18 Dicembre 2004
Stella Morra

2. VERSO DOVE ANDIAMO…

Commento a: Ap 3, 14-22


Premessa

Il percorso di quest’anno è un viaggio attraverso la Parola per costruire l’orizzonte in cui l’Eucaristia ha un posto nella vita di un cristiano, e non semplicemente un percorso tecnico con l’esame di aspetti dettagliati.

Da dove veniamo, la prima riflessione, riguardava l’incontro di Abramo con i tre misteriosi personaggi e il pasto preparato per questi ospiti. Era il tentativo di dare una risposta alle domande di fondo: chi sono, cosa faccio, dove vado… per rispondere all’esigenza di guardare il mondo da cui provengo.

Oggi riflettiamo su un testo dell’Apocalisse, sviluppando il tema Verso dove andiamo. Vorrei fare una breve premessa su questi due ‘titoli’, apparentemente così banali.

Nella nostra esperienza personale raramente le cose hanno solo il peso che hanno, raramente corrispondono semplicemente al minuto occupato dall’esperienza in sé. Le cose serie della nostra vita sono quelle che hanno un luogo di origine, una provenienza ed una direzione verso cui sono dirette; hanno un orizzonte, un luogo in cui le possiamo sistemare, in cui prendono il loro rilievo, il loro posto, un orizzonte che ci appartiene, perché lo vediamo con i nostri occhi. Il racconto di Abramo con i tre misteriosi ospiti è la cornice dentro cui tutto il resto acquista il suo significato. Se non c’è quel luogo interiore non c’è niente altro.

Verso dove andiamo riguarda esattamente l’altra faccia di questa questione: le cose serie della nostra vita hanno sempre dei figli, buoni o cattivi, hanno sempre una storia, delle conseguenze. Le cose fruttificano, nel bene e nel male, verso un loro futuro; ed in genere noi non ce ne rendiamo conto immediatamente.

Verso dove andiamo ci aiuta a capire verso quale futuro fruttifica l’orizzonte dell’Eucaristia nella vita di un cristiano.

Mi sembra che abbiamo un problema serio rispetto all’Eucaristia: non sappiamo bene dove metterla. E’ un gesto in cui crediamo, a cui teniamo, abbiamo forse anche delle spiegazioni spirituali, ma la nostra comprensione è molto limitata, è spesso legata a quell’atto preciso, a quella predica, a quella celebrazione, a quei canti, a quelle letture… Se non riacquistiamo la capacità di mettere l’Eucaristia in un luogo interiore, di farla fruttificare – non in senso morale -, di lasciare che abbia una storia e delle conseguenze, non riusciremo mai a capire qual è il luogo dell’Eucaristia per un cristiano.

Apocalisse, come un film

Qualche istruzione per l’uso sul genere letterario.

L’Apocalisse non è un libro che si possa leggere in termini razionalistici, come si legge un testo di scuola o un giornale; va letto come un libro fantasy – tipo ‘Il signore degli anelli’ -, come si leggerebbe un film. In un film si vedono effetti speciali, immagini particolari; alcune cose non si distinguono nemmeno, ma generano un effetto singolare e creano un certo tipo di esperienza, di sensazione. Se c’è una musica cupa, un ambiente poco illuminato e si sente una porta cigolare, tutti si aspettano il morto: si ha immediatamente la percezione che si tratti di un giallo. Se c’è la musichetta tipo Walt Disney, i colori pastello, animaletti in giro, ci si aspetta un happy end. In un film c’è un percorso per cui musica, suoni, immagini, producono un effetto speciale e lo spettatore non si pone altre domande.

L’Apocalisse funziona come un quadro in cui, per ottenere degli effetti, si usano elementi propri della cultura, che hanno ragioni storiche, si possono spiegare. L’autore ha costruito il libro come un quadro, con elementi che i lettori del suo tempo potessero riconoscere. Oggi questi elementi non sono riconoscibili, non fanno parte della nostra storia e ci rimane il problema di ricostruirne l’effetto.

Il problema non è spiegare ogni singolo simbolo, ma occorre cercare una mediazione, dare poche coordinate che servono per quel pezzo lì, per dare significato ai simboli in quel tempo, per vedere se da queste coordinate viene fuori l’effetto e possiamo capire come dirlo noi oggi per avere la stessa efficacia. Questa è la logica.

E’ chiaro che questo testo è costruito, esattamente come un film di Spielberg il quale forse non ha un’idea di quale effetto possono avere tutti i particolari che usa, anzi, alcune cose le ha prese dal suo immaginario. L’immaginario di Spielberg, nostro contemporaneo, è molto vicino al nostro. L’immaginario di Giovanni, invece, ha altre caratteristiche, perché siamo troppo distanti nel tempo, e quindi lo comprendiamo meno.

Sette e quattro: tutto dalla parte di Dio e tutto dalla parte degli uomini

L’Apocalisse è un libro molto costruito “a tavolino”, proprio perché è un grande effetto speciale e, rispetto ad altri libri della Bibbia, contiene una serie di cose, di ricorrenze, di costruzioni che servono allo scopo.

L’Apocalisse è strutturata in quattro grandi settenari, cioè è divisa in quattro parti, ognuna delle quali è divisa in sette parti o si parla di sette cose, o si fa un elenco di sette e così via: quattro per sette. Fino all’ottocento sette, numero dei giorni della creazione, voleva dire ‘tutto’.

Sette: tutto dalla parte di Dio, perché sono i sette giorni della creazione: dal buio e caos, al mondo ordinato, al riposo di Dio. Quattro, altrettanto chiaro, vuol dire acqua, terra, fuoco, aria: tutto dalla parte degli uomini.

Ciò era talmente chiaro che le chiese gotiche avevano quattro finestroni da un lato e tre dall’altro; normalmente tre ad oriente e quattro ad occidente Sui quattro ad occidente, che sono gli elementi della terra, c’erano disegnati i mestieri del luogo; nei tre, simbolo della Trinità, c’erano lo spirito, la luce, il figlio, la croce, l’altare… Tre… la Trinità. Quattro… la terra. Insieme… sette! Quattro e sette funzionano come le due totalità viste dalla parte di Dio e dalla parte dell’uomo.

Il testo che leggiamo oggi si trova nel primo settenario, quello delle lettere: sette lettere a sette chiese. Di alcune delle sette chiese sappiamo qualcosa, per esempio di Efeso, una chiesa fiorente, reale, storica; di altre non sappiamo nulla perché magari sono citate solo qui. Il problema di Giovanni, qui, non è tenere l’archivio delle chiese.

Storia della salvezza

Le lettere alle sette chiese sono costruite tutte con lo stesso schema:

  • chi parla, il mittente;
  • conosco te che hai fatto queste cose;
  • ti ammonisco, fai queste cose;
  • al vincitore darò questo premio.

Sono tutte divise in quattro, essendo sette chiese. Vedete che il testo è assolutamente costruito: le sette lettere hanno un linguaggio, delle immagini particolari per cui, al lettore contemporaneo di Giovanni, era molto chiaro che le sette chiese rappresentavano tutta la storia della salvezza.

La prima chiesa è quella di Efeso; l’ultima frase dice: “Al vincitore darò da mangiare dell’albero della vita” . E’ chiaro il richiamo alla Genesi, al paradiso terrestre.

La seconda, la chiesa di Smirne. “Il vincitore non sarà colpito dalla seconda morte”. Per noi è un po’ più strano perché non sappiamo che cos’è la seconda morte, ma dalla tradizione giudaica e dagli altri elementi del testo sappiamo che la seconda morte è la piaga dei primogeniti in Egitto. Dunque il richiamo è all’Esodo.

Terza, la chiesa di Pergamo. “Al vincitore darò la manna”. L’immagine evocata è il Deserto.

Quarta, la chiesa di Tiatira. “Al vincitore darò autorità sopra le nazioni…”; citazione di un salmo, “con la stessa autorità che a me fu data dal Padre mio il regno di Giuda”. Qui si parla del Regno.

Quinta, la chiesa di Sardi: “Il vincitore sarà vestito di bianche vesti, non cancellerò il suo nome dal libro della vita”. L’essere scritti nel libro della vita è una pratica tipica dell’esilio in Babilonia. Non c’era più il tempio, dunque gli ebrei inventano una specie di anagrafe del popolo ebraico. E’ chiara l’evocazione del periodo dell’Esilio.

Sesta, la chiesa di Filadelfia: “La nuova Gerusalemme che discende dal cielo, il nuovo tempio”. Ed infine il Ritorno dall’Egitto.

E’ la storia di Israele, dunque anche la nostra storia.

Problema: la settima lettera, alla chiesa di Laodicea, quella che abbiamo appena letto, dice nell’ultima frase: “Il vincitore lo farò sedere accanto a me sul mio trono come io ho vinto, mi sono assiso accanto al Padre mio sul suo trono”. Nella storia di Israele non si trova questo fatto del trono. Questa lettera non ha un corrispondente nella storia di Israele! Da bravi cristiani pensiamo che questa lettera sia quella che riguarda Gesù, essendo ormai finita la storia di Israele, ma nel testo non è così chiaro. Questo è il contesto in cui si colloca il brano.

L’attuale

Apocalisse 3, 14-22 (il testo).

“Ecco, sto alla porta e busso” è il versetto più conosciuto di questo brano. Di solito tutti lo citiamo slegato dal contesto e fa un effetto carino. Nel contesto, che è un po’ duro come linguaggio, ha un impatto diverso.

C’è tutta la storia della salvezza. La storia della salvezza è quello che ci sta dietro le spalle, ma anche il pezzo che ci aspetta nel futuro. Solo il presente non fa parte della storia, né della storia della salvezza. Ciò che noi viviamo nell’attuale, in ogni attuale, non è una storia perché non è un oggetto perduto, è la realtà in cui sono immerso. Ieri già non mi appartiene più, domani non mi appartiene ancora. Non posso cambiare quello che ho già fatto e non ho ancora fatto ciò che dovrò fare domani. C’è solo un punto che non è una storia ed è oggi.

La lettera a Laodicea è la lettera su l’attuale, cosa ci succede in ogni oggi.

Le sei lettere precedenti raccontano la storia con Dio, che ci porta fino ad un culmine; poi c’è un oggi di fronte a questa storia, che non è una storia; è un po’ diverso dalle altre lettere, perché ogni ‘qui ed ora’, non può essere oggetto di storia.

Noi siamo chiamati a fidarci di Dio. Probabilmente molti di noi, ripensando alla loro vita, guardandosi indietro, riconoscono che in alcuni momenti Dio ha avuto cura di loro attraverso una persona amica, un’occasione, una situazione, e forse non se n’erano nemmeno accorti! Guarda caso, te ne accorgi sempre solo dopo. Mentre sei lì, immerso nella tua esperienza, non sai che sarà così, e vivi tutta la paura, la fatica, il dolore di stare lì, di affrontare quella situazione, quel problema, quella solitudine, quella difficoltà. Anni dopo ci ripensi: “Ero così disperato, mi sembrava di non farcela…” ed alla fine è arrivata una soluzione. In realtà non stai mentendo, veramente eri arrivato ad un filo dal mollare!! E’ sempre molto bello raccontarlo, ma viverlo è più complicato!!

Questa è la differenza: la presenza amorosa di Dio nella storia si vede sempre nel passato e la speriamo per il futuro. In ogni ‘attuale’ ci siamo sempre solo noi, con la nostra fatica. O meglio, vediamo sempre solo noi stessi, con la nostra fatica. Dio c’è, ma avendo scelto una via non autoimponentesi, non appare nel momento del nostro bisogno, è molto discreto e poi, passata la paura, il dolore, la fatica, verifichiamo che anche un dolore ha avuto un senso, mi ha portato in una determinata direzione.

La lettera di Laodicea riguarda il ‘qui ed ora’, tutti i qui ed ora che non sono, secondo l’Apocalisse, un pezzo fuori dalla storia della salvezza. Noi non possiamo fare storia, ma lo Spirito parla qui ed ora, dunque ‘qui ed ora’ stanno dentro, all’interno del settenario.

Guai ai tiepidi

Qual è il grande peccato possibile di ogni ‘qui ed ora’?

“Conosco le tue opere: tu non sei né freddo né caldo. Magari tu fossi freddo o caldo! Ma poiché sei tiepido, non sei cioè né freddo né caldo, sto per vomitarti dalla mia bocca”.

Il grande pericolo, il grande peccato, la grande idolatria del ‘qui ed ora’ è non mettersi da nessuna parte, non sporcarsi le mani. Qui non c’è scritto se sia meglio essere freddi o caldi, il problema è: chi non si sporca le mani ‘lo vomiterò’… raramente c’è una parola così dura!

Chiaro: sporcandosi le mani si sbaglia, perché se io devo capire con la mia intelligenza e scegliere con la mia coscienza, nel qui ed ora, dato che non sono Dio, posso sbagliare. Qui si dice: meglio sbagliare! Problema radicale: un cristiano può essere qualsiasi cosa, ma non corretto; un cristiano corretto è una contraddizione in termini. Un cristiano può essere un peccatore, può essere santo, generoso, uno che fatica ad essere generoso, può essere freddo o caldo… misurato è il peggio!!

Quando ci domandiamo “è giusto o sbagliato?” circa i nostri peccati, sbagliamo. Questa non è una domanda sulla fede. Per capire se una cosa è giusta o sbagliata abbiamo la nostra intelligenza, la conoscenza della realtà, i buoni o cattivi consigli, noi stessi… Non ci sarà imputato come peccato se abbiamo sbagliato a capire se ‘era giusto o sbagliato’. Questo fa parte della nostra storia. Dio sa bene che solo tra molto tempo noi sapremo se alcune cose erano giuste o sbagliate. Noi non siamo Dio, siamo persone, abbiamo un’intelligenza, ci sono gli altri… per tutti questi motivi l’unica cosa che possiamo fare è usare al meglio tutto ciò che abbiamo e fare del nostro meglio per responsabilità.

La vera domanda che ci dobbiamo fare, secondo questo testo, è se siamo tiepidi. Possiamo sbagliare nel capire ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, ma non possiamo non decidere, lavarcene le mani!

Guai agli autosufficienti

“Tu dici: ‘Sono ricco, mi sono arricchito; non ho bisogno di nulla’, ma non sai di essere un infelice, un miserabile, un povero, cieco e nudo”.

Questa parola è durissima. L’altra cosa che un cristiano non può mai fare nel proprio ‘qui ed ora’ è dire: “Non ho bisogno di nulla! Io mi basto!”. L’autosalvezza è esclusa dal cristianesimo.

Il grande rischio dei buoni è: ho fatto tutto ciò che dovevo, ho fatto le mie buone opere, ho sempre scelto giusto, dunque mi devono dare dieci!

Sono ricco, mi sono arricchito, non ho bisogno di nulla… “non sai di essere un infelice, un miserabile, un povero”… queste sono le tre cose che negano la frase. Ma c’è di più, c’è qualcosa che non sappiamo di essere e che va al di là dell’affermazione: “cieco e nudo”!

Nell’antichità Laodicea era un centro famoso per le cure agli occhi e la fabbricazione di abiti. Quindi è evidente che Giovanni si fa aiutare dall’immagine che era chiara per chi leggeva: nel posto dove si curano gli occhi e si realizzano abiti … siete ciechi e nudi! Pensate a ciò che la nostra cultura ci dice su nudità e cecità!

L’abito: raccordo tra me e il mondo

“Tu non sai di essere un infelice, un miserabile, un povero, cieco e nudo”.

Proviamo a riflettere un attimo: che cosa sono gli abiti per noi? Ci coprono, ci difendono, ma ci mostrano anche, per cui scegliamo abiti diversi per situazioni diverse; sono un linguaggio sociale; sono il modo in cui ci presentiamo al mondo ed attraverso cui entriamo nelle regole del mondo o, in altre occasioni, provochiamo le regole del mondo! L’abito è tante cose insieme che riguardano il suo uso materiale, ma è anche legato al pudore, al coprire la propria intimità… l’abito è una difesa, un mostrarsi, un entrare o non entrare o provocare le regole del gioco sociale.

L’abito è il punto di raccordo tra l’io e tutto il resto del mondo. Sappiamo bene che ci sono tanti modi di non essere adeguati a se stessi: vedere una persona di cinquant’anni che si veste da quindicenne fa un’impressione bestiale; quando vedi certi amici che vestono sempre nello stesso modo ti viene voglia di aiutarli a cambiare: Il nostro modo di vestire è il modo in cui gli altri ci riconoscono, ci vedono, ci ricordano… e noi con i nostri abiti a volte riveliamo, a volte nascondiamo! L’abito è l’ “interfaccia” tra noi e il mondo!

La vista: finestra sull’esterno

La vista per noi è la finestra sull’esterno, il modo in cui ci appropriamo di quello che sta fuori. Non solo non ti sei arricchito, ma non hai il livello di base, non hai la possibilità di presentarti al mondo e la capacità di imparare, di appropriarti di ciò che nel mondo c’è, altro che ricco!!

Questo è il secondo grande rischio di ogni attualità: pensare che ci si basta e non riconoscere la propria nudità e cecità! Non riconoscere cioè il fatto che essere sé, vivere la propria esistenza, diventare persino simpatici a se stessi entro una certa età, essere in grado di avere degli occhi che vedono il mondo, è un’impresa per cui serve una vita… che ci è data per questo! Per essere se stesso, per avere una faccia che gli altri possono incontrare, avere degli occhi per poter incontrare gli altri e alla fine, forse, essere persino un po’ simpatici a se stessi è un’impresa non da poco! Che altro c’è da fare?!

Oro, vesti bianche, collirio

E allora ecco l’ammonizione:

“Ti consiglio di comperare da me oro purificato dal fuoco per diventare ricco, vesti bianche per coprirti e nascondere la vergognosa tua nudità e collirio per ungerti gli occhi e recuperare la vista”.

Che cosa dobbiamo comprare da Cristo? Oro purificato, vesti bianche, collirio per gli occhi. Cosa vuol dire comprare? Come si compra? Con cosa si paga?

Oro, un bene oggettivo; vesti bianche, una capacità di relazione con il mondo; collirio, una medicina per i nostri occhi, per la nostra interiorità.

E’ chiaro che sono le tre dimensioni: la ricchezza è il fuori, gli occhi sono il dentro e il vestito è la relazione tra il dentro e il fuori.

Che cosa ci può dare Cristo? Una realtà che cambia, una storia cambiata, una storia di ricchezza, un cuore curato, – non sano! -, e una possibilità di mettere insieme un cuore curato e una realtà salvata.

Questa situazione descrive l’essere cristiani. Oggi abbiamo tutti la percezione che il cristianesimo sia un cuore curato, cioè che il problema centrale è l’intenzione, è una questione di coscienza… se ho buona intenzione…, il problema è convertire il cuore… Diamo molta importanza all’interiorità, e tutti siamo abbastanza stanchi per sapere che il nostro problema è essere curati e non sani. Però ci dimentichiamo di tutto il resto. Il problema non è solo avere buon cuore. Certo, questo è fondamentale, ma bisogna anche avere vesti bianche e oro purificato nel fuoco!

Resta aperta la questione: Come si compra? Cosa vuol dire comprare? Con che cosa potremo mai pagare?

I vari secoli cristiani hanno dato molte e diverse spiegazioni a questa domanda: l’ottocento ha pensato che si comprava con molte indulgenze, con il mortificare la propria anima… Per noi non funziona più. I primi secoli cristiani hanno pensato che si comprava semplicemente fidandosi di Gesù, dicendo “ci sto”, in un modo molto spirituale, di pura grazia ricevuta, con allegria. Già questo ci funziona un po’ meglio, ma non si sa bene se è una forma di new age, ci confondiamo un po’ le idee…

E infine, oggi, come si compra? E’ una bella questione, su cui per ora non abbiamo una grande risposta. Dunque facciamo tutti un po’ di pie pratiche, andiamo a messa, facciamo un po’ di carità quando ci riesce, perché ci pare che c’entri abbastanza, ed è una cosa che comprendiamo facilmente: fare del bene a qualcuno è una cosa seria! Anche ammesso che tutta questa storia di Gesù sia falsa, aver aiutato qualcuno è una cosa dignitosa!

Non sappiamo bene perché, ma ci sentiamo tutti un po’ analfabeti in questo strano mondo religioso, dove ci sono gli addetti ai lavori, i preti, che hanno le mani in pasta in tutta l’organizzazione. Quando ci chiedono di fare qualche servizio, rispondiamo di sì: è un nostro modo umile di tentare di comprare, pur con un vago senso di insoddisfazione, perché è come se comprassimo con una moneta svalutata, non sapendo bene cosa stiamo comprando e a cosa ci serva! Alla fine, il più delle volte, non siamo soddisfatti dell’acquisto, non sapendo esattamente cosa volevamo comprare.

Mi pare che su questo punto servirebbe un grande lavoro ecclesiale, un lavoro comune sulle nostre esperienze di fede semplici, quotidiane per cercare di capire veramente che cosa vuol dire comprare oro, vesti bianche e collirio per gli occhi. Questo lavoro meriterebbe un seminario dell’Atrio, totalmente di ricerca, in cui partire dalla realtà concreta così com’è, senza avere dei pregiudizi troppo grossi, e provare a vedere che cosa funziona o non funziona.

“Mostrati dunque zelante e ravvediti”.

Sto alla porta

“Ecco, sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me”.

E’ un versetto che apparentemente ha tutto un altro tono. In realtà dice una radicale esigenza di Dio su di noi. Lui sta alla porta e bussa. Come al pozzo della samaritana dice: “Dammi da bere”. Accampa una richiesta con un tono ben deciso.

Dopo aver detto: “Sei povero, nudo, cieco”, aggiunge: “Sto alla porta e busso”.

Noi, a me di sicuro succede, abbiamo spesso un retropensiero: ci pare che Dio ci inviti a cena. E’ il contrario: Dio si invita a cena, sta alla porta e bussa, se qualcuno gli apre lui entra e si invita. L’Eucaristia funziona così: è un luogo, un modo in cui apriamo la porta e c’è una cena in cui non si sa più chi è l’invitato o l’invitante, chi compra, chi paga. Tutti sono senza soldi, perché c’è una cena assolutamente fuori portata, è un ristorante troppo caro. Siamo invitati e invitiamo. Gesù sta alla porta e bussa perché siamo poveri, nudi e ciechi e non sappiamo bene come comprare oro, vesti e collirio.

Se non abbiamo questa esperienza da quando finisce la messa della domenica, fino alla messa della domenica successiva, l’Eucaristia non ha un posto. L’Eucaristia rimane sospesa per aria, non può andare da nessuna parte, è una delle tante pie pratiche che noi possiamo vivere con gran cuore, sentirci molto arricchiti spiritualmente… ma questa non ha un posto reale se noi, nella nostra attualità, in tutto quello che succede fuori dalla porta della chiesa, non abbiamo l’esperienza di Gesù nella vita, che sta alla porta e bussa! Al massimo ci possiamo sforzare di applicare nella vita ciò che abbiamo sentito la domenica, ma un po’ lo ricordiamo, un po’ no, la vita è complicata, non sappiamo bene come fare e… arriviamo alla fine della settimana sempre insoddisfatti.

Il problema è che noi non abbiamo un luogo così! Non abbiamo coscienza del nostro rischio di tiepidezza e della nostra povertà, nudità e cecità, del nostro bisogno di comprare oro, vesti e collirio. Non abbiamo coscienza di avere un’interiorità, un rapporto con il mondo e non abbiamo questa fede in una ‘presenza di Gesù sulla soglia’, fuori dalla porta della nostra vita, che bussa per invitarsi a cena. Senza tutto questo l’Eucaristia non ha un luogo, rimane una pia pratica.

La croce

“Il vincitore lo farò sedere presso di me, sul mio trono, come io ho vinto e mi sono assiso presso il Padre mio sul suo trono”.

Qui Giovanni richiama il tema e le parole dell’Ascensione. Il Cristo morto e risuscitato è asceso al cielo ed è seduto nella gloria del Padre. Che cosa ci succederà? Primo, di morire in croce! E poi di risuscitare e di essere seduti nella gloria del Padre! Ma non senza morire in croce!

Amen, mi fido

“Così parla l’Amen, il Testimone fedele e verace, il Principio della creazione di Dio…”.

Noi abbiamo sempre tradotto Amen con l’espressione Così sia! E nel linguaggio comune aveva preso un po’ l’idea di augurio.

Amen ha la stessa radice di Emunà, la fede: “Abramo per fede partì”. La fiducia, la fede fiduciale, il fidarsi di, l’appoggiare il proprio investimento su…

Dunque Amen ha una serie di altre radici; significa: mi fido, è così, ci credo, ne sono certo, con tutta la forza e la potenza con cui noi diciamo a qualcuno cui vogliamo bene quando si dispera: sono sicuro che cambierà! E lo diciamo in un modo che vorremmo trasmettergli non solo le nostre parole, ma la forza per evitargli la disperazione!

Paolo ci dice: “In Gesù Cristo tutte le promesse di Dio sono diventate Amen”. Tutte le promesse di Dio in Gesù Cristo sono diventate . Tutto ciò che è stato desiderato, in Gesù Cristo è diventato, per il mondo, in modo definitivo Amen. Dio, in Gesù Cristo, ha detto Amen sul mondo.

Qui non è l’Amen che pronunciamo noi: è il Cristo che dice: “Così parla l’Amen”, l’Amen di Dio.

Spesso quando le persone mi chiedono come faccio a sapere se credo o non credo, se ho fede o non ho fede, un po’ ironicamente mi capita di rispondere che io non so se credo o non credo, ma che di una cosa sono piuttosto certa: Dio crede in me e questo basta. Fino a 15 anni uno si chiede: credo o non credo, devo credere, che scelta faccio…; poi ad un certo punto scopre che certi giorni crede e certi giorni no, certi giorni ha abbastanza fiducia, altri giorni molto meno, certi giorni ha molta energia, altri meno, ma che Dio crede in lui e questo gli basta.

“Così parla l’Amen”. Dio dice Amen su ogni attuale, su ogni ‘oggi qui’. Non sulla storia della salvezza, che già si capiva. Dice Amen su quei pezzi che non sono ancora una storia.

“Il testimone fedele e verace …” nell’oggi, qui il volto di Dio è una testimonianza fedele e vera. Dio non si smuoverà per un po’ di stupidaggini, per un po’ di fesserie, perché non ci siamo accorti, perché ci siamo distratti… Il testimone fedele e verace sta lì, è un innamorato ostinato, preoccupato, appassionato, ma non così disponibile a mutare la sua testimonianza!

“…Il principio della creazione di Dio”. Il linguaggio qui è legato al tempo in cui Giovanni scrive, il principio è la potenza iniziale, non il principio cronologico, non pagina 1. Il principio sta alla creazione proprio come oggi pensiamo il DNA rispetto a noi “…e da lì tutto si mette in moto!”, stessa logica. Noi non lo chiamiamo più principio. Questo è un linguaggio filosofico greco. Il principio è la potenza originaria, il punto da cui tutto comincia e che contiene in sé tutte le informazioni, il patrimonio che origina il tutto.

Cristo è il principio della creazione di Dio. La sua croce, la sua risurrezione, la sua ascensione, la sua perfetta obbedienza al Padre, il suo non essere tiepido, il suo essere vestito, ricco e vedente, tutto questo è il DNA della creazione. Dunque, come ci dice il prologo di Giovanni, niente è fuori, tutto è stato creato in Lui e niente è fuori da Lui.

Questo testo duro sta sotto una carezza morbida: in Gesù Cristo tutte le promesse di Dio sono diventate Amen. Egli è il testimone fedele e verace, è il principio, la potenza genetica di tutta la creazione!

Non ci resta che sporcarci le mani e avere occhi che vedono, vesti bianche e oro.

Fossano, 18 dicembre 2004

(testo non rivisto dal relatore)

Anno pastorale: 2004/2005

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