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11 Aprile 2026
Stella Morra

7. Chi (e cosa) contro di noi?

Commento a: Rm 8, 22-39


Penultimo passaggio della nostra riflessione che, almeno per me, è soggettivamente uno dei testi più difficili, sicuramente il più difficile di quest’anno, ma, in generale, uno dei testi per me più difficili soggettivamente, su cui sbatto la testa da tanto tempo, ma ovviamente qualcosa ne ho ricavato, se no non ve lo proporrei. Ma è un testo che anche nella storia della riflessione della vita cristiana nei secoli ha sempre attraversato con potenza, ma anche con difficoltà, perché è un testo tratto dalla Lettera ai Romani. La Lettera ai Romani ha una lunga storia nella vicenda cristiana, è uno dei primi scritti neotestamentari contemporaneo (forse addirittura precedente!) ai Vangeli, ma anche un testo molto denso, in cui Paolo si rivolge a una comunità che non conosce, ma in cui ha in programma di andare, anche se poi i suoi programmi cambieranno, probabilmente scritto dalla comunità di Corinto, che era la comunità preferita di Paolo, cioè quella in cui si sentiva più a casa, che aveva in qualche modo tirato su lui e quindi si sentiva in sintonia, eccetera, eccetera. Questa Lettera ai Romani pare, secondo la storia, almeno l’attuale storiografia biblica, viene affidata a una diaconessa, a una donna diacono di Corinto, che la deve portare prima che Paolo arrivi di persona a Roma.

Quindi è un po’ il tentativo di Paolo di presentarsi a una comunità che non conosce facendo una specie di sintesi dell’impostazione, del suo modo di riflettere e di raccontare l’esperienza che lui ha vissuto in relazione a Gesù, e del suo passaggio radicale di vita da persecutore dei cristiani a evangelizzatore. Quindi è un testo inzeppato di tantissima roba, con tantissimi concetti, che in alcune parti è un po’ contorto; dunque, che nella storia del cristianesimo ha dato adito anche ad ampie conflittualità. È un po’ la Magna Charta delle chiese della Riforma più tradizionali, in polemica con altre chiese della Riforma. Per esempio, Zwingli e Calvino, che la interpretano in modo diverso perché in realtà, appunto, Paolo, ricostruendo un quadro di tutto, un po’ la presentazione che poi intenderebbe fare a Roma passo a passo, va a toccare proprio i nuclei fondamentali.

In particolare, quello che tutti studiamo a scuola, che c’è il dibattito sulla fede e le opere, se ci si salva per sola fede o se bisogna anche fare delle opere, che ha diviso il cattolicesimo romano dalle chiese evangeliche. Ma, diciamo, questo è un aspetto che viene richiamato dai manuali, perché è facile da spiegare, ma ci sono veramente i punti chiave di tutta la vicenda.

Per cui il colore che gli dà Paolo è un po’ una specie di… se davvero volessi provare a dire dove sta un po’ l’essenza del cristianesimo nella sua dimensione più riflettuta, non nella narrazione della storia di Gesù, ma nella sua dimensione di idee, di teologia: ok, sarebbe la lettera ai Romani. A proposito di questo, per chi vuole divertirsi, c’è il famosissimo commento all’Epistola ai Romani di Karl Barth (che è un evangelico dell’inizio novecento) che è un capolavoro assoluto, un tomazzo così – un po’ pizzoso – però è un classico della teologia moderna contemporanea. Invece, sempre di Barth, vi rimando a “Storie della teologia protestante del XVIII-XIX secolo”, che sono due volumi abbastanza piccoli invece, nel secondo volume si spiega molto bene (Karl Barth, che non è da confondere con Bart Simpson, perché Brunetto Salvarani ha scritto un libro che si intitola “Da Barth a Bart”, che è da Karl Barth a Bart Simpson, ma va bene). Allora, questi due volumi, Storie della teologia protestante del XVIII-XIX secolo, nel secondo volume si spiega molto bene il ruolo che la lettera ai Romani ha avuto, anche nelle pratiche, oltre che nei pensieri, di forme diverse di cristianesimo, per cui noi oggi, anche se non siamo particolarmente colti, se entriamo in una chiesa cattolica e comincia una Messa, più o meno diciamo: “ah sì, questa è una Messa”, poi può essere sembrata meglio o peggio, ma la riconosciamo; grosso modo, se entriamo in una chiesa protestante non ci sono i confessionali, e inizia il servizio, ma anche proprio il modo in cui è costruito, le cose importanti o meno, sono tutte diverse, e uno dice: “no, questa non è una Messa, è un’altra cosa”.

Quindi, ecco, queste forme qui, molto concrete – si spiega in quel volume – nascono dalla lettura diversa della lettera ai Romani, quindi, diciamo, Barth le attribuiva un ruolo fondamentale, proprio nella conformazione della fede. Tutto questo per dire che è un testo con cui io, come tanti teologi, mi misuro da un sacco di tempo, mi sembra sempre che sia la prima volta che la leggo, per cui metà delle volte dico: “di che cosa stiamo parlando? dove si mette questo pezzo? cosa significa?” e così via. Però, volevo un po’ proporvi qui, in particolare, la seconda parte del capitolo 8, sperando di riuscire a essere un po’ più chiara per voi, rispetto a me stessa, che in genere mi confondo di più; invece, come sanno tutti gli insegnanti, quando uno spiega, certe volte capisce persino lui.

Allora, l’ottavo capitolo è una delle tre grandi chiavi di volta della lettera ai Romani, perché comincia a introdurre la questione, diciamo, dello Spirito, perché la questione fondamentale della lettera ai Romani è il ruolo dello Spirito e il rapporto tra legge e libertà, perché, cosa che sottovalutiamo sempre, Paolo scrive a Romani che probabilmente è una comunità di giudei, di cristiani provenienti dal giudaismo e di cristiani provenienti dal paganesimo, quindi è una comunità mista. Ma, soprattutto, Paolo scrive, avendo ancora calda l’esperienza della necessità di distinguersi dall’ebraismo e di spiegare all’esterno qual è la continuità, ma anche qual è la differenza rispetto all’ebraismo. Perché per molti era: “ah, vabbè, ma voi venite dalla Palestina, quindi siete ebrei” “no, siamo cristiani” “ah, e cioè, qual è la differenza?” Questa domanda qui c’era, è evidente. Però questa domanda non è semplicemente rispetto all’esterno, per Paolo è anche una domanda fondamentale rispetto all’interno, cioè Paolo è il primo che si pone criticamente il problema del ruolo della legge e del ruolo dell’ebraismo, e lo fa esattamente nella lettera ai Romani. Ovviamente questo tema viene affrontato molto di più nella lettera agli Ebrei, ovvio, ma nella lettera agli Ebrei è affrontato in un modo molto polemico-agiografico, cioè è il dibattito interno, sono i due che litigano: Pietro (o chi per lui) ha scritto la lettera agli Ebrei e quelli che rimangono ebrei non vogliono diventare cristiani; e c’è la polemica.

Paolo scrive ad un terzo, ed è costretto a fare un’autocoscienza di sé e degli altri, ma innanzitutto di sé perché scrive a un terzo, non sta polemizzando con gli ebrei, sta scrivendo a un gruppo misto. E quindi deve e vuole spiegare il ruolo della legge e della libertà nello Spirito senza azzerare la legge (neppure uno iota della legge sarà cancellato) ma, contemporaneamente, spiegando perché non basta, che cos’altro è il cristianesimo. Quindi come vedete una questione non da poco.

Cosa c’entra con il nostro tema che era la riflessione sul male? Dal mio punto di vista almeno c’entra tanto, nel senso che la grande questione – vi ricordate? siamo partiti dal racconto del diluvio dove era chiaro che la questione era di ordine morale: gli uomini fanno casino e il male arriva come punizione del casino. E in fondo è ancora la versione che vendiamo a catechismo ai bambini: che cos’è il peccato originale? Che l’uomo ha disobbedito a Dio e dunque da lì viene la morte, la fatica, la sofferenza, perché se gli uomini erano più bravi e non facevano casino il mondo avrebbe funzionato. Allora, quello che Paolo cerca di spiegare ai Romani – come sapete già l’idea del diluvio non è che si era mantenuta, così intonsa, anzi, era già evoluta però (e abbiamo letto anche il testo di Giovanni) era evoluta fino a portare alla domanda dei discepoli che dicono a Gesù: “perché costui è cieco dalla nascita? chi ha peccato, lui o i suoi genitori?” Che dimostra che ancora rimangono in quel registro. Allora da un certo punto di vista Paolo prova veramente a spezzare il registro moralistico rispetto al male, per spezzarlo deve dire un’altra cosa e quindi questo è quello che un po’ cerchiamo in questo brano.  Non so se mi sono spiegata, spero di sì.

 

La lectio di oggi

Il testo che vorrei commentare è dal versetto 22, ma devo per forza richiamare alcuni versetti precedenti, della prima parte del capitolo, perché in quella prima parte, Paolo mette a posto l’orizzonte di questo ragionamento, cioè mette i punti di riferimento. Allora vi richiamo solo i punti di riferimento e poi invece entriamo più nel testo.

La prima questione è proprio diretta. Paolo ci andava, come sapete, molto piano, sempre era molto educato e poco aggressivo e quindi dice: “1Ora, non c’è nessuna condanna per quelli che sono in Cristo Gesù. Perché la legge dello Spirito, che dà vita in Cristo Gesù, ci ha liberato dalla legge del peccato e della morte”.

Questo è il primo punto di riferimento, il punto di partenza è: non c’è nessuna condanna. Guardate che prendere sul serio questo versetto è una faccenda bella tosta, perché anche noi come discepoli siamo ancora dentro una logica retributiva di tipo moralistico. E spesso la nostra domanda di fronte al male è: “perché è successo? perché è proprio a me? perché è proprio a lui? in fondo non ho fatto niente di male…”. Va bene, ma non basta, cioè non c’entra un tubo “non ho fatto niente di male” o “lui non ha fatto niente di male” perché questo né giustifichi né causi quello che accade, perché “non c’è nessuna condanna”.

Ed è un assoluto qui Paolo mette un punto di riferimento che poi riprenderà: la legge dello Spirito, la legge del peccato; perché la legge dello Spirito dà vita e ci ha liberato dalla legge del peccato e della morte. La connessione non è condanna, peccato, colpa, prezzo da pagare, ma vita-morte, con le ambiguità di questi due termini, cioè col fatto che la vita non è solo un’esperienza bella, positiva, rilassante, anzi spesso abbastanza faticosa e pesante, però è vita. Ed è diversa dalla morte che forse è un riposo eterno, ma, detto questo, è qualcosa totalmente di un’altra materia, di un’altra realtà. Ed è abbastanza interessante perché nei versetti successivi quello che lui cerca di spiegare è che la legge, nel senso della Torah, la legge ebraica – se volete noi diremmo: i dieci comandamenti, che è un po’ troppo poco, ma insomma quello che noi identifichiamo con i dieci comandamenti – è impotente rispetto al male e alla morte.

Devo dire che su questo ho rifletto tantissimo in questi giorni. Credo che tutti siamo stati stra-colpiti dai pronunciamenti di tutte le parti sulle questioni della guerra, e dal ruolo di Dio, i pastori che pregavano con Trump, cose che uno pensava non avremmo più visto. Cioè proprio dei deliri totali, pagliacciate, ma ahimè, gravi, agghiaccianti, esattamente, molto gravi. Ecco, qui si dice: la legge è impotente; cioè la legge rimane legge del peccato, ciò che stabilisce cosa è peccato e cosa non lo è, è qualcosa che non riesce a uscire da quel meccanismo.

E quindi sì, ti dice una cosa giusta, ti dice questo è un peccato, meglio non farlo, ok? Dopo che l’ha detto però non succede niente. E, pochi versi dopo, dice: “quelli invece che invece vivono secondo lo Spirito, tendono verso ciò che è spirituale”, dove però ciò che è spirituale non è ciò che è etereo, ciò che non ha peso, non ha materia, ciò che è dell’anima, eccetera. Ciò che è spirituale è ciò che è secondo lo Spirito.

La vita è una vita spirituale, che non vuol dire una vita angelica, perché non siamo angeli. La vita spirituale vuol dire una vita secondo lo Spirito. E dunque la domanda su cui rifletteremo subito dopo è: “cioè? che cos’è che è secondo lo Spirito?“ Lo Spirito di Dio abita in voi, se qualcuno non ha lo Spirito di Cristo non gli appartiene.

Una vita secondo lo Spirito è una vita consegnata, che appartiene a Dio. E anche qui, per favore, “appartiene” non è un dato teorico, del cuore, delle consacrazioni spirituali. Pensate alla cosa più concreta che vi viene in mente di pensare nelle nostre vite concrete. Ad esempio, un genitore nel momento in cui nascono i suoi figli si rende conto – in genere se ne rende conto in quel momento lì, non tanto prima – che la sua vita non gli appartiene più.

Ma non gli appartiene più perché semplicemente, per esempio, per un bel po’ di anni non riuscirà più a lavarsi i denti in pace al bagno senza uno che, come minimo, strilla alla porta perché vuole entrare. Cioè, non stiamo parlando di questioni eteree, stiamo parlando di questioni molto concrete. Quando la nostra vita appartiene a un altro o ad altri, appartiene ad altri, no? E uno, sì, mantiene la sua libertà, la possibilità di movimento, ma anche non del tutto, no? Ecco, “lo Spirito di Dio abita in voi” e dunque cosa farà lo Spirito di Dio che ha risuscitato Cristo dai morti? “Darà la vita anche ai vostri corpi mortali per mezzo del suo Spirito che abita in voi”.

Il risultato è più vita, più vita! Appartenere a Cristo per avere più vita. E anche qui vita, vita: cioè non soltanto in durata, ma in qualità, in relazioni, in ricchezza interiore e così via.

E infatti dice, sempre nella prima parte: “16E voi non avete ricevuto uno spirito di schiavi per ricadere nella paura, ma avete ricevuto lo Spirito che rende figli adottivi, per mezzo del quale gridiamo: ‹‹Abba! Padre!››”. Vita secondo lo Spirito, quale Spirito? Non quello degli schiavi ma quello dei figli. E conclude questa parte, diciamo, iniziale al versetto 18: “Ritengo infatti che le sofferenze del tempo presente non siano paragonabili alla gloria futura che sarà rivelata in noi”.

Questo passo di premessa, per capirci, al capitolo 8, si conclude su un asse temporale, che è una questione che Eli ebrei capivano: prima o dopo. Allora, le sofferenze del tempo presente non sono paragonabili alla gloria futura. Questa roba qui ci è talmente entrata nella testa che riusciamo a pensare la salvezza, l’escatologia, solo sull’asse temporale.

Quindi la vita di qua, la vita di là; adesso, dal concilio Vaticano II, tutti dicono: “no, non si separa così, la vita di qua, la vita di là”. Però in realtà il refrain automatico è ancora sempre quello, è l’asse temporale, si è un po’ mescolato, un po’ meno diviso seccamente, con qualcosa che si anticipa, ma anche no. Ma di per sé la successione è temporale.

Il testo: Rm 8,22-39

8 22Sappiamo, infatti, che tutta insieme la creazione geme e soffre le doglie del parto fino ad oggi. 23Non solo, ma anche noi, che possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente aspettando l’adozione a figli, la redenzione del nostro corpo. 24Nella speranza infatti siamo stati salvati. Ora, ciò che si spera, se è visto, non è più oggetto di speranza; infatti, ciò che uno già vede, come potrebbe sperarlo? 25Ma, se speriamo quello che non vediamo, lo attendiamo con perseveranza.

26Allo stesso modo anche lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza; non sappiamo infatti come pregare in modo conveniente, ma lo Spirito stesso intercede con gemiti inesprimibili; 27e colui che scruta i cuori sa che cosa desidera lo Spirito, perché egli intercede per i santi secondo i disegni di Dio.

28Del resto, noi sappiamo che tutto concorre al bene, per quelli che amano Dio, per coloro che sono stati chiamati secondo il suo disegno. 29Poiché quelli che egli da sempre ha conosciuto, li ha anche predestinati a essere conformi all’immagine del Figlio suo, perché egli sia il primogenito tra molti fratelli; 30quelli poi che ha predestinato, li ha anche chiamati; quelli che ha chiamato, li ha anche giustificati; quelli che ha giustificato, li ha anche glorificati.

31Che diremo dunque di queste cose? Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi? 32Egli, che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha consegnato per tutti noi, non ci donerà forse ogni cosa insieme a lui? 33Chi muoverà accuse contro coloro che Dio ha scelto? Dio è colui che giustifica! 34Chi condannerà? Cristo Gesù è morto, anzi è risorto, sta alla destra di Dio e intercede per noi!

35Chi ci separerà dall’amore di Cristo? Forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada? 36Come sta scritto: Per causa tua siamo messi a morte tutto il giorno, siamo considerati come pecore da macello. 37Ma in tutte queste cose noi siamo più che vincitori grazie a colui che ci ha amati. 38Io sono infatti persuaso che né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire, né potenze, 39né altezza né profondità, né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio, che è in Cristo Gesù, nostro Signore”.

 

Commento:

Ecco, qui ci inseriamo. Il versetto 22 dice:

22Sappiamo, infatti, che tutta insieme la creazione geme e soffre le doglie del parto fino ad oggi.

Concludeva dicendo: anche la stessa creazione sta su questo piano. La stessa creazione vuol dire mettere fuori gioco tutto il ragionamento nostro sulla libertà, quello che sarebbe la libertà del peccato originale per cui dato che noi abbiamo sbagliato è entrato il male nel mondo, eccetera, eccetera. Se anche la creazione – vuol dire che non ha libertà la creazione, perché non è un soggetto umano, segue le leggi della natura – se anche la creazione geme e soffre, la stessa creazione aspetta di essere liberata dalla schiavitù della corruzione per entrare nella libertà della gloria di Dio. Se anche la creazione aspetta, vuol dire che il discorso sulla libertà mal giocata è fuori gioco. E il versetto 22 dice: “Sappiamo, infatti, che tutta insieme la creazione geme e soffre le doglie del parto fino ad oggi e già comincia a spezzare un po’ l’asse temporale.

Perché usa una metafora non qualsiasi, l’asse temporale assoluto ora/dopo, diventa il parto. Che è vero che c’è un’ora e un dopo, perché in mezzo c’è il parto, e non è la stessa cosa prima e dopo. Ma è vero che sono un po’ meno separati i prima e il dopo, se non altro dal punto di vista medico; abbiamo tutti imparato che una cura della gestazione è fondamentale perché il neonato possa essere sano, nascere bene, non creare complicazioni né a sé né alla madre, il più possibile ecc.

Allora la creazione, che non ha la libertà, geme le doglie del parto: qui bisogna partorire l’aldilà o se volete, con il linguaggio più di Vaticano II, bisogna partorire il regno di Dio, che vuol dire farlo crescere nascosto nella pancia dove forse non si vede – infatti, in questi tempi in modo particolare si vede proprio poco – però farlo crescere nella pancia sano, forte e fino al momento della sua maturazione, perché attraverso le doglie del parto possa nascere il Regno. “Sappiamo, infatti, che tutta insieme la creazione geme e soffre le doglie del parto fino ad oggi, e queste sofferenze sono la condizione di possibilità, cioè non si potrebbe partorire senza dolore, grande sogno di tutta l’umanità e di tutte le religioni. Forse sì, forse no, la medicina oggi ci aiuta in queste cose, ma la questione è che non sono le condizioni di possibilità, sono le condizioni di realtà.

Il passaggio da dentro a fuori, prima che da adesso a dopo, da dentro nascosto come il seme sottoterra a fuori, visibile come la piantina che sbuca dal seme, è sempre un passaggio traumatico. Vale anche il viceversa? Ogni dolore è un parto? Cioè, ogni volta che noi sperimentiamo una sofferenza e non ce ne diamo ragione, dovremmo chiederci che cosa stiamo partorendo? Vi dico la sincera verità rispetto alle cose che vi dicevo prima. Mi sono molto spaccata la testa su questi testi, perché, per esempio, alcune domande come questa mi restano… non lo so, il testo non mi dice ancora qual è la risposta a questa domanda. Mi rimane la domanda. Davvero potremmo usare il nostro dolore come il segnale, il campanello d’allarme che ci rende consci di qual è il parto che si sta compiendo? Onestamente non lo so. Però mi sembra una buona domanda.

23Non solo, ma anche noi, che possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente aspettando l’adozione a figli, la redenzione del nostro corpo.

Metafora del parto che dice non tanto adesso e dopo, ma dice dentro e fuori, invisibile e visibile, esperienza puramente soggettiva, che solo io so cos’è, perché è dentro di me che avviene, è esperienza condivisibile perché, partorita, diventa patrimonio comune. Questo è il primo cambiamento.

Il secondo: non solo, dice noi possediamo le primizie dello Spirito”, cioè questa cosa qua non ce la siamo inventata, ne abbiamo già fatto l’esperienza, ma nonostante questo gemiamo interiormente aspettando l’adozione a figli”. Noi possiamo credere questo perché ne abbiamo già fatto l’esperienza, ma nonostante questo continuiamo ad attraversare doglie di parto perché aspettiamo l’adozione a figli.

Nella speranza, infatti, siamo stati salvati – E qui fa tutto un piccolo ragionamento –  Ora ciò che si spera, se è visto, non è più oggetto di speranza; infatti, ciò che uno già vede come potrebbe sperarlo? 25Ma se speriamo quello che non vediamo, lo attendiamo con perseveranza

E qui c’è l’altra parola chiave che fa fare un passo avanti al ragionamento di Paolo. E dice: ok, questa cosa delle doglie del parto, dall’interno all’esterno, va bene… possediamo una cosa di più: abbiamo già fatto questa esperienza, per questo possiamo in qualche modo continuare a sperarla. Ma sperare è un’attività molto ambigua, perché sperare non vuol dire avere la certezza, perché sennò non si chiama sperare. Sperare vuol dire che tutte le volte siamo costretti a pensare: speriamo che anche questa volta vada bene. Non abbiamo mai garanzia, perché sennò non è speranza.

Ma se speriamo quello che non vediamo lo attendiamo con perseveranza”. L’altra faccia della moneta della speranza è la perseveranza, che è una roba che ci dà molto fastidio perché è la durata, e se c’è qualcosa che ci infastidisce è la durata. E qui ancora più bello, qui bello proprio, bello nel senso che apre il cuore.

26Allo stesso modo, dunque, anche lo Spirito viene in aiuto della nostra debolezza”.

Dice: guardate, abbiamo queste primizie dello Spirito, lo abbiamo già sperimentato, apparteniamo a Cristo nello Spirito, ma non è che lo Spirito sta lì sfaccendato, anche lo Spirito viene in aiuto della nostra debolezza.

non sappiamo infatti come pregare in modo conveniente, ma lo Spirito stesso intercede con gemiti inesprimibili; 27e colui che scruta i cuori sa che cosa desidera lo Spirito, perché egli intercede per i santi secondo i disegni di Dio”.

Qui, secondo me, è bellissimo, perché Paolo appunto si sforza di far vedere come c’è una congiura e infatti il versetto successivo dice: “Del resto, noi sappiamo che tutto concorre al bene per quelli che amano Dio”. È proprio il disegno di una congiura, lo Spirito Dio, la nostra perseveranza è il nostro desiderio, che diventa desiderio dello Spirito, e i nostri gemiti che diventano gemiti dello Spirito. Tutto viene raccolto, in questo complotto nulla va perduto, che dal mio punto di vista però – qui veramente ognuno ha ragioni per se stesso – è molto di più e molto meglio che “tutto è perdonato”, o “non c’è più condanna”, ma niente va perduto, tutto è raccolto.

Ora, si sa che io soffro di nevrosi abbandonica da sempre; come dice Manuela, ho il complesso del Labrador che deve tenere le zampe sui piedi di tutti per essere sicuro che siano tutti lì e che nessuno vada via; quindi, è chiaro che per me “nulla va perduto, tutto viene raccolto”, è una bella botta di rassicurazione. Forse per altri, più animati da una nevrosi di colpa, dire “tutto è perdonato” gli va meglio, non lo so; però mi sembra così bello che il problema del cristianesimo non è condannare o perdonare, dividere il mondo in buoni e cattivi, avere una serie di linee diritte che stabiliscono ordinatamente chi sta da una parte e chi dall’altra, ma avere queste grandi ceste dove i frammenti, gli avanzi, i pezzi, le briciole, tutto possa essere raccolto perché nulla vada perduto, perché può sempre servire, perché ci saranno altre fami da nutrire, perché non tutto è nobile, ma tutto ha la dignità di essere raccolto, anche il nostro più piccolo dolore.

28Del resto, noi sappiamo che tutto concorre al bene, per quelli che amano Dio, per coloro che sono stati chiamati secondo il suo disegno.

Infatti, appunto il versetto successivo mette in gioco la questione di questa congiura. Ora, di questo versetto qua si è fatto abbondantemente scempio, cioè si è spesso utilizzato per dire: ah, ma alla fine da tutto si impara qualcosa; ah, ma anche l’esperienza più negativa ti aiuta a crescere… sì, no, vabbè, a volte sì, a volte no, cioè questa roba qui è un po’ carte dei bigliettini dei Baci Perugina, cioè non è molto rilevante.

Ma è vero invece il senso profondo di questa frase, tutto concorre al bene. Il che però significa che tu desideri un bene per te, perché tutto possa concorrervi, che tu ad esempio non sei in una postura autodistruttiva e che tu abbia spazio abbastanza per ricevere il tutto che può concorrere al tuo bene.

29Poiché quelli che egli da sempre ha conosciuto, li ha anche predestinati a essere conformi all’immagine del Figlio suo, perché egli sia il primogenito tra molti fratelli; 30quelli poi che ha predestinato, li ha anche chiamati; quelli che ha chiamato, li ha anche giustificati; quelli che ha giustificato, li ha anche glorificati. 31Che diremo dunque di queste cose? Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi? 32Egli, che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha consegnato per tutti noi, non ci donerà forse ogni cosa insieme a lui?

Questi versetti, che se cercate anche solo su internet (non dico su commentari super raffinati, ma anche solo su internet) commenti a questi versetti, e li cercate su siti diversi, cattolici, riformati, calvinisti, eccetera, oppure i nuovi evangelicali, trovate degli esegeti che fanno dire a questi versetti le cose più opposte, perché qui c’è proprio uno dei nuclei più problematici.

Dice così: “Poiché quelli che egli da sempre ha conosciuto li ha anche predestinati ad essere conformi all’immagine del figlio suo, perché egli sia il primogenito tra molti fratelli. Quelli poi che ha predestinato li ha anche chiamati, quelli che ha chiamato li ha anche giustificati, quelli che ha giustificato li ha anche glorificati”. E qui ci si è massacrati: teorie della predestinazione, teorie della giustificazione… La cosa interessante è che il punto di partenza di questa catena – quelli che… quelli che… – è: chi sono quelli che predestina (poi, poiché li predestina li chiama, poiché li chiama li giustifica, poiché li giustifica li glorifica)? Quelli che ha conosciuto, cioè tutti.

Nel senso che anche i salmi dicono: tu mi scruti e mi conosci, siamo fatti immagini di Dio… Quelli che lui ha conosciuto, non che noi, che lo hanno riconosciuto. E qui c’è un problemino, perché spessissimo viene letto come quelli che lo hanno riconosciuto. No, quelli che lui ha conosciuto. Vi risparmio le polemiche linguistiche su tutta la faccenda, ma la logica è: predestinati a cosa? Ad essere conformi all’immagine del figlio suo, cioè a essere alter Christus che vanno in giro per il mondo, a essere come lui, a questo li hapredestinati, perché sia il primogenito di molti fratelli, perché lui diventi solo il capofila, uno dei tanti. E poi, appunto, predestinati – chiamati, chiamati – giustificati, giustificati – glorificati. E dunque poi, i versetti che amo di più di questo testo: “Che diremo dunque di queste cose?” Ok, arrivati fino a qua, va bene, vi ho portati fin dove volevo portarvi per spiegarvi tutto il quadro.

Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi? 32Egli, che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha consegnato per tutti noi, non ci donerà forse ogni cosa insieme a lui?

32Egli, che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha consegnato per tutti noi, non ci donerà forse ogni cosa insieme a lui? 33Chi muoverà accuse contro coloro che Dio ha scelto? Dio è colui che giustifica! 34Chi condannerà? Cristo Gesù è morto, anzi è risorto, sta alla destra di Dio e intercede per noi!

35Chi ci separerà dall’amore di Cristo? Forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada? 36Come sta scritto: Per causa tua siamo messi a morte tutto il giorno, siamo considerati come pecore da macello. 37Ma in tutte queste cose noi siamo più che vincitori grazie a colui che ci ha amati. 38Io sono infatti persuaso che né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire, né potenze, 39né altezza né profondità, né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio, che è in Cristo Gesù, nostro Signore”.

Dunque, cosa resta da dire? Resta da dire? Allora, questa conclusione potrebbe averla detta a Papa Francesco, non so come dire. Se l’ascoltate, non come un testo sentito mille volte della Bibbia, ma come un discorso comune, è incredibile, no? Perché poi lo fa tutto il suo quadro. Dove sta la differenza del cristianesimo? Ok, parte dallo spiegare dove sta la differenza rispetto alla legge, ma alla fine arriva a questo punto: “Che diremo dunque di queste cose? Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi?” E cioè: il lavoro che si doveva fare è già stato fatto. Le cose serie sono già accadute. Ciò che accade giorno per giorno ci può dare dolore, molto, angoscia, l’ambiguità della vita, c’è fatica, sì, ma non può interrompere la logica della risurrezione. Non è possibile. Nessuno può separarci dall’amore di Dio, che da vita. Siamo più che vincitori.

In tutte queste cose siamo più che vincitori”. Certo, gran peso ce l’ha il desiderio, cioè qual era il modo che avevamo immaginato come vittoria. Io sarei arrivata fino a qua, ma prima di chiudere volevo, mi sono tenuta qualche minuto, perché volevo, a proposito di questo, leggere con voi una paginetta.

Dico il mio credit, come si dice adesso, a Manuela che ha scoperto il libro e siccome le sta piacendo molto ogni tanto mi legge dei brani d’alta voce quindi me li ha fatti scoprire a mia volta. Manderò a Enrico il testo in modo che lo possa mettere sul sito, che tutti ce lo abbiamo, diciamo. Un libro uscito recentemente di Jürgen Werbick che si chiama: “Il cristianesimo può scomparire? Credere in un tempo di esaurimento ecclesiale”.

Lo trovo un bel titolo. Avrei aggiunto anche la parola esaurimento nervoso ecclesiale, ma va bene. È nostro sicuramente. È un libro non grande, piccolino – Giornale di Teologia, quindi piccolo di formato, non tanto spesso – ma è molto denso. Non c’è una parola difficile, ma i concetti sono tutti difficili. È scritto con parole facili, ma in cui devi leggere una paginetta e poi dire: “ok, per oggi, basta la paginetta, adesso ci penso, domani leggo la seconda paginetta”, perché è veramente intensissimo; molto bravo questo autore, mi piace molto.

E mi sembra la conclusione giusta alla difficoltà, ma anche alla ricchezza della lettera ai Romani. Dice così: “Vivere in modo tale da corrispondere al convivere con colui che si è rivolto a noi con assoluta volontà di bene, che ci ripaga per scoprire nella certezza di fede, pur sempre contingente e fragile, che questo convivere ci è effettivamente donato. Ciò è molto più di un essere obbligati a rispettare di tipo morale. È un modo di vivere, un senso della vita nel quale la vita che ci è donata è sentita come sua promessa e la si può approvare e poi ci impegna a fare in modo che questa promessa possa avverarsi. Un senso della vita che ci fa essere a casa nostra nella vita in modo diverso, poiché lui ci ha chiamati alla vita e la vive con noi. Un senso della vita che si nutre della celebrazione in comunione di questo poter convivere con il nostro Dio, del trovare le occasioni per assicurarci di noi stessi, di testimoniare l’un l’altro quello che esso significa per noi e di cercare, – questa frase personalmente mi sembra la descrizione dell’Atrio, ma va bene – e di cercare anche di sopportare insieme che in questo momento non ci sia accessibile.

La Chiesa esiste per questo, perché il senso di vita della fede si renda conto di sé stesso e non si inaridisca, non si esaurisca nelle cose che ogni giorno ci esauriscono. C’è bisogno dell’esperienza, formata nella comunità, di colui che sopraggiunge, di colui che viene nel nostro mondo che lo relativizza beneficandolo, la celebrazione del poter essere presso Dio nello spazio liturgico che lascia aperto il cielo perché egli possa farci visita benedicendo, e tutto cambi. Lo spazio dell’interpretazione in cui nella convivenza quotidiana ci possa capitare di cogliere e osare gli inizi della Signoria di Dio.

C’è bisogno dello spazio per farsi coraggio a vicenda, per lasciarsi toccare nel prossimo, dal nostro fratello Gesù e lasciarci portare oltre la quotidiana dinamica del voler restare soddisfatti. C’è bisogno di spazi per il Regno di Dio in cui noi crediamo alla buona volontà di Dio, in cui possiamo almeno averne un’idea in cui egli ci viene incontro e ci redime. Ma se con i suoi scandali e la sua mediocrità la Chiesa può dimenticare Dio, se essa stessa è esaurita, se si esaurisce nelle pretese di potere, nell’autoaffermazione e nella resistenza a sue pretese ingiustificate su Dio, e se si esaurisce la fiducia nel fatto che in essa si apre lo spazio della fiducia in Colui che sopraggiunge e ci redime, poiché pure le Chiese rientrano in modo tanto disastroso nelle storie di abusi di questo mondo”.

Trovo che è una pagina di una bellezza, una pagina incredibile che bisogna probabilmente rileggere con calma non solo ascoltarla. Trovo che cercare di sopportare insieme che in questo momento non ci sia accessibile e che la Chiesa deve fare questo se riuscissimo a spiegarlo non proprio a tutti ma a metà dei nostri parroci sarebbe una grande idea, proprio una grande idea e questo bisogno di spazi per il Regno di Dio che sono lo spazio liturgico, lo spazio dell’interpretazione e lo spazio per farsi coraggio a vicenda che altro? Che di più? Ecco, allora io mi fermerei qua. Naturalmente dovete cercare tutti di leggere questo libro di Werbick con le fatiche del caso ma è bellissimo.

Fossano, 11 aprile 2026

Testo non rivisto dall’autore

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