11 Maggio 2002
Stella Morra

7. I sacramenti (2)

Commento a:


La volta scorsa ho ricevuto cinque domande gigantesche, non so se le persone che le avevano fatte sono qui o no; mi sembra che siano tutti argomenti di interesse comune, quindi parlerei di queste cose. Poi, se volete, se ci sono altre questioni, possiamo parlarne a ruota libera.

La lectio di oggi

La prima domanda che avevo ricevuto era quella sulle messe per i defunti, ossia la questione di pagare la messa con una intenzione specifica, che è prima del Vaticano II era molto molto diffusa, oggi un po’ meno, ma non tanto meno; è ancora piuttosto comune questa pratica.

L’idea di questa cosa è molto antica: già alla fine del I secolo si prega in modo particolare per uno o più defunti nella messa; quindi è un’idea di quelle costanti nella tradizione cristiana. La cosa che non è affatto antica è la prassi attuale, ossia una prassi di tipo mercantile: vado in chiesa, vado dal parroco, segno una messa, la pago, e poi quella messa lì è mia e quindi, se la spostano, cambiano la data mi arrabbio…  Questa è una cosa molto recente: circa metà dell’800 ed è nettamente una deformazione.

L’idea è molto bella: il riferimento è quello alla comunione dei santi. L’idea è che nel cristianesimo, la differenza tra vivi e defunti non c’è. Non è una differenza di realtà: nella nostra storia personale c’è una differenza tra i vivi e i defunti; e la differenza è che i vivi ci sono a disposizione e i defunti non ci sono a disposizione, ma dal punto di vista della fede cristiana, la differenza tra vivi e defunti non esiste. Il criterio non è che esiste per me, quello che per me è a disposizione. Il criterio dell’esistenza non è ciò che è raggiunto o raggiungibile da me, ma ciò che sta in Dio: ciò che sta in Dio, esiste. L’idea della comunione dei santi sarebbe l’idea che c’è una comunione, una comunicazione, non solo con chi tra noi abbiamo amato ed è morto (che è più facile da capire), tra noi e i santi, tra noi e chi non è ancora nato… C’è una comunione con tutto ciò che è in Dio, e quindi c’è, attraverso di Lui, una comunicazione possibile. L’idea di pregare gli uni per gli altri, e pregare con la più grande preghiera che abbiamo, con l’offerta dell’intenzione della messa, è un’idea bellissima: è la comunicazione certa.

La cosa che, secondo me è particolarmente interessante, è l’idea che esista un rapporto non mercantile, non basato sull’essere a disposizione o no. In fondo è il grande sogno che noi abbiamo rispetto a tute le persone che amiamo: la voglia di avere un rapporto che sia solo bello, in cui ci sia solo il piacere di stare insieme, di volersi bene, di fare delle cose insieme; senza che non sia mai segnato dal nostro egoismo, né da quello dell’altro, né dalla nostra richiesta o da quella dell’altro, né dalla confusione, nevrosi, incasinamento, né dalla confusione, nevrosi e incasinamento dell’altro…

Di per sé, per un cristiano, offrire una messa per qualcuno è  l’esperienza anticipata dello stesso rapporto che avremo in cielo: un rapporto veramente gratuito, in cui non c’è il segno di nessuna necessità di essere a disposizione gli uni degli altri, di essere utilizzabili, raggiungibili gli uni gli altri.

Oggi, questa cosa, è accoppiata… c’è stata una sovrapposizione tra il chiedere con il cuore: io vado a messa e porto nel mio cuore vivi e defunti, non ha importanza chi e che cosa; e l’aspetto legato al sostegno economico dei preti, originariamente, quindi all’idea di una tariffa rispetto alla messa, per garantire al prete che celebra, di che vivere. Era un dato legato a un sistema totalmente diverso di organizzazione della Chiesa, e che oggi è un sistema tariffato: una diocesi sa che può contare in modo fisso, se pure questa è una piccola parte dei suoi introiti, dai soldi delle messe. Le due cose si sono collassate: il massimo della gratuità con l’aspetto più economico, ma proprio perché, originariamente, l’idea di mantenere il proprio prete è il massimo della gratuità. C’è un motivo per cui si sono incollate: io non pagavo per un servizio, per qualcosa che mi rendeva qualcosa, ma io, nella gratuità rispetto alla comunione dei santi, ci mettevo automaticamente dentro, il mantenimento del prete della mia comunità. Aveva una sua logica: oggi, di per sé, l’ha forma è infelice. È molto infelice proprio la forma organizzativa del segnare la messa per qualcuno, del senso quasi privato di quella messa che è la nostra… Tutti questi annessi e connessi invitabili… In molte parrocchie si cerca di controbilanciare un po’, ad esempio mettendo più intenzioni nella stessa messa, evitando di personalizzare troppo la cosa.

Collegato a questo c’è un altro tema, che oggi è molto meno noto perché il Vaticano II lo aveva proibito, ma poi la riforma del rituale lo ha reintrodotto in un altro sistema, che è quello delle messe votive. Nell’antichità, specialmente nel Medioevo, era stata progressivamente creata una serie di rituali della messa, che si chiamavano messe votive, con delle finalità specifiche: delle messe per qualcosa di particolare. Il Vaticano II aveva praticamente abolito questa cosa perché era diventata un abuso pazzesco; poi, mano a mano, oggi sono rientrate un po’ attraverso delle messe per categorie: la messa per i fanciulli, la messa per questo o quel sacramento. Se voi guardate i graduali antichi, dove ci sono le varie messe votive: praticamente ci sono delle messe per qualsiasi delle cose serie dell’esistenza (ad esempio, una cosa che mi ha sempre colpito molto e che mi piace moltissimo, esiste una messa per chiedere il dono delle lacrime … Trovo che uno che ha superato i 16 anni, che ha fatto i conti con la complessità dell’esistenza… abbiamo troppe lacrime in certi casi e troppo pochi in certi altri… c’era anche una messa per il dono della consolazione). C’erano, nel Medioevo, le messe finalizzate a gran parte delle cose serie e fondamentali della vita. Ovviamente, avevano assunto un aspetto assolutamente di abuso: non è detto che perché io ho bisogno del dono delle lacrime, devo imporre a una comunità che tutti si prendono una messa per il dono delle lacrime. C’era un rapporto tra privato e comunità che finiva per diventare tra il potente del luogo e la comunità dei poveracci che non potevano scegliere mai, quindi con tutta una serie di abusi assolutamente enormi. Ma l’idea che mi sebmrava interessante è che il luogo dell’eucaristia era vissuto veramente come il luogo in cui tutte le cose serie  dell’esistenza passavano.

Tra l’altro, a me sembra, che noi oggi cadiamo in una deformazione opposta: abbiamo abolito le messe votive, poi abbiamo inventato le “giornate”; per cui c’è la giornata delle comunicazioni sociali, la giornata dell’università cattolica, la giornata dei migranti, la giornata del seminario… che per alcuni versi è anche peggio: la giornata non ha neppure il coraggio di dire che è una messa per… È una specie di adesivo messo sopra; c’è la messa, che non significando niente è standard, e sopra ci metti questo adesivo per cui attacchi i manifesti, raccogli i soldi… Alla fine il risultato finale rischia di essere che noi comunque una messa in quanto messa, non riusciamo più ad averla; ormai le giornate sono 30 e più, su 52 domeniche dell’anno, togliendo le solennità del Signore, in cui non si possono mettere delle giornate, siamo quasi arrivati… Se in una parrocchia si celebrassero tutte le giornate previste non avresti mai una messa ordinaria, tranne che in agosto, in cui non ci sono giornate, perché la gente non è a casa. È un po’ l’assurdo, da un altro capo: sono giornate tematiche, che dice della razionalizzazione della nostra fede; cioè, tu non hai una messa su una cosa reale della vita, ma una giornata mentale, come quella sulle comunicazioni sociali… la graduatoria è difficile da fare. Evidentemente la vita credente non sopporta la genericità: a noi è molto chiaro che una cosa che funziona come un titolo generico non ci dice niente, però c’è modo e modo di superare il rischio della genericità. Mi sembrava più sano legarlo alle cose della vita, piuttosto che a dei temi, aspetti sociali… Poi che sia legittimo che una certa domenica si faccia una sensibilizzazione su un tema è una lodevole causa, ma moriremo di troppa sensibilizzazione, come oggi rischiamo di morire di troppa informazione…

Da questo punto di vista, la liturgia, soprattutto medioevale e poi del 500, ha avuto anche grossi equilibri contro la razionalizzazione: noi, dal punto di vista della liturgia, siamo tendenzialmente molto razionalizzanti. Un amico mi diceva che, se fosse per noi, aboliremmo la festa del Sacro Cuore, per fare la festa del Sacro Cervello. E credo che il rischio esista, per quanto possiamo trovare più o meno melensa la devozione al Sacro Cuore, la possiamo storpiare, non viverla correttamente, farla diventare una cosa un po’ zuccherosa… però la festa del Sacro Cervello sarebbe peggio: sbilancerebbe di più.

Rispetto alla questione delle messe offerte per… il Vaticano II, con la riforma liturgica, invita a non dedicare a nessuna intenzione privata le messe domenicali, ma di celebrarle sempre pro popolo, in cui il popolo di Dio celebra per tutto il popolo di Dio, che non vuol dire che tutti devono pensare a un’entità generica tipo pro popolo; ognuno si porta dietro quel pezzo di popolo di Dio che ha una concretezza per lui, sapendo che quegli altri ne avranno un pezzo diverso, che alla fine, la somma di tutto, fa un grande puzzle in cui c’è tutto il popolo di Dio.

DOMANDA: I defunti hanno bisogno?

RISPOSTA: sto cercando le parole giuste, perché sono temi, umanamente e non teologicamente, delicati, nel senso che ognuno di noi si è assestato con la base degli elementi tradizionali e ci ha messo dentro i suoi affetti, più o meno aggiustandoli in qualche modo. Non ho nessuna intenzione di ferire gli affetti di nessuno e trovo che sarebbe una bruttissima cosa in generale; non c’è una correttezza teologica che sia così necessaria da uccidere gli affetti delle persone. Detto ciò, bisogna un po’ distinguere il dato che viene da Dio e il dato che viene da noi.

Faccio un esempio su un altro campo e poi torno a questo. Più divento vecchia e più mi passano i deliri di onnipotenza, tipici dell’adolescenza… più uno si rende conto che la vita è complicata, che alcune cose le smussi, che altre … chi lo sa… di altre neppure sei certo su che cosa dovresti smussare… Uno sa bene che ci sono grandi pezzi dell’esistenza su cui è costretto a fermarsi di fronte a un mistero; e non perché non importa, anzi quando proprio importa di più, sono i luoghi in cui si riesce a fare di meno. Io ho sviluppato, ultimamente, una grandissima devozione a Santa Rita da Cascia, perché mi pare che l’idea, inventata dalla devozione popolare, di una santa dei casi impossibili, a me va proprio benissimo. Non è che santa Rita o la Trinità hanno bisogno delle mie candele, sono io che ho bisogno di accenderle, è diverso. Non è che si sposta qualcosa nella testa di santa Rita o nell’amore che io ho per me se io accendo o non accendo una candela; però si sposta qualcosa in me, di fronte ad alcune questioni in cui sento molto la mia impotenza e ogni tanto tendo a scoraggiarmi e a dire di lasciar perdere… Alzare i piedi, andare fino alla chiesa di santa Rita, mettere il soldino, accendere una candela… perché si sposta qualcosa in me. Io non sono un angelo, non vivo di idee pure, vivo di gesti, di piccoli riti… Abbiamo anche solo i riti per alzarci al mattino, nel senso che se uno non fa le cose in un certo modo, poi si alza storto; uno si inventa una ritualità per avere la forza di affrontare la giornata… poi quando è in vacanza, dorme di più e si accorge che si alza sempre di buon umore… Non ti serve il rito per sopportare la vacanza, ma per sopportare la fatica di tutti i giorni, sì. Noi non siamo puri spiriti e dunque facciamo una serie di gesti, mettiamo in atto delle manovre che ci rassicurano…

La stessa cosa vale nel nostro rapporto con l’inafferrabile Dio, e con questo amore che Lui ha per noi e la cura che ha per noi, per tutti quelli che amiamo e per quelli che non amiamo… Probabilmente ci sono molti giorni della nostra vita in cui lo crediamo… ma… Lo crediamo ma se si potesse pur vedere qualcosa ogni tanto… La ritualità di andare ad accendere la candela a santa Rita fa bene a me e non a santa Rita.

Torniamo alla questione dei defunti. Di che cosa hanno bisogno i defunti? Onestamente, non lo sappiamo, perché la rivelazione di Dio non ne parla; il magistero ci insegna solo, con la verità del Purgatorio, che, non solo c’è tempo fino all’ultimo minuto… che non è un problema di efficienza, ma che rivolgersi verso Dio vale pure per gli operai dell’ultima ora, anche quelli dell’ultimissima e anche quelli degli ultimi dieci minuti, ma, addirittura, ci dice una verità più profonda, che è l’insegnamento dogmatico sul Purgatorio: c’è tempo pure dopo, c’è tempo in quel tempo che noi non riconosciamo più come tempo. Il senso di questo sarebbe che l’unica cosa che non ci mancherà per essere contenti, salvarci e incontrare l’amore di Dio, è il tempo, perché abbiamo tutto quello della nostra vita (breve o lunga che sia), fino all’ultimo istante, e caso mai, il supplementare. Sono quelli che nessuno può misurare, che nessuno può giudicare dalla storia, che non possiamo sapere come sono organizzati. Quello che ci dice il Purgatorio è che non ci si danna per distrazione: ho perso il treno… no. Ci vuole una volontà esplicita e un tempo esplicito.

Di che cosa hanno bisogno i defunti nel Purgatorio lo lasciamo decidere a Dio, nel senso che non lo sappiamo, che la Chiesa non lo ha mai insegnato in modo dogmatico. Poi, per il principio che dicevo prima, della comunione dei santi, c’è l’idea che se uno sta nei tempi supplementari, se uno gli dà una mano con un po’ di preghiera, è meglio. Da lì nasce il discorso dell’intercessione per le anime del Purgatorio (che detto così, a me fa venire un po’ i brividi…), ma l’idea è molto bella: non solo avremo tutto il tempo che ci serve, anche quando non si vedrà più che non abbiamo il tempo, ma non saremo da soli a giocarci questa partita; misteriosamente la preghiera di tutti giocherà dalla nostra parte. Che poi noi, abbiamo bisogno per noi, per il nostro ricordo, per celebrare il ricordo, per la fatica di distaccarci… di umanamente concentrare un tempo e un luogo, è una grande salute mentale: noi che siamo molto razionalizzati, molto moderni, che aboliamo tutti i segni di lutto, poi, in genere, ci deprimiamo, cioè celebriamo un lutto laico di ordine psichico, e sostituiamo una serie di segni collettivi che oggi non sono più parlanti, con un segno di interiorità. Per esempio, la scansione delle messe per i defunti, per cui c’è il funerale, la settima e la trigesima… chiunque ci è passato sa che è proprio un ritmo biologico: ci metti una settimana a capire un po’ che cosa stava succedendo, e in genere stai molto peggio alla settimana che al funerale; e ci metti un mese a vedere la realtà, e in genere stai ancora peggio. Poi la Chiesa invita a celebrare l’anniversario: quando finisci di dire tutto il ciclo, in cui la prima volta che… il primo Natale che… la prima festa che… È come dire che ogni volta dentro c’è un dolore infinito, ma è anche molto umano. È esattamente il tempo biologico di cui abbiamo bisogno per, ognuno a modo nostro, fare un giro completo… La Chiesa dice: ricordati della resurrezione di Gesù Cristo subito, sette giorni dopo, un mese dopo, un anno dopo; poi tutte le altre che vuoi, ma almeno lì è meglio: ti fermi un attimo, regali a te un tempo per mettere questa cosa nella resurrezione di Gesù Cristo e rifare l’atto di fede che questa separazione è una separazione nel tempo ma che sta dentro la resurrezione di Gesù Cristo, per rifare questo esercizio.

Io ho questa opinione (ma non c’è una dogmatizzazione in proposito): io ritengo che non abbiano bisogno di nulla; stanno più o meno limpidamente alle prese con Dio. Siamo noi, umani, nella storia, che abbiamo bisogno di tante cose. Forse hanno bisogno di qualcosa, ma comunque la nostra preghiera (ma anche la loro preghiera per noi, lo sguardo da loro su di noi) non solo, male non fa, ma certo fa bene. In questa tribù occidentale, in questo mondo, si usano alcune dire per dire tutto questo senso di quello che sto dicendo… ma se si usano cose diverse, si percorrono altre strade… perché no?

C’è una memoria di tutti i defunti in ogni prefazio, perché tutti i defunti partecipano a ogni eucaristia e vegliano su di noi (coloro che si sono addormentati nella pace, dice uno dei canoni, e dormono il sonno della fede).

Canto e liturgia

C’era una seconda domanda su canto e liturgia: ho sofferto un attimo su questa questione. Questa è una delle questioni ancora più sbilanciate dopo il Vaticano II: si sono fatte esagerazioni a destra e a manca. Oggi vige una sostanziale anarchia: un briciolo di buon senso, prima di ogni criterio liturgico, sarebbe già una grande idea. Buon senso vuol dire come uno si regola a casa sua, nelle cose che non richiedono grandi principi.

Dal punto di vista dell’evoluzione liturgica dopo il Vaticano II, il canto si è intrecciato spaventosamente con il tema della partecipazione: ha quindi fatto gli alti e bassi di questo tema, con delle esaltazioni  assolute; per cui bisogna partecipare, è un obbligo, e dunque bisogna cantare, bisogna … Fino agli eccessi opposti…

Mi sembra, che più di tutto, un po’ di buon senso funziona. Nella nostra vita facciamo molte cose, di cui siamo protagonisti, e molte di cui siamo spettatori; ci sono sere in cui uno a piacere di stare con gli amici, parlare con loro, ascoltarli e ci sono sere in cui si abbruttisce di fronte al televisore e basta; e ci sono sere in cui uno va a un concerto o a un teatro perché vuole guardare una cosa bella. Credo che abbiamo, nelle nostre giornate, un campionario di varie sfumature. Per altro, non sempre uno può fare quello che ha voglia di fare, nel senso che c’è la sera in cui telefoni a molti amici per un caffè e hanno tutti da fare… Cioè, ci sono molti desideri di partecipazione attiva, di passività, di ricerca del bello… che poi si articolano sulla realtà: a volte il desiderio si può compiere, a volte non si può compiere, a volte si compie parzialmente.

Rispetto alla liturgia, alla partecipazione e, nella fattispecie il canto, come forma di partecipazione e di preghiera e di preghiera insieme, mi sembra che il criterio sia un po’ lo stesso: non esiste un solo modo, non è criterio assoluto che tutta la comunità canti, non è nemmeno criterio assoluto che debbano essere canti bellissimi eseguiti in polifonia con quaranta strumenti… non è nemmeno criterio assoluto che ha da essere quello che sia pur che ci sia e, dunque, chi c’è c’è e canta come sa, stona, però si deve cantare… Nessuno di questi è un criterio assoluto: ci sono luoghi, tempi e momenti diversi. Bisognerebbe educarsi, educare le nostre comunità, a capire che in un pontificale solette puoi avere anche solo un coro polifonico che esegue della musica che per l’assemblea comune non è cantabile, in cui si ascolta: si ascolta e ci si gode il bello. Ma allora deve essere bello: perché se si deve ascoltare due che berciano male e cantano male, allora è meglio che cantiamo tutti, una cosa normale, che sappiamo cantare. Ogni modalità ha il suo scopo: se tu scegli quello scopo, per esempio il senso di contemplazione del bello, quello che devi contemplare deve essere bello. Allo stesso modo, non si può dire: la gente non canta e non dire che canti si stanno facendo, non avere le parole dei canti per tutti, se non metti tutte le persone nelle condizioni di cantare.

Il criterio medio sarebbe quello di avere un coro guida, che assicura la decenza del canto, ma che non è il coro polifonico che esegue per sé: assicura e sostiene il fatto che no ci si perda, che non si sballi nota di brutto, con strumenti di partecipazione del popolo di Dio (ad esempio le parole e i testi). Questo senza stress e con la scelta, soprattutto in alcuni tempi del ciclo liturgico, di favorire l’ascolto e la contemplazione del bello, non necessariamente le feste grandi; io in genere, a Pasqua, eviterei di fare dei canti da ascoltare passivamente, perché la Pasqua è una festa vitale, partecipativa, in cui bisognerebbe massimizzare la possibilità del popolo di Dio di … Mentre in tempo di Avvento, che è questo tempo di sospensione, di attesa, si potrebbe massimizzare l’idea dell’ascolto passivo, ossia di fare progressivamente silenzio per attendere un desiderio che non è ancora compiuto. Bisogna sapere che, a seconda di quello che scegli, poi bisogna dare gli strumenti e che non c’è una sola scelta possibile, non c’è un unico criterio che per forza è sempre quello, ma che c’è un andamento che segue; e poi che c’è la realtà: tu puoi fare tutta una cosa carina per favorire la contemplazione del bello e poi la gente stona… pazienza! Si può cercare di favorire il fatto che la gente canti, poi la gente non canta.

Ci sono grandi idee, grandi criteri guida e piccoli accorgimenti; piccoli aggiustamenti che, in termini comunicativi, favoriscono o non favoriscono alcune cose; è inutile berciare: cantate! Se poi si eseguono delle cose che non sono cantabili da un’assemblea normale, con la migliore intenzione non si riesce a stare dietro.

Su questo, per chi fosse interessato, esiste un documento che si chiama: Istruzione, musica sacra, che dà tutta una serie di criteri abbastanza interessanti e utili. Su questo ancora, la Conferenza Episcopale Piemontese è l’unica, ad esempio, in Italia che si è dotata di un repertorio di canti regionali, della conferenza episcopale; è il famoso (adesso usato in tutta Italia) Nella Casa del Padre: è il repertorio ufficiale fatto dai vescovi in questa regione. È fatto in funziona della partecipazione: lo dice bene nell’introduzione; quando l’obiettivo è quello, il repertorio è utile; quindi non è esaustivo di tutto, ma rispetto a quell’obiettivo.

Trovo che una cosa che si fa spesso è andare a trovare canti nuovi e dovunque, basta che sia… Ormai il volume Nella Casa del Padre ha una scelta molto ampia, non è più un volumetto; l’ultima edizione è sostanziosa. Forse si potrebbe cominciare a cercare lì e forse si potrebbe, invece di stampare molte versioni di libretti parrocchiali che vanno in mille pezzi, usare quello e favorire il fatto che se uno si sposta qualche chilometro da casa sua, riesce ad andare a messa e cantare lo stesso. Noi oggi abbiamo una grandissima mobilità: ci sono delle parrocchie che hanno una particolarità di storia liturgica molto peggio della storia medioevale con la scuola gallicana e ispanica: ormai ti sposti da una parrocchia all’altra e hai un repertorio di canti tutto diverso, degli usi liturgici tutti diversi… Anche volendo partecipare, metà dei canti non li sai. Io trovo che, in una realtà come la nostra, di una piccola diocesi, sarebbe buono fare un minimo di accordo su questo aspetto. Un accordo di base, che non esclude tutte le differenziazioni possibili, ma che ci sia un minimo di repertorio comune.

Il testo Musica Sacram ha il titolo in latino, ma c’è anche in italiano e dà tutta una serie di criteri e di istruzioni, ed è tutto sulla questione della musica: musica strumentale e canto, nella liturgia.

Dietro tutto questo c’è una questione che è un po’ tabù, che è la questione del bello. Io trovo che, da questo punto di vista, le nostre liturgie sono carentissime: abbiamo proprio perso di vista la dimensione del bello. Tranne che, se andiamo in un monastero, dove questa dimensione è curata, tutti respiriamo un po’ meglio; ma le nostre chiese sembrano, mediamente, delle stazioni di autobus: avvisi appesi dappertutto, cartelloni dovunque… Oppure l’accozzaglia di mobilio che c’è, in genere, nel presbiterio (sedie, panche …) è una cosa invereconda. Non dimentichiamoci che le chiese sono state costruite con un criterio di architettura, di luce e di pittura che dovevano essere la catechesi dei poveri: la gente non capiva niente, ma guardava ed era come se capisse tutto. Noi siamo riusciti a spiegare o a tentare di spiegare tutto, solo che se alzi gli occhi vedi delle cose orrende, inguardabili. Ho una teoria, ironico cattivella, che è: dato che le nostre chiese sono inguardabili, in genere l’unica cosa che puoi guardare è il tabernacolo, per cui ti fissi sul Signore perché tutto il resto fa venire il mal di stomaco…

Come si potrà mai, avere un bello nella musica anche in un ambiente che bello non è? O, in cui, spesso non c’è niente da guardare? In cui spesso l’acustica è pessima, ma soprattutto non c’è niente da guardare, perché molto spesso, contro una precisa indicazione del Vaticano II, non c’è una croce. L’esaltazione dell’aspetto comunitario fa si che spesso ci sia solo una croce molto piccola nelle chiese. Ma uno dovrà almeno poter guardare il Crocifisso! Guardare ha un peso molto grosso.

Preghiera liturgica e preghiera personale

La terza questione che mi è stata posta è quella legata alla preghiera liturgica e quella personale.

Lo stato di fatto della questione è che noi viviamo la liturgica come la somma di preghiere personali: noi pensiamo di aver partecipato bene a una liturgia quando non ci siamo distratti, quando ci siamo concentrati sulle parole che dicevamo… Consideriamo la partecipazione liturgica come la somma di tante preghiere personali ben fatte. È una cosa difficilissima, perché come sempre, quando si usa un linguaggio comune per una comunità diversificata, non si dà mai il caso in cui becchi la sensibilità, la comprensione, il momento di tutti. Può anche essere la liturgia di Pasqua… puoi avere un dolore grande così, tutta la liturgia orientata alla festa di Pasqua, per essere perfettamente in sintonia mi devo imporre uno sforzo eroico, che in genere non riesce. Così incameriamo una serie di sensi di colpa sulla nostra incapacità di stare in sintonia con la messa, attenti, non distratti. Questo significa pensare che noi abbiamo un’idea di preghiera personale (che sarebbe tutta da ripensare), ma poi consideriamo la liturgia come la somma di tute le preghiere personali di tutti quelli che ci sono. Caso mai, aggiunta alla visibilità della partecipazione: devo alzarmi, sedermi, andare a leggere, cantare…

Questa ida, di per sé, è totalmente sfasata: la preghiera personale e quella liturgica sono veramente due mondi radicalmente diversi; esprimono due possibilità della relazione con Dio assolutamente diverse.

La preghiera personale è il luogo dell’intimità, dell’unicità, della singolarità, del senso, del significato, dell’assoluto qui ed ora; del particolare biografico, della rilevanza del mio rapporto con Dio nella mia vita, in quel mio momento; è il massimo del soggettivo, non nel senso che invento, ma nel senso che è il luogo in cui io, come soggetto, o ci sono (arrabbiato, contento, dubbioso, fedele, allegro, come sono…) o non c’è niente. Si chiama preghiera personale: soggettivo, nel senso del soggetto. Magari, anche come molti salmisti, me la prendo con Dio; ma devo esserci.

La preghiera liturgica è l’esatto contrario: il massimo dell’oggettivo. È il luogo in cui, la struttura responsoriale della preghiera, dice che nessuno, da solo, ce la fa: perché è ridicolo che uno si faccia domanda e risposta. Tutta la preghiera liturgica è fatta a due (“Il Signore sia con voi”, “E con il tuo sprito”…), domanda e risposta sempre, non per lo sfizio di tener svegli gli utenti, ma perché ti dice che non è data dal fatto che il soggetto ci sia, ma esattamente il contrario: è il grande mistero di Dio che c’è anche se tu non hai un filo di energia, non ci sei, non ce la fai… perché Dio c’è per te, e la Chiesa ti testimonia nella liturgia questo: che in ogni momento della giornata, nel mondo, c’è qualcuno che celebra una messa anche per me, e che dunque Gesù Cristo muore, risorge e si occupa di me e di tutti noi, anche se io sto cuocendo le polpette e pensando alle tante cose che devo fare nella prossima mezz’ora, e maledicendo l’idea che mi è venuta di fare le polpette. Partecipare alla liturgia è esattamente questa esperienza che Dio è più grande di noi. Dunque è chiaro che non è irrilevante che io ci sia, se ci sono, meglio: ma è la rassicurazione che la casa di Dio è lì e mi pensa, mi tiene in vita, che io ci vada o non ci vada; e agisce veramente per me, attraverso tutti i fratelli. Dunque io posso trascinarmi lì, anche stanco, distratto, non particolarmente partecipativo…

Un esempio. Una famiglia resta sempre per i propri figli, casa; compreso quando uno sta da un’altra parte. Questo, in genere, è vissuto con una certa fatica dai genitori (del tipo: questa casa non è un albergo), quando i figli cominciano a vivere altrove, dove fanno le cose belle, interessanti, con i loro amici, si gasano… e poi arrivano, in genere, con la roba da lavare e una stanchezza micidiale, dicendo che non stano mangiando decentemente da molto tempo, che hanno bisogno di dormire… Ma è anche vero che se un figlio andasse a farsi lavare la roba in tintoria, per arrivare con tutta la roba stirata, ci sarebbe qualcosa che non funziona… Gli sarebbe anche tolta la soddisfazione di brontolare, dicendo che il figlio passa a casa solo quando ha tutto sporco.

Questo vuol dire che la soggettività di un figlio in una famiglia conta, ma la casa resta la casa anche al di là della soggettività materiale di quel figlio lì, in quel momento; se poi, ogni tanto, il figlio viene a casa rilassato, si siede a tavola, fa quattro parole, racconta come va… è carino; almeno una volta ogni tanto, offre un pranzo come con gli amici, in cui è presente, non solo stanchissimo. Però è vero, e questo è il grande dono della casa, che la casa resta al di là della soggettività del figlio.

La liturgia è una casa, dove, per lunghi tempi della vita, si va solo in caso di estrema necessità. È quella cosa per cui si è detto che la gente va in chiesa solo per i matrimoni e per i funerali… e certo! Ci mancherebbe pure… Come ci sono fasi della vita dei figli in cui passano a casa se hanno bisogno, e se non hanno bisogno non passano e vivono altrove… e allora? Non sto dicendo che è il tutto, questo, ma che non mi sembra nemmeno così strano, è una cosa che può accadere… Per questo la Chiesa Cattolica, in confronto alla Riforma luterana, ha molto difeso l’idea della conservazione delle specie eucaristiche: cioè del fatto che, terminata l’eucarestia, rimaneva l’eucaristia consacrata che veniva conservata, mentre i luoghi di culto delle chiese riformate, quando celebrano la Santa Cena consumano tutto e non viene conservato nulla. La Chiesa Cattolica ha sempre conservato questa idea del luogo liturgico come la casa che resta abitata; in cui c’è sempre qualcuno a casa, che tiene la luce accesa; la lucina vicino al tabernacolo, che risale al tempo in cui non c’era l’elettricità… mantenere una luce in casa era uno dei lavori, nel senso che bisognava essere sicuri che qualcuno badasse al fatto che c’era una luce. L’immagine è proprio quella: è una casa abitata, che rimane una casa.

La preghiera liturgica è tornare a casa, che è diverso dalla preghiera personale. Se uno, ogni tanto, torna a casa, ha delle cose da raccontare, sta un po’ in sintonia, ascolta la vecchia zia, sta un po’ disponibile, non solo a vuotare i suoi bisogni… è carino. Funziona anche se la liturgia diventa il luogo della nostra preghiera più personale: non è che ci sia una controindicazione a questo. Ma l’idea centrale della liturgia è proprio il dato oggettivo, quello che non dipende da noi e dal nostro impegno.

Poi mi sono state fatte due domande che richiederebbero molto tempo ciascuna: una sulla confessione e sul peccato e l’altra sul battesimo e sulla dimensione comunitaria del battesimo. Questo discorso sui sacramenti, una volta tanto non in funzione della celebrazione di uno specifico, ma in funziona di ragionarci su, andrebbe affrontato. Si potrebbe pensare se il prossimo anno abbiamo voglia di fare un ragionamento sui sacramenti, uno per uno: dal punto di vista liturgico, seguendo il rituale, e vedere un po’. Mi sembra che sono discorsi molto grossi su cui varrebbe la pensa di ragionare con un po’ di calma.

DIBATTITO

DODMANDA: puoi dirci qualcosa in merito all’immaginazione rispetto all’aldilà? Anche a partire dalla forma della preghiera per i defunti dell’eterno riposo.

RISPOSTA: sulla prima questione, quella di immaginarsi l’aldilà, la caduta di un unico modo di immaginarsi l’aldilà non è l’assenza di un’immagine, ma la legittimazione della diversità delle immagini. Il problema non è: rifiutiamo l’immagine di Dante e troviamone un’altra, bella e unitaria, che funzioni per tutti; ma è, dentro alcuni criteri… È come la devozione ai santi: ognuno ha i suoi, oppure i titoli della Madonna… non è il contrario dell’unicità di Maria, ma è, esattamente, la relativizzazione di ogni titolo, in cui c’è questa santa libertà dei figli di Dio che, in una certa stagione della tua vita ti piace di più la Madonna di Pompei e in un’altra stagione della tua vita… Ma magari ti piace di più, perché era devota tua nonna: in realtà ti piaceva tua nonna, e non la Madonna di Pompei… perché no?

Oggi è la stessa cosa: non c’è più un’immagine unica dell’aldilà; perché ci viene detto che, entro alcuni paletti (che devono essere un po’ chiari e che sono quelli propri della rivelazione), ognuno di noi ha il diritto di immaginare un po’ come vuole, ma dall’altra relativizzare ogni immagine che fa; sapere che sta dandosi un’immagine: non sta parlando della Parola di Dio, ma sta aiutando se stesso a immaginare le persone a cui ho voluto bene.

Io trovo che in questo la liturgia della Chiesa ci aiuta sempre: anche nella preghiera dell’eterno riposo e dona loro la luce perpetua. È esattamente una contraddizione: uno riposa la buio, non riposa con la luce sempre accesa. Quello che la Chiesa ci invita a chiedere per i morti è che al di là dell’immagine del riposo o dell’illuminazione, abbiano tutto e il suo contrario. Cioè che abbiano il meglio di ciò che si riesce a desiderare, ma anche tutto ciò che nemmeno riuscirebbero a desiderare. E non è questione di bisogni, ma di desideri: è un’altra cosa.

I morti, se crediamo che sono con Dio, credo che non abbiano più desideri. Ma sono quelli che noi pensiamo su di loro. Anche in questo caso, con grande relatività.

Se uno ha una fase della vita in cui dire un Eterno riposo sia come augurare a un altro di essere come una mummia e gli viene un brivido lungo la schiena, perché non può pensarlo così, perché ha pensato le persone vive, attive, attorno a sé, che faceva delle cose … E pensa che quello di là è costretto a star sempre fermo si annoia come una bestia, per favore non fatelo stare lì fermo… Per quel tempo della sua vita, prega un’altra cosa… con molta tranquillità e con assoluta relatività.

Ciò che ci dice la formula liturgica, è che Dio ha cura dei nostri cari, e questo, sia che noi preghiamo per loro, sia che noi ce li dimentichiamo. Questo è uno dei grandi temi che non si dicono mai, perché psichicamente è una cosa che fa effetto.

Una delle nostre grandi paure, che nessuno dice mai, o che si raccontano solo in analisi… il nostro grande terrore riguardo ai defunti non riguarda loro, ma noi. Ed è la progressiva presa d’atto che noi continuiamo a vivere e che siamo assolutamente angosciati dall’idea che un uomo a cui abbiamo voluto bene è morto, noi abbiamo sofferto tanto, soffriamo la mancanza ogni giorno e ogni minuto, e dopo un po’, tragicamente, scopriamo che la nostra vita continua. E ci viene il dubbio atroce che questo significhi che non gli abbiamo mai voluto bene veramente.

Rispetto a questa cosa tragica, la cosa grande che dice la liturgia cristiana, che ha una sapienza umana infinita, è che Dio si ricorda dei nostri cari e in Dio noi ci ricordiamo di loro, anche quando noi non li pensiamo. E che noi, in Dio, rimaniamo presenti a chi abbiamo amato, e che loro rimangono presenti e attigui a noi, anche se continuiamo a vivere, se ci permettiamo di vivere. Una delle reazioni tipiche, dopo la morte di qualcuno che abbiamo molto amato, è che per un po’ uno non riesce più a ricordare il volto, o la voce, o una caratteristica… per un po’ di tempo hai solo quello in testa, poi improvvisamente sparisce. La mia esperienza della morte di mia madre è stata che per mesi ho vissuto in angoscia perché senza una fotografia non riuscivo a pensarne la faccia; e mi sembrava una cosa terribile. La liturgia ci dice che l’eterno riposo e la luce in Dio, cioè la presenza, la memoria, la vita illuminata di coloro che abbiamo amato è garantita senza distrazione.

Secondo me, dentro i paletti della rivelazione, possiamo immaginarci un po’ … Ci sono tempi in cui li immaginiamo molto attivi, o persone che sono state molto attive in vita e non riusciamo a immaginarsele altro che … Così io immagino mia madre e don Mario che fanno molte cose e continuano a parlare di me..

Ma questo dipende dall’esperienza che abbiamo avuto di quelle persone. Di un’altra cosa sono certa: tutto ciò che per le complessità dell’animo umano e per le nevrosi degli esseri umani, è stato di ostacolo tra me e mia madre, e ha fatto sì che mia madre, certe volte, non vedesse me, ma la proiezione della figlia che voleva, pensava, desiderava… E io non vedessi, certe volte, mia madre, ma vedessi la proiezione di tutte le madri, della “maternitudine” contro cui mi stavo ribellando… tutto questo, con la morte, invece, è finito: e mia madre, di là, vede proprio me.

Io, per esempio, se devo pensare ad un’immagine, a causa della mia vita attuale, quello che penso del Paradiso è che è il posto in cui volersi bene sarà semplice; considerate che la mia esperienza è che volersi bene è complicatissimo e quindi mi pare che il Paradiso sarà un posto in cui uno si vuole bene, capisce che quell’altro gli vuole bene, quell’altro capisce il tuo bene, e non c’è distorsione nevrotica alcuna: è un Paradiso!

Io non credo che la morte sia il problema dei problemi, credo seriamente che la morte degli altri sia il problema dei problemi per la nostra vita; il problema dei problemi è vivere, non morire. Ben vedevano i cristiani antichi che dicevano che la morte è un guadagno: la fine della valle di lacrime… Ci può non piacere il linguaggio, ma quando muoio io, io ho risolto, vado in braccio a Dio, capisco, non ho più nevrosi che mi disturbano nel voler bene alla gente, non ho più niente da guadagnare in verità di me, perché la mia verità mi viene restituita da Dio nella sua totalità… è un affare. È la morte degli altri quanto alla nostra vita che è un problema, non la morte tout court.

È sempre il problema della vita, non è il problema della morte, in realtà.

C’è stata una rimozione culturale molto potente (sul tema della morte): io credo che la Chiesa, che ha sempre avuto una grande tradizione rispetto al fatto di custodire riti, parole, comunicazioni possibili, atteggiamenti riconosciuti… Una delle cose orribili, per esempio, è che di fronte alle questioni serie come le morti, è vere che nessuno sa mai cosa dire, cosa fare, ma è vero perché non c’è nulla da dire e da fare, in realtà; qualsiasi cosa dici non ha una misura reale rispetto al problema. La Chiesa si era inventata tutta una serie di usi, costumi e tradizioni, che noi abbiamo tranquillamente buttato a mare, con l’ottimo risultato che siamo muti: non sappiamo più cosa dire, cosa fare, da capo. Per esempio, pregare per la buona morte, era uno dei tantissimi modi, pensati molto semplicemente, per familiarizzasi con questo problema e con il fatto che esistono buone morti e morti non tanto buone. Questo ti faceva anche chiedere che cosa era una buona morte. In una cultura come la nostra, che prolunga la vita, che crea situazioni intermedie, di prolungamento della cura molto lunga… Questo dovrebbe essere un pensiero con cui familiarizziamo molto di più, che rimuoviamo di meno; altrimenti, ogni volta che accade, e prima o poi accade nelle nostre vite, prendiamo delle mazzate che non riusciamo più a rimettere insieme i pezzi. Non abbiamo una parola, non abbiamo un gesto, non abbiamo un pensiero, non abbiamo niente… Io credo che la Chiesa, che aveva una grandissima tradizione su questo, una delle cose che un po’ ha perso, è proprio la capacità di cura umana, prima che religiosa, di fede, in nome di una nudità, di una purezza della fede, togliendo tutte le cianfrusaglie, lascia senza cura umana questi momenti. Il risultato è, spessissimo, che la gente è più sola che mai: più sola di quanto questo momento ti faccia sentire solo. Qui ci sono tante piccole cose che potremmo ricominciare a dire, fare a noi stessi e agli altri, con molta semplicità, come le cose accadono. Io sono sempre molto colpita dal silenzio su questa cosa: non si parla, non si parla perché, giustamente, noi abbiamo pudore di mettere le viscere in piazza, ma perché tra le viscere e una riflessione puramente teorica non abbiamo nessuna altra parola. Per esempio, la capacità di raccontare, magari anche anni dopo… ma il raccontare come un’esperienza ripensata, l’essere passati attraverso una separazione di una morte, è una capacità che abbiamo totalmente perduto, eppure ce ne sarebbe un gran bisogno. Sapere, per esempio, che nessuno è l’unico che ha provato certe cose.

Paradossalmente basta che uno dica qualcosa di sé e si scopre che non si da solo che sta facendo questo ciclo, ma che è talmente comune, che è stato in qualche modo pensato: quindi, evidentemente, ha colpito anche altri. La Chiesa ha una grande sapienza, nella liturgia, ad ascoltarla un po’: si riconoscono una serie di pezzi, non tanto tecnici sulla liturgia, ma su di noi, su come funzioniamo noi, perché la Chiesa l’ha elaborata bene, nel corso dei secoli.

Fossano, 11 maggio 2002

Testo non rivisto dal relatore

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