8 Marzo 2008
Stella Morra

6. La dura legge del perdono

Commento a: Gv 8, 1-12


Premessa

La lectio di oggi, per alcuni versi, è un po’ strana. In primis è un testo già percorso tante volte, e qualcuno di voi l’avrà già sentito e meditato – rimango comunque della convinzione che il vangelo non  è mai ripetitivo, per cui ascoltare lo stesso brano in tempi diversi della vita non è mai un duplicato-; in secondo luogo, soprattutto in questi mesi, in questa quaresima, per me questo è un testo di grande affezione, un testo proiettivo del cuore. Nel percorso che andiamo facendo sulla logica degli incontri con Gesù e della fede, secondo me questo testo era inevitabile – l’inizio del capitolo otto di Giovanni, o meglio, l’ultimo versetto del capitolo sette e poi l’inizio del capitolo otto – l’incontro tra Gesù e l’adultera, incontro molto famoso e ben conosciuto. Mi piace anche leggerlo in questo momento del percorso, cioè nell’avanzata quaresima, ormai sulla soglia della settimana santa, perché mi sembra l’aspetto su cui  la liturgia ci invita a riflettere, che non è semplicemente l’elaborazione del senso di colpa. La quaresima non è un percorso penitenziale in cui tutti noi ci concediamo di fare un elenco delle nostre poche o tante manchevolezze, ci compiacciamo un po’ in questo senso di colpa, e poi ci godiamo anche il senso di dire, va bene, ora ricomincio da capo… La quaresima è un percorso penitenziale nel senso in cui questo testo lo orienta bene, o  come la chiesa insegna, un percorso penitenziale perché è l’esercizio annuale nella dura legge del perdono. E’ una dura legge; non è la somma di un passaggio psichico di sensi di colpa, più uno sconto generale: va bene, tutto cancellato, ricominciamo da capo! Ognuno di noi lo sa bene che nella vita il perdono è una dura legge, che non si conquista mai a buon prezzo. E’ molto più duro essere perdonati che perdonare. Perdonare può essere faticoso, ma ha sempre un lato eroico in cui uno alla fine si sente buono, e questo pareggia altre fatiche. Essere perdonati, invece, non consente un lato eroico. L’interesse penitenziale della quaresima non è il senso di colpa, ma l’esperienza dell’essere perdonati, che è un’altra cosa!

    Leggo il testo iniziando dall’ultimo versetto del capitolo sette – “E tornarono ciascuno a casa sua” – che conclude il lungo discorso sul pane di vita: la moltiplicazione dei pani, poi il lungo discorso riportato da Giovanni circa il pane, e Gesù come pane.

In questo testo ci sono alcuni immagini che dovremo riuscire a rappresentarci; è davvero un film. Giovanni non scrive dei concetti; non scrive come un libro, ma come un film, per usare il linguaggio nostro. Per noi, che viviamo nella società dell’immagine, il libro è un testo di contenuti, e l’immagine passa attraverso altri media che non sono il libro: la televisione, i film, la fotografia… Nell’antichità non c’era questa possibilità, il libro era il depositario del novanta per cento della comunicazione; anche la pittura aveva un suo ruolo, ma era costosa, difficilmente trasportabile. La situazione era molto diversa rispetto all’inflazione di immagini che abbiamo noi oggi. Giovanni scrive per immagini, non ci insegna dei concetti, ci vuole far vedere delle cose. Non a caso, nella prima Giovanni, attribuita allo stesso autore, si dice: ‘quello che abbiamo veduto, udito, toccato, ve lo raccontiamo perché anche voi vediate …’.

I testi di Giovanni vanno visti nella rappresentazione, oltre che letti. Quando vediamo un film e in una scena c’è tutto buio, un certo tipo di musica, uno scricchiolio di porta che si apre, questi sono segnali evidenti che si avvicina un momento pericoloso, che arriva l’assassino, o sta per succedere qualcosa al protagonista; non abbiamo bisogno di ragionarci su o che qualcuno ce lo spieghi, altrimenti vorrebbe dire che il film è fatto male. Se invece ci sono uccellini che volano, tipo Cenerentola di Walt Disney, i coniglietti, musica serena, un lui e una lei che si avvicinano, ci aspettiamo senza dubbio un incontro romantico. C’è una costruzione strutturale di spazi, di musiche di suoni che prepara l’evento.

Il testo di Giovanni è una costruzione strutturale in cui ci sono una serie di segnali che si incrociano per darci un certo effetto.

La casa … il monte

Tutta questa premessa per dire: adesso vi citerò alcuni di questi segnali, alcune parole precise e vi chiedete: cosa vuol dire? Giovanni voleva dire che… No, non funziona così. Giovanni non vuole dirci qualcosa con una singola parola, ma sta costruendo un’immagine, un’esperienza che di per sé, per un lettore dell’epoca, doveva essere automatica. In particolare ci sono due temi: uno è quello della casa – il motivo per cui si aggancia a questa pericope l’ultimo versetto del capitolo precedente. In Giovanni questo è un tema molto forte che ritorna più volte. Quando, in un capitolo precedente il Signore chiede: “Forse anche voi volete andarvene?”, Pietro risponde: “Signore, da chi andremo?”. Nel vangelo di Giovanni ogni tanto c’è qualcuno che se ne torna a casa sua, fino al capitolo venti, dove si raccontano le apparizioni del risorto. In quell’episodio le donne, tra cui Maria di Magdala che, secondo la tradizione, sarebbe questa adultera, vanno al sepolcro, vedono che Gesù non è più lì, chiamano Pietro e Giovanni, che a loro volta vanno, vedono, credono…”e se ne tornarono a casa”, mentre proprio Maria di Magdala rimane sulla tomba.

Il tema della casa, per Giovanni, è importantissimo ed esprime proprio l’idea di ‘torno da mia madre’. Cioè, in un matrimonio, in una storia, in una convivenza, fin che uno pensa per ‘casa’ il proprio luogo di origine, o ha nel retropensiero la possibilità di dire ‘torno da mia madre’, non è davvero sposato, non ha portato veramente tutto se stesso oltre una certa soglia, tanto da non aver più un posto dove tornare, che è la risposta di Pietro: “Signore, da chi andremo?”. Ci siamo bruciati i ponti dietro, dove andiamo? Il problema non è se voglio andarmene o no. Anche se volessi andarmene, dove vado? Io, per esempio, solo dopo otto anni di vita a Roma ho detto per la prima volta ‘casa’ riferendomi a Roma. Per i primi otto anni, quando dicevo ‘casa’, intendevo Fossano. Per Giovanni il discepolo è uno che non ha più una casa dove tornare, uno che si è giocato con Gesù e, dove potrebbe mai andare? Giovanni mette una seconda categoria tra quelli che non hanno più una casa a cui tornare e sono i disgraziati, come questa donna, i poveracci, quelli che sono troppo stranieri, troppo peccatori, troppo poveri per avere una casa a cui tornare. Questa donna, sorpresa in flagrante adulterio, rischia la lapidazione, la evita per il rotto della cuffia… ma dove va? E la tradizione fa di lei la figura di Maria di Magdala che si mette al seguito di Gesù; anche sulla tomba non ha più un posto dove andare e rimane lì a piangere. Questo andare e tornare a casa è per Giovanni un tema chiave.

Dopo il discorso sul pane di vita tornano a casa propria, poi gli portano questa donna, Gesù dice la sua sentenza, e cominciano ad andarsene. Vedete la progressione? Molti si avvicinano a Gesù, ma altrettanto, molti hanno la possibilità di tornare a qualche altra casa. Perché non sono d’accordo, non condividono, e ritornano sui loro passi. Pochi, i poveri innanzitutto, e i discepoli, non hanno più alternative e, dunque, la loro casa è giocata.

“E tornarono ciascuno a casa sua. Gesù si avviò allora verso il monte degli Ulivi”. La casa di Gesù è il monte, che è l’immagine biblica del luogo di Dio. Tutti vanno a casa, Gesù va sul monte a pregare. Ed è il monte degli Ulivi. Giovanni non lo scrive a caso, è il luogo dove Gesù pregherà prima della crocifissione. Quando, nella settimana santa, sentiremo la preghiera di Gesù sul monte degli Ulivi, proviamo ad ascoltarla pensando, in questa chiave di Giovanni, che questa è l’unica casa che Gesù abbia ancora. Gesù ha seguito talmente tanto il suo amore per noi e il Padre, si è talmente bruciato i ponti dietro, che il luogo che gli rimane è il monte, ed in particolare il monte degli Ulivi.

I suoi discepoli rifaranno la stessa cosa, cioè, non avere più una casa propria non vuol dire non avere una casa. Per la trasfigurazione Gesù porterà i suoi sul monte con lui e Pietro dirà “E’ bello per noi restare qui, facciamo tre tende”. Facciamoci casa! I suoi discepoli, noi, siamo messi nella stessa condizione: se lo incontriamo dobbiamo bruciarci i ponti dietro, non tenerci uscite di sicurezza e imparare ad abitare sul monte, che può essere, di volta in volta, il monte della trasfigurazione, o quello degli Ulivi. Meglio la trasfigurazione, ma non è detto, non è garantito che sia sempre il monte della trasfigurazione. Non avere più casa propria non vuol dire essere senza casa, vuol dire avere una casa comune, in cui il padrone di casa è un altro, è Dio, che abita la cima dei monti.

La fretta, l’urgenza della salvezza

“Ma all’alba si recò di nuovo nel tempio…”. Nel vangelo di Giovanni hanno sempre tutti fretta e si muovono al mattino presto. Egli sottolinea fortemente questa immagine dell’urgenza della salvezza. La salvezza ci coglie sempre impreparati, arriva quando ti distrai un attimo, non quando la cerchi, la costruisci, lotti, ma, come gli amori, ti arriva tra capo e collo, appena molli un po’ il controllo. La salvezza arriva sulla soglia tra il dormire e l’essere svegli, quando non hai ancora ripreso totalmente il controllo di te. Anche qui, io credo, abbiamo un tema gigantesco: spesso ci lamentiamo che Dio non parla, non si spiega, non si fa vedere, non lo incontriamo, ma abbiamo delle vite così governate, così organizzate, che anche se volesse, dovrebbe prendere appuntamento sei mesi prima! Ha bisogno di trovare uno spazietto nell’agenda, perché nella nostra cultura tutti noi abbiamo, chi più chi meno, una forte ansia da controllo. In fondo siamo tutti ancora convinti che la salvezza è qualcosa che si guadagna, che si deve pagare, e che ci scoccia meno essere perdonati se ce lo siamo meritato. Essere perdonati senza esserselo meritato fa girare le scatole, dunque io adesso mi impegno e faccio delle cose buone, così, è vero che mi perdonano, però un po’ me lo sono anche guadagnato. In tutta questa logica di controllo, di costruzione, di soggettività, non c’è più l’alba di una salvezza che ti sorprende.

Tutto l’Antico Testamento è pieno di sogni; l’ultimo sognatore sarà Giuseppe, il padre putativo di Gesù, poi non sogna più nessuno, tranne Pietro in Atti. L’Antico Testamento è pieno di sogni, perché, è chiaro, Dio parla quando tu sei nel momento più debole. Per le culture antiche e nomadi dormire era il più grave pericolo, il momento in cui non ti difendi, non sei protetto, non sei in guardia e le bestie feroci, gli altri, i ladri, tutti possono prenderti. Per questo gli antichi chiamavano il sonno ‘la piccola morte’. E Dio, in un tempo di assoluta non protezione, poteva parlare. Poi cambia la civiltà, cambia l’idea della notte, del sonno, non si dorme più sotto le stelle con il rischio delle bestie feroci e, dunque, si smette di sognare, o meglio, Dio non parla più nei sogni. In Luca Dio è più moderno e parla con due viandanti che stanno andando verso Emmaus, si inserisce in un dialogo, ha un aspetto più intellettuale. Cosa cominciano a scoprire gli uomini? Scoprono che parlare è sbilanciante e non difensivo quanto, per gli antichi, il dormire. Se parlo rivelo un pezzo di me all’altro, glielo do in mano, mi metto nelle sue mani, e parlare crea uno sbilanciamento, non posso più richiamare le parole che ho detto e non ho governo sull’effetto che fanno. Noi, che abbiamo questa capacità di controllo, rischiamo di non avere l’urgenza dell’alba, l’urgenza  della salvezza, il suo arrivare improvviso, perchè non dormiamo più, non parliamo più, non ci sbilanciamo mai, siamo assicurati con la pensione, con le agende, con tutto strutturato, non c’è uno spazio libero.

L’incontro con Gesù, il dialogo … lo spostamento

“Ma all’alba si recò di nuovo nel tempio e tutto il popolo andava da lui ed egli, sedutosi, li ammaestrava”.

Questa è la scena che Giovanni costruisce: Gesù, seduto nel tempio, parla. Poi Gesù non parlerà più per tutto il testo, si ostinerà a non parlare, fino a quando rivolgerà la parola alla donna, ma non ha niente contro il parlare. E Giovanni ce lo dice al primo versetto: il popolo andava da lui e lui li ammaestrava. L’incontro con Gesù è un dialogo! E c’è questo dialogo fatto di parole e di volti che si guardano.

Dal versetto seguente, in cui comincia il silenzio, c’è un altro tema nell’immagine di Giovanni: alzato, chinato. Il vangelo di Giovanni è pieno di alzarsi, chinarsi, alzare-abbassare gli occhi, guardare per terra, guardare il cielo, girarsi, e così via. In questo testo è molto evidente: Gesù vistosamente si china – immaginate il film: uno, tutto scaldato, ti affronta, ti chiede il tuo parere, e tu ti chini a guardare per terra! Noi avremmo la reazione di pensare che gli sta dicendo che se ne frega, che non lo vuole proprio stare a sentire. E’, per Gesù, un atteggiamento molto raro; lui che parla con i peccatori, con le prostitute, risponde e fa domande a tutti, qui si taglia fuori dal problema.

“Allora gli scribi e i farisei gli conducono una donna sorpresa in adulterio e, postala nel mezzo, gli dicono: ‘Maestro, questa donna è stata sorpresa in flagrante adulterio. Ora Mosè, nella Legge, ci ha comandato di lapidare donne come questa. Tu che ne dici?”.

Capisco che a noi gli scribi e i farisei stanno antipatici, nel senso che tutta la polemica antifarisaica del vangelo ci è entrata nella testa, ma questi non erano dei cattivi e basta; erano come siamo noi oggi, dei devoti, dei cristiani impegnati, degli operatori di pastorale, persone che pensavano di aver ragione perché stavano dalla parte giusta. Questo è l’atteggiamento degli scribi e dei farisei, che fanno due operazioni terribili, in questo racconto di Giovanni. Mettono la donna in mezzo, secondo l’espressione che conosciamo bene: mettere in mezzo qualcuno! La pongono in mezzo. Gesù parla sempre con chi gli chiede: ‘Maestro, cosa devo fare?’, oppure con chi fa una cosa: la Samaritana va ad attingere acqua dal pozzo e Gesù le parla: ‘Dammi da bere’.  Con chi parla di sé o vive la propria vita, Gesù fa e parla. Tutte le volte che qualcuno usa un altro, lo mette in mezzo, fa un’operazione di spostamento – come diremmo oggi con un linguaggio contemporaneo – Gesù si tiene fuori. Tutte le volte che il problema gli viene posto in modo diretto: ‘Noi non siamo d’accordo con ciò che tu dici; noi pensiamo che tu non metti insieme giustizia e misericordia; noi pensiamo che tu sbagli ad andare a mangiare con i farisei e i pubblicani’, Gesù risponde, discute, spiega. Questi, invece, fanno un’operazione terribile: prendono una e la usano per accusarlo, “Questo dicevano per metterlo alla prova e avere di che accusarlo”.

Il problema è che, nel novanta per cento dei casi, noi facciamo così! E’ molto raro che noi giochiamo su noi stessi. Giochiamo sempre su uno spostamento; mettiamo sempre qualcuno in mezzo. Pensate rispetto alla legge del perdono, noi abbiamo spesso atteggiamenti poco realistici rispetto al male che compiamo. L’atteggiamento più infantile è quello di dire: non è colpa mia, è capitato, non me ne sono accorto. C’è un mondo di scuse un po’ infantili. Se superiamo questo atteggiamento infantile rispetto al male, ci chiediamo: perché Dio mi ha messo in questa situazione? Perché si è creata questa realtà? Il problema è: io e questa cosa, in che parentela stiamo? Al di là delle mie intenzioni, questa cosa che realtà ha creato, che cosa è successo? Come posso interagire rispetto a ciò che è successo? Rispetto al male il nostro problema è quasi sempre di operare uno spostamento, di mettere in mezzo qualcuno o qualcosa, spesso il nostro senso di colpa. Ed in genere è l’operazione per sentirsi dire: ma no… La misura corretta è prendere su di sé ciò che  ci riguarda.

La seconda operazione terribile: oltre che mettere in mezzo la donna, mettono in mezzo la Legge. Non dicono: noi pensiamo che…, ma Mosè nella Legge ci ha detto… Anche questa è un’operazione di spostamento che facciamo spesso. La forma più grave di questo atteggiamento è il fondamentalismo, la violenza in nome di una religione. Ma ci sono forme più quotidiane, non occorre essere un terrorista, ci sono forme molto più concrete. Per esempio quando invochiamo i valori, e di fronte ad una storia, che è una realtà concreta, che è l’esperienza biografica di qualcuno, la mia o quella di altri, diciamo: ma, i valori della vita, della giustizia… Dico i due estremi per indicare la graduazione possibile.

La buona fede … siamo peccatori amati

La terza operazione, un po’ meno terribile, è chiamare Gesù Maestro. Si mettono in relazione a Gesù riconoscendogli il suo ruolo, applicano un metodo tipicamente ebraico:  pongono una questione ad un maestro dicendogli cosa hanno detto gli altri, e chiamandolo ad esprimere la propria opinione. Invocano la sua autorità  rabbinica, ma Giovanni aggiunge: “Dicevano questo per metterlo alla prova e per avere di che accusarlo”. Giovanni ci dice esplicitamente, una volta tanto, che non erano in buona fede. Non erano interessati ad una disputa rabbinica. In  altre situazioni, in altri racconti, ci sono dispute rabbiniche in cui viene chiesto a Gesù cosa pensa di temi specifici ma, dice Giovanni, non è questo il caso.

C’è poi la meravigliosa reazione di Gesù: “Ma Gesù, chinatosi, si mise a scrivere col dito per terra”. Si vede l’immagine della chiusura di Gesù rispetto a questa questione. Non vuole entrare in questo dialogo. Ma come? Gesù che dialoga con tutti, che pone l’appello della fede, Gesù che prende l’iniziativa e parla con la Samaritana, Gesù che pare, in fondo, quasi rompere le scatole a chiunque gli passi a fianco, che ammaestra, che insegna… perché si chiude al dialogo? A me sembra molto evidente e duro: perché queste non sono le regole di un incontro; qui non c’è distanza, disaccordo, lontananza; qui c’è uno spostamento, un incontro scorretto; c’è un uso strumentale di un’altra persona e della fede. E Gesù non ci sta!

“E siccome insistevano nell’interrogarlo, alzò il capo e disse loro: ‘Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra contro di lei”. A tutti noi, qui, viene un moto di esultanza, pensando a quanto sia opportuna questa ‘lezione’ a scribi e farisei. Il problema è che il cuore qui è duplice: il perdono che l’adultera sa accettare, e il perdono che questi non sanno accettare. Gesù fa un’unica cosa nel tentativo di riportarli alla legge ordinaria di un incontro, come a dire: solo se siete senza peccato potete lapidare; se non siete in grado di lapidare, cos’altro volete fare? Ma loro non possono sentirsi senza peccato, non solo perché sono peccatori –e questo vale per tutti – ma perché, se perdonano se stessi, sono costretti a perdonare la donna. Ed è qui che, secondo me, si vede molto bene questa dura legge del perdono. Essere perdonati è una grande fatica perché ci mette nella condizione di non potere più accusare nessuno. Perdiamo ogni diritto di giudizio. Accettare fino in fondo il perdono della propria esistenza, significa sapere che siamo stati graziati, non perché giusti; e che, dunque, non abbiamo più diritto di giudicare nessuno.

Ed è una dura legge! Gli scribi e i farisei se ne vanno, tornano alla loro casa – “…se ne andarono uno per uno, cominciando dai più anziani fino agli ultimi” – perché non sanno accettare di mettersi dalla parte dei perdonati. Paradossalmente, con il loro comportamento, affermano di essere dei peccatori. L’immagine di questi che se ne vanno mi colpisce sempre tantissimo. Ci sono tanti modi per andarsene; questo è uno dei più brutti perché è l’incapacità di accettare di essere dei peccatori amati, non dei giusti. Ed è questa la questione chiave del vangelo. La differenza, la buona notizia, il nuovo che Gesù porta, il proprio del vangelo non è tanto nella notizia che siamo peccatori, che siamo in grado di combinare guai – lo sapevamo già – che siamo in grado ogni tanto di migliorarci – anche questo lo sappiamo – ma c’è un quid, che è il proprio del vangelo, ed è: non siete amati quando siete migliorati; siete amati perché siete peccatori! E questa è una dura legge, perché in fondo ognuno di noi desidererebbe essere amato per le sue belle virtù. Anche gli amori umani ci insegnano che amare un perfetto è una delle cose più antipatiche del mondo, non è sopportabile amare uno che abbia solo virtù. Questo mi sembra il nucleo. In questa parola di Gesù non c’è violenza e non c’è condanna. Gesù non dà un giudizio, ma lo lascia nelle loro mani: “Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra …”.

Poi ci sono due versetti ‘teneri’ e molto intensi. “Rimase solo Gesù con la donna là in mezzo”. Ma non c’è più l’in mezzo, nel senso che gli altri l’avevano messa in mezzo, poi se ne sono andati; è rimasto solo Gesù e la donna è in mezzo … a che cosa? E’ chiaro che la situazione è completamente diversa. Prima la donna è stata messa in mezzo; Gesù la mette al centro. Rimane solo Gesù con la donna, al centro della sua attenzione. Gesù non si china più, non scrive per terra, non chiude,… apre. E riprende esattamente il suo metodo, fa una domanda. “Alzatosi allora Gesù le disse: ‘Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata?”. Chiede a lei; ed è la logica disarmante di Gesù, che è peggio. Se dicesse: io sono così, prendere o lasciare, uno si potrebbe anche arrabbiare. Ma se ti chiede cosa vuoi  ti spiazza; come fai a dirgli cosa vuoi? Non sarò mai in grado di dirti cosa voglio. Se uno mi regala una cosa mi fa piacere e dopo posso anche, dentro di me, pensare: certo, se mi avesse regalato quest’altro, sarebbe stato meglio. Conservarmi un briciolo di distanza, di raffreddamento emotivo, per non cascare troppo dentro alla gratitudine per un dono ricevuto. Ma se quell’altro mi chiede quale dono può farmi, posso essere solo grata, non posso conservarmi un pezzo di distanza, mi tocca cascarci dentro, non avere più una casa dove tornare, giocarmi completamente dentro la libertà dell’altro, che è una libertà di benedizione sulla mia vita. E questa è la dinamica degli incontri con Gesù: egli domanda, si mette di fronte, con un gesto seduttorio, con la possibilità di benedire la nostra vita come noi vogliamo che sia benedetta, perché possiamo cascare totalmente in questa situazione, senza dover tenere un’uscita di sicurezza.

“Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata?”. Pensate, gli scribi e i farisei dicono: Mosè condanna, tu cosa dici? Chiedono a lui di dire se condanna oppure no. Gesù chiede alla donna: “Nessuno ti ha condannata?”. E lei dà una risposta minimale – l’unica volta che sentiamo la sua voce – e dice: “Nessuno, Signore”. Non lo chiama Maestro. Anche qui l’uso di Maestro o Signore non è casuale. Giovanni conosce bene la differenza. Maria di Magdala, a quello che credeva il giardiniere dirà ‘Maestro’, quando lui la chiama per nome e lei lo riconosce. Qui la donna è ben consapevole che quest’uomo è l’unico che ha su di lei un potere di giudizio. E lei non fa nessuno spostamento, non spiega, non fa ragionamenti. Risponde semplicemente alla domanda di Gesù.

“E Gesù le disse: ‘Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più”. Non solo Gesù la libera dalla pena della lapidazione facendo in modo che tutti gli altri se ne vadano, ma la libera anche dalla condanna. Non solo non avrà le conseguenze, ma sarà liberata totalmente. “Neanch’io ti condanno; và e d’ora in poi non peccare più”. Questa frase, ripresa spesso nella liturgia penitenziale, è la frase del perdono: andare in pace e non peccare più. Che non è il prezzo da pagare, come noi tendiamo ad immaginare, – ti perdono, se non pecchi più,- non è detto così; è detto va’ in pace e non peccare più! La donna non ha chiesto perdono. Il perdono arriva comunque,  nella logica evangelica, perché il punto è questo: noi siamo dei peccatori amati, non se lo chiediamo, se ce lo meritiamo, se ci scusiamo; Dio benedice la nostra vita così com’è. Per lui non è discriminante che noi siamo giusti o peccatori. La donna non ha chiesto niente, è stata messa in mezzo e immagino fosse consapevole che l’aspettava la lapidazione. Vede che quelli se ne vanno e non la lapidano e tira già un sospiro di sollievo, poi Gesù non le fa una romanziana, ma le dice che anche lui non la condanna … Lei non ha fatto nulla né per meritarsi il perdono. Io credo che, da questo punto di vista, noi dovremmo dedicare la quaresima a cercare di sentirci dei peccatori amati, piuttosto che a tentare di fare i buoni propositi per diventare giusti. E’ chiaro, un adulto sa qual è la differenza tra dedicare un percorso penitenziale, un tempo liturgico, una preghiera a sentirsi un peccatore amato oppure a tentare di diventare un giusto.

Ed infine c’è il versetto contenutistico: “Di nuovo Gesù parlò loro: ‘Io sono la luce del mondo; chi segue me, non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita”.

A conclusione di questo episodio Giovanni fa dire a Gesù: il finale è in dissolvenza luminosa. Come quando in un film la scena si allontana allargando la luce. Dice: attenzione, questa è una situazione molto particolare, con l’adultera, gli scribi e i farisei; ma per noi, che non abbiamo più  scribi e farisei, che ragioniamo in modo diverso sul problema dell’adulterio, e non rischiamo la lapidazione, non è questo il nostro caso? Attenzione, dice, “Io sono la luce del mondo; chi segue me, non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita”.  Traduco rispetto al discorso del perdono che facevamo prima: noi non siamo giusti, siamo dei peccatori amati; Gesù è giusto e ci dice: mandate avanti me, che vi faccio entrare. Laddove basta essere amati ve la cavate da soli, laddove occorresse anche essere giusti, venite dietro a me. Per la giustizia possiamo usare la sua, per l’essere amati in quanto peccatori, è tutta roba nostra, per cui va bene così, non abbiamo più tenebre.

Questo testo ci può accompagnare in questo ultimo tratto di quaresima, e forse ci può anche guidare nell’avvicinarci al sacramento della riconciliazione, che è ancora una buona abitudine quaresimale. Forse possiamo provare a metterla su questo sfondo e vedere cosa vediamo di diverso. Oggi non si chiama più così, ma non è un caso che il sacramento della riconciliazione fosse chiamato confessione. Certo è la confessione dei peccati, ma non è questo l’unico significato. Giuridicamente la confessione è la confessione della colpa, ma,  teologicamente, è la confessio fidei, quella dei martiri, dei santi.  I santi confessori sono quelli che hanno confessato la fede, non quelli che confessavano; quelli che hanno detto: io sto sotto questa benedizione. Forse dovremmo riprendere questo tema: noi confessiamo di stare sotto la benedizione di un perdono che non è a buon mercato, perché ci chiede di riconoscere l’essere perdonati senza merito, che è  forse una delle cose che ci scoccia di più al mondo.

Se accettiamo che siamo peccatori, l’importante è essere amati, l’unica nostra responsabilità è l’accettazione di questo principio? Esattamente sì! Ma chiunque abbia mai amato una volta nella vita sa che sono problemi! Solo teoricamente, accettare un amore non fa problema. In realtà è un bel problema, perché fa sì che non riesci più a pensare a te come te solo e tutto viene ripensato e riorganizzato. Ed è il motivo per cui tutti noi siamo felici degli amori quando ci capitano, ma anche molto impauriti; oppure, se un amore diventa un matrimonio e viviamo con un’altra persona, siamo contentissimi, ma anche molto brontoloni, perché nella vita quotidiana, lo spazio dell’altro e il mio collidono, e non posso più fregarmene. Dunque qual è‘ la mia responsabilità? E’ quella di accettare di essere amato, di stare dentro questo amore con tutto ciò che questo, preso sul serio, significa. E non è: devo fare, devo impegnarmi … ma è imparare a convivere con questa nuova situazione della vita. Questo si chiama conversione, nel senso che uno gira la propria esistenza. Il problema centrale dell’esistenza cristiana è questo: decidere di stare dentro un amore e accettare che questo strutturi la tua esistenza. E non è poco. Il non peccare più non è semplicemente non trasgredire la legge, o peggio: non farti beccare; se no la logica è: ‘non trasgredire la legge, poi non farti beccare, poi se ti beccano invoca le attenuanti’ e così via. Cioè puoi scendere all’infinito. Non peccare più è: vai in pace, e non peccare più, cioè riorganizzati intorno ad una benedizione. Solo teoricamente se uno dice, il problema non è il peccato, sono tranquillo, che goduria, si può fare tutto. E’ come quando uno compie diciotto anni e dice, ora posso fare tutto; o la prima volta si va a stare fuori casa per l’università, per i primi mesi tutti fanno le tre di notte tutte le sere; poi, se vogliono dare un esame ogni tanto o sopravvivere, cominciano a darsi una calmata, per cui rientrano prima senza che nessuno li obblighi. E’ esattamente la stessa cosa: se il problema non è il peccato noi abbiamo, per cinque minuti, la sensazione di poter fare tutto. Sì, ma poi se vuoi vivere, se vuoi una vita di benedizione dentro questo amore, in qualche modo devi mettere a posto la tua esistenza rispetto a questa benedizione.

Fossano, 8 marzo 2008

(testo non rivisto dal relatore)

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