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11 Ottobre 2025
Stella Morra

1. “perché” oppure “come”?

Commento a: Gen 6, 1-22


Iniziamo stasera il trentaseiesimo anno della nostra esperienza di Lectio Divina. Con i suoi limiti e i suoi pregi, è una storia lunga e di grande fedeltà da parte di tutti. Mi sembra veramente un segnale ecclesiale di prima qualità, l’idea che intorno alla Parola di Dio ci si possa trovare in tanti e con gradi differenti di partecipazione: da chi è più interno all’associazione e viene sempre, a chi viene una volta ogni tanto. Però c’è una ospitalità possibile, una casa per tutti intorno alla Parola di Dio. Mi sembra una cosa molto bella. Dunque, grazie per questa fedeltà reciproca e condivisa.

Il tema di quest’anno è un tema spinoso. Come tutti sapete – soprattutto chi da un po’ di anni segue la Lectio Divina, la prospettiva scelta dall’Atrio dei Gentili è quella di rifiutare le strade facili. La Parola di Dio non si interroga soltanto quando si sa già dove va a parare ed è tranquillizzante conoscere le regole del gioco: abbiamo affrontato temi complicati – il tema della violenza, del potere, per esempio. Credo che la Parola di Dio funzioni come lampada ai nostri passi, soprattutto di fronte a temi complicati, anche se non è di comprensione immediata, non è facile, magari non ci trovi la risposta che ti aspetteresti – oppure non trovi proprio una risposta: fa parte delle regole del gioco in una relazione da adulti con la Parola di Dio.

Quest’anno, per tanti motivi comuni e collettivi legati alla storia in cui siamo – credo non sia necessario spiegarlo a nessuno – e poi anche per tante storie personali, alcune delle quali – come la storia di Gilberto – ci hanno colpito particolarmente nei nostri affetti, ci siamo trovati tutti un po’ sbattuti di fronte, ancora una volta, alla grande questione del male, del dolore, della sofferenza. E tutti ci portiamo dentro una domanda: «Ma fino a quando? Fino a quando la vita continua a non funzionare?» Tu fai di tutto, cerchi di agire bene, di fare le cose come vanno fatte, anche un po’ disponibile verso gli altri, per quanto ti riesce; cerchi di gioire di ciò che c’è, di non guardare solo a ciò che non c’è, di essere positivo rispetto alle possibilità dell’esistenza… poi ci siamo trovati -almeno nel giro dell’Atrio, tutti a dire: sì, ok, però…»

Come diceva mia nipote Sofia, in piena fase adolescenziale oppositiva: «Non è giusto fare la pace per i motivi sbagliati. Mi fa schifo la pace di Trump perché è una pace fatta per i motivi sbagliati». Fino a quando ci ritroviamo a fare le cose per i motivi sbagliati, oppure di fronte a fatiche che ci sembrano sbagliate, esagerate? Fino a quando – per usare le parole del Salmo – l’empio prospera e sembra che solo noi, solo qualcuno, siamo sempre in difficoltà?

Di fronte a questa sfida confesso che la mia prima reazione è stata: «No, grazie». Poi, riflettendoci un po’, mi sono detta: «Ok, ad una condizione: fin dove arrivo». Cioè, usando il metodo che abbiamo usato in questi anni per le Lectio: condivido con voi il mio percorso di credente di fronte alla Parola di Dio. Voi lo condividete con me, se volete, e dove arriviamo, arriviamo. Forse non ad una risposta, forse non a qualcosa che ci soddisfi o che sia una soluzione. Dove arriviamo, arriviamo. Conosco il percorso, perché l’ho pensato per condividerlo con voi; non sono del tutto sicura di dove arriveremo, ma credo che valga la pena di percorrere la strada insieme, vedere se, più che non in altre occasioni, proprio dal confronto, dal rimando comune o personale, io stessa riesco a fare un passo in più. Questo è lo stato dell’arte.

Ho deciso, come spesso accade, di partire da due citazioni che trovate sul foglio del programma, e sul sito. La prima è della Szymborska, premio Nobel per la letteratura di alcuni anni fa, che io cito spesso perché ha delle poesie incredibili. Questa poesia si chiama “Cambio d’immagine” e dice così:

Il tempo come un vecchio dalla lunga barba bianca?
E perché non come un cucciolo dal pelo scuro
che corre
e con le zampe sporche salta sopra il letto
a noi appena generati, svegliati dal sonno?

È vero che siamo abituati a guardare il tempo come un processo di logoramento e quindi come se ogni esperienza di dolore si aggiungesse ad altre esperienze di dolore, rendendo alla fine il carico insopportabile. In fondo questa poesia ci dice: «Proviamo a guardare il tempo come un cucciolo esagitato che ha le zampe sporche, salta sul letto, sporcandolo e facendo un po’ di disastro, ma lo fa a noi che siamo appena svegliati, rigenerati dal sonno». Cosa cambierebbe se vedessimo il tempo come un cucciolo e non come un vecchio? Non come una somma, ma come una sottrazione di peso? Questa è una domanda da farci, e per adesso la lasciamo lì. Poi ho messo una citazione di Hannah Arendt, tratta da “La banalità del male”:

“Quel che ora penso veramente è che il male non è mai ‘radicale’, ma soltanto estremo, e che non possegga né profondità né una dimensione demoniaca. Esso può invadere e devastare il mondo intero, perché si espande sulla superficie come un fungo. Esso ‘sfida’ come ho detto, il pensiero, perché il pensiero cerca di raggiungere la profondità, di andare alle radici, e nel momento in cui cerca il male, è frustrato perché non trova nulla. Questa è la sua ‘banalità’. Solo il bene è profondo e può essere radicale”.

In teoria sì… ma quando siamo di fronte a un’esperienza al limite, come facciamo a starci dentro senza renderla radicale? Solo per fare un esempio che tutti abbiamo ben presente: la guerra a Gaza non è l’esperienza di un male radicale? E poi tutte le nostre storie, le nostre vicende, il nostro cuore. È proprio vero che si può pensare il tempo come una sottrazione, come un cucciolo e non come un vecchio? E che ogni pezzo nuovo dell’esistenza non è qualcosa che ci è tolto, ma qualcosa da cui siamo alleggeriti, per tornare a essere cuccioli?

Gli amici con cui abbiamo cominciato questi percorsi, moltissimi anni fa, ricordano di certo che siamo partiti commentando la storia di Tobia, sotto il titolo “Nascere vecchi e morire bambini”, proprio in questa logica del tempo che ogni mattina è un cucciolo un po’ più giovane. Ecco, questa è l’atmosfera in cui vorrei riflettere e condividere alcuni testi. Lo dichiaro subito: non è una questione né esegeticamente né filosoficamente collocata. Come sempre, se qualcuno sarà interessato, potremo fare un dopo-Lectio con una riflessione più filosofica, se serve. Intanto proseguiamo con il solito stile, che è una domanda che nasce dalle nostre vite – storiche e private, pubbliche e personali – e intorno a quella domanda, ci affidiamo a brani della Parola di Dio che ci aiutino a rimasticarla e da cui ognuno trarrà le proprie conseguenze.

 

La lectio di oggi

Partiamo da un testo apparentemente facile, il capitolo 6 di Genesi, la prima parte del racconto del diluvio universale. Questi testi sono molto antichi, hanno un tono mitologico, e ci sono stati raccontati fin dall’infanzia in varie forme, letterarie e musicali, per esempio, e finiscono per funzionare nella nostra testa come un’enciclopedia culturale, cioè un insieme di significati assoluti che non ha quasi più niente a che fare col testo, ma è l’immaginario che noi ci siamo costruiti. Spesso chiedo ai miei studenti – che fanno un quinto anno di teologia, dunque dovrebbero sapere qualcosa di Scrittura: «Dove sta scritto nella Bibbia che Lucifero è un angelo caduto?» E loro passano un bel po’ a sfogliare Genesi… e non lo trovano. Nella Bibbia non c’è. È nel libro di Enoch. Però sono tutti convinti che ci sia, perché fin da bambini ci hanno raccontato di Lucifero, l’angelo caduto, e del suo peccato di presunzione. Quando dico “enciclopedia culturale” dico questo: queste figure dell’antichità biblica – ma non solo – questi racconti mitologici, che vanno a toccare alcuni archetipi dell’umanità – e il racconto del diluvio universale è uno di quelli – muovono un’enciclopedia culturale, cioè un interiorizzato pre-razionale, che spesso non ha quasi più niente a che fare col testo. In particolare, il diluvio è infilato nella nostra testa per la colomba, il rametto d’olivo, l’arcobaleno, cioè per come finisce… E poi per gli animali a coppie, cosa molto carina, e va bene. Stasera invece leggiamo i primi 22 versetti: non c’è un happy end in questa storia. C’è una dichiarazione descrittiva, secondo le categorie del tempo, di una frattura che è causa e conseguenza del male, che è un dato di realtà e non una giustificazione filosofica. È un mondo che spiega a se stesso sia perché le cose malvagie e brutte accadono, sia perché non è tutto così bello e ordinato come i sette giorni della creazione. Il racconto del diluvio è molto comune nelle culture dell’antichità, è presente praticamente in tutte le culture medio-orientali. Il che potrebbe significare che, come dicono alcuni storici, nell’antichità più remota sia avvenuto uno tsunami da quelle parti, e che sia stato tramandato così… forse sì, forse no, non lo sappiamo. Ho letto recentemente una teoria secondo cui i racconti di Genesi, come quelli delle culture vicine, dipenderebbero da una terribile eruzione vulcanica in Kenya, che ha provocato tsunami e altre catastrofi, e da cui discenderebbero tutte le immagini e i racconti. Chissà… Le culture lì intorno hanno usato questo racconto, che apparteneva al loro immaginario. Noi potremmo forse usare immagini come i droni o un grande crack del sistema di internet in tutto il mondo. Sarebbe qualcosa che appartiene al nostro immaginario, no? Se qualcuno potesse, con un interruttore, staccare internet in tutto il mondo, che cosa succederebbe negli aeroporti, nelle banche, dovunque? Ecco, questo è il livello di immaginario, cui fare riferimento. Dicevamo che è un brano solo apparentemente facile, in cui c’è una narrazione: non è come i testi di San Paolo, molto concettuali: può sembrare un raccontino, quasi da bambini, ma in realtà è un testo molto difficile, perché gioca su un piano che non è né storico né concettuale, ma simbolico, metaforico, di una cultura che non è più la nostra, e facciamo fatica a risuonare sulle stesse corde. Perché, per esempio, tra questo racconto e noi c’è in mezzo la rivoluzione scientifica, che ci fa dire che non è possibile che tutto sia ripopolato da una coppia originaria, né di umani né di animali, scientificamente non funziona così. E quindi ci viene la tentazione di dire che questi sono racconti da bambini… ma proviamo a vedere.

 

Il testo: Gen 6,1-22

6 1Quando gli uomini cominciarono a moltiplicarsi sulla terra e nacquero loro figlie, 2i figli di Dio videro che le figlie degli uomini erano belle e ne presero per mogli quante ne vollero. 3Allora il Signore disse: «Il mio spirito non resterà sempre nell’uomo, perché egli è carne e la sua vita sarà di centoventi anni».

4C’erano sulla terra i giganti a quei tempi – e anche dopo – quando i figli di Dio si univano alle figlie degli uomini e queste partorivano loro dei figli: sono questi gli eroi dell’antichità, uomini famosi.

5Il Signore vide che la malvagità degli uomini era grande sulla terra e che ogni intimo intento del loro cuore non era altro che male sempre. 6E il Signore si pentì di aver fatto l’uomo sulla terra e se ne addolorò in cuor suo. 7Il Signore disse: «Cancellerò dalla faccia della terra l’uomo che ho creato e con l’uomo anche il bestiame, i rettili e gli uccelli del cielo, perché sono pentito d’averli fatti». 8Ma Noè trovò grazia agli occhi del Signore.

9Questa è la discendenza di Noè. Noè era uomo giusto e integro tra i suoi contemporanei e camminava con Dio. 10Noè generò tre figli: Sem, Cam, e Iafet. 11Ma la terra era corrotta davanti a Dio e piena di violenza.

12Dio guardò la terra ed ecco essa era corrotta, perché ogni uomo aveva pervertito la sua condotta sulla terra.

13Allora Dio disse a Noè: «È venuta per me la fine di ogni uomo, perché la terra, per causa loro, è piena di violenza; ecco, io li distruggerò insieme con la terra. 14Fatti un’arca di legno di cipresso; dividerai l’arca in scompartimenti e la spalmerai di bitume dentro e fuori. 15Ecco come devi farla: l’arca avrà trecento cubiti di lunghezza, cinquanta di larghezza e trenta di altezza. 16Farai nell’arca un tetto e a un cubito più sopra la terminerai; da un lato metterai la porta dell’arca. La farai a piani: inferiore, medio e superiore.

17Ecco io sto per mandare il diluvio, cioè le acque, sulla terra, per distruggere sotto il cielo ogni carne, in cui è alito di vita; quanto è sulla terra perirà. 18Ma con te io stabilisco la mia alleanza. Entrerai nell’arca tu e con te i tuoi figli, tua moglie e le mogli dei tuoi figli. 19Di quanto vive, di ogni carne, introdurrai nell’arca due di ogni specie, per conservarli in vita con te: siano maschio e femmina. 20Degli uccelli secondo la loro specie, del bestiame secondo la propria specie e di tutti i rettili della terra secondo la loro specie, due d’ognuna verranno con te, per essere conservati in vita. 21Quanto a te, prenditi ogni sorta di cibo da mangiare e fanne provvista: sarà di nutrimento per te e per loro». 22Noè eseguì ogni cosa come Dio gli aveva comandato, e così fece.

 

Commento:

È un testo difficile, perché mette insieme una serie di simboliche per noi molto strane, perché la nostra è una domanda che è cambiata rispetto ai testi. La nostra questione è: «Ma è vero?» E questa non è la domanda della Bibbia. La Bibbia non ha intenzione di fare una cronaca di tipo storiografico, raccontando esattamente quello che è accaduto. Fa piuttosto un’operazione descrittiva della condizione umana: descrive le storie degli uomini e delle donne così come oggi sono, e prova a dare dei motivi, dei percorsi, dei modi di cavarsela.

1Quando gli uomini cominciarono a moltiplicarsi sulla terra e nacquero loro delle figlie, 2i figli di Dio videro che le figlie degli uomini erano belle e ne presero per mogli a loro scelta. 

Questo versetto non si legge mai nella liturgia perché è un po’ strano, non si sa a cosa si riferisca, quindi l’opzione liturgica è: «lo togliamo, così non facciamo impazzire il parroco a spiegarlo…»

Se fate una ricerca sulle spiegazioni che i Padri della Chiesa hanno dato di questi versetti, trovate commenti misogini, moralistici, che fanno paura: il male nasce da lì, con queste “figlie degli uomini, per di più belle”.  Leggono il testo come un perché rispetto al male. Ma il testo dice che il male esiste, e cosa possiamo farci. È diverso, è un’altra domanda. In secondo luogo, si dice che gli uomini cominciarono a moltiplicarsi sulla terra prima, e poi si dice “nacquero loro delle figlie”. Significa che gli uomini hanno cominciato ad avere rapporti con le donne prima. Quindi non può essere quella l’origine del male. Però, è chiaro che ci sono diverse categorie: ci sono gli uomini e le donne, i figli degli uomini e le figlie degli uomini, e poi i figli di Dio, che vedono le figlie degli uomini. Ma i figli di Dio non sono tutti i maschi – come la lettura misogina tende a far dire: i maschi sono i figli di Dio, che vedono le femmine, figlie degli uomini. Però ci sono degli uomini, sennò non ci sarebbero le figlie degli uomini! Ci sono figli e figlie degli uomini, e figli di Dio che, vedendo la bellezza delle donne, “ne presero per mogli a loro scelta”. Mi pare che questa loro scelta sia decisiva, perché la questione non è che prendono delle mogli – che nel racconto biblico è dato come comando (“Crescete e moltiplicatevi”), ma che lo facciano “a loro scelta”.

Questo racconto mette in connessione l’autodeterminazione con il male. I primi undici capitoli di Genesi, ci dicono che usare come unico criterio la propria libera scelta non basta. Questa non è una considerazione di tipo morale, è molto più ampia. Se uno di noi potesse decidere con un colpo di bacchetta magica su qualcosa di fondamentale, per esempio la legge sulla morte assistita in Italia, sarebbe sufficiente il criterio della propria coscienza? O non sarebbe serio metterci a studiare un po’, capire, sentire degli esperti prima di fare tac con la bacchetta magica? Di fronte ai problemi complessi, la propria coscienza non è sufficiente. Questa è uno delle pretese della modernità, che ci ammazza sotto il peso del male. Avere come unico riferimento la propria coscienza – che dobbiamo coltivare, custodire… ma da sola non basta: il sovraccarico della coscienza uccide, per questo servono dei noi. E, soprattutto, il sovraccarico finisce per essere l’origine di grandi mali, al di là delle intenzioni. Questo testo ci dice che il male non dipende dalle intenzioni, ma dalla realtà.

3Allora il Signore disse: «Il mio spirito non resterà sempre nell’uomo, perché egli è carne e la sua vita sarà di centoventi anni».

(Pure questo versetto viene tagliato nella Liturgia…) Dio introduce la morte… peccato che l’aveva già introdotta quando ha cacciato Adamo ed Eva dal paradiso terrestre. Ma ancora una volta il testo dice è che la morte non piaceva neanche agli antichi. Non è che, poiché vivevano in una cultura in cui l’età media era di 35 anni, gli era più facile. Infatti, i racconti di Genesi parlano di età lunghissime, Abramo visse 175 anni, Mosè 120, non parliamo poi di Matusalemme… E qui il Signore dice “al massimo 120 anni”.

Dicevo, la morte dava fastidio anche agli antichi, perché è chiaro che non è solo il morire, ma è il segno della nostra determinazione, l’esperienza che a un certo punto c’è una fine, c’è qualcosa che dice adesso basta. E non è così grave quando lo dice a ciascuno per se stesso, nella nostra esperienza è molto più grave quando “adesso basta” viene detto su qualcuno che ami, che conosci, a cui vuoi bene.

Tanto per aggiungere un po’ di mitologia a questo testo…

4C’erano sulla terra i giganti a quei tempi – sta tutto nella Bibbia, non sto inventando – e anche dopo – quando i figli di Dio si univano alle figlie degli uomini e queste partorivano loro dei figli: sono questi gli eroi dell’antichità, uomini famosi.

Che cosa si sta dicendo qui? Si sta dicendo che c’è uno spazio per essere supermen, anche dopo che la vita è limitata a 120 anni, anche dopo che Dio dice «qua le cose non funzionano tanto bene». C’è un modo di essere giganti, di essere grandi. Questo testo è attraversato da due domande: perché il male? Ma anche cosa farci col male, dal perché si passa al come, come viverlo? Da giganti oppure no? Questa è la grande domanda posta di fronte a ciascuno di noi.

5Il Signore vide che la malvagità degli uomini era grande sulla terra e che ogni intimo intento del loro cuore non era altro che male sempre.

Una visione negativa, una brutta situazione, Dio vede tanto male intorno a sé. Non si dovrebbe mai fare, ma provate a mettervi al suo posto. Aveva creato il mondo, fatto un giardino per Adamo ed Eva e già quelli gli avevano fatto una pernacchia sul giardino; li ha cacciati, Caino che uccide Abele, la Torre di Babele, e così via fino qui…. È interessante perché tra tutti i testi dei primi capitoli di Genesi, questo è il meno moralista. Non dice perché dove stava il male, dice soprattutto che Dio si pente. Questa è la grande tesi della scrittura: il mondo non funziona, noi non funzioniamo, l’eccezione è il bene non il male. Questa è la grande tesi, almeno dei racconti delle origini: non aspettatevi che il mondo funzioni: per far funzionare il mondo bisogna essere un po’ giganti e un po’ eroi, altrimenti il mondo non funziona. Oppure c’è una terza possibilità, che è quella che viene data qui, per grazia: avere un grande alleato. Mi fa effetto questa insistenza su Dio che si pente di aver fatto l’uomo, si addolora nel suo cuore di aver fatto l’uomo.

Noi siamo abituati all’immagine di un Dio che ama comunque, di un Dio misericordioso e in fondo ci viene anche da pensare che, in quanto Dio, avrà sicuramente le spalle larghe, e che possa sopportare… E questo Dio che si pente e si addolora di ciò che ha fatto, da una parte mi fa tremare le vene, perché se Dio si stanca degli uomini siamo messi male, ha mezzi abbastanza pesanti per intervenire. Dall’altra parte mi fa una grande tenerezza la sua testardaggine, il non rassegnarsi nemmeno al proprio pentimento.

7Il Signore disse: «Cancellerò dalla faccia della terra l’uomo che ho creato e con l’uomo anche il bestiame, i rettili e gli uccelli del cielo»

…ma non i pesci, che non vengono mai nominati perché il diluvio non elimina i pesci… Dio si tiene comunque una scappatoia, qualcosa di vivo sopravvive, chi sta nell’acqua ce la può fare.

 8Ma Noè trovò grazia agli occhi del Signore

Qui c’è un’altra questione che mi fa tanto arrabbiare quanto riflettere, perché non c’è motivo, come non c’è per Caino e Abele, perché il dono di uno sia accettato e quello dell’altro no. Noi abbiamo costruito molte spiegazioni assurde, che non ci sono nel testo – che Abele aveva offerto capretti meravigliosi, mentre Caino soltanto schifezze – ma non c’è motivo perché Dio dispensi la sua grazia. Noè trovò grazia.

Noè era uomo giusto e integro tra i suoi contemporanei e camminava con Dio.

Qui si prova a dire che Noè era un uomo giusto e integro tra i suoi contemporanei, non era un gigante e neanche un eroe dell’antichità, ma che cos’era? Perché trovò grazia? E questa è una domanda che da allora non ha smesso di attanagliarci, perché alcuni trovano grazia e altri no? Perché non funziona come a scuola, che se fai tutto giusto prendi dieci. Nella vita, a volte fai tutto giusto e prendo dieci, ma a volte fai tutto giusto e prendi tre meno. Ma davvero è solo un caso? Qui si dice che Noè camminava con Dio, ed è quello che si dirà di Abramo. Non so fino in fondo che cosa voglia dire questo, però è sicuramente un’attitudine. Camminare con Dio è un’espressione classica di questi testi, indica l’amicizia con Dio, la disponibilità, lo stare a contatto. Cosa vuol dire concretamente? Come vivere? Pregare? Fare giustizia per l’orfano e la vedova? Che altro? Onestamente, non lo sappiamo. Ci viene regalata questa immagine, Noè che camminava con Dio. Una vicinanza, una condivisione di strade, farsi compagnia, con Dio.

«Allora Dio, disse a Noè, è venuta per me la fine di ogni uomo» e gli comanda di farsi l’arca. Come spesso succede in questi testi antichi, si specificano tutte le misure. In genere sono misure esagerate, come quando si dice che Davide guidò 50.000 uomini. Insomma, si vuol dire che si fa una casa spaziosa, ci deve stare dentro tanto e tanto di diverso. Sono due le cose che ci devono stare dentro. La possibilità di rigenerare la vita e il cibo per una maratona: la vita sopravvive se genera e non è uno sprint; non si tratta di fare l’eroe per cinque minuti, si tratta di reggere un bel po’. Cibo, perché deve essere di nutrimento per una vita che genera. E poi un maschio e una femmina di ogni animale e uomini e donne della famiglia di Noè, è una chiara l’immagine della generazione, della fecondità, del futuro. In mezzo alla prescrizione di queste due cose che richiedono spazio, si dice «con te io stabilisco la mia alleanza».

Generare vita e avere resistenza sul lungo tempo richiede spazio, richiede una casa grande, perché ci deve stare dentro un sacco di roba, anche di robaccia, perché non sai quale sarà la coppia di animali effettivamente feconda, la vita può nascere da tante parti e devi tenere dieci di tutto perché qualcosa succeda, non sai per quanto tempo avrai bisogno di provviste di cibo. Ma in questo contesto Noè camminava con Dio – cosa che gli fa trovare grazia – e dunque Dio gli dice: «come si sopravvive al male? Si sopravvive con uno spazio dove si possa generare vita e avere cibo per resistere a lungo». In questo piccolo percorso, la parola è «io farò con te un’alleanza. Tu camminavi con me, io sto dalla tua parte». L’alleanza nell’antichità non è la stessa cosa della pace di Trump, funziona un po’ in un altro modo. Nell’antichità l’alleanza è sempre asimmetrica, tra un potente imperatore o re e quelli che nel medioevo si sarebbero chiamati vassalli, cioè gente di rango inferiore, e l’alleanza è tanto oppressiva quanto protettiva: fare alleanza con un re ha dei costi (pagare le decime, fornire soldati per le guerre, dividere i raccolti…), però ha dei vantaggi in termine di protezione dai nemici. Dunque, l’alleanza tra Dio e Noè è un’alleanza asimmetrica che ha dei costi ma che è sicuritaria, che protegge Noè, lo spazio dove generare vita e nutrire. Il testo si conclude con questo versetto:

«Noè eseguì ogni cosa come Dio gli aveva comandato, e così fece».

Noè sta a questo patto, passa dalla descrizione del perché alla questione del come, 50 cubiti, 30 cubiti, un tetto… e questo lo porta dentro un’alleanza.

 

Osservazioni e chiarimenti:

Autodeterminazione degli uomini

Non se ne fa una lettura morale, non è l’autodeterminazione in sé che è male – è una lettura che è stata fatta all’interno del cristianesimo purtroppo, secondo cui bisogna stare sottomessi. Vaticano II dice che la coscienza è il sacrario dell’incontro delle persone con Dio, questo significa che l’autodeterminazione ha un ruolo. Il problema è che l’autodeterminazione è un’arma a doppio taglio, perché la coscienza non sempre basta e l’autodeterminazione, anche in buona fede, quindi moralmente incolpevole, non sempre è sufficiente a garantire un mondo dove le cose possano funzionare un po’ meglio. In fondo ciò che Dio dice è che se entri in un’alleanza fai parte di un noi che integra la tua coscienza e non la lascia da sola, che è uno dei motivi seri per cui vale la pena l’esperienza di Chiesa, che sacramentalmente è un’alleanza affinché le nostre coscienze non restino da sole. La logica sinodale, post-Vaticano II è la logica di una Chiesa in cui pregare insieme, celebrare insieme l’Eucaristia, conversare intorno alla Parola di Dio sia un noi che ci consente di non affogare nella nostra autodeterminazione, che è un bene, ma bisogna mettere insieme al bene che l’autodeterminazione è l’esperienza dei limiti che ha. Tutti abbiamo una certa nostalgia dell’infanzia in alcuni momenti, per poter delegare a qualcun altro le decisioni. La logica è questa: prendere atto che la coscienza da sola non basta e dunque guardare all’Alleanza non tanto come modello di patto giuridico, ma come costituzione di un soggetto plurale, di una coscienza condivisa con Dio. Ma non è un caso che, tradizionalmente, lo scivolone moralista ci abbia complicato la vita.

C’è un diluvio in corso

Il diluvio ha a che fare anche con un tipo di male che non è soltanto personale, ma anche collettivo, rispetto alla vita, al pianeta. Alcuni economisti e economiste, eterodosse, non mainstream, propongono di passare da un’immagine dell’economia come far west – dove la terra è un serbatoio infinito da depredare, poi una pattumiera dove riversare tutto – a quella di una navicella spaziale, dove devi fare bene attenzione a cosa decidi di portare dentro a questo spazio limitato per un determinato tempo, e fare attenzione ai rifiuti che generi, perché non li puoi buttare fuori. L’economista Kate Raworth nel 2017 ha scritto “L’economia della ciambella”, che propone di andare oltre l’idea di una crescita esponenziale, attraverso l’immagine della ciambella, caratterizzata da due cerchi concentrici: quello esterno rappresenta i limiti planetari, che sono nove (sei di questi li abbiamo già sforati), e che garantiscono la vita sulla terra per come la conosciamo. Il cerchio interno rappresenta i limiti sociali, il fatto che la libertà mia finisce quando incontro la tua. E prova a immaginare una dimensione economica, sociale, di narrazione dove c’è una circolarità, uno spazio equo e sicuro. Quello spazio che hai citato tu, dove può nascere un’alleanza. C’è un diluvio in corso, c’è un’arca su cui noi siamo, dove ci sono dei confini dati dall’ambiente in cui siamo, dal fatto che siamo in relazione con altri e altre, le generazioni future, ed è quello lo spazio dove provare a vivere e trovare l’alleanza.

C’è un cucciolo che salta sul letto

Domanda: Non so se voi avete l’esperienza di un cucciolo che arriva con le zampe sporche sul letto, io andrei fuori di testa… invece mi sembra che la richiesta qui sia di rimanere compassionevoli con quella vita che arriva e che ci sporca il letto di fango.

Risposta: La scelta è stata fatta soprattutto sul tema del tempo, per uscire dalla logica del sempre di più o di avere come unico criterio la propria coscienza; forse dobbiamo imparare un’altra legge che è culturalmente molto strana, che è la legge della sottrazione. Un cucciolo così agitato sottrae, toglie la pulizia del letto, toglie il tempo per risistemare le cose, fa arrabbiare. Qui la questione non è di un giudizio, di avere compassione perché è un cucciolo, il problema è la differenza tra un cucciolo e un vecchio rispetto all’atteggiamento della vita; perché il Signore dice che bisogna ritornare bambini, che non è rimanere bambini, ma ritornare bambini, Forse perché c’è un processo di sottrazione che va messo in opera.

Sottrarre o aggiungere?

Mi ha colpito il fatto che tutte le cose che diceva Stella sembravano fermarsi, non erano delle risposte a dei perché, ma alla fine l’ultima frase è quella decisiva: la questione non è il perché riferito al male, ma il come affrontarlo. Il problema è come vivere di fronte al male, mi sembra che la Bibbia non ci dica per nulla sul perché del male… Mi sembra che possiamo cominciare a ragionare sul come anche prima di aver trovato il perché rispetto al problema del male: Diceva Stella che si tratta di sottrare e non di aggiungere… può essere così, da alcuni punti di vista sì, ma ho letto negli scritti di Aldo Capitini, il filosofo e ideatore della Marcia e della Pace, il quale ha una visione filosofica interessante in cui c’è il tema dell’aggiunta: il male si supera aggiungendo il bene, e questa è un’altra prospettiva che potremo approfondire.

La fede è una scelta?

Domanda: nel brano si dice che Noè camminava nel Signore e che farà con Lui un’alleanza. In che senso la fede è una scelta ma nello stesso tempo non lo è?

Risposta: Questa è una grande questione, che, come Atrio, abbiamo discussa molto e che probabilmente lo faremo ancora. Io personalmente credo che l’insistenza sull’esperienza di fede come scelta sia un’insistenza sbagliata, eccessiva. Certo che c’è una componente di scelta, ma come in tutte le cose serie della vita, è soltanto uno dei tanti elementi. La questione della scelta è legata a una lettura morale della fede. Non si sceglie di innamorarsi, poi certo si sceglie di rimanere dentro un amore: in un momento di crisi della relazione amorosa si sceglie se combattere per farla durare oppure andarsene. Ci sono tante scelte che si fanno dentro un amore, ma un amore succede per tanti motivi, più o meno complessi, che cambiano nel tempo… l’idea della scelta è molto riduttiva. Per quanto riguarda Noè, parliamo di un testo antico, che non aveva la nostra idea di coscienza, di coscienza individuale, di scelta in senso contemporaneo. Ma una lettura moralistica fa sempre riferimento a scegliere bene, oppure male… insomma, troppo.

Quali categorie per rileggere la Bibbia oggi?

Domanda: come riconosciamo le categorie proprie del testo, e come sostituirle con quelle nuove per poterlo capire oggi?

Risposta: Nessun testo viene letto come scritto, viene letto con gli occhi di chi lo legge, dunque dentro a delle categorie, e non è che dobbiamo farlo, accade già. Bisogna cercare di farlo accadere in un modo consapevole, in modo da non storpiare il testo, da non fargli dire cose che non dice, perché chiunque legge il testo in un altro tempo lo legge con gli occhi suoi. Il criterio è cercare di non fargli dire, ad esempio, il contrario – cosa che ogni tanto è successa. Certamente con le categorie e gli occhi di oggi, perché noi siamo oggi e non siamo quel tempo lì.

Fossano, 11 ottobre 2025

Testo non rivisto dall’autore

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