinanzi ai circostanti

I rabbini dicono che le lacrime, soprattutto le lacrime delle donne, sono l’anima che non sta più dentro al corpo ed esce dagli occhi.

Io credo che sia un’immagine bellissima, sempre nella chiave di quel di più, di quel “sessantesimo di altro”. Noi diciamo spesso che le nostre lacrime sono di rabbia, di dolore… non penseremmo mai che le nostre lacrime sono di anima.

Giuseppe piange lacrime di anima continuamente. Per noi piangere lacrime di dolore o di rabbia è sempre un’esperienza negativa e basta, quando le lacrime sono le nostre. Eppure pensate quante volte le lacrime di un altro hanno creato con lui un’intimità che niente altro al mondo avrebbe potuto darci, ci hanno dato l’occasione di fargli una carezza, di toccarlo, di toccargli l’anima. Giuseppe è un uomo di lacrime, cioè un uomo che si lascia toccare, che si lascia raggiungere. E’ un uomo che conosce il prezzo del conflitto e dunque non ha paura delle lacrime.

Qui mi fermo, ma credo che varrebbe la pena di conservare presso di sé questo tema e provare ad imparare a piangere lacrime di anima.

Pensate che nel 1300, quando c’erano le messe votive, c’erano messe per tutto e ce n’era una per implorare il dono delle lacrime. E’ stato recentemente ripubblicato in un libro di storia della liturgia il testo di questa messa del ‘300, e le orazioni sono di una bellezza incredibile.

Giuseppe è uno che piange, che non può contenersi, e si capisce bene.

1 Così non restò nessuno presso di lui, mentre Giuseppe si faceva conoscere ai suoi fratelli. 

Piccolo asterisco: la prima condizione perché un conflitto sia motore di vita, come sarà qui, è farsi conoscere, offrire la verità di sé dentro al conflitto, non ritrarsi, non trattenere le lacrime. Una delle cose più negative del conflitto è il rancore che lascia: il rancore nasce dalla contrazione di sé, dal trattenere tutto dentro.

C’è un raccontino dei padri del deserto che spiega molto bene il concetto.

Due anacoreti camminano per le montagne. Ad un certo punto incrociano una donna completamente nuda sull’orlo di un fiume e questa chiede ai due santi monaci di aiutarla ad attraversare il fiume. Uno dei due dice “Non sia mai. Una donna. Per di più completamente nuda!” e tira dritto per la sua strada. L’altro non dice niente, la prende in braccio, la porta al di là del fiume, la saluta e continua il suo cammino. I due monaci continuano a camminare e intanto il primo rimugina l’accaduto. Dopo ore e ore di cammino dice all’altro: ”Scusami, te lo devo veramente dire, hai fatto una cosa tremenda. Una donna, completamente nuda! Non dovevi assolutamente farlo!” e questi dice: “Forse hai ragione tu, forse ho sbagliato, ma io quella donna l’ho lasciata appena passato il fiume, tu la porti ancora con te”.

Questo raccontino dice benissimo l’origine del rancore. Forse si può fare una scelta sbagliata, ma l’importante è farla, percorrerla, compierla…. basta! Il segno di Giuseppe che non può contenersi, che lascia uscire le lacrime e che in questo si fa conoscere dai fratelli, è il segno di uno che non tiene presso di sé il dolore, non fa crescere il rancore, l’invidia per la differenza.

2 Ma diede in un grido di pianto e tutti gli Egiziani lo sentirono e la cosa fu risaputa nella casa del faraone.

Giuseppe fa esattamente il contrario di ciò che noi tentiamo di fare con le nostre lacrime e con i nostri dolori.

La paura

3 Giuseppe disse ai fratelli: «Io sono Giuseppe! Vive ancora mio padre?». Ma i suoi fratelli non potevano rispondergli, perché atterriti dalla sua presenza. 

Lo dico con uno slogan: la cosa che in un conflitto ci frega è la paura. La paura paralizza. L’amico di cui parlavo prima dice che la paura funziona come i buchi del groviera: il demonio ci mette il formaggio intorno per far credere che esistono. La paura è un meccanismo della nostra anima che dà corpo a un buco, a una cosa che non c’è, che forse non ci sarà, che non sappiamo se ci farà male. La paura è un tema totalmente nostro. Per questo noi abbiamo imparato che ci sono le paure irrazionali – quelle dei bambini – e poi le paure che possiamo spiegare. Se sono in un bosco, lontano, al buio e non so cosa fare… si capisce che ho paura! E’ la giustificazione socialmente accettabile della nostra paura.

L’importante è sapere una cosa: la paura non c’è. Se non ci siamo noi che la nutriamo, non esiste.

Esistono i pericoli, quando si manifestano, ma la paura non c’è. Eppure questa cosa che non c’è ha una potenza terrificante. Di fronte alla diversità, origine di conflitto, la paura è uno degli elementi scatenanti, paralizza, è il contrario delle lacrime. Le lacrime fanno toccare. La paura tiene fermi e muti.

Gestire i conflitti

Di fronte alla paura dei fratelli, al loro essere atterriti dalla sua presenza, Giuseppe dice: 

4 Allora Giuseppe disse ai fratelli: «Avvicinatevi a me!».

La gestione del conflitto, per dirla in termini moderni, richiede economia di distanze e vicinanze. Giuseppe li ha tenuti lontani per gran parte del racconto ma, di fronte alla paralisi provocata dalla paura, li chiama vicini.

Questo mi pare il secondo elemento che aiuta a fare di un conflitto un conflitto creativo: una sana economia di vicinanze e di distanze.

Giuseppe li chiama vicini, poi si abbracciano, si toccano. Per i dodici capitoli precedenti li ha tenuti lontani, anche quando, nei loro viaggi precedenti, “gli si spezzava il cuore“, dice la Bibbia, e si ritirava in un’altra stanza a piangere, per non piangere di fronte a loro, perché le lacrime li avrebbero resi vicini.

La gestione di un conflitto non è solo avvicinarsi, è la gestione di distanze e vicinanze, è la capacità di distanziare quando bisogna distanziare e avvicinare quando è possibile avvicinare. Solo sapendo, pensando, decidendo circa distanze e vicinanze un conflitto può diventare creativo, può diventare motore di vita.

Poi c’è il lungo discorso di Giuseppe. E noi pensiamo: gliela farà pagare, dira loro “mi avete trattato da schifo e ora venite qua a chiedere pane!?” Invece lui dice:

5 Ma ora non vi rattristate e non vi crucciate per avermi venduto quaggiù, perché Dio mi ha mandato qui prima di voi per conservarvi in vita. 

Giuseppe non tiene un atteggiamento moralisticamente carino, non dice “vi perdono, come sono buono!” Giuseppe ribadisce la distanza, la differenza tra sè e loro. Il fatto che essi si siano scaldati tanto, che abbiano passato tutti quegli anni a buttare energie nella gelosia per lui, non esiste. Solo Dio c’è! Questa è una cosa tremenda da dire, è una cosa cattivissima. Ma è anche il modo fondamentale di abitare un conflitto, è riportare a dimensione le cose che accadono.

Un conflitto ha la caratteristica di autonutrirsi, di creare una situazione di tensione tale per cui dopo anche una cosa carina diventa occasione di innumerevoli interpretazioni: “mi ha detto questa cosa apparentemente carina, però secondo me avrà voluto dire…”

Il disinnesco, cioè la possibilità di maneggiare il conflitto senza che esploda e di farlo diventare un motore di vita, passa attraverso il ricondurre le cose alle reali dimensioni. E le reali dimensioni vengono dal porsi la domanda seria, “quali sono le cose importanti, qual è la vera ferita che mi è stata inflitta?”

In genere, se uno ce la fa a pensarci a mente fresca, si sgonfia tutto, perché ciò che è accaduto in realtà è pochissimo, è molto raro che succedano delle cose grosse.

Terzo elemento per fare di un conflitto una situazione creativa, almeno secondo la storia di Giuseppe, bisogna superare qualsiasi idea di onnipotenza propria o altrui. Bisogna ricondursi, avrebbero detto i medievali, ad un po’ di sana umiltà, che non vuol dire “io non valgo niente”, vuol dire, semplicemente, “calma”!

I fratelli di Giuseppe hanno tentato di ucciderlo, l’hanno venduto come schiavo. Ma lui dice una cosa molto semplice: “sono qui, sono il governatore d’Egitto invece di essere rimasto un piccolo pastore, decido delle sorti di mezzo mondo e in un tempo di carestia sono ricchissimo, posso nutrire voi e questo paese… Dio mi ha mandato! Voi non c’entrate nulla! Non contristatevi, non sprecate nemmeno il tempo di farvi i sensi di colpa perché quello che voi avete fatto è zero!”

Se volete, per riprendere il linguaggio dell’inizio, l’esercizio dell’interpretazione dei sogni ci porta a riconoscere quel sessantesimo di altro che sta in ogni cosa, anche nelle malefatte che vengono compiute, o nel dolore che proviamo. Il sessantesimo qui è Giuseppe diventato governatore dell’Egitto, carriera che non avrebbe mai potuto percorrere se non fosse stato venduto come schiavo.

L’attesa

Qui cominciano i verbi di fretta

9 Affrettatevi a salire da mio padre e ditegli: Dice il tuo figlio Giuseppe: Dio mi ha stabilito signore di tutto l’Egitto. Vieni quaggiù presso di me e non tardare. 

Spero che questa espressione, in questo periodo liturgico, vi dica qualcosa. Vieni e non tardare. Io credo che noi sottovalutiamo radicalmente questa invocazione dell’attesa, l’invocazione di quell’altro di cui sperimentiamo un sessantesimo che non c’è, che deve venirci da altrove.

Abbiamo organizzato un cristianesimo della presenza. Impegnarsi, fare, non fare, i peccati, le colpe, l’esame di coscienza, tutto qui a disposizione. Non necessariamente tutto buono, noi sappiamo quando sbagliamo, sappiamo che ci sono delle cose da migliorare, ma pensiamo di essere noi a doverle migliorare. Ci siamo organizzati una fede della presenza e sottovalutiamo radicalmente tutta la scrittura, da Genesi 45 all’ultima parola della scrittura, l’ultimo versetto dell’Apocalisse, che dice: “Maranatha” “vieni Signore Gesù”.

Tutta la Scrittura è attraversata da questo grido “Vieni e non tardare!” Ma chi è che deve venire? E perché dovrebbe fare in fretta?

In realtà noi non aspettiamo nulla, la nostra vita religiosa è tutta perfettamente organizzata, con dubbi, difficoltà, ma è tutta qui, è tutta a disposizione. Che cos’è che dovrebbe davvero arrivare che cos’è che ci manca?

Vieni e non tardare. Il quarto elemento per un conflitto creativo è la capacità di sapere di essere mancanti, e non solo in senso morale. Per noi di solito funziona così: tutti siamo peccatori, quindi anch’io devo chiedere scusa; ma anche lui è peccatore e questa volta deve chiedere scusa lui.

Per questo dire che tutti siamo peccatori è come dire che tutti siamo perfetti! Tutto uno scalino più giù, ma siamo sempre tutti uguali.

Invece ci serve la capacità di sapere cos’è che ci manca, cos’è che vorrei ancora.

Da bambini si sperimenta tantissimo questa attesa. I bambini dicono spesso: quando sarò grande…, e loro sanno che cosa gli manca: tutto il tempo che non hanno ancora vissuto. Poi, man mano che diventiamo grandi, che questa prospettiva temporale si sposta e comincia ad essere di più il tempo che abbiamo vissuto di quello che presumibilmente ci aspetta, questo spostamento ci fa diventare capitalisti. Tendiamo a non dire più, a non sapere più ciò di cui siamo mancanti, ciò per cui diciamo “vieni”.

Io credo che l’Avvento come esperienza liturgica sia un grande esercizio che la chiesa ci fa fare ogni anno per ricordarci, quando non siamo più bambini, di pensare “quando sarò grande…” e di provare ogni anno a chiederci ancora che cos’è il grande che saremo e chi è a cui diciamo “vieni e non tardare”.

In termini tecnici questo si chiama riserva escatologica.

Dal conflitto non usciremo mai se non siamo capaci di vedere qual è il pezzo che ci manca e qual è il pezzo che ci irrita sulla faccia dell’altro, perché sappiamo di non averlo noi.

Poi c’è questa serie di abbracci e di lacrime finali, questo toccarsi gli uni con gli altri.

Abbracci e lacrime che non sono la composizione del conflitto, i fratelli non hanno fatto la pace, le cose sono accadute, sono rimaste come sono. Il conflitto non lascia indifferente. Giuseppe non tornerà con i fratelli. Ospiterà presso di sé padre e fratelli per la durata della carestia, ma in punto di morte dirà: “Dio verrà certo a visitarvi e allora voi porterete via di qui le mie ossa”.

Giuseppe muore in Egitto, e questa storia darà origine all’Esodo. Sappiamo tutti come sono usciti gli Ebrei dall’Egitto secondo l’Esodo, ma non ci ricordiamo mai di dire come ci erano entrati: con Giuseppe, secondo il racconto biblico.

Il conflitto tra Giuseppe e i suoi fratelli, la sua vendita come schiavo, avrà come risultato ultimo la liberazione, Dio che interviene con mano potente, la rivelazione del suo nome, l’origine di Israele.

La schiavitù di uno diventerà la schiavitù di molti fino a che Dio udì il loro grido e scese a liberarli. Pensate quale motore di storia è questo conflitto!

C’è questo scambio di abbracci e lacrime che non è una pace, non è una cancellazione, ma è la possibilità di stare dentro questa divisione, questa diversità di fratelli, è l’essersi ritrovati.

Infatti, dopo tutti questi baci, abbracci, pianti, si dice

15 … Dopo, i suoi fratelli si misero a conversare con lui.

Si esce dalla paralisi e si può di nuovo parlare, non si dice che andarono d’amore e d’accordo, ma si può di nuovo parlare, c’è un canale aperto.

Conclusione, ovvero un piccolo Regalo Natalizio

Vorrei aggiungere due citazioni che non sono nella storia di Giuseppe, ma che rappresentano un piccolo regalo natalizio.

Prima citazione. Il testo mi sembra aiuti un po’ a capire tutto questo ragionamento.

“Si paga sempre troppo per ogni bene e solo un bene sofferto può promettere un sollievo e un riscatto. Pensiamo alla storia del Giuseppe biblico che subisce diverse forme di purificazione per poi poter diventare il nutritore d’Egitto e che non può non imporre la sofferenza dell’espiazione ai suoi fratelli per diventare degni del perdono, cioè solo rispettando la profondità del loro delitto, del loro destino fallimentare potrà salvaguardare la loro libertà e dignità”.

(Salman, Contro Severino)

Prendere sul serio i conflitti è l’unico modo per rispettare libertà e dignità nostra e altrui per quanto doloroso possa essere; sottovalutare il conflitto significa dire all’altro che la sua dignità conta zero, che non c’è e che l’unico modo che ho per sopportarlo è non vederlo.

Seconda citazione. Questo testo può essere un buon augurio natalizio.

“In questo secolo, il novecento, sono stati di nuovo interrogati i sogni, è stato di nuovo attribuito ad essi tutt’altro mittente (non vengono più da Dio) più o meno incistato nella notte interiore di ognuno. La psicanalisi interpreta i sogni come espressione della profondità più oscura di noi. Non stupisce che da questo buio privato non ci sia molto da attendersi. Il cielo ha ritirato il suo patrocinio ai solutori di sogni. Un sogno che non si interpreta è come una lettera non letta, ha detto Rav Ishta, sapiente di Israele nel 4° secolo dell’era volgare. Il comodino di ciascuno di noi è ingombro di una immensa corrispondenza inevasa e questo è parte del disagio di essere iscritti all’anagrafe di questo secolo”.

(Erri de Luca, Una nuvola come tappeto)

Forse nelle vacanze di Natale riusciremo a sbrigare un po’ di posta e a leggere un po’ dei nostri sogni e dei nostri desideri. E forse in questo tempo di attesa potremmo richiedere il patrocinio del cielo per gli interpreti dei sogni e richiedere che un bambino che viene ci mostri la strada per interpretare i nostri desideri.

Fossano, 14 dicembre 2002

(testo non rivisto dal relatore)

Anno pastorale: 2002/2003

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