15 Dicembre 2001
Stella Morra

2. Criteri e logica della liturgia: cosa cercare e cosa fare

Commento a:


Introduzione

Riprendiamo il ragionamento che stavamo facendo l’altra volta, la riflessione che stavamo facendo: è passato un mese e quindi è passata di testa la riflessione. Abbiamo fatto un primo incontro un po’ introduttivo, per ragionare sul senso della liturgia nella vita cristiana. Abbiamo detto alcune cose rispetto alla liturgia, che rimane vissuta come un dovere, come una legge, una specie di obbligo che non si sa bene da dove arriva e a cui devo dedicare un po’ di tempo: il minimo sarebbe la messa della domenica.

Poi abbiamo visto la questione nell’esperienza credente: la liturgia è l’esperienza del tempo visto dal punto di vista di Dio. Se diciamo solo questo, il risultato è che abbiamo due obblighi, quello di andare alla liturgia e quello di capire che è il tempo che Dio ci rende.

Tentavamo di entrare nella questione di cosa vuol dire fare esperienza del tempo che Dio ci rende. La liturgia funziona con quell’esempio del cerchio e del raggio a livello teorico. A livello pratico, funziona con le quattro dimensioni (il tempo, il ritmo, il linguaggio e l’estetica): il problema è quindi entrare in queste dimensioni.

Come si fa a entrare in un tempo, ritmo, linguaggio ed estetica della liturgia? Come pensare la liturgia è il problema teologico. Ma non si tratta di capire qualcosa, ma di dare a se stessi dei modi con cui si riesce in qualche modo a stare, a sperimentare questa cosa.

Il problema è questo: cercare di avere concretamente qualche passaggio per riuscire a fare quest’esperienza, e non solo per enunciare una ennesima legge.

Tre specificità della liturgia

La prima cosa da dire è che bisogna avere chiaro che la liturgia è una tecnica. Ognuno può studiare le note, ma non è ancora suonare il piano: sono necessari gli esercizi, in modo che l’occhio riconosca le note e il dito si muova in modo automatico. Questa è la tecnica: la stessa cosa vale per altri giochi. Tutte le cose che non implicano solo il cervello, ma anche l’uso del corpo, richiedono un allenamento, per cui i nostri muscoli, i nostri occhi, le nostre mani rispondo alla velocità necessaria. In modo provocatorio e semplicistico, la liturgia è una tecnica. Non è che una volta capito le cose accadono e accadono automaticamente. La liturgia non è un dato del puro cervello, ma un atto globale di noi stessi. Tutti facciamo l’esperienza, in genere positiva o negativa, di certe liturgie un po’ speciali, con maggiore cura e con una disposizione d’animo già di festa (per esempio a Natale o Pasqua – ossia liturgie di cui abbiamo già un contenuto), oppure liturgie che ci toccano molto da vicino (funerale, matrimonio…), ossia liturgie che ci coinvolgono, in cui entrano in gioco anche la memoria e gli affetti: possono piacerci oppure no, ma non ci restano indifferenti. Sembra che commuoversi alla messa di Natale sia una distrazione. La liturgia è un evento globale e quindi dovrebbe prenderci su tutti gli aspetti. Quando il sentimento è preso, si sperimenta che non è più solo un atto giuridico, un dovere necessario. Questo ci aiuta a capire che la liturgia è un’azione globale. Solo con un esercizio si può stare dentro un tempo, un ritmo, un linguaggio e un’estetica.

Noi abbiamo una grande e nuova tentazione per la liturgia, per cui culturalmente ci sono motivi molto chiari: ossia relegare la liturgia nel campo del sentire. Il motivo è semplice e chiaro: la nostra generazione è la prima che è cresciuta nel post Concilio e quindi la liturgia ha perso l’aspetto tecnico di cosa strana di cui non si capiva la lingua e i gesti. Questa cosa ha provocato, con altri fattori culturali, la tentazione che può uccidere la liturgia cristiana: fare della liturgia un luogo in cui il criterio di valutazione dipende tutto dal sentire soggettivo (la liturgia ha detto qualcosa, io ho ricavato una buona riflessione…). Ma la liturgia è comune oppure non è: il sentire, invece, è cosa dei singoli! Sono falsi i modi per creare i sentire comuni in senso forte. Spesso le liturgie diventano rappresentazioni forzate in cui inventiamo simboli che poi dobbiamo spiegare bene ai ragazzi: abbiamo bisogno di spiegazioni perché non si capisce cosa vogliono dire. Tutti siamo nella cultura contemporanea in cui c’è un sovraccarico della coscienza del singolo e grande sentimento gnostico della religione: il senso profondo sta in una illuminazione che si raggiunge. È quello che noi diciamo quando diciamo che la religione aiuta. Si tratta di un grosso pericolo per il cristianesimo. O Dio è l’attore della vita di fede e della liturgia, oppure la questione è il modo interno di comprendere, migliorare, purificare la propria auto comprensione. È una posizione estrema, ma è una tentazione: una deriva gnostica, ossia una larvata forma per un benessere che non è solo nel denaro, come una forma più evoluta in un atteggiamento del cuore. La liturgia garantisce una serie di elementi millenari che possono creare di percorsi di questo genere, ossia di illuminazione. La liturgia cristiana ha un dato di oggettività. Con un esempio: in una relazione amorosa è chiaro che il sentire è fondamentale; ma non esiste un modo per sentirsi vero nella relazione senza l’altro, non si può fare a tavolino. Si rischia di dissezionare ogni gesto e parola per vedere se ci fa sentire vero oppure no. Non si può essere vero indipendentemente dall’altro, ma solo con e di fronte all’altro. La fatica dei rapporti è quella di trovare la misura di due verità che devono trovare un possibile percorso.

Una via gnostica sarebbe: io adesso misuro come mi sento io, disseziono ogni parte della liturgia per vedere i pezzi che servono oppure no. Questo cancella il fatto che ci sia un altro nella liturgia che è Dio. L’oggettività ci arriva nelle forme e nei modi in cui la liturgia si è strutturata.

Questo problema dell’oggettività dell’altro è molto concreto: Parola di Dio, gesti e tradizione.

Altro esempio. Come gli adolescenti che passano la fase della separazione e quindi devono diventare maleducati per distinguersi, non essere conformisti. Il problema non è quello, ossia stare nella convenzione della tribù occidentale: si può dire “grazie” sia con convinzione sia con meno. Noi funzioniamo come se nella liturgia fossimo sempre degli adolescenti. Quindi dobbiamo negare ogni regola comune come se violentasse ogni soggettività.

La rivelazione, la Parola di Dio (non c`è nessun gesto liturgico senza la Parola, secondo il Vaticano II) ci aiuta a ricordare che c’è qualcuno che ci parla. Il problema è che noi diamo già per scontato i brani che sono già molto conosciuti. Una tecnica è imparare ad ascoltare veramente. Poi c’è una comunità che ha coagulato i gesti nei messali e nei rituali: una sapienza, un ritmo che è altro, che non sempre è un ritmo che va bene. Non sempre i ritmi tra essere umani sono concordi e questo crea tensione. Questo fa parte dell’oggettività dell’altro: la liturgia non è trovare i ritmi e i linguaggi che ci interpretano perfettamente. Questo è lo gnosticismo. E poi è fasullo perché interpreta solo qualcuno. La liturgia per i bambini deve avere la lingua dei bambini… Nella liturgia ci devono essere parole che non capiamo subito: questo è un valore perché interroga e ci allena ad ascoltare. Come quando la persona ci parla e dice qualcosa di nuovo che non aveva mai detto prima. Noi pensiamo alle parole tecniche della liturgia come qualcosa che ci priva della nostra soggettività. La tentazione è di sostituire con altre parole, che non sono capaci di rendere la profondità delle parole maturate in un tempo lunghissimo. È l’esperienza in cui inciampo in parole che non uso fuori dalla chiesa e che sono proprie dell’intimo di quel rapporto. Sono parole che diventano, poco per volta grate: diventano un gioco segreto che abbiamo in comune con la comunità dei credenti.

Uno una volta all’anno dovrebbe sentire la liturgia in una lingua non conosciuta. Questo ci fa rifare la misteriosa esperienza di incontrare gesti che non vedavamo più: il suono della liturgia non occupa tutta la testa. Ritengo che le vie gnostiche sono carine all’inizio, ma massacrano le coscienza: uno poi alla fine si trova da solo davanti a se stesso. Lo gnosticismo è per i puri, sapienti; la liturgia cristiana è per i semplici e per i poveri. Noi siamo molto nevrotici, abbiamo molte cose, ma non vuol dire che siamo ricchi e sapienti: la liturgia è il luogo in cui c’è un Altro che conduce i giochi, che non ci costringe a sapere tutto quello che sta succedendo.

La liturgia non è un atteggiamento soggettivo.

Un secondo elemento: la liturgia esprime una unità rispetto alla vita cristiana. La liturgia esprime lo stato di salute della nostra vita credente. In genere ci annoiamo a messa perché ci annoiamo in genere nella nostra vita credente; allora riempiamo la vita credente con altre cose, ci impegniamo in molte cose in parrocchia. Siccome nella liturgia non possiamo spostare le cose, soffro lo stesso. Non intendo dire che non facciamo abbastanza: spesso la nostra vita credente è molto credente ma poco vita. Ci sono molte cose da fare, ma non è un rapporto.

Tutti sappiamo che c’è un diverso rapporto con un vecchio amico, che sentiamo solo in una o due occasioni nell’anno; non abbiamo molte cose da dire, ma al massimo qualcosa da fare insieme. Dall’altra abbiamo rapporti con persone con cui si condivide l’esistenza: in genere non si tratta di fare delle cose, ma la relazione tiene. Sono due belle cose e ci sono spazi per affetti diversi nel nostro cuore, anche se non sono tutti affetti uguali. Diverso è il rapporto che tiene insieme è dato dalle cose da fare, oppure quello in cui è il rapporto stesso che giustifica tutto.

Rispetto a Dio è così: la nostra relazione è come quella con un vecchio amico; siamo stati insieme in passato. Se ha bisogno di noi, per richiesta del parroco, si è disponibili. Ma sono le cose da fare che tengono insieme. Basta che ci siano tre parroci di fila poco simpatici, che non chiedono nulla, la situazione si sfibra. Spesso la nostra fede si basa sulle cose da fare: non ci sono più cose da fare, si sfibra. Questo si vede nei passaggi di età degli adolescenti: basta un cambiamento, uno spostamento per motivi diversi; non avendo più gli amici con cui fare, la vita di fede non regge più.

Se noi stiamo in una educata amicizia, la liturgia resta una delle cose che ci sono. Basta una brutta omelia per sbriciolare tutto.

Tutti noi diventiamo pellegrinanti, giriamo per chiese, dove ci facciamo un regalo per giocare tutta una mattinata: succede perché la qualità della nostra vita di fede dipende strettamente dalle cose.

Terzo e ultimo elemento di premessa: la liturgia non è statica. Noi abbiamo tutti l’impressione che si sia sempre fatto così. Si dice pure, sbagliano anche i preti a dire messa: ossia c’è uno scheletro perfetto che non si potrebbe sbagliare. La liturgia è una degli aspetti della storia della chiesa che è più interessante da studiare. Stanno venendo fuori molte cose sull’evoluzione storica della liturgia, non per dire il significato giusto: dice come ogni generazione credente ha inventato cose per salvaguardare aspetti della vita credente. E questo soprattutto attraverso la tradizione popolare. Sarebbe bello fare una storia della liturgia.

Un esempio. La devozione popolare ha inventato un numero di pratiche che si possono fare senza la presenza del prete, in momenti di crisi. Il rosario è un caso tipico: la preghiera liturgica, insieme, di autodifesa laicale militante. Il popolo si è inventato intorno alle cose chiave della storia di Gesù e per la mediazione di Maria, ossia il volto del povero per rivolgersi a Dio, un’esperienza liturgia autoprodotta, molto sana nella sua struttura dal punto di vista cristiano. Sono nati in periodi in cui la situazione ecclesiastica era in crisi. Studiando le variazioni nel corso del tempo, ci sono cose molto interessanti: l’idea è che la liturgia è un corpo vivo. Non vuol dire inventare di volta in volta cose nuove: è un corpo vivo nella sua totalità. C’è una grande varietà delle pratiche liturgiche. Dopo il Vaticano II sembra che ci sia solo la messa, che in realtà richiede una maturità che non sempre è condivisibile da tutti. Un esempio è il tentativo di strapazzare le messe per adattarle ai bambini. Ci sono altre liturgie più corte, adatte ai bambini, non solo la messa. Se i pedagogisti dicono che i bambini hanno pochi minuti di concentrazione, vuol dire che bisogna pensare a una liturgia adatta. È un impoverimento pensare che ci sia solo la messa.

Non è sempre stato che la liturgia sia un corpo vivo. Non c’è neppure un momento di origine giusto. In alcuni casi ci sono momenti in cui la nascita non è stato il momento migliore. Si deve recuperare il senso, mettendosi in una scia, con una creatività e un rispetto che serve.

Quattro falsi miti

Quindi: cosa cercare e fare?

La prima cosa da non fare: il mito del capire. Ci sono matrimoni che durano una vita anche sul fatto che non ci si capisce. La vita non passa attraverso il capire. Non è vero che siamo quello che capiamo: ci sono molte cose che si capiscono, ma non tutto. La liturgia è un atto globale, che coinvolge la totalità di noi stessi: il luogo principe chiamato in causa è il corpo, non la testa. È un atto scenico. Certo non è la prima cosa che ci viene in mente. Subito pensiamo al fatto che non capiamo e non a dove ci mettiamo. Una volta che uno ha dei buoni motivi per capire, si capisce: si può comprare un libro, si può informare. Come uno che vuole imparare a fare fotografie. La liturgia funziona nello stesso modo. L’affermazione che non capisco, autorizza a fare altre operazioni. La liturgia non è un gioco a domande: non ha un significato giusto, come per tutte le cose della vita. C’è una questione di sostanza: una direzione. Un quarto delle dichiarazioni d’amore sono iniziate con uno schiaffone che era una dichiarazione d’amore, anche se in genere questo gesto è un gesto negativo. Non c’è un significato giusto del dare uno schiaffone: si può capire solo in quella situazione. Questo però non vuol dire che non c’è un significato neutro.

Ci sono cose più legate alla liturgia e altre più strane: quel gesto che suono ha e produce nella mia vita con Dio? Che ritmo ha quel gesto lì? Il mito del capire è fortissimo. Con i piccoli faccio l’esempio: se in una notte stellata un innamorato dice alla sua innamorate che i suoi occhi sono come le stelle e li si mette a chiedere una una spiegazione scientifica… il risultato è negativo per la relazione. La liturgia ci dice delle frasi poetiche che la tradizione ci ha tramandato, un’esperienza globale e fisica, di sensi e di corpi e in genere la nostra questione è: non ho capito. Una percentuale di testa serve: abbiamo la festa del Sacro Cuore e non si festeggia il Sacro Cervello. Rispetto alla liturgia si tratta che capire è solo una dimensione.

Un secondo aspetto è quello del sentire. Un amico rabbino di Roma dice che i ragazzi chiedono quello che lui sente quando prega: e lui risponde spesso che si anoia. Anche i ragazzi cristiani hanno la stessa questione. È un dato culturale di questo tempo. Abbiamo lo stesso problema nei rapporti amorosi: non sento più niente. C’è una difficoltà tra sentire, capire… In tutte le attività umane che richiedono un mix di tutte le componenti di noi stessi, in genere ci confondiamo. Non è banale gestire, sentire, agire, tutto insieme. Solo Gesù è cresciuto bene in età, sapienza, davanti a Dio e agli uomini. Noi dobbiamo tenere l’orizzonte globale. Sapere che ci sono stagioni della vita in cui funzioniamo partire dal cuore e altri no. Ci sono momenti della liturgia che toccano di più e altri aspetti che sono evidenti. Ci sono volte in cui l’omelia anche scialba non intacca il fatto che riesco a vivere una buona liturgia; altre volte alla terza parola dell’omelia già mi innervosisco.

La prima tecnica nella liturgia è fare un passo indietro rispetto alla propria vita: quel qui ed ora di me, non dice mai in nessun caso la totalità del mio rapporto con Dio e con la mia vita. La liturgia con il suo ritmo mi costringe a fare un passo indietro rispetto a me, a come mi sento bene o male. È una grande sapienza: nei momenti di grandi festa prevede momenti di penitenza e in quelli tristi prevede momenti di festa. In tutte liturgie molto festive ci chiede di ricordarci dei poveri: per ricordarci che siamo poveri anche nel pieno della gioia. Anche nella gioia c’è un pezzo di te che resta povero.

La psicanalisi è il gesto laico per fare questo passo indietro rispetto a se  stesso: non voglio dire che la liturgia funziona come la psicanalisi. Si tratta un esercizio che richiede maturità: è necessario che si abbia già vissuto. Abbiamo bisogno di maturità per lasciare che per un tempo anche lungo si lasci la vita non nelle proprie mani. Ci ricorda che gli aspetti di noi che non ci sono disponibili, che il pezzo non è tutto di me. Il pezzo di me, non disponibile, esiste e Dio lo vede.

Il mito del capire e di sentire sono pezzi. Non è tutto lì.

Terza questione: il mito del partecipare. Una tragedia dopo il Vaticano II: se uno non segue tutto in modo esagerato non è andato bene a messa. Anche questo è un mito che è entrato in gioco come reazione ai due secoli in cui la partecipazione dei fedeli laici era azzerata. Nel medioevo la liturgia si era strutturata in ruoli diversi, con gradi e libri, messali. Man mano questo si era ridotto fino all’800, in cui era rimasto il prete e al massimo i chierichetti, con un solo libro che aveva il prete. Il Vaticano II si accorge che bisogna invertire la rotta: ci sono di nuovo molti ruoli e i libri. C’è il messale, il lezionario… Ma così si risponde a una esagerazione con un’altra esagerazione. Il mito del partecipare diventa una esagerare: ogni poche parole il ritmo della liturgia è interrotto dalle indicazioni di alzarsi, sedersi… non si può interrompere un discorso amoroso con indicazioni tecniche.

Partecipare è un valore; non essere costretti a stare zitti è un valore. Ma essere costretti a fare delle cose è una nuova esagerazione. La liturgia è un luogo in cui nessuno è obbligato a non fare, non capire, non partecipare. È buono che ci siano molti ruoli: assumersi delle responsabilità nell’animazione non vale il doppio. Le messe feriali a volte sono una corsa: allora magari mi alzo e leggo la lettura, per dare un senso nel ritmo liturgico che si cerca di vivere. Se si ha una stabilità in una comunità, si deve trovare una misura. Bisognerebbe, fuori dalle messe, che ci fossero molte persone che fanno incontri di introduzione alla lettura, in modo che ci sia sempre uno che possa essere presente. Non deve diventare uno stress leggere o partecipare alla comunanza dei gesti e delle risposte di tutti.

Partecipare non è un obbligo, ma un diritto. Il partecipare degli altri non è un mio diritto, ma un mio obbligo. Io non ho l’obbligo di partecipare, ma il diritto: se il vicino non partecipa, non ho il diritto di chiedermi come mai non lo fa.

Fuori dalle mentalità militaresche, in cui si vede gente che si comporta in modo ordinato, la comunità esprime con gesti il percorso della liturgia. Abolita la polemica dei bambini che strillano a messa, resta è quella del fatto che qualcuno non si alza: si potrebbe provare a chiederci come mai una persona sta seduta e magari pregare per lui, senza giudicare.

La chiesa senza inginocchiatoio risponde a un canone molto antico che prevede che non ci si debba inginocchiare: dal momento che siamo figli e non è un sacrificio pagano,  quindi non è il caso di inginocchiarsi. Neppure in occasioni di gala, le ragazze fanno più l’inchino. Noi non siamo davanti a un re che richiede l’inginocchiatoio. Io, per motivi personali, amo molto la posizione inginocchiata: siamo figli, ma figli prodighi. Mi pare che c’è un modo antico e arcaico, che non usiamo più nella nostra vita, di esprimere l’invocazione.

L’espressività che possiamo avere nella liturgia non è condizionata dal dato che ci viene proposto: possiamo usare in modi diversi il senso del gesto. Questo sta nella libertà. Possiamo esprimere anche in modo autonomo la nostra postazione rispetto a questo.

Un altro falso mito, l’ultimo: il falso privilegio dell’orecchio. Nella liturgia c’è la centralità dell’ascoltare, che nella nostra testa corrisponde a capire, meditare. È un privilegio strano e brutto: la liturgia funziona se si dicono molte cose e poi si sta in silenzio. La liturgia non ha il privilegio dell’orecchio, è fatta della totalità. Ha anche il naso (incenso, candele) e di occhi (fiori, dipinti, quadri). Non è che uno si distrae: sono messi lì apposta. Ci sono liturgie in cui se ascolto mi arrabbio. Io vado in una chiesa in cui dietro al Santissimo c’è una pelle di ermellino: è così brutta,  che così uno si concentra sul Santissimo, il resto è inguardabile. Questo aiuta quando ho tendenza alla dispersione. Non è distrarsi: se uno guarda i quadri. I dipinti non sono lì per la maggior gloria di Dio: i candelieri sono dorati solo a metà, non per Dio, ma per noi. I quadri e le statue sono per noi, non per Dio.

Il privilegio dell’orecchio è una tragedia: si dovrebbe fare una operazione di purificazione, ossia, in una liturgia ogni tanto, usare solo gli altri sensi e non solo ascoltare. L’esercizio di vedere, guardare, potrebbe mettere in attività altre facoltà.

Fossano, 15 dicembre 2001

(testo non rivisto dal relatore)

Anno pastorale: 2001/2002

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