14 Maggio 2005
Stella Morra

7. VERSO UN CORPO NUOVO

Commento a: 1 Cor 15, 35-58


Premessa

Siamo all’ultimo appuntamento di questo percorso di lectio sull’Eucaristia. E’ stato un percorso per alcuni versi un po’ inconsueto, perché, pur avendo letto insieme dei brani molto noti, che si citano sempre quando si parla dell’Eucaristia, il tentativo è stato di non farne una lettura puramente meccanica, ripetendo più o meno le cose che abbiamo tutti nelle orecchie, ma di provare invece a percorrere  un cammino, seguendo un filo che avesse un altro significato, un’altra presa.

Oggi, nella conclusione, commenteremo un brano inatteso rispetto a questo tipo di percorso; un brano un po’ strano, che non si legge molto. Normalmente nella liturgia si legge la prima parte del capitolo, mentre noi leggeremo la seconda. E’ uno di quei brani in cui ci sono una serie di espressioni molto datate culturalmente, che per noi sono di difficile spiegazione, creano alcune difficoltà e, per fare più in fretta, si evita di leggerli, così si risolvono alla radice tutti i problemi!

Sono passati tanti mesi, con tutte le loro vicissitudini, per cui, caso mai avessimo perso qualche passaggio, richiamerò il filo di tutto il percorso affinché possiamo metterci correttamente al fondo questo testo finale.

Nei primi due incontri, con i titoli “Da dove veniamo”  e  “Verso dove andiamo”, abbiamo preso in esame due testi – quello di Genesi: i tre viandanti che incontrano Abramo a Mamre e quello di Apocalisse: la lettera alla chiesa di Laodicea:  – che servivano ad aiutarci a collocare l’Eucaristia come un atto significativo, a far uscire la celebrazione Eucaristica dalla prassi molto comune di un atto in sé, puntuale, come se fosse materialmente quel gesto lì che caratterizza il fatto in sé, invece di inquadrarlo fra gli atti significativi della vita dove la tensione è sempre tra un atto concreto, visibile, reale, preciso e una storia vitale in cui l’atto stesso si colloca.   

Parlando di atto significativo facevo esempi molto  semplici, ma efficaci per capirne la dinamica; dire una certa frase in una certa situazione, mandare un mazzo di fiori…  non è l’atto in sé che conta, perché se uno dice o meno quella frase non cambia molto la situazione, ma è l’atto inserito, vissuto dentro la storia!  Dentro una storia ogni tanto anche l’atto puntuale serve, – non basta aver pensato di fare una cosa, se poi non la fai …. Se dentro una storia che ha una sua dinamica, almeno una volta ogni tanto, si compie un atto concreto, preciso, – si manda un mazzo di fiori – allora c’è sia l’atto concreto, materiale, sia l’attenzione speciale rispetto alla storia, espressa da quell’atto…

Quando parliamo di atto significativo dovremmo avere nella testa questo meccanismo: il rapporto tra un atto concreto e l’interezza di una storia.  Da questo punto di vista, nella vita cristiana, l’Eucaristia funziona solo nella misura in cui è un atto significativo, cioè nella misura in cui è un atto reale, che accade, che c’è, si fa concretamente, non è solo pensato, immaginato, e contemporaneamente è un atto che sta in una tensione con una storia completa.

 

Eucaristia: cibo e libertà, nutrimento e relazione

In seguito avevamo letto quattro brani più caratterizzanti l’Eucaristia: la manna del deserto, il pane portato ad Elia, il sacrificio di Cristo, il discorso dopo la moltiplicazione dei pani nel Vangelo di Giovanni: il rapporto tra il cibo e le parole ricevuti.

Questi quattro brani dovevano, in qualche modo, aiutarci a definire,  contornare che tipo di atto significativo è l’Eucaristia: un atto di libertà, non solo cibo!

L’Eucaristia è sicuramente cibo, ma è un cibo con caratteristiche precise:

  • nella sua puntualità è cibo; nella sua storia è un’esperienza di libertà;
  • è un cibo che nutre, finalizzato alla vita, dunque la sua storia significativa è una storia di desiderio di libertà, ma anche di una vita che vuole crescere;
  • è un cibo che ha un costo, nasce da un sacrificio, non è gratuito, sprecabile;
  • è un cibo sempre accompagnato da parole; non ha solo la bruta materialità di se stesso: è qualcosa anche detto, oltre che fatto!.

Espresso in forma di slogan forse riduttivo, questo è un po’ il riassunto del percorso fin qui svolto.

Fin dall’inizio abbiamo ribadito che l’Eucaristia è un atto significativo di relazione e di nutrimento.

Gli atti significativi nell’esperienza umana possono essere di molti tipi: il rancore è un bell’atto significativo, nella nostra esperienza; – dura a lungo, ha una storia, nutre se stesso, si incrementa, porta a leggere tutto ciò che un altro fa, i suoi comportamenti e le sue parole, nella chiave di questa storia- ed ogni tanto sfocia in un atto preciso: per esempio una risposta secca, un atto sgarbato.  Il rancore fa parte dei possibili atti significativi di conflitto che portano un giorno le persone ad odiarsi! Si costruisce, si nutre il cammino…

L’Eucaristia è un atto significativo di relazione e di nutrimento, non certo di conflitto. E’ una costruzione progressiva di comunione e un nutrimento che aiuta a crescere, vivere, dà energia, forza, possibilità – né più né meno di tutto ciò che significa il nutrimento nella nostra vita! 

Il nutrimento, nell’esperienza umana è una figura strana! E’ la più grande esperienza in cui ciò che riceviamo si annulla completamente in noi: non ha più nessuna delle sue caratteristiche, ma ciò che ne esce è la nostra forza, la possibilità di vivere, di agire… E’ la grande, quotidiana esperienza di cosa vuol dire dare. Il nutrimento si dà!!

L’Eucaristia è un atto significativo che costruisce un tessuto di relazione e di nutrimento con le caratteristiche che abbiamo cercato di far emergere in tutti i nostri incontri. Relazione e nutrimento con le parole, al prezzo del sacrificio, verso la libertà…. Che cosa dovrebbe succedere se le nostre vite sono conformate da questi atti significativi? -non che cosa succede se vado a messa una volta-, ma cosa succede se la mia vita è in qualche modo progressivamente eucaristica, dove l’andare a messa, l’esperienza dell’Eucaristia, la comunione a Cristo, prende tutte le forme complesse di un atto significativo e costruisce un tessuto. Qual è il risultato finale? Arriviamo così al discorso sull’esito, la conclusione di oggi.

Come si fa a dire se questo è un percorso buono o cattivo; qual è il criterio di valutazione per scoprire se stiamo andando verso un buon esito oppure no?

 

Il corpo

Il nutrimento e la relazione passano per i corpi, producono un corpo, e la riflessione di oggi ha come titolo ‘Verso un corpo nuovo’.

Nella tradizione cristiana la parola corpo è tanto importante, usata e diffusa, quanto temuta, pericolosa, perché dicendo corpo noi pensiamo al nostro corpo. Nella tradizione cristiana si usa tantissimo questa parola, è una figura molto usata -il corpo degli scritti biblici, il corpo ecclesiale, il corpo di Cristo. Nel corso dei secoli sono cambiati spesso gli aggettivi che si abbinano a questa parola: fino al 1400, il corpo reale di Cristo è considerato la chiesa ed il corpo mistico è l’Eucaristia; dopo il 1400 è il contrario: il corpo reale di Cristo è l’Eucaristia, il corpo mistico è la chiesa. Questo gioco di aggettivi sta a dimostrare che è un concetto importante.

Noi siamo discepoli di Uno che si è incarnato, ha preso un corpo. In Gesù Cristo Dio ha preso carne, ha preso un corpo; quindi è un concetto centrale.

In realtà, quando pensiamo al corpo, pensiamo a noi, al nostro corpo; pensiamo alla religione ottocentesca che ha avuto un po’ paura, pensiamo alla svalutazione dei corpi, alla preoccupazione un po’ sessuofobica, preoccupata di coprire, di tutta una serie di nascondimenti possibili che dovevano azzerare i corpi, fare in modo che sembrassimo tutti uguali, che non si vedessero le differenze …  E’ vero, anche questa tradizione ha fatto parte della storia del cristianesimo.

Quando dico che l’Eucaristia è un atto significativo di relazione e nutrimento il cui esito è un corpo nuovo, voglio dire un corpo nuovo a 360 gradi, come questa parola è stata usata nella storia dei credenti nella chiesa a partire dal principio base del cristianesimo che è l’incarnazione.

Il modello dei cristiani, il modello del discepolo fedele, è Maria, che con il suo sì ha dato un corpo  a Cristo; dunque i cristiani sono chiamati a dare un corpo a Cristo, a continuare a rendere corporea, incontrabile l’esperienza di Dio, a renderla incarnata, che ha una carne, dunque si tratta di corpo della chiesa, di corpi di parole, di scritti. Il cristiano, cioè, è chiamato a rendere l’esperienza che vive come significativa – l’aver incontrato il Signore, la sua risurrezione che ha detto una parola di salvezza sulla nostra esistenza –  a renderla incontrabile da altri, corporea, non astratta.

 

Un corpo nuovo …

Questo è il punto di arrivo: un corpo nuovo! Che è anche il nostro corpo – la nostra faccia, le nostre parole –  che viene incontrato da tutti.

Questo finale, la seconda metà del capitolo 15 della prima lettera ai Corinzi va in questo senso.

Nella prima parte Paolo riassume tutta la questione della risurrezione di Cristo, racconta il fatto, l’esperienza che ha vissuto.

Letto tutto di fila fa un po’ impressione perché alcuni passaggi non sono immediatamente chiari ed ha, per noi, un tono un po’ millenaristico che ci fa impressione, ci sembra un po’ fanatico.

Mi pare che noi stiamo sempre fermi alla prima parte del capitolo, non solo quanto alla lettura, ma anche per la nostra esperienza. Tutte le volte che noi ragioniamo, riflettiamo sulla fede, organizziamo incontri, partiamo da zero ripetendo sempre le stesse cose: vogliamo dire di Gesù, conoscerlo… Certo questo va bene, è giusto, ma continuiamo a dire sempre e solo l’inizio, come se fossimo eternamente ripetenti nella stessa classe! Dobbiamo porci un interrogativo, cercare di capire: o questo inizio è vero, dunque succede qualcosa, e comincia una storia, oppure questo inizio non è vero e non succede nulla di nuovo!  E’ come quando due rimangono fidanzati una vita e non si sposano mai. O le due persone hanno una storia e la loro storia è viva,  – non necessariamente secondo i canoni, ma la situazione in qualche modo evolve – oppure non si può voler rimanere fermi all’infinito nel dato dell’inizio, dell’innamoramento. Tutti abbiamo un po’ nostalgia dei primi momenti di una storia, ma il tempo che passa rende una realtà diversa rispetto all’inizio.

Per questo mi pare interessante questa seconda metà della lettera ai Corinzi, perché prova a fare il passo successivo e lo fa secondo la cultura, il linguaggio, la comprensione del mondo e della teologia che Paolo ha. Fin che io dico: Gesù è risorto, non ci sono grandi variazioni storiche; possono cambiare le culture, ma ‘Gesù è risorto’ rimane tale e quale, difficile da spiegare in qualsiasi cultura, nel terzo secolo, nel dodicesimo, in Cina, in Italia… E’ sempre difficile capire questo dato, ma rimane così.

Se dico: ‘Gesù è risorto, dunque noi…’ devo dire delle cose che è diverso dirle oggi o nel terzo secolo, in Cina o qui da noi, perché devo dire delle cose concrete, che dipendono molto di più dalla cultura.

Paolo qui prova a fare il secondo passo e dice: ‘dunque …’ ed usa la cultura che ha, la comprensione che ha in quel momento, a 360 gradi e la usa fino in fondo. Quello che ci interessa non è cercare di capire, attraverso quello che lui dice,  che cosa succederà alla fine del mondo in tono un po’ apocalittico e perché dice: “…non tutti certo moriremo…”. Lui sta semplicemente usando la comprensione che ha in quel momento; l’interessante è ciò che lui prova a dire come secondo passo.

La domanda a questo punto è pregnante: con quale corpo verranno? E diventa una domanda veramente molto importante, perché la questione è: Gesù è risuscitato, è apparso a Cefa, a Giacomo – c’è tutta la questione della risurrezione dei morti, ogni cosa è posta sotto ai suoi piedi.  Ma con quale corpo? Cioè, quando si tireranno le somme, quale forma avrà la nostra storia? Da che parte sarà contata? Qual è l’esito? Io posso sapere verso dove camminare se so quale può essere l’obiettivo massimo richiestomi; in questo caso potrei valutare se sono a buon punto.

La domanda di Paolo è molto concreta e cristiana: con quale corpo? Quale corpo ha preso il figlio di Dio, il maestro di tutti i discepoli? E’ nato come un bambino, un corpo semplice, ordinario e poi ci ha lasciato il suo corpo … che è stato trafitto!

Pensate: il problema di chi va alla tomba dopo la risurrezione di Gesù, per esempio il problema di Maria di Magdala, è che non c’è più il corpo e, poiché non c’è più il corpo, Gesù ci ha lasciato il suo corpo … nell’Eucaristia! Sembra uno strano sogno.

Credo che dobbiamo ragionare un po’ su che cosa  significa questo corpo, il nostro e quello di Cristo; su che cosa significa questa domanda, se è solo una domanda materiale, per sapere come sarò io nel regno dei cieli, o se potrò scegliere un certo tipo di corpo… Non è solo questa la domanda. Lo dico in termini moderni –  che sicuramente Paolo non avrebbe mai usato, perchè non era un uomo del ventesimo secolo; per capire bisogna andare sulle culture – il corpo è il simbolo dell’io, dove simbolo è il luogo di visibilità dell’invisibile. Il corpo è il posto dove, con gli altri e con noi stessi, ci incontriamo. E’ vero che ognuno di noi ha perennemente la sensazione che, quando dice io, si riferisce a qualcosa dentro, profondo, inspiegabile, molto più meraviglioso di quanto tutti gli altri si siano accorti, o, secondo i sensi di colpa, molto più schifoso di quanto tutti gli altri si siano accorti, una specie di luogo irraggiungibile, un io che si sente sempre incompreso, non visto, non riconosciuto. Dentro questa storia, chi ci incontra e che incontriamo noi stessi quando ci guardiamo allo specchio, quello che incontriamo  non è il nostro io. Chi ci incontra ci riconosce per il nostro viso, i nostri gesti, per il suono della nostra voce, le nostre abitudini, nel muoverci, fare, dire.

In questo senso Rahner dice: il corpo è il simbolo dell’io. E’ ciò che rende incontrabile, attingibile, visibile, l’invisibile, che senza un corpo sarebbe etereo. Uno dei nostri problemi, soprattutto in occidente, soprattutto in questi tempi culturali in cui i disturbi più diffusi sono quelli legati all’alimentazione, tutti abbiamo un rapporto un po’ disturbato tra noi e il nostro corpo. Quello che era un tipico passaggio psicologico adolescenziale di fronte al cambiamento del proprio corpo, sta diventando una specie di malattia diffusa, dunque l’investimento in cure estetiche di tutti i tipi, dalle più semplici alle più complesse, sta diventando una delle fonti di spesa maggiori, ma anche l’investimento nel vestirsi, nel mascherare il proprio corpo, aggiustarlo, perché tutti noi in questa cultura abbiamo una bella difficoltà nel riconoscerci tra io e il mio corpo, siamo sempre un po’ sfasati.

Da questo punto di vista gli sviluppi della medicina, le migliori abitudini di vita, l’allungamento della vita, peggiorano ulteriormente la situazione perché abbiamo ritmi biologici interni ed esterni ormai molto diversificati. I due orologi non sono sincronizzati. Ci vuole una grande sapienza per sincronizzare l’interno con l’esterno. Tutti ci ripetiamo che l’importante è essere giovani dentro! In realtà ci pesa molto  non poter più fare una notte in bianco senza pagarla per una settimana intera! Per riprendersi ci vuole sempre più tempo!  Non ha niente a che fare con la falsa teoria che basta sentirsi giovane dentro. E’ il problema di connessione tra il mio desiderio, quello che mi sentirei di poter fare, che mi parrebbe giusto fare e quello che accade in realtà in un modo che io non governo; la bellezza del nostro simbolo corpo è che va secondo ritmi suoi. Io posso al mattino ordinare con tono profondamente autoritario a tutte le mie rughe di distendersi, ma loro se ne fregano, rimangono stampate sulla mia faccia a ricordare tutta la mia stanchezza, i miei percorsi, i miei anni e i miei giorni.

Dire ‘il corpo è il simbolo dell’io’ mette in moto una bella faccenda e la domanda dunque rimane: con quale corpo? Qual è il risultato finale? Che cosa si vedrà? Qual è la faccia visibile dell’invisibile nostra conformazione a Cristo? Il primo passaggio che Paolo fa dà il tono a tutto ciò che segue.

… frutto di una vita eucaristica …

“Stolto! Ciò che tu semini non prende vita, se prima non muore; …”

Questo mezzo versetto è molto forte. E’ la grande, fondamentale legge del cristianesimo che possiamo tradurre in mille modi, ma è la grande parola di salvezza: Noi non siamo tutti lì e, dunque, non c’è niente che possa accadere a costo zero!

E’ una traduzione molto libera, in un linguaggio corrente. Niente accade a costo zero, come se non accadesse. Ciò che tu semini non prende vita se prima non muore.

“…e quello che semini non è il corpo che nascerà, ma un semplice chicco, di grano per esempio o di altro genere”.

Fa tutta una spiegazione pseudo biologica: la carne degli uomini, quella degli animali, degli uccelli, dei pesci…

Traduco da una cultura agricola con una certa idea della biologia… a noi che useremmo un‘altra struttura culturale per dire questo concetto …. “…quello che semini non prende vita se prima non muore…”, non mette in luce la legge della continuità, ma esattamente il contrario: è la legge della tensione. Non dice il seme cresce a poco a poco fino a diventare…una quercia! No. Quello che semini non prenderà vita se non muore, dunque ciò che hai seminato non è della stessa razza, della stessa qualità di quello che nascerà. Mette in evidenza che c’è una contrapposizione, non una continuità; c’è un prima e un dopo, una frattura. E ad aggiungere peso a questa interpretazione, precisa: ci sono corpi celesti e corpi terrestri e costruisce tutta una serie di coppie. “…si semina corruttibile e risorge incorruttibile; si semina ignobile e risorge glorioso; si semina debole e risorge pieno di forza; si semina un corpo animale, risorge un corpo spirituale”. Nessuna di queste coppie è una continuità, sono delle contrapposizioni. C’è una frattura, un passaggio, un salto.

Faccio una traduzione in formato fumetto, così ci capiamo. Tutta questa idea molto forte e molto ottocentesca di conformarsi a Cristo come una raccolta punti in cui io metto via dei punti fino a raggiungere la cifra necessaria a ritirare il premio, è totalmente sbalzata via da questa impostazione, che è tensionale, cioè o stai da una parte o dall’altra. Poi certo c’è una storia: non tutto accade nello stesso giorno, ma ci sono alcune questioni di fondo sulle quali uno decide da che parte si mette.Dalla parte dei corpi terrestri o da quella dei corpi celesti.

Io credo che da questo punto di vista noi dovremmo ricominciare a prendere in mano, come criterio di giudizio sul corpo nuovo che sarà il frutto di una vita eucaristica, alcune delle questioni di fondo della nostra esistenza perché abbiamo sbriciolato la forza di queste contrapposizioni, cioè abbiamo reso il tutto abbastanza uguale a tutto, non tanto sui singoli comportamenti, ma su dei punti, dei modi radicali di guardare all’esistenza. Faccio un esempio molto banale: uno che cerca di credere in Dio ed uno che non ci crede, sono simili per il 90% delle cose della vita, anzi anche per il 99%, non sono così distinguibili a priori, ma uno che cerca di credere in Dio non può essere angosciato sul futuro. Ha una questione radicale, non di essere ogni giorno ilare ed allegro, ma nella sostanza, sulla questione radicale non può essere incerto quanto al futuro, perché deve sapere fino in fondo, fino all’ultima fibra del suo essere, che non c’è modo che noi perdiamo, che questa è una partita che possiamo solo vincere.

Alcune questioni di fondo di questo genere sono radicali, sono segnate da una frattura.

 

… animata dallo Spirito

“Se  c’è un corpo animale, vi è anche un corpo spirituale,…”

Questa espressione ’corpo spirituale’ per noi non ha senso. Noi abbiamo l’idea che spirituale sia il profondo dell’interiore, l’impalpabile, gli angeli, l’etereo, l’astratto, dunque, per noi, i corpi sono sicuramente materiali. Paolo dice: i corpi possono essere animali o spirituali. Se volete, lo traduco in modo più forte: possono essere animati o no dallo Spirito. Ma sono i corpi che sono animati dallo spirito! Non è un vago luogo interno; sono le cose, la realtà, le cose quotidiane, le cose dove ci incontriamo, dove ci riconosciamo, dove la nostra vita si fa visibile che possono o no essere animate dallo spirito.

E qui, secondo me, si aprirebbe un altro bel criterio di valutazione: una vita eucaristica è una vita in cui ogni cosa ha il peso di tutta l’eternità, in cui non c’è nessuna cosa che non abbia il peso dell’eternità.

 

Cristo datore di vita

“… il primo uomo, Adamo, divenne un essere vivente, ma l’ultimo Adamo divenne spirito datore di vita”.

L’ultimo Adamo ovviamente è Cristo. E c’è questa frattura, questo capovolgimento: noi, che siamo figli di Adamo, riceviamo la vita. Cristo dà la vita, per questo si fa nutrimento, fino a perdersi totalmente per diventare la nostra forza, appunto come il cibo.

E questa contrapposizione, è apparentemente insanabile: noi saremo sempre coloro che la vita la ricevono, saremo sempre invitati a pranzo, mai quelli che invitano. Saremo sempre, rispetto a Dio, coloro che ricevono lo Spirito. Noi non lo possiamo produrre. Ma, come abbiamo portato l’immagine dell’uomo di terra, così porteremo l’immagine dell’uomo celeste.

Quando si dice che il Figlio di Dio si è incarnato, si è fatto in tutto simile a noi ed è asceso al cielo per ricostruire il rapporto tra Dio e gli uomini, si dice che questa frattura che permane in Cristo è superata, cioè che noi riceviamo da Cristo la possibilità di portare l’immagine dell’uomo celeste, così come abbiamo portato l’immagine dell’uomo di terra. Siamo dei bambini ammessi alla tavola dei grandi! Ci dovevano far mangiare e mandare a dormire prima ed invece si sono inteneriti e ci hanno concesso di mangiare a tavola con i grandi. Questa è la figura.

L’Eucaristia è il nutrimento che ci consente di portare l’immagine dell’uomo celeste, che costruisce quella relazione e quel corpo che è l’immagine del corpo celeste. E dunque dice:

“…io vi annunzio un mistero: non tutti, certo, moriremo, ma tutti saremo trasformati, in un istante, in un batter d’occhio, al suono dell’ultima tromba e i morti risorgeranno incorrotti e noi saremo trasformati”.

Qui c’è l’idea, ancora molto viva al tempo di Paolo, dell’imminenza della parusia, cioè l’idea che il mondo stava per finire, dato che tutto era compiuto in Cristo. La generazione viva al tempo di Paolo non avrebbe fatto in tempo a morire tutta prima della fine del mondo.

Come sappiamo non è andata così. E la generazione successiva ha avuto il problema di giustificare il ritardo della parusia, ma soprattutto di cercare di capire che cosa si doveva ancora fare. Se Cristo era morto e resuscitato e tutto era compiuto, finiva il mondo e si capiva: tutta la storia di Israele preparava questo momento; lì c’era il clou della salvezza di Dio! Rimaneva un po’ di tempo perché ognuno potesse scegliere da che parte stare e poi … fine. Ma se non è fine, se non arriva la fine del mondo, cosa bisogna fare, a cosa serve quel tempo che rimane, come lo si occupa? Non serve più a preparare, non serve a salvare il mondo perché il mondo è già stato salvato in Cristo… A cosa serve?

Questo è il problema che ci riguarda direttamente: per che cosa abbiamo il tempo e la storia? Cosa ci dobbiamo fare?

“E’ necessario infatti che questo corpo corruttibile si vesta di incorruttibilità e questo corpo mortale si vesta di immortalità”.

Abbiamo tutta la storia per imparare ad essere ciò che siamo, per fare l’esercizio del nostro corpo; come adolescenti cresciuti troppo in fretta abbiamo bisogno di tempo per abituarci a ciò che siamo: figli!!

La morte sconfitta

E dunque, citazione dall’Antico testamento: “La morte è stata ingoiata per la vittoria. Dov’è o morte la tua vittoria? Dov’è o morte il tuo pungiglione?”

La morte, semplicemente non c’è più! Non perché non accada, non si muoia, ma perché non è più il punto di verifica di una vita. Non è il punto in cui tutto termina e si fanno i conti. Pensate in questo quanto siamo atei: tutti noi continuiamo a pensare che la morte sia questo; ed invece è molto chiaro: la morte è l’immortalità che si fa visibile.

“Il pungiglione della morte è il peccato e la forza del peccato è la legge”.

E’ durissimo questo versetto: la forza del peccato è la legge. Tante volte abbiamo già riflettuto insieme: se il centro del cristianesimo è semplicemente una legge da rispettare, siamo tutti peccatori!!! Tra l’altro senza possibilità di evitarlo, perché se la legge è: ‘siate come il mio figlio prediletto’, dato che nessuno di noi è Dio, siamo sconfitti in partenza; non esiste la possibilità di rispettare questa legge: siamo creature, non possiamo essere a misura di Dio.

Se il problema è solo una legge da rispettare, non solo non siamo sempre vincenti, ma siamo certamente perdenti. E il pungiglione della morte è il peccato. Dov’è o morte il tuo pungiglione? La forza del peccato è la legge.

Il centro del cristianesimo non è una legge da rispettare, un dover essere, e la questione centrale per un cristiano non è il peccato.

La questione centrale è la grazia che abbiamo ricevuto di essere figli, di essere rivestiti di un corpo celeste, o di avere in dono lo spirito che ci fa corpi spirituali e dunque il pungiglione della morte non c’è più, è sconfitto; e dunque non possiamo essere altro che vincenti, non certo per la nostra forza ma per la grazia ricevuta.

“Perciò, fratelli miei carissimi, rimanete saldi e irremovibili, prodigandovi sempre nell’opera del Signore, sapendo che la vostra fatica non è vana nel Signore”.

Dopo tutto questo meraviglioso quadro, anche di grande apertura rispetto al tempo futuro, la conclusione è in tono con i corpi: la questione è la fatica. Non è né la morte, o la vita, la corruttibilità, o incorruttibilità. C’è un’unica cosa che ci può fiaccare ed è la fatica. Chiunque abbia superato l’adolescenza lo sa. E’ vero, è così. La vita, radicalmente, non è né giusta né sbagliata; ci sono cose belle e brutte, giorni buoni, altri meno, giorni fiduciosi, altri oscuri, ma l’unica vera questione che ci può stroncare è la fatica quando, come Elia, diciamo: Ora basta! Non ce la faccio più, faccio un giro di pausa.

Questo a me sembra di una bellezza senza limiti. Ancora una volta la scrittura è realista, concreta, con le idee molto chiare su come funzioniamo. Nel momento dell’eroicità potremmo forse inventarci una posizione eroica; di fronte ad un dramma ti viene fuori una forza che non sapevi nemmeno di avere, stringi i denti e vai; ma il vero grande peso per il nostro corpo è la fatica dei giorni così come sono, è quello che segna il nostro viso.

E Paolo chiede: rimanete saldi e irremovibili. Piantatevi bene sui piedi e organizzatevi a reggere la fatica.

Dunque è chiaro: per reggere la fatica ci vuole un cibo, bisogna avere un nutrimento, perché altrimenti, per quanto uno si metta saldo sui propri piedi, prima o poi le sue gambe si piegano.

Questo versetto 58 mi pare un bel modo per chiudere tutto il percorso.

“Perciò, fratelli miei carissimi, rimanete saldi e irremovibili, prodigandovi sempre nell’opera del Signore, sapendo che la vostra fatica non è vana nel Signore”.

Fossano, 14 maggio 2005

(testo non rivisto dal relatore)

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