Stella Morra
3. Punti di vista
Vorrei condividere con voi il terzo passo del nostro percorso. Sono settimane, mesi, sotto alcuni aspetti anni, molto faticosi per il mondo, basta aprire un giornale per avere una stretta al cuore. Ma è anche un tempo complesso per molti di noi, per le nostre vite quotidiane, perché ognuno per i motivi più diversi nella propria esperienza sta attraversando un periodo faticoso e questa riflessione intorno al male che si ripresenta, diventa attinente per tutti. Quando ho preparato questa riflessione, però, volevo che avesse un collegamento con il Natale, perché in fondo tra pochissimi giorni sarà Natale e siamo nel pieno della novena; c’è questa atmosfera un po’ fasulla di “Siamo tutti buoni”, “Tutto è luce”, cosa che non è vera.
Ma è vero, comunque, che il Natale c’è, che ancora una volta Dio prende l’aspetto e si fa riconoscere come un bambino, fragile, ma anche determinante. In questa oscillazione, mi sembra che non possiamo far finta che il male non ci sia, che basta che sia Natale e che facciamo tutti un bel pranzo, apparentemente tutti contenti, perché tutto sia risolto. D’altra parte, mi sembra che sia importante che raccogliamo i piccoli regali di Natale che ci arrivano, ad esempio questo messaggio di Suor Daniela, ma anche affetti e altre cose belle che possiamo raccogliere nelle nostre vite in questo tempo.
Ho scelto dunque di tenere insieme questi due aspetti, scegliendo un brano del libro di Giona, cioè utilizzando un tono più che un tema, un tono un po’ da favola come quello del libro di Giona, un tono semplice, non troppo intellettuale, una narrazione da favola appunto, da mito, chiamatelo come volete. Alla fine, riprenderò questa questione, ma volevo anticiparla.
Siamo partiti con la prima riflessione su quello che succede immediatamente prima del diluvio, che è l’impostazione un po’ classica della questione del male. Non si capisce bene perché però si parli dei giganti, delle figlie degli uomini, delle figlie degli dèi, è tutto un po’ intricato, come spesso succede col male. Compiuti i dodici anni dire: “È colpa sua”, “È colpa mia” è complicato, perché è sempre un po’ colpa sua e un po’ mia, la vita è complessa. È tutto complicato, però c’è qualcuno che fa qualcosa di male e Dio si arrabbia, chiama Noè e gli dice: “Tu continuerai la specie con gli altri.”
A questo punto sarebbe possibile una lettura moralistica del male, legata a un tema morale in cui è chiaro che noi sbagliamo e Dio è buono ed è giudice, che Dio ha ragione, sta dalla parte della giustizia e quindi può decidere, può salvare Noè e i suoi figli, una coppia di animali per tipo, invece fare perire tutti gli altri. Ma poi siamo entrati nel secondo brano, quello affrontato il mese scorso, tratto dall’Esodo, riguardante l’oppressione degli Ebrei che devono produrre lo stesso numero di mattoni senza avere la paglia, ricordate? E che si conclude con quella domanda inquietante in cui Mosè e Aronne vanno dal Signore e gli dicono: “Ma perché stai maltrattando il tuo popolo? Perché ci hai detto di sperare in te e contare su di te? L’unico risultato che noi vediamo, nello spazio di una generazione – quarant’anni nella scrittura vuol dire una generazione, quella era più o meno in quel tempo la vita media – è che stiamo peggio di prima, prima eravamo solo schiavi, ma almeno ci davano la paglia, cioè era faticosamente fattibile il lavoro che dovevamo fare, adesso è anche infattibile, quindi quale guadagno abbiamo raggiunto?”
E, cioè, quello che viene messo in gioco in quel testo è che noi sbagliamo, ma certo anche Dio si sbaglia abbastanza o perlomeno non risponde. A questo punto si innesca tutto quello che non è semplicemente l’interpretazione morale del testo, ma è l’interpretazione moralistica, cioè morale deformata, per cui si cominciano a cercare tutte le giustificazioni: “No, ma Dio non si sbaglia”, “Siamo noi che non capiamo” e: “Vedrete se andate avanti nel libro dell’Esodo, poi vengono liberati”. In realtà una generazione sta in schiavitù, una nel deserto e quelli che stanno nel deserto per quaranta anni non entrano nella terra promessa perché si sono permessi di dire che si erano stancati del deserto. Dunque, bisogna forzare un po’ le cose per dire: ma se tu guardi la conclusione, alla fine hanno avuto il loro regno.
Questo è vero, ma dal punto di vista di Dio, non dal punto di vista nostro! Quindi questo tipo di lettura, una logica filosofica, una spiegazione del male, dei ragionamenti razionali, non funziona.
La lectio di oggi
Quindi il terzo passo che vi propongo oggi è proprio questo, il passo di riflettere sulla questione del male fuori dal moralismo, che è difficilissimo, perché negli ultimi duecento anni, almeno in occidente, male e colpa sono inscindibili e per noi è praticamente impossibile pensare il tema del male, del dolore, dell’ingiustizia fuori da una struttura morale.
Io personalmente, ma qui dico una mia opinione personale, quindi come tale vale, io sono profondamente convinta che questo è uno dei due o tre problemi chiave della trasmissione dell’esperienza credente oggi. Non riusciamo più a trasmettere l’esperienza cristiana come significativa, forte, perché non riusciamo a trasmetterla fuori da una logica moralista, è troppo deformata da questa questione, fino nel profondo.
Allora il tentativo di cambiare un po’ logica lo faccio appunto avendo scelto i due capitoli finali, ma il testo è costituito da quattro capitoli in tutto; quindi, se uno vuole in dieci minuti si può leggere tutto il libro. Anche per gli Ebrei questo libro era molto inquietante nella logica dei profeti, era considerato strano perché appunto è come un “Cappuccetto Rosso”, una “Cenerentola”, cioè ha un genere narrativo molto particolare. Una delle cose fondamentali da tenere presente è che su questo libro ci sono poche certezze storiche, ma una delle poche certezze è la sua datazione, è un libro post-esilico, cioè scritto nel V, IV secolo avanti Cristo, al ritorno dall’esilio in Babilonia, per chiamarlo come lo chiamiamo noi.
Questo vuol dire che questo è un libro scritto per consolare dei poveracci feriti e abbastanza senza futuro, che tornavano non vittoriosi, come succedeva nei racconti antichi dell’Esodo, in cui tornavano suonando le trombe: Gerico cadeva, loro conquistavano la città. Qui invece tornano dopo il libro di Tobia, cioè dopo l’esperienza di essersi misurati con qualcosa di completamente estraneo a loro e alla loro fede, di essere scesi a molti compromessi rispetto alla legge perché non c’era più il Tempio, non c’era più la purezza rituale che era tutto, e tornati non vivranno più tempi di gloria, come nell’Esodo.
Dopo l’Esodo gli Ebrei avevano avuto il regno, tutto sommato almeno per un periodo se l’erano cavata benino; invece, tornano e la loro terra è in mano a stranieri, arrivano abbastanza velocemente i Romani, ci sono gli Egiziani che scorribandano, i Babilonesi li hanno lasciati partire, ma continuano a spadroneggiare, sono loro che detengono il potere politico; dunque, gli Ebrei non sono più un popolo libero. Quindi è un testo post-esilico che viene scritto per mostrare la strada tra, appunto, il moralismo di Giona e l’esperienza del male che tutti i ritornati dall’ esilio sperimentano, ma va messa in un altro contesto.
Tutti conosciamo la storia: Giona è un uomo devoto, buono, Dio lo chiama e gli dice: “Vai a dire a Ninive, alla grande città, che mi sono stancato di loro.” Sembra lo stesso inizio del diluvio, però Dio dà agli abitanti di Ninive una possibilità di convertirsi attraverso Giona, che accetta.
Ma va a Tarsis che è geograficamente dalla parte opposta di Ninive, per questo motivo Dio fa scoppiare una grande tempesta. Giona è sulla nave, i marinai brigano, pregano, fanno di tutto e alla fine l’unico che sta zitto è Giona, quindi gli dicono, “Ma tu perché stai zitto?” Lui dice: “E’ colpa mia, buttatemi a mare, vedrete che andrà tutto a posto.” E loro non se lo fanno dire due volte, lo pigliano e lo buttano a mare, la tempesta si placa, la nave riprende il suo percorso verso Tarsis e Giona viene inghiottito dalla balena, pur non essendo Pinocchio. È inghiottito da un grande pesce, per tre giorni sta nella sua pancia e poi viene sputato sulla spiaggia di Ninive. Proprio dove doveva andare!
Il testo: Gio 3,1-4,11
3 1Fu rivolta a Giona una seconda volta questa parola del Signore: 2“Àlzati, va’ a Ninive, la grande città, e annuncia loro quanto ti dico”. 3Giona si alzò e andò a Ninive secondo la parola del Signore.
Ninive era una città molto grande, larga tre giornate di cammino. 4Giona cominciò a percorrere la città per un giorno di cammino e predicava: “Ancora quaranta giorni e Ninive sarà distrutta”.
I cittadini di Ninive credettero a Dio e bandirono un digiuno, vestirono il sacco, grandi e piccoli. 6Giunta la notizia fino al re di Ninive, egli si alzò dal trono, si tolse il manto, si coprì di sacco e si mise a sedere sulla cenere. 7Per ordine del re e dei suoi grandi fu poi proclamato a Ninive questo decreto: “Uomini e animali, armenti e greggi non gustino nulla, non pascolino, non bevano acqua. 8Uomini e animali si coprano di sacco, e Dio sia invocato con tutte le forze; ognuno si converta dalla sua condotta malvagia e dalla violenza che è nelle sue mani. 9Chi sa che Dio non cambi, si ravveda, deponga il suo ardente sdegno e noi non abbiamo a perire!”.
10Dio vide le loro opere, che cioè si erano convertiti dalla loro condotta malvagia, e Dio si ravvide riguardo al male che aveva minacciato di fare loro e non lo fece.
4 1Ma Giona ne provò grande dispiacere e ne fu sdegnato. Pregò il Signore: “Signore, non era forse questo che dicevo quand’ero nel mio paese? Per questo motivo mi affrettai a fuggire a Tarsis; perché so che tu sei un Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira, di grande amore e che ti ravvedi riguardo al male minacciato. 3Or dunque, Signore, toglimi la vita, perché meglio è per me morire che vivere!”. 4Ma il Signore gli rispose: “Ti sembra giusto essere sdegnato così?”.
5Giona allora uscì dalla città e sostò a oriente di essa. Si fece lì una capanna e vi si sedette dentro, all’ombra, in attesa di vedere ciò che sarebbe avvenuto nella città. 6Allora il Signore Dio fece crescere una pianta di ricino al di sopra di Giona, per fare ombra sulla sua testa e liberarlo dal suo male. Giona provò una grande gioia per quel ricino.
7Ma il giorno dopo, allo spuntare dell’alba, Dio mandò un verme a rodere la pianta e questa si seccò. 8Quando il sole si fu alzato, Dio fece soffiare un vento d’oriente, afoso. Il sole colpì la testa di Giona, che si sentì venire meno e chiese di morire, dicendo: “Meglio per me morire che vivere”.
9Dio disse a Giona: “Ti sembra giusto essere così sdegnato per questa pianta di ricino?”. Egli rispose: “Sì, è giusto; ne sono sdegnato da morire!”. 10Ma il Signore gli rispose: “Tu hai pietà per quella pianta di ricino per cui non hai fatto nessuna fatica e che tu non hai fatto spuntare, che in una notte è cresciuta e in una notte è perita! 11E io non dovrei avere pietà di Ninive, quella grande città, nella quale vi sono più di centoventimila persone, che non sanno distinguere fra la mano destra e la sinistra, e una grande quantità di animali?”.
Commento:
3 1Fu rivolta a Giona una seconda volta questa parola del Signore: 2“Àlzati, va’ a Ninive, la grande città, e annuncia loro quanto ti dico”. 3Giona si alzò e andò a Ninive secondo la parola del Signore.
Ho dimenticato di dire una cosa: nei primi due capitoli c’è un versetto che è molto importante, dice che Giona non fugge da Ninive, ma fugge lontano dal volto del Signore. Il rifiuto non è il rifiuto di un compito o di una battaglia, Giona non ha paura di Ninive, ha paura del Signore, è un rifiuto relazionale.
Con le parole che usiamo oggi dovremmo dire che si rifiuta di guardare il mondo come lo ha guardato Dio, ed è tutto giocato su questo. È un gioco delle relazioni, della qualità delle relazioni, degli sguardi. “Alzati, va a Ninive”. E viene detto, per la seconda volta, “La grande città”.
La grande città, che di volta in volta è Ninive o Babilonia o poi sarà Roma in Apocalisse, la grande città è per gli Ebrei – un popolo del deserto e delle piccole città – che avevano Gerusalemme sul monte, ma Gerusalemme rispetto a Ninive o Babilonia era un po’ come Fossano, cioè una cosetta, una cittadina. La grande città invece è sempre il segno di tutto il male. Tra l’altro è impressionante perché dal 1000 a.C., in fondo, nel cristianesimo questa idea è rimasta.
Il cristianesimo mantiene la sua simpatia per le campagne, dove la gente sarebbe più buona, più facile a convertire. La grande città è sempre un po’ pericolosa, c’è tutto, troppo, tante diversità, tanti pericoli, tanti rischi. La grande città è il male, è proprio l’immagine del male, e anche su questo bisognerebbe un po’ riflettere: fa parte della favola o della sostanza? E davvero Dio non è adatto alle città? È adatto solo alla campagna? Cioè, nella campagna sei più a contatto con i ritmi della natura, eccetera? C’è una serie di immagini che ci giocano dentro, che però ci giocano male dentro. L’altro giorno ho riso tantissimo perché ho dato un lavoro di metà corso agli studenti, il mandato cominciava così: “Chiedete all’intelligenza artificiale…” e mentre scrivevano appunti mi hanno tutti guardato e uno, bello come il sole, mi ha detto: “Prof, certo che io lo chiedo all’intelligenza artificiale, ma di nascosto, se lei mi dice che devo farlo non vale la pena”. E ho confermato: ”Invece devi proprio farlo!” Ma poi questo allievo, molto intelligente, mi ha consegnato il suo lavoro – in cui chiedevo appunto di formulare la domanda all’ intelligenza artificiale e inserirmi la risposta svolgendo un compito – e in mezzo c’era una fotocopia di un testo di non so quale professore dell’Università di Parigi del 1684 che diceva: “Adesso che gli studenti hanno i libri a stampa e se li possono portare dietro, non studieranno più e non seguiranno più le lezioni, non impareranno più niente perché non devono prendere appunti. E un libro, al massimo pesa un’oncia e uno se lo mette nella sacca e se lo porta dove vuole, non c’è proprio più il modo di studiare di una volta”! E lo studente sotto mi ha aggiunto, “Vede, prof, la stessa reazione che noi oggi abbiamo per l’intelligenza artificiale nel Seicento l’avevano per i libri a stampa!” Ed è vero: gli studenti hanno continuato a essere asini o studiosi dopo i libri a stampa e saranno asini o studiosi dopo l’intelligenza artificiale. Questo per dire come le immagini sono molto più profonde. Un habitus incorporato ci funziona meglio di ogni pensiero razionale, morale, di giudizio.
Ninive: la grande città, tutto il male che puoi immaginare, tutto il rischio, tutto il pericolo, tutta la cattiveria. E per rincarare la dose si dice: Ninive era una città molto grande, larga tre giornate di cammino.
Ninive era una città molto grande, larga tre giornate di cammino.4 Giona cominciò a percorrere la città per un giorno di cammino e predicava: “Ancora quaranta giorni e Ninive sarà distrutta”.
Ottimo esempio di profeta stringato e svogliato, cioè non gli dice cosa possono fare per evitarlo, non gli dice: “Pentitevi!”, non c’è nessun invito, va in giro e dice: “Devo dirvi questo, tra quaranta giorni Dio distruggerà Ninive.” Qui si vede benissimo che il profeta non c’entra, cioè il profeta, o ciascuno di noi nel ruolo di un profeta per gli altri, è irrilevante, possiamo fare benissimo o malissimo, non cambia niente, quello che deve succedere succede tra Dio e le persone e le coscienze, e noi. E infatti nel versetto dopo, il 5, dice:
I cittadini di Ninive credettero a Dio – non credettero a Giona! – e bandirono un digiuno, vestirono il sacco, grandi e piccoli. 6Giunta la notizia fino al re di Ninive, egli si alzò dal trono, si tolse il manto, si coprì di sacco e si mise a sedere sulla cenere. 7Per ordine del re e dei suoi grandi fu poi proclamato a Ninive questo decreto: “Uomini e animali, armenti e greggi non gustino nulla, non pascolino, non bevano acqua. 8Uomini e animali si coprano di sacco, e Dio sia invocato con tutte le forze; ognuno si converta dalla sua condotta malvagia e dalla violenza che è nelle sue mani. 9Chi sa che Dio non cambi, si ravveda, deponga il suo ardente sdegno e noi non abbiamo a perire!”.
È molto interessante perché qui non c’è un valore né negoziabile né non negoziabile, né un’idea né un concetto neanche a pagarlo. Ci sono solo gesti: digiuno, sacco, immagini di penitenza, sedersi per terra rispetto al trono, coinvolgere anche gli animali in questo cambiamento.
Poche idee, ma “Cambiare registro”, mettere tutto quello che sta succedendo da un’altra parte, dentro un altro contesto. Chi vestiva di lusso veste di sacco, chi sedeva sul trono sieda per terra. E alla fine di questa scelta, che non è un mercanteggiamento, ma è una speranza, si dice: chissà che Dio non cambi e si ravveda. Forse dice bene. Invocate Dio con tutte le forze, chissà, forse basta.
Io trovo che questa sia una questione veramente molto interessante, forse lo è solo per me, non lo so, però per me questo sentimento è molto forte in questi tempi. Ho permanentemente l’esperienza di non bastare mai, che non mi basta il tempo, che non mi basta quello che so fare, che non mi basta la responsabilità che ho, la possibilità che ho di intervenire, il potere che ho di cambiare le cose. E l’atmosfera è quella di dire: cosa ci posso fare? Non dipende da me! E mi chiedo cosa succederebbe se cominciassi a pensare: chissà se basta, magari basta, magari Dio si ravvede.
10Dio vide le loro opere, – Le loro opere! – che cioè si erano convertiti dalla loro condotta malvagia, e Dio si ravvide riguardo al male che aveva minacciato di fare loro e non lo fece.
Fin qui, in questo capitolo tre, la storia rimane una storia edificante. Giona fa il minimo indispensabile. Il popolo di Ninive lo piglia molto più sul serio, fanno delle cose, si mettono dalla parte della speranza: “Chissà che Dio si ravveda” e Dio si ravvede. Se il libro di Giona finisse qui, sarebbe una favoletta poetica, ma c’è un altro capitolo che dice così:
4 1Ma Giona ne provò grande dispiacere e ne fu sdegnato. Pregò il Signore: “Signore, non era forse questo che dicevo quand’ero nel mio paese? Per questo motivo mi affrettai a fuggire a Tarsis; perché so che tu sei un Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira, di grande amore e che ti ravvedi riguardo al male minacciato. 3Or dunque, Signore, toglimi la vita, perché meglio è per me morire che vivere!”. 4Ma il Signore gli rispose: “Ti sembra giusto essere sdegnato così?”
Ma che ragionamento di Giona è questo? È un ragionamento strano: “Mi fai fare tutto questo lavoro e poi tu ti ravvedi così!”. Qui sono state inventate mille spiegazioni, ad esempio che Giona aveva paura di andare a Ninive, temeva che lo perseguitassero, ma nel testo non c’è motivo per pensare che Giona avesse paura.
L’unica spiegazione della sua fuga è qu1, cioè, è: “Ma tanto lo so che tu non vai preso sul serio, perché ti arrabbi ma poi sei buono e alla fine perdoni.” Questo ragionamento è il punto di svolta di tutta la questione perché è l’uscita dalla logica morale o moralistica, è l’uscita da: “Noi siamo cattivi, Dio è buono e quindi lui minaccia di fare alcune cose, però poi in fondo non le fa perché è buono e noi ce la caviamo comunque per il rotto della cuffia”. Ma il male che c’è dipende da noi.
No, qui è tutta un’altra faccenda. Il ragionamento è, paradossalmente, che il male che c’è dipende dall’ignavia dei buoni, che il male che c’è dipende da Giona, non dai Niniviti.
I Niniviti fanno il loro mestiere di umani, cose buone e cose cattive, probabilmente molte cose cattive, ma non fuggono dal volto del Signore, gli credono. Di fronte alla possibilità di sperimentare il bene cambiano e si mettono dalla parte della speranza: “Chissà che non basti, forse, se facciamo tutto quello che possiamo, basta.”
È Giona che fa tutti i ragionamenti strani, che interpreta, ma fugge dal volto del Signore, non lo guarda mai, non vuole guardare il mondo come lo guarda lui, non si mette dalla parte della speranza, si mette dalla parte del “tanto non basta” e del “tanto non serve” perché: “Dio poi è buono e farà lui”, e si arrabbia pure, per il fatto che Dio riesce. E l’ignavia dei buoni è la vera radice del male. Quando dico: bisogna uscire da una logica immediatamente moralistica, è questo il problema.
Che cosa poteva fare Giona? Non lo sappiamo, perché nelle favole non si racconta mai l’altra parte della storia, quella che non è accaduta, e non lo sappiamo. Ma certamente non è un caso che Giona, con i suoi tre giorni nella pancia della balena, viene assunto come figura cristologica. Gesù dirà, almeno secondo il racconto evangelico: ”Non vi sarà dato altro che il segno di Giona” e da sempre i padri hanno interpretato i tre giorni nella pancia della balena come i tre giorni della sepoltura di Gesù.
Cioè, c’è un anti-Giona, c’è uno che non mostra l’ignavia dei buoni, ma attivamente assume una postura di speranza. Giona, diceva: “Tanto non basta, tanto non serve, quaranta giorni e Ninive sarà distrutta”. Cioè, non si mette nella parte costruttiva. Dall’altra parte c’è invece la figura cristologica.
4Ma il Signore gli rispose: “Ti sembra giusto essere sdegnato così?”
Giona non gli risponde.
5Giona allora uscì dalla città e sostò a oriente di essa. Si fece lì una capanna e vi si sedette dentro, all’ombra, in attesa di vedere ciò che sarebbe avvenuto nella città.
E questa è la logica postura, va fuori, si fa uno spazio suo, sta lì all’ombra e dice, “Ora vediamo cosa succede”. A proposito dell’ignavia dei buoni. Empatia zero!
6Allora il Signore Dio fece crescere una pianta di ricino al di sopra di Giona, per fare ombra sulla sua testa e liberarlo dal suo male. Giona provò una grande gioia per quel ricino.
Questo Signore lento all’ira, pietoso nell’amore, ha pietà anche di Giona e gli fa crescere un Qiqajon, una piantina che gli faccia ombra e lo liberi dal suo male. Dal suo, non da quello che gli viene dall’esterno e Giona provò una grande gioia!
7Ma il giorno dopo, allo spuntare dell’alba, Dio mandò un verme a rodere la pianta e questa si seccò. 8Quando il sole si fu alzato, Dio fece soffiare un vento d’oriente, afoso. Il sole colpì la testa di Giona, che si sentì venire meno e chiese di morire, dicendo: “Meglio per me morire che vivere”.
Cioè, l’unica cosa che sa fare è mettersi dalla parte della morte. Non riesce a vedere come mettersi dalla parte della speranza, del “chissà che basti”. No, in quel momento lascia perdere, chiede di morire.
9Dio disse a Giona: “Ti sembra giusto essere così sdegnato per questa pianta di ricino?”. Egli rispose: “Sì, è giusto; ne sono sdegnato da morire!”. 10Ma il Signore gli rispose: “Tu hai pietà per quella pianta di ricino per cui non hai fatto nessuna fatica e che tu non hai fatto spuntare, che in una notte è cresciuta e in una notte è perita! 11E io non dovrei avere pietà di Ninive, quella grande città, nella quale vi sono più di centoventimila persone, che non sanno distinguere fra la mano destra e la sinistra, e una grande quantità di animali?”.
È interessantissimo che il libro si chiuda su una domanda, questa domanda. Giona non risponde, ma neanche Dio. Dio fa una domanda, interpella Giona, non solo, ma gli dice: “Tu te la prendi per una pianta e io non dovrei prendermela per delle persone?”
Lo pone di fronte ad un’alternativa molto radicale. Se volete, qual è il modo che Dio ha per educare Giona all’empatia? Lo mette in una situazione da schifo. Gli fa crescere il ricino, poi lo fa morire, lo fa riposare all’ombra e poi gli dà caldo. E alla fine Giona dovrebbe poter sperimentare l’empatia verso tutti quegli altri che hanno una sofferenza.
Il libro non ci dice se è andata così o no. Se Giona, quindi, ce l’ha fatta a mettersi dalla parte della speranza, scegliendo il: “Chissà che non basti!” Non ce lo dice. Ci dice che Dio, come ha aperto ai Niniviti, apre a Giona.
Allora riprendo ciò che dicevo all’inizio: questo è un testo non con dei contenuti consolatori, ma con un altro stile. Mi sembra che l’esperienza del Natale, forse può essere davvero per tutti noi, ancora una volta, quest’occasione. Quella in cui un Dio che si mostra come un bambino non semplicemente ci fa tenerezza, ci fa dire: “La festa dei bambini, …” ma ci interpella, ci fa la stessa domanda. Di chi ha pietà Dio in questo tempo? Quali ricini ha fatto crescere e forse seccare per suscitare in noi un’empatia sufficiente, rispetto a quali grandi città? E che cosa vorrebbe dire “Convertirsi dalla parte non delle soluzioni, ma della speranza?” Forse può bastare, chissà che non basti.
Abbiamo la sensazione che non basta? Sì. Siamo certi che non basta? Sì. Ma… e se bastasse?
Ecco, mi sembra, o almeno mi piacerebbe pensare, che questo bambino che nasce ci chieda: “E se bastasse?” E ci invita a far bastare quello che c’è e che possiamo condividere.
Fossano, 20 dicembre 2025
Testo non rivisto dall’autore
Lectio 2025/2026
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