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8 Novembre 2025
Stella Morra

2. Il Signore sbaglia…

Commento a: Es 5, 1-23


Stamattina, mettendo insieme i pezzi, dicevo: “Ma perché ho accettato questo tema? Perché io ogni tanto mi faccio male da sola?” Però, va bene, ci siamo avventurati in questo ripercorrere con i testi della scrittura, domandandosi qualcosa intorno al tema del male, quando la vita si fa pesante.

Peraltro, non so se qualcuno ieri sera ha sentito un’intervista di Diego Bianchi a Matteo Zuppi in Propaganda Live – la trovate su YouTube – dura mezz’ora, sentitela. Col suo tono un po’ scanzonato, fa delle considerazioni interessanti proprio intorno a questo tema; quindi, se volete può essere un modo non troppo noioso di nutrire dei pensieri. Però, anche sentire questa intervista ieri, mi ha fatto molto riflettere sul fatto che, anche un mondo come quello di Propaganda Live, non particolarmente religioso di suo, poi però, alla fine, alcune domande intorno al male ritornano. Perché la vita si fa pesante; non solo la nostra personale – che può anche essere più pesante in alcuni momenti, ma anche più felice, più lieta in altri – ma anche la vita del mondo, di quello che accade intorno a noi, ci sembra che ogni tanto sia insopportabile. E ci chiediamo perché, come, cosa fare, non si può fare niente, eccetera.

Allora, la prima riflessione che abbiamo fatto era dal capitolo 6 di Genesi, il pezzo precedente al racconto del diluvio. Di solito noi conosciamo il racconto del diluvio, poi si manda il merlo, la colomba… invece, noi ci siamo occupati del pezzo prima. Ricordate? I giganti, le figlie dei giganti, le figlie degli uomini, eccetera, perché – il titolo era Perché oppure come? – ci siamo chiesti qual è la domanda da farsi sul male, perché saremmo tutti tentati, anche per l’antica tradizione filosofica dell’Occidente, di chiedersi perché? Milioni di pensieri sono stati fatti su questo: testi, letteratura, film, religioni, tutti si interrogano su questa cosa. Ma forse la domanda è sbagliata; almeno a leggere quel pezzo del diluvio, spero ci siamo un po’ incanalati nella logica del chiedersi: come si abita il male? In fondo quel pezzo del diluvio, con il suo linguaggio immaginifico, con quelle spiegazioni dei perché che non sono delle spiegazioni, ci dice che bisogna prendere atto di una realtà, che questa dimensione esiste, che il mondo funziona così, cioè non funziona, in buona sostanza, anche con le migliori intenzioni, anche quando ce la mettiamo tutta non funziona lo stesso, e quindi che la vera domanda è chiedersi che cosa bisogna fare? Allora Noè viene incaricato di costruire un’arca e di prendere due per tipo, cioè di fare un’ulteriore scommessa, di andare di nuovo avanti in barba all’esperienza del male, cioè quasi paradossalmente ignorandolo. E questo era un po’ il primo passo.

La lectio di oggi

Oggi, un’altra volta, leggiamo un testo prima di un racconto famoso, cioè, leggiamo il capitolo 5 dell’Esodo, che è prima della Pasqua – poi il Mar Rosso, poi la legge, poi 40 anni nel deserto, tutta la storia che normalmente conosciamo – tutta però dopo la storia di Mosè. Noi abbiamo tutti nelle orecchie la storia di Mosè, quella del cartone animato: figlio di ebrei, nel momento in cui il faraone aveva cominciato un’operazione di persecuzione, chiedendo di uccidere tutti i primogeniti, Mosè viene salvato, messo sulle acque, raccolto dal mondo egiziano, cresce nel lusso, un privilegiato, quando esce finalmente dal suo castello dorato dice: «Ah no, ma non è giusto che gli ebrei siano così perseguitati», e fa un po’ il giustiziere, viene smentito dal suo popolo, è tristissimo, va nel deserto… quella storia lì la conosciamo. Poi segue l’altra storia che conosciamo: che gli ebrei vanno dal faraone e gli dicono: «Noi ce ne andremmo», e quello dice: «Sì, ma anche no», poi quelli se ne vanno, però lui li insegue, ci sono lì due racconti che si fondono, l’esodo fuga e l’esodo uscita. Il pezzo in mezzo è il capitolo che leggiamo oggi, tra roveto ardente, Mosè – che ha preso una bella lezione personale, un ragionamento compiuto su di lui: non sei tu il giustiziere – e il Signore fa morire annegati tutti gli egiziani, ci fa passare all’asciutto e noi ne siamo salvi, anzi abbiamo anche fregato l’oro, le coppe, il grano agli egiziani…

Ecco, tra queste due cose c’è in mezzo questo capitolo 5. Dico una cosa previa: non c’è solo questo capitolo, c’è questo capitolo con tutti i capitoli poi dei quarant’anni nel deserto (e qui però non potevo leggere trenta capitoli, mi sembrava eccessivo per oggi) quindi vi riassumo: tra questo capitolo e tutti i quarant’anni nel deserto dopo il Mar Rosso: la manna, il vitello d’oro, la roccia da cui sgorga acqua – tra queste due cose ci passano quarant’anni, che sono convenzionalmente la durata di una generazione. C’è un versetto che torna sempre, che dice: “questa generazione perversa – tutti lo sappiamo – non entreranno nella terra promessa”, neanche Mosè, perché questa generazione, tradotto in linguaggio contemporaneo, vorrebbe dire: una vita biografica non basta per vedere tutti i passaggi, dipende in che momento nasci. Se nasci subito prima del Mar Rosso, fai in tempo vedere la liberazione, ma che, se nasci subito dopo, o se nasci qui, al capitolo 5, non fai in tempo, passa una generazione. Cosa voglio dire con questo tono un po’ ironico? L’idea è che i tempi di queste cose non sono riassumibili in una singola vita biografica; una vita non basta per quanto lunga, c’è un pezzo prima e un pezzo dopo che noi non siamo in grado di dominare; è un modo non filosofico e non metafisico con cui la Bibbia ci dice che noi non siamo Dio. Quando si dice Dio eterno, noi pensiamo che non è mai nato, non morirà mai, ma la caratteristica fondamentale di questa eternità, di non avere né un inizio né una fine, la caratteristica fondamentale è la contemporaneità. Cioè, se uno non è mai nato e non muore mai, vede tutto insieme; vedendo tutto insieme, vede i tempi di stasi, i tempi di salvezza, tutta quella roba che per noi è particolarmente faticosa, di stare in tempi di cui non vediamo dove vanno a finire, oppure in tempi bellissimi in cui diciamo: “Oddio, adesso finisce, è troppo bello per essere vero, durerà pochissimo adesso, lo so che mi arriva una mattonata in faccia perché non è possibile” tutte queste cose qui sono il contrario dell’eternità. Allora, questa cosa di dire: “una generazione non vede tutti e due gli eventi, il lato buono e il lato faticoso, ma ne vede uno solo”, è il modo non filosofico e non metafisico della Bibbia di dirci: non siete Dio, voi iniziate e finite, e iniziando e finendo non vedete tutto insieme, vedete un pezzo, ricordatevi che vedete un pezzo, importante, bello, ricco, ma un pezzo.

Questo è il carattere sotto cui leggere questo testo, che dunque ho in qualche modo intitolato Il Signore sbaglia (almeno nell’arco di una generazione), perché questo testo ci mostra che per quella generazione il Signore ha fatto un sacco di casino, un sacco di parole, di promesse – vi libererò dall’oppressione, eccetera – ma il risultato non c’è, promesse da politico, non ha funzionato. Certo per noi che in questo guardiamo quel tempo come se fossimo Dio – cioè abbiamo il racconto della Bibbia che dopo ci dice che c’è il passaggio del Mar Rosso, gli egiziani annegano eccetera – diciamo: “No, no, poi ha fatto tutto, ha mantenuto le sue promesse”. Per la generazione dopo, non per quella! E dunque la domanda è sempre la stessa: se il chicco di grano sottoterra non muore non porterà frutto; chi ha chiesto al chicco di grano come si sentiva? No, perché è una domanda interessante, come si sentiva lui lì sottoterra? E forse una delle questioni legate al tema del male è proprio questo, è la sua frammentarietà, è il fatto che ne vediamo un pezzo che però rischia giustamente di assolutizzarci, esattamente come quando ci succede qualcosa di molto forte, un’emozione molto forte, uno shock, una paura, un dolore, anche una gioia…per tutto il tempo non riesci a pensare ad altro, sei sempre lì, perché è troppo forte, riempie tutto, e ci metti di solito un bel po’ a cominciare a rivedere anche altre cose, a metterle insieme. Ok, questa è la prima osservazione previa.

La seconda osservazione previa è – io personalmente credo di avere dei buoni motivi teologicamente – se volete ve lo dimostro, mi date tre o quattro ore e ve lo spiego, se no fidatevi e vi risparmiate quattro ore di lezione – credo di avere buoni motivi, però denuncio anche: non tutti i teologi sono d’accordo, quindi questa è una mia opinione – mia e di molti altri, ma non di tutti. Mi viene un attacco di orticaria quando di fronte al problema del male quello che scatta immediatamente è una lettura morale, perché io penso che la questione del male, e dunque del connesso dolore (ma anche della felicità, che a volte fa male, tanto che è grande, fa male sul serio) non è in prima battuta un problema morale. Poi, ha assolutamente degli aspetti morali, ma la lettura morale la rende asfittica, senza fiato, troppo piccola. Allora il classico esempio di lettura morale è: perché c’è il male nel mondo? Perché l’uomo ha usato male la sua libertà – vedi peccato originale – usandola male ha provocato tutti i mali del mondo.

Ragazzi non siamo così potenti! La Chiesa ha sempre insegnato che il demonio esiste, comunque noi lo pensiamo – se lo pensiamo con le corna e gli zoccoli, oppure lo pensiamo come un’entità metafisica…pensiamola come vogliamo – ma quello che la Chiesa ci dice è che, se io faccio la somma di tutti gli errori, i peccati morali che noi facciamo, il male del mondo è di più; tutto il male che noi facciamo non basta. Poi non vuol dire che è indifferente, però non basta; c’è una dimensione più grande che non la nostra responsabilità, perché non siamo Dio.

Quindi la prima piegatura morale può essere questa, ma la seconda piegatura morale che mi fa quasi più paura della prima è: “no, vabbè, ma poi tutto si aggiusta perché Dio è buono”.

Allora: certo che Dio è buono, non lo nego minimamente, e sono certissima che Dio vuole il nostro bene, ma ognuno di noi ha fatto l’esperienza di amare qualcuno; quindi, di essere assolutamente certo che quella persona lo amasse e volesse il suo bene, e di non capirsi, o almeno in alcuni passaggi proprio di dire: “Ma com’è?” Infatti, la nostra tentazione è sempre quella di dire: “Ma allora non mi hai mai amato!” No, è diverso. Sicuramente Dio è buono e io sono certa che l’ultimo giorno quando si tirerà la riga, la somma della parte buona è maggiore. Di questo sono sicura. Detto ciò, tra qui e quando si tirerà la riga, che sia un giorno o mille anni, non è detto che è sempre chiaro che la somma del bene sia maggiore, né soprattutto che io singolarmente possa sempre sperimentare e credere questo. Nessuna di queste due letture è dal mio punto di vista accettabile. Io proprio non sono in grado di fare una lettura morale né nella colpa né nella soluzione.

Credo in una lettura responsabile di questa questione: stare di fronte alla complessità e provare a capire piano piano qual è la strada da percorrere.

Il testo: Es 5,1-23

5 1 In seguito, Mosè e Aronne vennero dal faraone e gli annunciarono: «Così dice il Signore, il Dio d’Israele: “Lascia partire il mio popolo, perché mi celebri una festa nel deserto!”». 2Il faraone rispose: «Chi è il Signore, perché io debba ascoltare la sua voce e lasciare partire Israele? Non conosco il Signore e non lascerò certo partire Israele!». 3Ripresero: «Il Dio degli Ebrei ci è venuto incontro. Ci sia dunque concesso di partire per un cammino di tre giorni nel deserto e offrire un sacrificio al Signore, nostro Dio, perché non ci colpisca di peste o di spada!”. 4Il re d’Egitto disse loro: «Mosè e Aronne, perché distogliete il popolo dai suoi lavori? Tornate ai vostri lavori forzati!». 5Il faraone disse: «Ecco, ora che il popolo è numeroso nel paese, voi vorreste far loro interrompere i lavori forzati?».

6In quel giorno il faraone diede questi ordini ai sovrintendenti del popolo e agli scribi: 7«Non darete più la paglia al popolo per fabbricare i mattoni, come facevate prima. Andranno a cercarsi da sé la paglia. 8Però voi dovete esigere il numero di mattoni che facevano finora, senza ridurlo. Sono fannulloni; per questo protestano: “Vogliamo partire, dobbiamo sacrificare al nostro Dio!”. 9Pesi, dunque, la schiavitù su questi uomini e lavorino; non diano retta a parole false!».
10I sovrintendenti del popolo e gli scribi uscirono e riferirono al popolo:
«Così dice il faraone: “Io non vi fornisco più paglia. 11Andate voi stessi a procurarvela dove ne troverete, ma non diminuisca la vostra produzione”».

12Il popolo si sparse in tutto il territorio d’Egitto a raccogliere stoppie da usare come paglia. 13Ma i sovrintendenti li sollecitavano dicendo: «Portate a termine il vostro lavoro: ogni giorno lo stesso quantitativo come quando avevate la paglia». 14Bastonarono gli scribi degli Israeliti, quelli che i sovrintendenti del faraone avevano costituito loro capi, dicendo: «Perché non avete portato a termine né ieri né oggi il vostro numero di mattoni come prima?».         

15Allora gli scribi degli Israeliti vennero dal faraone a reclamare, dicendo: «Perché tratti così noi tuoi servi? 16Non viene data paglia ai tuoi servi, ma ci viene detto: “Fate i mattoni!”. E ora i tuoi servi sono bastonati e la colpa è del tuo popolo!». 17Rispose: «Fannulloni siete, fannulloni! Per questo dite: “Vogliamo partire, dobbiamo sacrificare al Signore”. 18Ora andate, lavorate! Non vi sarà data paglia, ma dovrete consegnare lo stesso numero di mattoni».

19Gli scribi degli Israeliti si videro in difficoltà, sentendosi dire: «Non diminuirete affatto il numero giornaliero dei mattoni». 20Usciti dalla presenza del faraone, quando incontrarono Mosè e Aronne che stavano ad aspettarli, 21dissero loro: «Il Signore guardi a voi e giudichi, perché ci avete resi odiosi agli occhi del faraone e agli occhi dei suoi ministri, mettendo loro in mano la spada per ucciderci!».

22Allora Mosè si rivolse al Signore e disse: «Signore, perché hai maltrattato questo popolo? Perché dunque mi hai inviato? 23Da quando sono venuto dal faraone per parlargli in tuo nome, egli ha fatto del male a questo popolo, e tu non hai affatto liberato il tuo popolo!».

Commento:

5 1 In seguito, Mosè e Aronne vennero dal faraone e gli annunciarono: «Così dice il Signore, il Dio d’Israele: “Lascia partire il mio popolo, perché mi celebri una festa nel deserto!”». 2Il faraone rispose: «Chi è il Signore, perché io debba ascoltare la sua voce e lasciare partire Israele? Non conosco il Signore e non lascerò certo partire Israele!».

Ognuno dei mali seguenti sembra nascere da qui – che è un inizio, secondo me, travolgente di realismo – cioè, il mondo funziona per asimmetrie. Ci sono Mosè e Aronne. Mosè è il capo, ma Aronne è il sacerdote. Erano fratelli secondo la tradizione biblica. Mosè balbetta, Aronne parla benissimo. Però Mosè sa cosa dire, Aronne non sa cosa dire, parla bene, ma non ha niente da dire, ed è un po’ un problema perché Dio parla con Mosè. Quindi la prima asimmetria è già tra i fratelli, che sono entrambi ebrei, si vogliono bene teoricamente, cioè, stanno dalla stessa parte.

Poi arriva un’altra asimmetria: questi vanno dal Faraone e annunciano – il verbo non è casuale – annunciano un decreto: Così dice il Signore, il Dio d’Israele: “Lascia partire il mio popolo, perché mi celebri una festa nel deserto!”. L’origine è la celebrazione di una festa.

Poi, noi sappiamo dal retroscena che non era proprio così, però l’annuncio è questo: dobbiamo celebrare una festa per il Signore. Di fronte c’è il Faraone: asimmetria di potere pazzesca, perché quello è il capo di tutto, non solo, è anche il loro padrone da un certo punto di vista. E dice: Chi è il Signore […] Non conosco il Signore. Che sarebbe: “Ma come vi permettete? Ma chi si crede di essere? Lei non lo sa che sono io!” Cioè, l’asimmetria è totale: c’è un’asimmetria di potere, ma anche un’asimmetria di scopi. Per il Faraone, come vedremo, la cosa importante è il lavoro.

Per Mosè e Aronne è una festa. Già stiamo agli estremi delle due possibilità: lavoro o festa. Buona parola comunicativa o contenuto? Comunicazione diretta con Dio o comunicazione mediata con Dio? Potere militare, giuridico o schiavi? C’è già tutto, c’è tutta la complessità del mondo, il male viene, se una radice ha, dalle asimmetrie del potere e delle logiche.

Se possiamo ridurlo a un’unica radice – che non è mai così, è più complesso – ma viene da un dato di realtà: che le asimmetrie del potere, dei soggetti e delle logiche, degli scopi, delle opinioni, dei modi di fare, sono inevitabili? Non potremo mai nella storia essere tutti uguali? Questa, non a caso, è una delle domande chiave del nostro tempo, dove tutto sembra esplodere. Ma dall’altra parte tutti abbiamo un po’ il problema di dire: come si fa ad essere diversi e ad essere insieme? Perché abbiamo finalmente capito che la diversità è una ricchezza, ma la diversità solo da lontano è facile da gestire. Da vicino è almeno laboriosa. Perché le asimmetrie dei soggetti e delle logiche tendono a produrre lo spazio per il male. E la domanda del Faraone è bellissima: “Chi è? Non lo conosco”. La domanda del Faraone non è “Quanti eserciti ha il Papa?” o “Voi siete degli schiavi, non avete armi, come volete combatter contro di me, che ho i cavalli, i cavalieri…” ma dice: “Chi è il Signore?” Che, in fondo, è la grande domanda. In questa asimmetria, chi è Dio? E si comincia a capire un po’ di più perché il Vangelo ci dirà: “Non chiamate nessuno maestro su questa terra”.

Occhio alla gestione delle asimmetrie! Si capirà un po’ di più perché il grande problema dell’AT è l’idolatria perché, se mettiamo qualcosa ad occupare lo spazio di Dio, il male non si ferma più.

Tutti – credo almeno quelli della mia età, più o meno, o poco più giovani – siamo cresciuti con la retorica post-Vaticano II: il denaro, il grande idolo! Sì, ce n’è di peggio. È che il denaro è facile da identificare, si fa in fretta a dire: “Ah, vivi solo per i soldi!” e poi siccome la maggioranza di noi non è proprio ‘sto gran ricco, miliardario della Silicon Valley, ma siamo più o meno gente in una fascia tendenzialmente media, identificare l’unica idolatria possibile nel denaro è ottimo, perché riguarda qualcun altro!

No, se io avessi vissuto per il denaro, ragazzi, ne avrei fatto molto di più! Eh, forse magari anche no, cioè ho fatto tutto quello che ero in grado di fare, ma non c’è solo il denaro come idolo possibile. Ci sono molte cose che possono occupare lo spazio di questa simmetria e occuparlo producendo male a go-go.

Il potere, per dirne una, che ha tante forme piccole e grandi, alcune grandi, ma altre anche molto piccole, però molto bastarde. Per esempio, per dire una cosa su cui io rifletto molto, il potere di un insegnante è pazzesco, e ha un dovere di responsabilità incredibile. Ma se ne potrebbero indicare altri.

3Ripresero: «Il Dio degli Ebrei ci è venuto incontro. Ci sia dunque concesso di partire per un cammino di tre giorni nel deserto e offrire un sacrificio al Signore, nostro Dio, perché non ci colpisca di peste o di spada!”.

Mosè e Aronne hanno subito capito una cosa: se parlano con troppa verità, il faraone non capisce. Allora, parlano come dice lui, entrano nella sua logica: “Ok, lasciamo perdere la festa, troppo per il faraone la festa”, ma: “Eh no, però ci metti nei guai, perché l’altro nostro padrone, il Dio, il Signore, che ci è venuto incontro, se non andiamo per tre giorni nel deserto a sacrificare a Lui, poi ci colpisce di peste e di spada, ci smeni pure tu che non c’hai più lavoratori a basso costo”. Vedete come il potere contagia immediatamente.

Questa logica di asimmetria è una logica che producendo il male diventa immediatamente virale, altro che social media. Subito parlano la sua lingua!

4Il re d’Egitto disse loro: «Mosè e Aronne, perché distogliete il popolo dai suoi lavori? Tornate ai vostri lavori forzati!». 5Il faraone disse: «Ecco, ora che il popolo è numeroso nel paese, voi vorreste far loro interrompere i lavori forzati?».

Anche lui però non è scemo e entra ancora di più in questa logica di asimmetria. Vedete come si moltiplica immediatamente fino a incasinarsi in una situazione da cui non si esce più. E basta guardarsi intorno, leggere i giornali per avere chiarissima questa percezione di come l’incasinamento del male crea un percorso da cui non c’è più modo di uscire. O apparentemente non c’è più modo di uscire.

E cosa fa? Qual è il passo che fa il re d’Egitto? Divide Mosè e Aronne dal loro popolo, prova a dividere Mosè e Aronne dal loro popolo e cioè gli dice: perché distogliete il popolo dai suoi lavori? Siete voi che state creando casino, rottura di benessere, rottura di un lavoro efficiente! La colpa è la vostra!” E qui si insinua l’altra dimensione del male che è l’avere bisogno di un colpevole. E avere bisogno di un colpevole significa dividere, cioè, in una logica asimmetrica in cui è già difficile tenere insieme, se tu cerchi un colpevole, la divisione diventa immediata. La cosa interessante è che il Faraone, quello stesso che ha detto di sterminare i primogeniti, adesso dice: il popolo è numeroso nel paese e sembra dire questo è un bene perché possono lavorare un sacco! Mettiti d’accordo con te stesso! Allora è chiaro che qui c’è la fusione non perfetta dei diversi racconti, c’è tutto un ragionamento letterario da fare, ma è altrettanto chiaro in qualche modo – nel nostro ragionamento almeno – che questi testi ci dicono che questo processo del male non è minimamente super-razionale, non è fatto di passaggi tutti logici che si tengono uno con l’altro. È far tornare sempre i conti dentro queste asimmetrie, per cui sposto col gioco del 15 finché mi sembra che il quadretto è a posto.

6In quel giorno il faraone diede questi ordini ai sovrintendenti del popolo e agli scribi: 7«Non darete più la paglia al popolo per fabbricare i mattoni, come facevate prima. Andranno a cercarsi da sé la paglia. 8Però voi dovete esigere il numero di mattoni che facevano finora, senza ridurlo. Sono fannulloni; per questo protestano: “Vogliamo partire, dobbiamo sacrificare al nostro Dio!”. 9Pesi, dunque, la schiavitù su questi uomini e lavorino; non diano retta a parole false!».
10I sovrintendenti del popolo e gli scribi uscirono e riferirono al popolo:
«Così dice il faraone: “Io non vi fornisco più paglia. 11Andate voi stessi a procurarvela dove ne troverete, ma non diminuisca la vostra produzione”».

E qui c’è l’apoteosi del punto di partenza di Mosè e Aronne quando vanno dal Faraone. L’asimmetria, che si presenta all’inizio come neutra di per sé – non si dice né che è un bene né che è un male, ognuno fa la sua parte, perché così il mondo gira, ok? – comincia a produrre male e alla fine, alla chiusura di questo primo grande brano, il Faraone trova la soluzione. E la soluzione qual è? È far male a qualcun altro e renderlo anche colpevole, rendere qualcuno tanto vittima quanto colpevole: “Ah sì? volete andare a sacrificare al vostro Dio? Ok, toglietegli la paglia!” Andarsi a cercare la paglia eccetera – era un lavoro in più che quantomeno richiedeva tempo – senza però diminuire la produzione a cottimo richiesta; cioè: fateli lavorare il doppio! Perché? Perché sono fannulloni – giudizio – non hanno voglia di lavorare. Io devo dire che, quando rileggevo per l’ennesima volta stamattina questi versetti, mi sembrava di sentire nelle orecchie un sacco di frasi che si vanno sentendo in giro, perché il meccanismo è proprio questo: sono fannulloni, sono irresponsabili, sono illegali, sono cattivi… Alla fine, quando non sappiamo più uscire da questo circuito di asimmetrie mal gestite, quello che viene fuori è un aggravamento della colpa sull’altro insieme ad un giudizio. Quando, ad esempio, una delle esperienze cui tutti aneliamo – e che addirittura in alcuni casi, per esempio nella psicoterapia, chiamiamo cura – è la possibilità di essere ascoltati senza giudizio, che è una delle esperienze più pacificanti. Ma non nel senso che ti narcotizza come se ti fossi fatto una canna, non è quello il ragionamento! – ma ti consente di fare i conti con te, di non dover fare male a un altro e giungere a un giudizio, perché ti fa sentire riconosciuto senza un giudizio e per questo, giustamente, lo chiamiamo cura.

E poi questo piccolo elemento finale che mi fa veramente effetto, che chiude questa prima parte del brano: “9Pesi, dunque, la schiavitù su questi uomini e lavorino; non diano retta a parole false!”, ma quali sono le parole false? Di chi? Quelle di Mosè e Aronne? Quelle del faraone che dice che sono fannulloni? Vi rendete conto che, arrivati a questo punto del racconto non lo sappiamo più? Perché in fondo ci sembra che anche il faraone abbia le sue ragioni, messo così: questi lavoravano per lui, vanno lì e gli dicono: “Noi andremmo a fare un giro…” Perché uno dei problemi per cui, nella scrittura dei padri, il demonio, è definito il padre della menzogna è proprio questo: il male non gestito produce menzogna. Ma non nel senso di dire le bugie, menzogna nel senso che produce la necessità. Noi oggi diremmo: di costruire narrazioni vincenti, cioè di trasformare la realtà da quello che è a quello che giustifica il luogo dove io mi metto. Perché nel gioco del giudizio io ho bisogno di non essere troppo giudicato, perché nessuno sopravvive con il giudizio di tutti sulla testa.

La seconda parte, da un certo punto di vista, è un po’ ripetitiva; dal versetto 12 fino al 23, è un po’ il sistema tipico della scrittura che, essendo prodotta in un tempo in cui non si scriveva, ma si leggeva ad alta voce, i testi erano pochi e le cose si mandavano più o meno a memoria, o comunque nel racconto e poi venivano ripetute, spessissimo la scrittura ripete; cioè: “a scanso di equivoci, te l’ho detto una volta, ma ripeto, e così ti entra nella testa”. Il secondo gruppo di versetti ripete la stessa cosa; da una parte, appunto, venendo forse da un altro racconto, ma comunque aggiunge qualche elemento, continua a dire: “devono fare lo stesso quantitativo”; aggiunge che vengono bastonati, cioè il male prende anche una forma molto fisica, molto concreta. Introduce un’altra asimmetria che prima non era stata fatta notare (e che forse dipende appunto dalla corrente letteraria del secondo racconto) e cioè non parla più di Mosè e Aronne, ma degli scribi che vanno dal Faraone e dicono: “Ma com’è? In fondo perché ci tratti così? Noi siamo gente perbene” Gli scribi fanno sempre questa parte un po’ antipatica di essere quelli giusti (e il Vangelo ovviamente ci mette il carico da novanta). La questione è che moltiplicando le asimmetrie “Gli scribi degli israeliti si videro in difficoltà”. E che cosa succede? Succede il punto critico: vanno da Mosè e Aronne – quindi l’asimmetria è entrata dentro il popolo, non c’è più il Faraone, non ci sono più quelli che bastonano, non ci sono più gli schiavisti, è tra di loro, guerra tra poveri – e gli scribi dicono a Mosè e Aronne “Il Signore guardi a voi e vi giudichi perché ci avete resi odiosi agli occhi del Faraone e agli occhi dei suoi ministri, mettendo loro in mano la spada per ucciderci”. E questo è il punto critico, è l’introiezione del male. Il male fatto dal Faraone, gestendo male le asimmetrie, arriva fino dentro e tra di loro. Se la pigliano con Mosè e Aronne. E allora che cosa succede? E qui ci sono i due versetti più importanti di tutto il testo, dal mio punto di vista e dal punto di vista di questa riflessione. Allora Mosè non risponde agli scribi ma:

22Allora Mosè si rivolse al Signore e disse: «Signore, perché hai maltrattato questo popolo? Perché dunque mi hai inviato? 23Da quando sono venuto dal faraone per parlargli in tuo nome, egli ha fatto del male a questo popolo, e tu non hai affatto liberato il tuo popolo!».

E il capitolo finisce qua.

C’è questo percorso descritto con un’attualità sconvolgente, ma dall’altra parte c’è un finale inaspettato: Mosè non moltiplica il male, non continua pigliandosela con gli scribi, dicendo “Siete voi che…” “Ma no sei tu…” e tutto potrebbe continuare all’infinito – succederà nel deserto quando il popolo dirà: “Ma ci avete portato a morire qua, si stava meglio con le cipolle d’Egitto, non abbiamo acqua, non abbiamo pane, ma che cavolo facciamo qua?”, Mosè non scende più dalla montagna, “Facciamoci un Dio che si veda”, eccetera… si moltiplica all’interno. Qui invece si interrompe e si interrompe con una invocazione; Mosè (senza peli sulla lingua, senza farsi scrupoli, senza dire: “Devo rispettare la simmetria tra me e il Signore, quindi gli devo parlare in modo che lui capisca”) gli dice esattamente l’invocazione che ha nel cuore: “Ma che cavolo mi hai mandato a fare?! Perché tu mi hai mandato, io mi sono fidato, mi hai detto che non serviva uccidere l’egiziano, che dovevo andare dal faraone per liberare tutto il popolo e tu non hai fatto una beata fava di niente! Anzi! abbiamo fatto danno, tra tutti e due abbiamo fatto danno!” E questa invocazione – che non è: “Ti prego, aiutami!” – è una roba molto seria, è del chiamare in causa Dio stesso. Questa invocazione è la rottura della catena del male e sarà ciò che concederà a Dio lo spazio di portare gli ebrei attraverso il mar Rosso e poi fino alla terra promessa, ma non quella generazione. Bisogna essere longevi per sopportare i tempi di Dio, perché altrimenti si rischia di rimanere a metà e non è molto divertente.

Di nuovo vi segnalo questa intervista di Zuppi (ieri sera a Diego Bianchi) lui dice alcune di queste cose, con un linguaggio più adatto alla situazione, ovviamente, e parla soprattutto di questa duplice dimensione che produce veramente tanto male – che è l’altro modo di dire questa cosa che stavo dicendo – che è la globalizzazione dell’indifferenza, come diceva Papa Francesco, ma anche la globalizzazione dell’impotenza come ha aggiunto Papa Leone. Mi sembra che le due cose insieme siano proprio il disegno possibile: dalla globalizzazione dell’indifferenza e dal senso di impotenza non nasce mai l’invocazione e invece bisognerebbe trovare modo di far nascere l’invocazione sincera. Fortunatamente, di questi tempi è tornata piuttosto diffusa l’idea di dire: “Preghiamo”, preghiamo per la pace, preghiamo per… che è anche una bella cosa, evidentemente, ed è un’antica sapienza di fronte al rischio dell’impotenza e dell’indifferenza. Detto questo, come sempre ci succede in questo tempo, si passa da una bella intuizione a un’inflazione, per cui, forse, dovremo tutti riflettere un po’ sul peso, la rilevanza e il modo necessario all’invocazione, perché non si tratta solo di organizzare una serata in cui diciamo rosario (che si può sempre fare, va benissimo, male non fa di sicuro, facciamolo) ma, fatto questo, l’invocazione ha una pregnanza un po’ più ampia, ha una necessaria implicazione un po’ più ampia. Quindi forse su questo potremmo un po’ riflettere.

Grazie; se ci sono questioni, domande, osservazioni come sempre sono legittime e benvenute.

 

Domanda: l’invocazione deve essere esplicita, deve essere espressa, formalizzata oppure basta che ci sia nel tuo cuore e al buon Dio basta quello per aprire lo spazio e spezzare il male?

Stella: Premesso che Dio non è un ragioniere; quindi, non ha dei form prescritti, escluso questo livello, io dico solo quello che mi sembra di vedere nella scrittura è che l’invocazione ha molte forme: a volte è verbale, Mosè che parla con Dio, e questo accade molte volte; a volte, come nei salmi, l’invocazione prende una forma imprecatoria. Noi conosciamo poco i salmi imprecatori perché sono espulsi dalla lettura del salterio, o almeno delle parti, però ci sono; che vuol dire che è uno degli umani sentimenti in cui si esprimono. A volte è un’invocazione muta, per cui si legge nel cuore, ma non è mai un’invocazione sorda e cieca; può essere muta, ma non sorda e cieca. Cosa voglio dire? Voglio dire che può non esprimersi a parole, con un gesto di preghiera, ma si esprime nella storia in qualche modo; non può essere solo un vago sentimento del cuore. Tutti noi sappiamo che i vaghi sentimenti del cuore sono quelle robe che uno dice sempre: “mi piacerebbe…” poi in realtà se non lo fai mai è perché non ti piacerebbe, perché sennò prima o poi lo faresti. Dall’altra, quando c’è qualcosa che ti brucia proprio, prima o poi trovi il modo per farlo o per incazzarti molto se non riesci a farlo, trovi la strada. Cioè, un desiderio non è né cieco né sordo; a volte puoi non saperlo esprimere però spinge, fa camminare. Allora l’invocazione può essere muta, ma non è cieca né sorda, cioè non può non relazionarsi in qualche modo al reale. I padri antichi, ad esempio, dicevano che le lacrime sono la forma privilegiata dell’invocazione, per cui nel ‘500 viene composta anche una messa rituale per chiedere il dono delle lacrime, perché ci sono volte in cui non si riesce nemmeno a piangere, si sta talmente male, si ha talmente desiderio che non ti scendono neanche le lacrime. C’era addirittura un rituale della messa specifico per richiedere il dono delle lacrime, perché le lacrime sono una delle forme privilegiate di invocazione.

Domanda: Mentre parlavi di asimmetrie, mi è venuto in mente quel brano del vangelo in cui c’è l’amministratore che viene licenziato dal padrone e lui prima di licenziare condona un po’ di debiti. E la conclusione di quel brano è sempre un po’ disturbante, perché non è che gli fa cazziatone il padrone, ma lo loda. Allora mi chiedevo: quando si entra nel gioco delle asimmetrie, si può abitare nell’asimmetria da figli delle tenebre? Perché poco dopo c’è quel versetto, “i figli delle tenebre sono più scaltri dei figli della luce”, si può stare nell’asimmetria senza peggiorarla? E come?

Stella: Questa è una grossa questione effettivamente, quindi la riprenderemo come tema in un prossimo brano. Però intanto butto lì un paio di pensieri. Il primo è che io credo, personalmente, di sì. Lo dico in modo molto riassuntivo, io credo che si può, non solo, ma che si deve, nel senso che il cristianesimo non è la religione della correttezza, o della coerenza, o della giustizia; di servo giusto ce n’è uno solo che è il Signore Gesù. Noi arriviamo tutti in cielo con le mani sporche; il problema è che cosa abbiamo fatto per sporcarci le mani. Se tu stai fuori dall’asimmetria puoi illuderti di non essere mai stato origine di ogni male, però stai anche fuori dal mondo, dalla realtà, dalle passioni, dagli uomini, dalle donne, dalle cose, e questa cosa qui è il peggio possibile. L’amministratore infedele viene lodato perché prova a stare nell’asimmetria per la vita, la propria, in quel caso. E non gli viene detto: “brutto disgraziato, devi pensare agli altri!” Lui ha anche pensato agli altri, i debitori ci hanno tutti guadagnato; l’unico che ci ha perso è il padrone, che però è disponibile a perderci; è come gli operai dell’ultima ora: dà a tutti la stessa paga, anche a chi ha lavorato solo un’ora. E quando gli altri gli dicono: “ma non è giusto”, lui dice: “posso fare quel che voglio del mio denaro; con te ero d’accordo che ti davo un denaro, te l’ho dato e basta; se poi io voglio dare la stessa paga a uno che ha lavorato meno di te, sarà un problema mio o tuo?” Finché siamo nella storia, dicevo all’inizio, l’asimmetria è inevitabile e sempre dunque rischia di produrre male. Certo chiede una grande vigilanza, non si può fare qualsiasi cosa. È il discernimento, è la logica di abitare l’asimmetria possibilmente per la vita nostra e altrui.

Fossano, 8 novembre 2025

Testo non rivisto dall’autore

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