12 Marzo 2005
Stella Morra

5. UN SACRIFICIO

Commento a: Mt 26, 26-29 ; 27,45-56


Premessa

Con la lectio di oggi entriamo nel nucleo centrale della nostra riflessione e spero che possa essere per noi fonte di alcuni pensieri o percorsi interiori in questo tempo liturgico che precede la Pasqua.

Leggiamo due brevi passi dai capitoli 26 e 27 del Vangelo di Matteo; due testi che conosciamo molto bene e che, proprio per questo, con fatica riascoltiamo come se fossero nuovi.

Abbiamo tutti una cultura cinematografica, rispetto a questi nuclei della storia di Gesù. Abbiamo immaginato queste scene e ne abbiamo un’esperienza interiore dal sapore cinematografico, con un po’ di compiacenza sulla descrittività del brano, sulla centralità di Gesù con la sua sofferenza, le sue piaghe, la morte… Ma i racconti della passione non sono descrittivi, non ci dicono niente del dolore di Gesù, perché non è questo il loro problema; i vangeli non sono una cronaca, un filmato, un referto anatomo-patologico; il loro problema non è darci una notizia critico–storica, ma raccontare una storia che succede per noi, dentro cui noi tutti siamo inseriti ascoltandola e vivendola.

Dovremo fare del nostro meglio per riprendere tutto ciò che abbiamo detto finora nelle varie lectio circa l’atto significativo, per farne cornice a questi testi, altrimenti ci perdiamo il passaggio fondamentale. Ricordate le varie tappe percorse in relazione alla celebrazione eucaristica: Abramo; l’Apocalisse; l’Esodo; la manna; il primo libro dei Re, Elia,… E’ come se fin’ora avessimo detto qual è il metodo, come funziona, qual è il contorno.

Ma qual è il contenuto? Il contenuto della celebrazione eucaristica è il sacrificio di Cristo; il memoriale della morte di Cristo che si fa cibo per noi.

Lì normalmente c’è un salto. Seppur con un po’ di fatica, tutto il discorso sull’atto significativo in sé ci funziona, così come comprendiamo l’atto significativo come cibo e nutrimento. Ma proseguendo il ragionamento, alla domanda che cos’è questo cibo e nutrimento? segue la risposta: il sacrificio del corpo e sangue di Gesù! … e questo non ci funziona più!

Perché o si è estremamente realisti, – e allora si sente quasi un problema di cannibalismo e si ha una sensazione imbarazzante: se quella è la vera carne di Cristo… che cosa stiamo facendo?

Oppure questo atto significativo è una cosa un po’ simbolica, nel senso che diciamo: memoriale della morte di Cristo, che è qualcosa di più di una semplice memoria, ma è pur sempre memoria, io faccio una cosa e mi ricordo, così come vado al monumento ai caduti e penso a chi ha combattuto per la libertà…

Nella chiesa questo è un problema molto antico e difficile, ma è uno dei pochi principi su cui il cristianesimo si regge oppure cade. Non è una cosa marginale, difficile – va bene se la capiscono i dotti e se gli altri, i semplici, non la capiscono, va bene lo stesso. No, è una cosa centrale, difficile da capire con il cuore, non tanto intellettualmente.

Il popolo cristiano, pur facendo a volte un po’ di caos, sull’Eucaristia si è sempre tenuto sulla strada giusta. Bisogna attingere alla sapienza antica, ritornare ai testi, capire cosa il vangelo ci vuol dire quando parla del sacrificio di Gesù e provare a collocarlo come contenuto dell’atto significativo. Bisogna capire che cosa significa ‘memoria viva’ e presenza reale del sacrificio di Cristo nell’Eucaristia.

Questo è il contenuto dell’atto significativo del tempo liturgico che ci apprestiamo a celebrare e non solo della Pasqua di ogni settimana, la domenica. Se non lo comprendiamo rischia di diventare un dato totalmente esterno…. Cioè può succedere che ci troviamo il venerdì santo a pensare che si deve essere tristi e fare penitenza perché Gesù è morto, senza aver capito bene. Se poi, per caso, quella mattina del venerdì santo uno è preso dalle cose che gli accadono, si distrae, dimentica che è venerdì santo, alla sera ripensando che doveva essere triste per qualcosa che non sa più … si trova con sensi di inadeguatezza o di colpa.

Vi faccio notare che nei racconti dei sinottici Matteo, Marco e Luca l’istituzione dell’Eucaristia da parte di Gesù avviene quando lui è ancora vivo. Quindi è uno strano memoriale che si fa prima della morte; noi lo facciamo dopo…

Spero che queste due letture fuori contesto – non dentro la liturgia – ci raggiungano in un modo diverso.

 

Sacramenti e carità

Nel vangelo di Giovanni il racconto dell’istituzione dell’Eucaristia è sostituito dalla lavanda dei piedi, gesto della carità reciproca. Questo è un bel segnale, molto chiaro. La memoria della passione di Cristo ha due strade equivalenti: i sacramenti e la carità. Questo particolare, da solo, dice qualcosa sul contenuto dell’atto significativo che la celebrazione eucaristica è: il sacrificio di Cristo sta sotto il segno della carità – sia della carità che noi compiamo nella nostra vita, sia della carità di Dio verso di noi – se no non regge.

Sentiamo sempre leggere il racconto dell’istituzione nella consacrazione, ma forse non lo abbiamo mai smontato.

Durante la cena pasquale Gesù compie sostanzialmente quattro passaggi:

  • prende una cosa,
  • la alza,
  • la
  • parla.

Questo è esattamente quanto poi succederà a lui:

  • viene preso,
  • innalzato,
  • dà, consegna lo spirito
  • non parla più fino alla resurrezione, perché è morto, ma parla il centurione.

Gesù prende il pane, pronuncia la benedizione, lo alza; nella consacrazione l’ostia viene alzata non solo per motivi tecnici – perché quando il sacerdote era di schiena non si vedeva – ma perché c’è un gesto del vedere e dell’alzare. I gesti che qui Gesù compie sono quelli della cena ebraica, la cena di Pasqua, ma le parole che lui dice sono altre.

I gesti sono regolarmente sempre gli stessi: si prende una cosa che appartiene al mondo, un corpo: pane, frutti della terra …; si alza, si rende grazie, lo si offre a Dio; da Lui viene ricevuto e poi condiviso: è il grande segno dell’alleanza!

Israele nella cena pasquale fa memoria del fatto che niente di ciò che è nostro è solo nostro e dice a Dio: noi siamo tuoi alleati, siamo dalla tua parte, sei il Dio-con-noi; il mio pane è offerto a te, da te torna e lo condividiamo.

  E’ un movimento classico, il movimento della grande alleanza: ciò che è creato ci è dato da Te, a Te noi lo restituiamo benedicendo, rendendo grazie – troviamo spesso questa espressione: Gesù rese grazie. Noi rendiamo grazie per ciò che la creazione ci ha dato e lo condividiamo tra noi: è il segno della benedizione di Dio su di noi. E’ il grande anello, il gesto rituale dell’alleanza. Forse se questa alleanza fosse nata oggi, essendo noi un po’ più mercantili, si tratterebbe di una firma su un contratto; certo è meno poetico, ma ciò che per noi oggi è significativo, e dice molto della nostra povertà, sono le firme, non i gesti.

Solo in alcuni specchi molto piccoli della nostra vita, come i rapporti affettivi, la cura, i bambini, ritroviamo la centralità di gesti che valgono, che impegnano più di mille parole; prendere in braccio un bimbo, ti mette addosso una grande responsabilità… Questo è il mondo dei gesti, degli atti significativi.

 

La nuova Pasqua

Gesù prende il pane, benedice – lo mette in relazione in un asse verticale – lo dà – lo mette in relazione in un asse orizzontale. Prende il vino, benedice e lo dà. Su ognuna delle due azioni dice una parola, dà un nome, ma non usa le parole, il nome tradizionale della “Aggadà”, la cena pasquale, quella che stava celebrando con i suoi discepoli. La cena pasquale ha una serie di benedizioni, ha una sua ‘liturgia’, un po’ più libera e creativa delle nostre, in cui è recitato un certo salmo, ci sono delle domande e delle risposte che ad ogni Pasqua vengono ripetute.

Gesù dice delle parole che danno un nome a questo gesto.

Sul pane dice: “Prendete e mangiate questo è il mio corpo”. Sul vino dice: “Bevetene tutti, perché questo è il mio sangue dell’alleanza, versato per molti, in remissione dei peccati”.

Abbiamo parlato più volte della relazione tra gesti e parole. Ciò che distingue noi uomini dagli altri animali è che noi diamo parole ai gesti, diamo nomi ai nostri gesti e non solo spiegazioni. Siamo in grado di ‘nominare’ i nostri gesti, cioè di offrirli all’altro con un titolo che ne orienta l’ascolto. Nel Vangelo di Giovanni, dove è narrato l’incontro tra Gesù e la Samaritana, si dice: “I veri adoratori adoreranno il Padre in Spirito e verità”, che poi sbrigativamente si traduce ‘in parole e opere’, ‘in preghiere e carità’, mentre si dovrebbe tradurre: ‘col fare e coi nomi che il fare ha’.

Pensate a quanto è importante per noi sapere il nome di qualcuno, poterlo chiamare per nome, dargli il nome; oppure all’esperienza esaltante vissuta da bambini nel darsi il soprannome, di come ogni soprannome si porti dietro un mondo di vissuti!

La parola su un gesto è il nome che orienta, che offre all’altro, insieme al gesto, l’anima di chi compie il gesto, la sua parte più intima, quella che ha prodotto quel gesto. Dire una parola su un gesto significa aprire una finestra sulla propria anima. Una delle esperienze più frustranti tra due persone è quando non ci si capisce e l’altro non ascolta le spiegazioni!!! E allora diciamo: dammi il tempo di spiegarti, fammi spiegare, perché se io posso aprirti la mia anima, farti vedere dentro di me, la parte di me che ha prodotto quel gesto, quel comportamento, quella reazione, sono sicuro che capirai!

Gesù fa proprio questo: dice una parola, – non una formula magica, che se uno sbaglia, la consacrazione non funziona – ma la parola che apre l’anima dell’intenzione di Dio sul gesto dell’alleanza; la parola che fa vedere da che anima Dio si sta muovendo nel fare quest’alleanza nella cena ed anche che sta preparando rispetto alla morte.

Gesù non interrompe l’antica alleanza, ma la rinnova, la completa. Compie il gesto, rende grazie e dice “Prendete e mangiate; questo è il mio corpo”. Cioè dice : sono io, non è un’alleanza sulle cose, non vi sto mettendo in un patto con me semplicemente come quello che già c’è nella creazione, sono io!!! “Bevetene tutti, perché questo è il mio sangue dell’alleanza…”. Anche l’alleanza antica era sotto il segno del sangue: il sangue degli animali, dei capri, il sangue con cui si segnano le pietre sante; il sangue dell’agnello con cui si bagnano gli stipiti perché l’angelo sterminatore risparmi le case degli ebrei la notte di Pasqua dell’Egitto … Questo è il mio sangue dell’alleanza, versato per molti in remissione dei peccati.

Nel gesto dell’antica alleanza, con le parole Dio apre la sua anima a quello che sta per accadere, cioè la stessa cosa, con la stessa dinamica: Gesù viene innalzato, offerto.

“Verso le tre, Gesù gridò a gran voce: ‘Elì, Elì, lemà sabactani?’ che significa: ‘Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”

Qui non c’è una parola di benedizione, ma una di delusione, di abbandono, di tristezza infinita.

 

Quando si prende il pane, si alza benedicendo. Gesù non benedice, cita il Salmo e dice: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” – prima differenza.

“Udendo questo, alcuni dei presenti dicevano: ‘Costui chiama Elia’. E subito uno di loro corse a prendere una spugna e, imbevutala di aceto, la fissò su una canna e così gli dava da bere. Gli altri dicevano: ‘Lascia, vediamo se viene Elia a salvarlo!’ E Gesù, emesso un alto grido, spirò”.

E’ strano, Gesù parla la lingua del posto e questi non capiscono! Chi guarda non riconosce l’alleanza, per questo non riconosce le parole del salmo, ed ha un atteggiamento di competizione, non di alleanza.

Al pane alzato corrisponde la condivisione: Prendete e mangiatene;

Al Cristo innalzato, corrisponde un atteggiamento di sfida, il contrario della condivisione! La gente dice ‘non dategli da bere, vediamo se viene Elia, vediamo se ce la fa!’. ‘Ha salvato gli altri, salvi se stesso ora’, dice un altro evangelista. Il contrario di “Bevetene tutti,…il mio sangue … versato per molti …” , la gente dice: vediamo cosa succede, chi ha ragione!

“E Gesù, emesso un alto grido, spirò”.

Su questa emissione dello spirito si sono scritti molti libri, potete trovare commenti stupendi! Il pane viene alzato, benedetto, condiviso; Gesù viene innalzato, non c’è una benedizione, non c’è una condivisione da parte degli uomini; ma, nonostante tutto, nell’ultimo minuto utile, Gesù condivide il suo spirito, lascia se stesso.

Poi succedono delle cose strane; certo sono un genere letterario utile per dire l’eccezionalità dell’accadimento; altri sinottici parlano di terremoto, eclissi di sole… Qui dice:

Il velo del tempio si squarciò in due da cima a fondo, la terra si scosse, le rocce si spezzarono”.

Matteo scrive per interlocutori di religione giudaica che sanno bene che cosa significa che il velo del tempio si spezza. Il velo separava i vari cortili del tempio dal ‘Sancta Sanctorum’, dal punto dove erano anticamente conservate le tavole della legge, l’arca, e dove poteva entrare solo il sommo sacerdote una volta l’anno; il punto più protetto, limitato, sacrale, separato…

La morte di Gesù spacca la separazione, quello che Paolo dirà: ‘Colui che è venuto per abbattere il muro’ … si rompe il velo del tempio; la più sacra delle separazioni viene colmata, non c’è più divisione … le rocce tremano, la terra si scuote.

C’è stato un terremoto o no? Non lo so; il problema degli evangelisti non è questo ma è dirci che tutto è cambiato, nulla è rimasto come prima.

“I sepolcri si aprirono e molti corpi di santi morti risuscitarono e uscendo dai sepolcri, dopo la sua risurrezione, entrarono nella città santa e apparvero a molti”.

C’è un po’ di confusione: Gesù non è ancora morto, quindi neppure risuscitato; devono passare tre giorni, e quelli stanno lì, nei sepolcri aperti, risuscitati, fermi per tre giorni?!?… Viene fuori con chiarezza l’idea che tutti i regni, quelli dei vivi e quelli dei morti, sono coinvolti in questa vicenda. Secondo la tradizione antica Gesù nel sabato santo, dopo la sua morte e prima di risorgere, scende agli inferi; questo evento è così fondamentale che spacca ogni logica di tempo, di presente e di futuro, di vivi e di morti, rompe ogni roccia.

Commentando i testi di Giovanni sulla risurrezione, abbiamo spesso detto che ‘impedisce di metterci una pietra sopra’, la pietra è sempre ‘rotolata via’. Le donne che vanno al sepolcro hanno questo problema: chi ci toglierà la pietra?. Sarà, in realtà, l’unico problema che non dovranno risolvere; ne avranno molti altri, ma questo no, perchè la pietra, semplicemente, non ci sarà, sarà rotolata via!

 

La nuova alleanza

“Il centurione, e quelli che con lui facevano la guardia a Gesù, sentito il terremoto e visto quel che succedeva, furono presi da grande timore e dicevano: ‘Davvero costui era Figlio di Dio!”. 

La parola di ‘nominazione’: “Prendete e mangiate, questo è il mio corpo…. Bevetene tutti, perché questo è il mio sangue dell’alleanza”… pronunciata durante la cena pasquale con gli apostoli, qui Gesù non la dice perché muore. La parola viene detta a nome suo da un pagano, un centurione romano; non un uomo pio, non un uomo puro, un bravo seguace della legge, ma un soldato pagano, il peggio che si possa immaginare.

Quando leggiamo questo passo ci pare che funzioni, ma che il centurione, vedendo un tale che semibestemmiando muore sulla croce, possa dedurre: “Davvero costui era Figlio di Dio!”… e’ quantomeno un po’ strano! Non ha ancora visto la resurrezione; è lì sotto la croce, fuori dalle mura di Gerusalemme, non è rientrato in città per vedere il velo del tempio squarciato; ha sentito questo crocifisso che grida “Dio mio Dio mio perché mi hai abbandonato?”; l’ha visto spirare e la parola che dice, il nome che dà a questo gesto è: “Davvero costui era Figlio di Dio!”…

Forse non abbiamo mai notato che il racconto è totalmente incongruente, che funziona solo pensando e sapendo che Gesù è già risuscitato… Invece non è ancora successo niente, il centurione dà il nome a questa grande nuova alleanza, dà il nome che fa vedere il cuore di Dio, secondo gli evangelisti! Cioè, costui innalzato, – che pronuncia una strana benedizione, che sa di maledizione, e che viene speso per molti nel suo spirito, – costui è il figlio di Dio!

Siamo nettamente al limite della possibilità di parola, siamo su un evento-limite, di quelli che forse solo la bocca dei bambini spalancata di fronte ad alcune scoperte ci sa indicare. Quando un bimbo scopre qualcosa di nuovo, rimane a bocca aperta ed occhi spalancati e tu ti rendi conto che ciò che lui sta guardando, che pure hai visto mille volte di sfuggita, è una cosa meravigliosa, al limite della possibilità di parola; puoi dire molte cose, ma quella faccia di bambino è l’unica che te la spiega davvero.

Qui siamo al limite della possibilità di parola di fronte ad un grande mistero, il mistero di un’alleanza che non è delle cose, ma delle persone. Per dirla in termini scientifici, un’alleanza che passa da un Dio della natura ad un Dio della storia, cioè un’alleanza che non consiste nei doni scambiati dei sacrifici – noi offriamo pane e Dio ci dà pioggia, noi offriamo agnelli e Dio dà fecondità al gregge. Non è un’alleanza commerciale, basata sulle cose, ma è una storia, un’alleanza di persone!

In una storia d’amore è un brutto momento quello in cui si comincia a rinfacciarsi il tempo dedicato all’altro. Le rinunce reciproche servono se uno non se le deve rinfacciare, altrimenti per la vita di coppia era meno costoso non rinunciare!

Il Dio della storia funziona così: nella morte di Cristo c’è questa offerta sparsa, condivisa, del figlio di Dio; non è una cosa, è il suo corpo e il suo sangue, è lui, proprio lui, non la sua intenzione, l’idea, non è un vago sentimento. Gesù offre il suo corpo e il suo sangue, se stesso, nello spessore della totalità di sé, di quella totalità fatta di carne e di sangue che va ben al di là di una volontà razionale!

Questo si fa cibo. Spesso ci chiediamo che cosa voglia dire ‘mangiare il corpo e il sangue del Signore’: è come quando si prende in braccio un bambino e gli si dice ‘ti mangerei’. Non vuol dire che improvvisamente si è stati colpiti da una vocazione cannibalesca e si mangiano pezzetti di bambino. In realtà abbiamo poche, solo tre, possibilità di compenetrare radicalmente la vita dell’altro: una modalità di ordine sessuale, una di ordine verbale ed una nutritiva; non ne abbiamo altre. Dunque, quando diciamo ti mangerei, diciamo: vorrei avere con te una tale intensità, stringerti, toccarti in modo che tu senta quello che ho dentro per te, che mi verrebbe da mangiarti. Ancora una volta al limite delle parole.

L’alleanza col Dio della storia sta sotto questo segno: ciò che è scambiato, messo in circolazione è il corpo e il sangue di Gesù. E noi ci nutriamo di questo.

“Dio mio, Dio mio perchè mi hai abbandonato?”. Una strana forma di benedizione. Io trovo sempre consolatoria questa espressione; mi pare la cura centrale contro ogni spiritualismo a buon mercato e contro ogni logica di siamo sempre sorridenti e di belle parole.

Nel momento più alto di tutta questa vicenda il nostro Dio riconosce che le benedizioni hanno forme strane, che non sono tutte sorridenti e ciascuno di noi sa nella sua vita che è così! Non tutti gli amori sono pieni di bene in ogni giorno della loro vita, non tutti i desideri della vita sono fatti di parole dolci ogni giorno; ci sono parole gridate, che sono una richiesta disperata di aiuto e di affetto molto più di tante paroline dolci. In certi momenti può venir fuori quasi una bestemmia, ma Dio conosce i cuori, il cuore di suo Figlio ed i nostri e dunque … nessun problema … lui riconosce le benedizioni, anche quando hanno forme urlate!

In tutta questa vicenda di rapporti tra gesti e parole c’è una cosa curiosa: due versetti alla fine danno dei nomi di donne.

“C’erano anche là molte donne che stavano ad osservare da lontano; esse avevano seguito Gesù dalla Galilea per servirlo. Tra costoro Maria di Màgdala, Maria madre di Giacomo e di Giuseppe, e la madre dei figli di Zebedèo”.

Non c’è il nome di un discepolo, ma alla fine, come una specie di aggiunta, vengono nominate alcune donne. Come se gli unici testimoni autorizzati fossero quelli che di fronte alla legge non avevano diritto di testimonianza – la testimonianza delle donne non era riconosciuta in tribunale. Eppure alla fine di questo racconto vengono ricordati dei nomi di donna, quasi a dire: tranquilli, ci si può fidare; così come saranno le donne a riconoscere la risurrezione.

Non è una battuta di vetero-femminismo: la presenza delle donne non sembra casuale. In un momento così centrale, sarebbe strano pensare che i discepoli, distratti, non avessero citato alcun apostolo. Credo che la questione abbia un altro senso: questo evento, per essere riconosciuto, ha bisogno di uno sguardo dal margine, dal confine e non dal centro. Il centurione dà il nome giusto e le uniche testimoni sono le donne, due categorie di disgraziati: un pagano e quelle che non hanno un soggetto, mentre chi è troppo centrato nella propria comprensione di sé, ha una identità, sta in piedi sulle sue gambe, entra in concorrenza. Quelli che stanno ai margini invece diventano testimoni autorizzati, riconoscono da lontano.

La chiesa ha sempre sottolineato questa situazione, spiegando che i poveri e i semplici hanno uno sguardo che li porta al cuore del mistero, che l’Eucaristia è un bene prezioso, da stimare, da riverire, ma che non può essere riservato a motivo di intelligenza e cultura. Tutti hanno accesso all’Eucaristia, perché è il mistero per i piccoli, per gli sguardi traversi. Mi chiedo ogni tanto se non sia questo il motivo per cui capiamo poco o viviamo poco e male l’Eucaristia: forse perché non abbiamo più uno sguardo traverso, abbiamo uno sguardo da animatore impegnato, da animatore della liturgia, da organizzatore, da responsabile, e pensiamo: “vediamo se questo oggi risolve i nostri problemi”, invece di guardare dal margine e ricevere, come succederà a Maria di Magdala dopo la risurrezione, il nome da lui.

Questo è un passaggio decisivo e forse abbiamo tutti bisogno di tempo per rimuginarci un po’ su e provare a guardare con coraggio le espressioni classiche, tipo presenza reale, oppure cosa vuol dire il culto dell’Eucaristia fuori della messa, l’adorazione Eucaristica.

Domanda: quali differenze ci sono tra cattolici e protestanti sull’eucaristia?

La situazione attuale presenta un doppio livello di problema: il rifiuto dell’intercomunione – cioè il fatto che giuridicamente cristiani di varie confessioni non possono partecipare gli uni all’Eucaristia degli altri. Invece la comprensione teologica che le varie confessioni hanno dell’esperienza sacramentale è ormai molto simile. Il problema su cui ci si è separati si è creato nel cinquecento ed è la differenza interpretativa tra reale e simbolico: Il corpo di Cristo nell’Eucaristia è reale o simbolico? Ma tutte e due le parole sono usate in modo diverso rispetto a come le usiamo adesso. Simbolico non vuol dire che vale poco, come un regalo di poco prezzo, né reale vuol dire materiale come per noi cattolici oggi. Vogliono dire due cose diverse. Reale vuol dire che appartiene alla res. Quelli che poi diventeranno cattolici, i cristiani romani, sostengono che nell’Eucaristia il corpo di Cristo è in sostanza, materia e forma, cioè sta in piedi da solo. Ci si creda o no, ci sia o no una comunità, l’opera di Dio di trasformazione dell’Eucaristia accade. Coloro che verranno poi definiti protestanti dicono che sostanza e materia stanno nel sacramento mentre la forma sta nella comunità. Dunque l’opera di Dio accade se c’è una comunità che l’accoglie. Se non c’è una comunità che celebra, è come se l’opera di Dio non accadesse. In questo senso i cattolici sviluppano l’idea della presenza reale, del fatto che Gesù, il figlio di Dio, sta nell’Eucaristia per la potenza di Dio. Senza condizioni. Reale in questo senso! Invece in ambito protestante ci vuole una condizione: la comunità credente. Queste due posizioni originarie, precedenti al cinquecento, si esasperano – come sempre nelle discussioni ognuno dà il peggio di sé – per cui vengono fuori tutte le esagerazioni possibili e immaginabili. Cinquecento anni di storia diversa fanno il resto: in ambito cattolico si va verso una reificazione dell’Eucaristia fino alle assurdità ottocentesche per cui se mastichi l’ostia, questa sanguina – sono strane anche per noi che siamo cattolici, per chi crede nella presenza reale. Dall’altra parte si è andati sempre di più nella direzione di una memoria generica, sempre più eterea.

Tutte e due le posizioni hanno mostrato nella loro storia il rischio che si correva a prendere una posizione sola. A ciascuno è successo ciò che l’altro paventava: “guarda che ti potrebbe succedere che…”.

Con l’ecumenismo sia cattolici che protestanti hanno fortemente riequilibrato le proprie posizioni. E’ chiaro che noi manteniamo una più forte posizione sacramentale: l’idea che quel gesto è segno e strumento di una grazia oggettiva, per alcuni ambiti protestanti rimane un’immagine troppo magica, da pratica stregonesca. Attualmente la situazione è più o meno in questi termini.

Noi abbiamo re-imparato dai protestanti la centralità e il luogo della parola di Dio rispetto alla celebrazione; che c’è una celebrazione in cui hanno un ruolo forte le letture e le omelie. Non l’avevamo mai negato, ma ad un certo punto, nella prassi era quasi sparito. Quindi abbiamo riequilibrato questo gesto eucaristico nella storia di Gesù… Da questo punto di vista il problema più grave è antropologico: rimettere questo atto in un tessuto di atti significativi.

La sensazione è che noi non capiamo più l’Eucaristia perché non capiamo più alcuni atti significativi della nostra vita, perché non capiamo più certi meccanismi profondi di noi stessi, non dell’Eucaristia. Questo è un problema che abbiamo sia noi cattolici sia i protestanti, perché siamo tutti immersi in questa cultura meccanicistica, tecnica, mercantile. Dovremmo ragionare insieme, cattolici e protestanti, sui racconti dell’istituzione, quelli che leggiamo nella consacrazione, che essendo testo scritturistico, possono essere terreno comune per di ritrovare la struttura antropologica di un gesto significativo che non renda la consacrazione un atto magico, ma che gli dia il suo spessore oggettivo; ridurre tutto al “se io ci credo, allora è vero!” è troppo poco!

Fossano, 12 marzo 2005

(testo non rivisto dal relatore)

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