15 Gennaio 2005
Stella Morra

3. CIBO E NIENTE ALTRO?

Commento a: Es 16, 1-35


Premessa

Tra una lectio e l’atra passa un mese, ci sono state le vacanze natalizie, dunque vale la pena riprendere le fila del discorso…

Ci siamo soffermati prima sul testo di Genesi, con i viandanti misteriosi a cui Abramo prepara un pasto a Mamre e che gli preannunciano la nascita di Isacco; poi sul testo dell’Apocalisse, la lettera alla chiesa di Laodicea, con il versetto conclusivo molto conosciuto: “Ecco, sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me”. 

Nel programma generale avevamo intitolato queste due riflessioni   “da dove” e  “verso dove”.

Da dove: da un cibo di sorriso. Ricordate il tema del sorriso: il ridere di Sara, di nascosto e in pubblico, per la predizione della nascita di Isacco; poi il nome di Isacco spiegato come figlio del sorriso. Dunque  veniamo dalla condivisione di un cibo che è un sorriso! 

Verso dove: il Signore si autoinvita al banchetto della nostra vita. E’ lui che viene a mangiare con noi!

Secondo me sono immagini piene di conseguenze, che dovremmo interiorizzare e lasciare che ci ‘lavorino’ dentro.

La nostra origine sta intorno ad un banchetto un po’ misterioso e un po’ strano in cui accadono cose inaspettate.… E tutto questo è circondato da un sorriso!

Andiamo verso qualcosa che non è al di là di noi, non è senza di noi, andiamo verso un banchetto in cui il Signore si invita alla cena della nostra vita! Tutto quello che saremo, come reduci, ce lo porteremo dietro, con i racconti delle grandi battaglie; ma saranno racconti piacevoli, perché il pericolo sarà già alle nostre spalle ed avremo questa nostra esistenza!

A parte l’immagine del cibo, che ha un richiamo all’Eucaristia, ci viene da chiederci cosa c’entrino questi due testi con ‘l’andare a messa’.

Dopo il Vaticano II siamo abituati a usare la parola Eucaristia, ma pensiamo di solito ad ‘andare a messa’. Cioè, concretamente, pensiamo all’uscire da casa, entrare in chiesa, dove abbiamo un tempo in cui  succedono alcune cose che non fanno parte dell’esperienza ordinaria: sono gesti e parole non comuni, sacri! Alla fine della celebrazione usciamo con vari sentimenti nel cuore: di riflessione, di meditazione, o di  ira, di fastidio, di senso di colpa… e poi, nella migliore delle ipotesi, ogni tanto, durante la settimana, ripensiamo ad alcuni dei concetti sentiti nell’omelia o nelle letture.

Eucaristia: cuore, non magia

La celebrazione eucaristica è una cosa fondamentale, ma non è l’Eucaristia: è l’atto con cui noi partecipiamo all’Eucaristia. Se noi uguagliamo questo atto all’Eucaristia, il rischio è un’idea magica dell’Eucaristia. Cioè: tutti noi viviamo una vita ordinaria, con il suo ritmo e le sue vicende di tutti i giorni; poi c’è un altro spazio, un altro tempo, un altro linguaggio, delle parole che usiamo solo ed esclusivamente lì, altri gesti che non facciamo mai nella nostra vita ordinaria – come per esempio inginocchiarci –  e, nelle nostre aspettative, dovrebbe servire a qualcosa: a salvarmi, a calmarmi, ad insegnarmi, ad esaudire un precetto… Questa concezione è di tipo magico! Degli atti non ordinari, prescritti, che servono a …  sono atti magici!

Di per sé la celebrazione eucaristica è il cuore, il centro della dinamica eucaristica, ma non perché è magica e poi il resto sarebbe solo impegno morale! Cioè: la celebrazione ha le sue regole ed è questo atto che serve e dovrebbe informare tutta la nostra vita… Se è così la responsabilità diventa tutta nostra: io esco da quella porta e l’unica cosa che devo fare è concretizzare l’Eucaristia. C’è, quindi, un atto in sé magico, poi una conseguenza di ordine morale – sto esagerando, ma è per spiegarmi.

No, non funziona così! Il cristianesimo non è un insieme di magie, né solo un problema di ordine morale! Nel cristianesimo non c’è un Dio Padre, che ti offre tutte le settimane, come esempio, il sacrificio del Figlio – che è perfettamente in comunione con Lui, ha fatto tutto bene, è il primo della classe! – e tu passi tutta la settimana ad imitarlo! Questo presupporrebbe che noi fossimo Dio, e non lo siamo! … e che avessimo un Dio un po’ sadico, che ci mette davanti un modello irraggiungibile!

Il problema non è questo. L’Eucaristia è fonte, culmine, cuore della vita cristiana perché è un atto significativo della vita – e non ce ne sono molti! E’ uno di quegli atti in cui la parola e il gesto specifico, conformano di sé l’esistenza.

Pensate agli atti di affetto che riceviamo nella nostra vita: una carezza, una parola gentile, un bacio, un biglietto affettuoso, un mazzo di fiori…. Gli atti di affetto sono molto importanti nella loro concretezza. Non basta che uno pensi di mandare un mazzo di fiori: se i fiori non arrivano, l’effetto non c’è! Certo sappiamo che  non sono i fiori in sé che contano, ma l’atto ha intorno a sé un universo fatto di parole, cose, tempi – un prima e un dopo – che fanno sì che quell’atto significhi una cosa precisa. Non c’è niente di peggio che ricevere un atto di gentilezza da qualcuno antipatico e continuare a pensare che ci si dovrebbe sentire grati, essere contenti!  Quello è, sì,  un atto di gentilezza, ma le parole, le cose, il prima e il dopo non corrispondono a quel sentimento, ed a fatica si riesce a vivere l’atto di gentilezza in modo positivo.

In una storia amorosa, per farla funzionare bene, è necessario che ci siano tutte e due le componenti: le cose, gli atti d’affetto e, almeno ogni tanto, le parole che dicono le cose. La cosa fondamentale è che il prima e il dopo siano parte di una storia positiva, serena.

L’Eucaristia è un atto di questo genere, un atto significativo! … e nella nostra vita non ce ne sono molti. Gli atti significativi sono come l’emergere in superficie di una corrente che copre tutta la nostra vita e ogni tanto viene a galla, è una forza che regge la nostra esistenza.

Il luogo dell’Eucaristia è un luogo di questo genere, e la celebrazione eucaristica, per non essere magica, è quell’atto corporeo necessario fatto di un insieme di parole, di cose, di prima e di dopo che è identificabile, materialmente indicabile nel tempo.

Gesti ripetitivi, segno di fedeltà

Gli atti di questo genere appartengono ad una vasta gamma, non ce n’è un solo tipo, ma la loro caratteristica è che sono ripetitivi e sempre nuovi! ‘Ti amo’ è una delle espressioni più usate in assoluto; in sé non ha originalità, ma contemporaneamente è la frase più privata, più personalizzata che possa esserci nel rapporto tra due persone. La ripetitività di questa frase non le toglie nessuna freschezza! Non ci si stanca mai di sentirselo dire! La sentiamo sempre in un altro ‘luogo’ della nostra vita!

Questi atti hanno anche una forte caratteristica di fedeltà: fanno parte di una storia, costellano la nostra esistenza, a volte sono migliori, funzionano meglio, a volte sembrano piccoli piccoli, a volte non ottengono il risultato sperato, ma la loro continuità li caratterizza e nessuno di loro è sufficiente, nessuno inutile. Nessun atto, da solo, è chiarificatore in modo definitivo, e nessuno è inutile! L’accumulazione è ciò che li rende efficaci!

L’Eucaristia è un atto di questo genere e credo che ciò cominci a spiegare alcune cose: perché andiamo a messa tutte le domeniche? Perché l’anno liturgico si ripete all’infinito?

Nessuna Eucaristia di per sé è sufficiente, ma nessuna è inutile!

I due brani che ci dicono Da dove e Verso dove, sono quelli che ci raccontano qual è la storia, quali sono le parole e le cose, il prima e il dopo intorno a questo atto. 

La grande parola di Dio su di noi è un sorriso; il prima è l’annuncio di questa generazione impossibile: nascerà un figlio da un uomo e una donna vecchi, e la generazione di Abramo sarà numerosa come le stelle del cielo! Una follia.

La grande parola è ‘noi non siamo tutti lì’!!! Non c’è una pietra sopra alla nostra vita, ai nostri desideri, alla storia!

Questa è la grande parola esplicativa: ogni Eucaristia ci dice – in quel luogo concreto, specifico della nostra vita – che noi non siamo tutti lì! E il Signore si inviterà ugualmente alla mensa della nostra vita. Noi non siamo tutti lì, ma tutto ciò che siamo verrà raccolto, nulla andrà perduto!

Questa è la grande storia entro cui si inseriscono tutte le celebrazioni eucaristiche.

Tra oggi e la prossima volta prendiamo in esame due testi descrittivi dei gesti eucaristici, del rapporto tra Dio e il popolo, tra Dio e noi. Sono due dei possibili colori e non pretendono di esaurire tutta la descrizione possibile. Non sono solo esempi, sono esemplificativi, esemplari, funzionano un po’ da modello, da metro per tutti gli altri tipi possibili.

Nel deserto… avere fame

Il testo di oggi, il cap. 16 dell’Esodo, è molto conosciuto. Vi si parla di manna e di quaglie, ma di solito viene riassunto, per cui leggendolo attentamente notiamo alcune cose che forse non avevamo mai sentito.

“Levarono l’accampamento da Elim e tutta la comunità degli Israeliti arrivò nel deserto di Sin, che si trova tra Elim e il Sinai, il quindici del secondo mese dopo la loro uscita dal paese d’Egitto”.

Nel primo versetto, come spesso accade nei libri della Bibbia, c’è il titolo; è presentato il contesto in cui si svolge la vicenda: gli Israeliti si trovano nel deserto dopo la loro uscita dal paese d’Egitto.

Uno dei nostri problemi, pur nella varietà dei modi di vivere l’Eucaristia, è che non c’è mai questo versetto uno: non siamo in un deserto e non siamo usciti da niente! Non abbiamo fame!

La condizione previa perché accada qualcosa, è che gli Israeliti si sono separati da una condizione che rimpiangono nelle loro mormorazioni,  e stanno in un luogo deserto, dove non possono contare su nulla! Non hanno nulla, non sono organizzati!

Noi, anche nella vita spirituale, ci organizziamo molto e ci capita raramente di stare nel deserto! E poiché non stiamo nel deserto, non abbiamo fame! Nutrendoci da soli non abbiamo bisogno di pane che scenda dal cielo! Più abbiamo desiderio delle cose, più queste sono importanti! E’ un’esperienza che si ripete molto spesso! Meno le desideriamo e le aspettiamo, meno sono importanti!

Forse c’è un problema di desiderio, forse siamo troppo assordati dalle cose, dal sapere che badiamo a noi stessi, dalla nostra capacità organizzativa, per avere ancora desiderio di qualcosa!

Forse abbiamo troppo paura dei nostri desideri per starli a sentire!  Avremo anche desideri seri, ma dar loro il giusto peso, ascoltarli, chiedere al Signore che li colmi… è un problema, perché si può essere delusi, traditi, non ascoltati … E’ meglio stare tranquilli!

Questo versetto ci potrebbe far compagnia per un po’.

Riconoscere un desiderio è la condizione previa perché un’Eucaristia possa essere un atto significativo per l’esistenza e non un atto magico, di dovere legale!

Chiedere

“Nel deserto tutta la comunità degli Israeliti mormorò contro Mosè e contro Aronne. Gli Israeliti dissero loro: ‘Fossimo morti per mano del Signore nel paese d’Egitto, quando eravamo seduti presso la pentola della carne, mangiando pane a sazietà! Invece ci avete fatti uscire in questo deserto per far morire di fame tutta questa moltitudine’”.

La mormorazione è una cosa seria, sostanziale! Ecco sottolineato il diritto al mugugno, garantito dal fatto che il testo è nella scrittura!  … e questo ci dovrebbe consolare.

Molto spesso noi siamo bene educati con Dio, non chiediamo niente, non ci lamentiamo di niente. Questo è il modo sicuro per paralizzare l’intervento di Dio nella storia! In tutto il brano appena letto, il Signore continua a ripetere: “Ho udito la mormorazione”! Se il popolo non avesse mormorato, lui non avrebbe udito niente!

Per l’educazione che abbiamo ricevuto, siamo convinti che chiedere non sia educato. Da grandi, poi, scopriamo che chiedere è molto pericoloso, perché si potrebbe essere ascoltati, o no, e non si sa quali potrebbero esserne le conseguenze, dunque meglio il silenzio! Chiedere significa mettere un pezzo di sé nelle mani di un altro; che ti ascolti o meno, qualcosa cambia comunque; dunque meglio non chiedere, rimanere presso di sé, che così non cambia niente!

“…ci avete fatti uscire in questo deserto per far morire di fame tutta questa moltitudine”.

Quali rischi ci prendiamo noi da sentirci morire e da essere abbastanza arrabbiati? Nella nostra quotidianità siamo molto misurati: non si rischia, non si desidera e non si chiede troppo!

Qui la condizione è radicale. Bisogna avere almeno una piccola parte di sé un po’ destrutturata perché il Signore possa entrarci! I due discepoli di Emmaus parlano della loro delusione, dunque il viandante può inserirsi nel discorso. Se non avessero parlato non ci sarebbe stato neppure quel minimo spazio di squilibrio.

Dal versetto 4 in poi c’è un dialogo un po’ strampalato. Il testo è frutto di due o più racconti diversi che sono stati unificati, per cui ci sono dialoghi un po’ disordinati e non si capisce bene come si intrecciano gli interlocutori: il Signore parla a Mosè, Mosè ed Aronne parlano al popolo, Mosè parla al popolo, ad Aronne… Sembra un dialogo tra sordi, in cui nessuno sta a sentire le risposte.

Al di là del motivo storico concreto, a me sembra significativo: si apre una situazione interessante nella logica in cui stiamo affrontando la questione. Il dialogo con il Signore è un dialogo strampalato: non si sa mai bene chi parla a chi, se sta ascoltando, se noi stiamo ascoltando … non è razionalmente chiaro.

Il dialogo con il Signore ha dei ritmi strani.

Sono esattamente i ritmi dei dialoghi reali della nostra vita come atti significativi. Sono pochi i casi in cui ci si mette intorno ad un tavolo a discutere, arrivando ad una conclusione. Intorno ad un tavolo ci si mette per un dialogo commerciale, non un dialogo della vita.

Il dialogo con il Signore funziona esattamente così: bisogna avere un po’ di pazienza, lasciare che le cose si mostrino quando è il momento giusto e più le cose sono sostanziali meno possono essere forzate. Non è mai una buona politica quella di estorcere, anche se ci sono dei casi in cui bisogna insistere.  Ognuno di noi sa che è un delicato equilibrio capire se deve tenere duro, o se è meglio aspettare un po’ … Nella misura in cui abbiamo una grande famigliarità con l’interlocutore, siamo più sicuri: più la famigliarità cresce, più cogliamo dei segnali impercettibili per cui ci fermiamo o insistiamo.

Il dialogo con il Signore funziona così ed è un dialogo a tre, non a due, come è ben chiaro qui: Mosè e Aronne, il Signore, il popolo. Tutti parlano e c’è un continuo rimando. Il dialogo con il Signore è sempre un dialogo tra me, il Signore e la chiesa.

Pane dal cielo

“Allora il Signore disse a Mosè: ‘Ecco, io sto per far piovere pane dal cielo per voi…”

Questa è la notizia, che ripete continuamente: le quaglie e la manna. Non morirete!

Non c’è nessun prezzo per le quaglie e la manna. Non c’è nemmeno un versetto in cui si dica: poiché siete stati buoni, ve lo meritate… vi do la quaglie e la manna… non c’è nessun prezzo! Non c’è nessun motivo perché il Signore debba prendersi cura di questo popolo che sta brontolando, se non il fatto che ha udito le sue mormorazioni. Il Signore si prende cura di chi ne ha bisogno! Non di chi lo merita, di chi lo ama. L’unico dato previo è che la persona  brontoli, chieda!

C’è poi una condizione d’uso:

“…il popolo uscirà a raccoglierne ogni giorno la razione di un giorno…”

Non ne mettete da parte, se non per il sabato; non diventate capitalisti del dono! Il dono vi è dato per ogni giorno e questo vi basti. Questa è la condizione che il Signore dà a se stesso quanto al dono, è la condizione che qualifica il dono. Il Signore chiede una cosa sola: credere che domani ci sarà altra manna, dunque non tentare di fare a meno di lui.

Il secondo livello del dialogo è quello di Mosè e Aronne che non parlano, se non marginalmente, della manna e delle quaglie; parlano piuttosto della Gloria e della Presenza, due termini tecnici. Il Signore spiega a Mosè che darà la manna, poi Mosè parla al popolo e dice:

“Questa sera saprete che il Signore vi ha fatti uscire dal paese d’Egitto; domani vedrete la Gloria del Signore; poiché egli ha inteso le vostre mormorazioni contro di lui.”

Mosè ed Aronne parlano della Gloria e della Presenza e dicono al popolo che non è un problema loro. Questa è veramente l’immagine della chiesa.

L’Eucaristia è dono del Signore, la chiesa indica la Gloria e la Presenza; ci dice: guardate lì, e lo indica nei mille modi della liturgia, lì c’è il Signore, lì c’è il cibo che vi manterrà vivi, non prendetevela con me, io non c’entro.

Legittimo e umano è brontolare se le messe sono mal celebrate, tutti noi ci stufiamo di certe omelie, ma il problema non è quello! Se sono buone meglio, per motivi umani, ma in gioco è l’Eucaristia come atto significativo della nostra vita. Non vuol dire che dobbiamo sopportare tutto, abbiamo il dovere e il diritto di brontolare, ma questo è un gioco tra di noi, non c’entra con la sostanza, col fatto che il Signore non fa mancare il cibo per questa traversata di deserto.

Gli Israeliti parlano tra di loro e l’unica cosa che producono è una domanda:

“Man hu: che cos’è?”.

Anche questa è una bella rappresentazione di noi, degli esseri umani.

Io sono sempre molto colpita dal versetto di Matteo che dice che i Magi hanno visto la stella, l’hanno riconosciuta, si sono messi in cammino per adorarlo … e domandano: dov’è il Re dei Giudei? Tutto il loro sforzo dà origine ad una domanda. Qui è lo stesso: tutto questo parlare… alla fine produce una domanda: che cos’è?! 

A noi è chiesto di continuare a farci questa domanda, di fronte all’Eucaristia: Ma che cos’è? E’ esattamente ciò che facciamo di fronte ai gesti di chi ci ama: che cosa mi vorrà dire!?

Forse dovremmo ritrovare la comune capacità di scambiarci questa domanda rispetto all’Eucaristia.

La misura

“Ecco che cosa comanda il Signore: raccoglietene quanto ciascuno può mangiarne, un omer a testa, secondo il numero delle persone con voi. Ne prenderete ciascuno per quelli della propria tenda. Così fecero gli Israeliti. Ne raccolsero chi molto chi poco. Si misurò con l’omer: colui che ne aveva preso di più, non ne aveva di troppo, colui che ne aveva preso di meno non ne mancava: avevano raccolto secondo quanto ciascuno poteva mangiarne.”

Il Signore stabilisce una misura, tutti ne raccolgono, quando misurano il molto e il poco, tutti hanno il giusto, secondo quanto ciascuno poteva mangiarne!

Questo è il grande mistero di ciò che sta dalla parte di Dio, e che a noi, dalla parte umana, non viene mai bene. Noi stabiliamo molte regole oggettive alla ricerca di una giustizia, e i conti non tornano mai. Dalla parte sua, Dio dà una regola, tutti ne raccolgono, chi molto e chi poco, ed alla fine tutti ne hanno il giusto! Questo versetto a me ha fatto venire in mente la parabola dell’operaio dell’ultima ora. E’ la stessa logica: chi molto e chi poco ed è sempre la misura giusta! Bisognerebbe fermarsi un po’ a ragionare ulteriormente su questo tema.

A fronte di questa misura, che è diversa – Dio non fa uguali i diversi! – ma giusta, c’è immediatamente il racconto dell’accaparramento, di chi tenta di metterne da parte, di chi non accetta la logica di Dio e non capisce perché di sabato non si possa andare a raccoglierne.

Il confronto delle due misure! L’Eucaristia è l’atto che fa delle nostre vite una misura giusta. Che non produce vermi, che non è accaparramento: è la misura esatta tra fare ciò che ci compete e non accaparrare.

Il riposo e la memoria

“…Vedete che il Signore vi ha dato il sabato! Per questo egli vi dà al sesto giorno il pane per due giorni. Restate ciascuno al proprio posto! Nel settimo giorno nessuno esca dal luogo dove si trova. … Il popolo dunque riposò nel settimo giorno”.

“…Prendi un’urna e mettici un omer completo di manna; deponila davanti al Signore e conservala per i vostri discendenti … Secondo quanto il Signore aveva ordinato a Mosè, Aronne la depose per conservarla davanti alla Testimonianza”. 

Alla fine di tutto questo racconto sul cibo, nell’ultima parte emergono due questioni che non hanno a che fare con il cibo.

Dio vi ha dato il sabato, il popolo riposò nel settimo giorno; e mettine un’urna davanti alla Testimonianza perché ce ne sia memoria per i discendenti.

Ci sono due cose: il tempo e la memoria, il ricordo, che vengono date insieme al pane, e sono le uniche due cose di cui dovremmo poter dire davvero che ci portiamo via uscendo dalla messa: il riposo – il tempo, un tempo in più – e la memoria.

Queste sono le due cose che dovremmo portare a casa dall’atto concreto della celebrazione eucaristica: un senso di riposo, la certezza che c’è tutto il tempo, dunque possiamo stare calmi; – gli ortodossi chiamano la celebrazione liturgica il riposo di Dio! – e  la memoria, per tutte le generazioni – da insegnare ai nostri piccoli, da insegnare a noi stessi, da ricevere dagli anziani.

Sono queste due questioni che danno colore all’atto eucaristico, che è memoria, memoriale della morte del Signore, memoria della nostra salvezza, memoria di come il mondo funziona dal punto di vista di Dio, in cui tutte le cose hanno un loro ordine e c’è un posto per ogni cosa e questo senso del riposo, del tempo in più.

Il riposo a noi fa venire in mente la vacanza, che riempiamo di solito con un altro lavoro; o il fare niente, che ci dà un senso di passività e  non ci piace.

Siamo la generazione che ha inventato il concetto di tempo libero, con l’ottimo risultato che non abbiamo mai tempo, ci manca sempre …una settimana per… ! Il riposo, il settimo giorno è un tempo in più, un bonus.

L’Eucaristia è proprio un tempo in più! Dovrebbe darci l’esperienza del riposo, nel senso che abbiamo un tempo in più, totale, gratuito, in cui non avere niente da fare.

Pane che accompagna

“Gli Israeliti mangiarono la manna per quarant’anni, fino al loro arrivo in una terra abitata, mangiarono cioè la manna finchè furono arrivati ai confini del paese di Canaan”.

Il pane che viene dal cielo è un pane per un tempo, per un viaggio. E’ un pane che accompagna lungo una strada, da una terra abitata di schiavitù, ad una terra abitata di libertà; nel frammezzo, nel viaggio c’è questo pane,  e dura a lungo! Quarant’anni è già un bel tempo!

Questa è una delle possibili immagini dell’Eucaristia, atto significativo della nostra vita!

Fossano, 15 gennaio 2005

(Testo non rivisto dal relatore)

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