Stella Morra
6. Da fuori a dentro o viceversa per guarire?
Riprendiamo il nostro percorso sul tema del male, gigantesco e senza soluzioni definitive. Come al solito, nei primi quattro incontri abbiamo percorso la dimensione più antropologica con l’Antico Testamento. Il primo brano, il diluvio, con la ribellione di Dio contro gli esseri umani che agiscono il male, sembra chiaro: gli uomini sono cattivi e quindi gli succede il male – così imparano, si direbbe – se fossero buoni il mondo funzionerebbe… ma non è così, e il testo dell’Esodo lo dimostra: il popolo ebraico è buono, ma Dio sembra distrarsi e gli Ebrei finiscono schiavi, apparentemente senza loro colpa. Questa è una dimensione di cui facciamo tutti esperienza: a volte il male è anche, almeno parzialmente, nostra responsabilità, ma non sempre, in molte occasioni – ed è il caso che ci fa più male – non abbiamo un motivo oggettivo a cui dare la colpa.
Poi, abbiamo visto il testo di Giona, la questione della misura del male. Giona è molto arrabbiato perché muore il terebinto – che non ha fatto crescere lui. Dio gli dice: «io non dovrei recedere dalla mia idea di far morire Ninive? Come ti permetti di pensare una cosa del genere?» Poi, abbiamo riflettuto sul testo dei Numeri, il brano con l’asina di Balaam che parla in favore delle vittime. Sono quattro dimensioni di una esperienza abbastanza comune, antropologica, di una esperienza del male che gli esseri umani fanno, dimensioni che tutti percorriamo.
La volta scorsa abbiamo visto il testo di Giovanni 9 – l’episodio del cieco nato – che comincia ad andare un po’ oltre la riflessione puramente antropologica, dove la questione comincia ad essere la profonda ambivalenza del male. Di fronte alla cecità dell’uomo i discepoli si fanno una domanda ordinaria: «chi ha peccato, per cui sia nato cieco, lui o i suoi genitori? Perché se è nato cieco non ha fatto tempo a peccare, ma che senso ha che lui sia nato cieco a causa dei suoi genitori?» Ragionamento classico. Gesù invece comincia a scompigliare le carte, dice che questo accade perché sia manifestata la gloria di Dio. La gloria di Dio si manifesta attraverso un male? che roba è? Abbiamo fatto alcune considerazioni, molte altre se ne potrebbero fare, intorno a questa questione.
La lectio di oggi
Oggi proseguiamo nel superamento dei ragionamenti puramente antropologici, in una logica controintuitiva, quella che non è la prima che ti viene in mente, guardando le cose; come il caso di qualcosa che è percepito come un male ma serve a manifestare la gloria di Dio. E noi pensiamo: «come si sentiva il cieco nato, ad essere il luogo di questa cosa qui?» In questo senso faremo un ragionamento controintuitivo, che in qualche misura non è così immediato: il rapporto tra bene e male in relazione a Dio. Lo facciamo a partire dal brano di Marco 7, un testo che riguarda le logiche e le leggi religiose viste dall’interno, riguarda, nel caso concreto, disposizioni della legge ebraica sulla purezza e sull’impurità; ma non dobbiamo considerarlo come se riguardasse solo quel tema lì e che quindi non ci riguarda, perché il cristianesimo non ha prescrizioni simili, ma riguarda la logica per cui alcune cose vengono lette in modo religioso. Noi useremmo altre categorie, ma, per capirci, è contro una lettura religiosa in senso materiale, o se volete contro una lettura moralista – il diluvio, gli uomini fanno il male, quindi si meritano il male.
Qui si dice che non funziona così, che il problema di tutti è guarire, guarire da una malattia che si chiama vivere: la vita è una cosa da cui non si esce vivi, ha una forma drammatica di per sé, ma per guarire bisogna mettersi in una postura diversa, contraria.
Non leggerò i primi tredici versetti del capitolo 7, che inizia sotto un termine di luogo: «giunsero dei farisei da Gerusalemme», che significa il Tempio, il Colle di Sion, la presenza di Dio – il massimo del religioso – e questi farisei polemizzano con Gesù perché «i tuoi discepoli prendono cibo senza essersi lavati le mani» che non è una questione di buona educazione, ma di purezza rituale. Il Vangelo di Marco è il più breve dei Vangeli – forse il primo, comunque la versione più antica dei Vangeli arrivata a noi – è un po’ schematico, quindi un po’ tosto anche nel linguaggio, senza troppe sfumature. In questi 13 versetti Gesù e i farisei se ne dicono di tutti i colori. Gesù usa il metodo rabbinico, cioè prova a rimanere dentro alla stessa logica, risponde a citazione con citazione, esempio con esempio, discute come i maestri farisei, ma questa operazione – almeno nella lettura di Marco – è inutile, non se ne viene fuori.
Il testo: Mc 7,14-37
7 14Chiamata di nuovo la folla, diceva loro: «Ascoltatemi tutti e comprendete bene! 15Non c’è nulla fuori dell’uomo che, entrando in lui, possa renderlo impuro. Ma sono le cose che escono dall’uomo a renderlo impuro». [16]
17Quando entrò in una casa, lontano dalla folla, i suoi discepoli lo interrogavano sulla parabola. 18E disse loro: «Così neanche voi siete capaci di comprendere? Non capite che tutto ciò che entra nell’uomo dal di fuori non può renderlo impuro, 19perché non gli entra nel cuore ma nel ventre e va nella fogna?». Così rendeva puri tutti gli alimenti. 20E diceva: «Ciò che esce dall’uomo è quello che rende impuro l’uomo. 21Dal di dentro infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono i propositi di male: impurità, furti, omicidi, 22adultèri, avidità, malvagità, inganno, dissolutezza, invidia, calunnia, superbia, stoltezza. 23Tutte queste cose cattive vengono fuori dall’interno e rendono impuro l’uomo».
24Partito di là, andò nella regione di Tiro. Entrato in una casa, non voleva che alcuno lo sapesse, ma non poté restare nascosto. 25Una donna, la cui figlioletta era posseduta da uno spirito impuro, appena seppe di lui, andò e si gettò ai suoi piedi. 26Questa donna era di lingua greca e di origine siro-fenicia. Ella lo supplicava di scacciare il demonio da sua figlia. 27Ed egli le rispondeva: «Lascia prima che si sazino i figli, perché non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini». 28Ma lei gli replicò: «Signore, anche i cagnolini sotto la tavola mangiano le briciole dei figli». 29Allora le disse: «Per questa tua parola, va’: il demonio è uscito da tua figlia». 30Tornata a casa sua, trovò la bambina coricata sul letto e il demonio se n’era andato.
31Di nuovo, uscito dalla regione di Tiro, passando per Sidone, venne verso il mare di Galilea in pieno territorio della Decàpoli. 32Gli portarono un sordomuto e lo pregarono di imporgli la mano. 33Lo prese in disparte, lontano dalla folla, gli pose le dita negli orecchi e con la saliva gli toccò la lingua; 34guardando quindi verso il cielo, emise un sospiro e gli disse: «Effatà», cioè: «Apriti!».35E subito gli si aprirono gli orecchi, si sciolse il nodo della sua lingua e parlava correttamente. 36E comandò loro di non dirlo a nessuno. Ma più egli lo proibiva, più essi lo proclamavano 37e, pieni di stupore, dicevano: «Ha fatto bene ogni cosa: fa udire i sordi e fa parlare i muti!».
Commento:
Dal versetto 14 c’è il testo che ci interessa, un testo dislocatorio, cioè che mostra un cambiamento di scenografia. Come se, durante una rappresentazione teatrale, succedessero quelle cose da teatro contemporaneo in cui il cambio di scena avviene in scena. Qui avviene un cambio di scena: Gesù sta parlando con i farisei, un dialogo colto in punta di fioretto rabbinico, poi il versetto 14 comincia così:
7 14Chiamata di nuovo la folla, diceva loro: «Ascoltatemi tutti e comprendete bene! 15Non c’è nulla fuori dell’uomo che, entrando in lui, possa renderlo impuro. Ma sono le cose che escono dall’uomo a renderlo impuro».
Cambio radicale di interlocutore: dai farisei, gli eletti, discendenti diretti di Abramo, alla folla – non importa chi sei, puro, impuro, donna, straniero – e la raccomandazione è sentire e comprendere, tutti, nessuno escluso. La cosa che bisogna ascoltare e comprendere bene è il versetto 15:
15Non c’è nulla fuori dell’uomo che, entrando in lui, possa renderlo impuro. Ma sono le cose che escono dall’uomo a renderlo impuro».
Anche qui, se rimaniamo al significato stretto della purezza, è come se Gesù dicesse che non diventi impuro anche se mangi il maiale, anche se tocchi un cadavere, anche se dai la mano a una donna mestruata o incontri un lebbroso, perché è quello che esce da te che ti può rendere impuro. E noi che cosa abbiamo fatto? Abbiamo preso questo versetto e l’abbiamo trasposto all’interno del ragionamento religioso in termini morali, per dire che quello che conta è l’intenzione: non sono le cose che fanno male, sei tu che puoi fare male. Però abbiamo mantenuto l’impalcatura della spiegazione, con la differenza che abbiamo spostato dall’oggettività al dentro; per esempio, andare a Messa la domenica non è una legge, devi sentirne l’esigenza. L’ottimo risultato è che hai due leggi, andare a Messa la domenica, e sentirne l’esigenza, che è la seconda legge e per di più molto difficile da capire. Perché sai benissimo se sei andato a messa o no, è un dato oggettivo, ma sapere se ci sei andato perché ne hai sentito l’esigenza, oppure per abitudine, o eri distratto, e così via, diventa un casino capirlo. Allora «non c’è nulla di fuori dall’uomo che entrando in lui possa renderlo impuro, sono le cose che escono dall’uomo a renderlo impuro». La gente è posta, come noi, di fronte alla questione: cosa entra nel cuore dell’uomo e cosa esce dal cuore dell’uomo? Si tratta di intenzioni, pensieri, sentimenti, azioni?
Qui vi faccio notare una questione testuale che dimostra la dislocazione del testo: se guardate il testo della Bibbia, il versetto 16 non c’è, ci sono due parentesi quade con scritto dentro [16], perché questo versetto c’è solo in alcuni manoscritti e dice testualmente: «se qualcuno ha orecchi per ascoltare, ascolti.» Il «se qualcuno», che non sono i farisei, è proprio la contrapposizione all’inutilità del parlare della prima parte, e rafforza l’idea che solo chi vuole ascoltare è ammesso a questa seconda parte, ma questa probabilmente è un’aggiunta tardiva, per cui compare solo in alcuni manoscritti. Nell’ultima traduzione della CEI è stato tolto il versetto, c’è il numero 16 vagante, ma il versetto seguente per alcuni versi è ancora più intrigante.
17Quando entrò in una casa, lontano dalla folla, i suoi discepoli lo interrogavano sulla parabola. 18E disse loro: «Così neanche voi siete capaci di comprendere?
La dislocazione è raddoppiata, in questo testo c’è un continuo spostamento: ai versetti 14-15 ci si allontana dai farisei e dal ragionamento sulla purezza, e Gesù si rivolge alla folla e dice «non quello che entra nell’uomo ma quello che esce dall’uomo…», che però è ancora un titolo, qualcosa di molto generico. Poi si allontana dalla folla, entra in una casa e parla solo ai discepoli – che sono il corrispettivo dei farisei? No, sono un’altra cosa, non perché siano migliori – da un certo punto di vista sono i peggiori, i più testoni, quelli che hanno più occasioni di capire cosa dice Gesù, ma non lo capiscono mai. E i discepoli lo interrogano sulla parabola. Peccato che, se uno è arrivato fino lì, potrebbe chiedersi «qual era la parabola?» perché né alla fine del capitolo 6, né all’inizio del capitolo 7, c’è una parabola. La parabola è un genere letterario molto preciso, un raccontino inventato da Gesù a titolo pedagogico, in cui si prendono degli elementi della vita quotidiana – il pastore, le pecore, il padre e i due figli, l’uomo che scendeva da Gerusalemme a Gerico… Si prendono elementi di fantasia ma plausibili – il seminatore che esce a seminare, la donna che ha perduto la dracma – che Gesù acconcia e c’è una specie di morale della parabola.
I discepoli dicono di non aver capito la parabola e io mi vedo la faccia di Gesù che dice «non ho raccontato nessuna parabola, come fate a non averla capita?» Ci sono ovviamente mille spiegazioni teorico-letterarie – per esempio che ci fosse davvero una parabola che si è persa nella memoria, oppure mille altre spiegazioni plausibili e forse anche vere, ma la questione non è questa. Perché non abbiamo un interesse testuale, la nostra questione è che qui si raggiunge il massimo della non comprensione. È proprio la fatica di entrare in sintonia su un ragionamento, ciò di cui sta parlando Gesù. E infatti dice, «ma neanche voi capite, voi che ho curato, voi che avete visto e condiviso?» E prosegue così:
Non capite che tutto ciò che entra nell’uomo dal di fuori non può renderlo impuro, 19perché non gli entra nel cuore ma nel ventre e va nella fogna?». Così rendeva puri tutti gli alimenti.
Una botta di realismo: quello che si mangia viene scartato, non ha nessuna importanza. E Gesù, così, rende puri tutti gli alimenti. Questa era la preoccupazione dei discepoli, che dovevano giustificare perché non si lavavano le mani e tutto il resto, ma è solo questo che sta dicendo Gesù?
20E diceva: «Ciò che esce dall’uomo è quello che rende impuro l’uomo. 21Dal di dentro infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono i propositi di male: impurità, furti, omicidi, 22adultèri, avidità, malvagità, inganno, dissolutezza, invidia, calunnia, superbia, stoltezza. 23Tutte queste cose cattive vengono fuori dall’interno e rendono impuro l’uomo».
È interessante, perché c’è un elenco di peccati, e potremmo continuare a non capire, a ricascare nella logica della purezza, solo spostata dall’oggettivo al soggettivo, ma qui la questione è che quello che esce dal cuore sono i propositi, non le azioni, non i pensieri, potremmo fare un elenco, ma noi con parola contemporanea diremmo i desideri. Quello che esce dal cuore dell’uomo è ciò che veramente desideri, sono i propositi, l’impegno che prendi con te stesso di arrivare a un certo punto. La logica per cui l’unica cosa che muove veramente l’esistenza sono i desideri e in questo la questione di Gesù è tutt’altro che moralistica, perché i desideri attraversano l’oggettività, non si realizzano praticamente mai esattamente come sono desiderati perché solo Dio può dire «sia la luce» e la luce fu, una corrispondenza diretta tra il suo desiderio e l’oggettività che ne consegue.
Questa si chiama onnipotenza, e qui c’è una delle nostre confusioni: non crediamo nei desideri, crediamo nell’onnipotenza, che è un’altra cosa. Vorremmo poter dire «sia così», «questo passi», «questo sia risolto» e fu risolto. Sarebbe fantastico! Però questa è l’onnipotenza, non è il desiderio.
Quello che esce dal cuore dell’uomo sono i desideri, che sono tanto più vivi e profondi, seri e muovono la vita, quanto meno sono onnipotenti. Per gli umani, perché implicano l’insufficienza a compierli da soli, dunque il bisogno di dirsi un noi per costruire il proprio desiderio. Tutti facciamo questa esperienza di fronte al male: abbiamo bisogno degli altri, non in quanto risolutori, perché nessuno ha la bacchetta magica per risolvere una questione di male, ma l’affetto degli altri ci tiene in piedi, ci dà l’energia che serve, ci manda avanti nel desiderio, nel proposito.
Non so se sono riuscita a spiegarlo con la potenza con cui lo sento, ma è evidente che una lettura moralista uccide questo testo, che invece ha una vita infinita, è apertissimo: se le cose cattive vengono fuori dall’interno, rendono impuro l’uomo e l’uomo si ammala nei mille modi in cui ci ammaliamo, c’è un solo modo per guarire, ed è avere propositi di benedizione, che ci consentano di dire noi e non propositi di onnipotenza.
Gli altri due capoversi di questo capitolo sono la vera parabola, non raccontata ma vissuta, sono l’applicazione esistenziale di questo ragionamento, perché sono di nuovo una dislocazione. Il capitolo si apre con «provenivano da Gerusalemme» e poi ci sono due altre tappe: il versetto 24, «partito di là andò nella regione di Tiro» e il versetto 31 «in pieno territorio della Decapoli». Sono due territori laici, secolarizzati, non è Gerusalemme, non c’è il Tempio, non c’è niente di sacro; la regione di Tiro è un luogo neutro, la Decapoli ha un nome greco, è il territorio delle dieci città, un posto laico, fuori dalle logiche dell’ebraismo.
24Partito di là, andò nella regione di Tiro. Entrato in una casa, non voleva che alcuno lo sapesse, ma non poté restare nascosto.
Il tema del cosiddetto segreto messianico nel Vangelo di Marco è molto studiato perché è ricorrente. Gesù si schermisce, non vuole essere riconosciuto, dice ai discepoli di non raccontare i miracoli – il contrario dell’«andate e annunciate a tutte le genti». Gli studiosi si chiedono perché, se è venuto sulla terra per diffondere la parola di Dio, voglia mantenere il segreto. A me piace molto che lui arrivi nella regione di Tiro dove non ci sono i farisei, non ci sono gli ebrei, non vuole che nessuno lo sappia ma non può restare nascosto. Esattamente come dirà il vangelo di Matteo: non si può nascondere sotto un moggio la lampada accesa, la città sul monte si vede, non c’è niente da fare, è un dato di oggettività.
25Una donna, la cui figlioletta era posseduta da uno spirito impuro, appena seppe di lui, andò e si gettò ai suoi piedi. 26Questa donna era di lingua greca e di origine siro-fenicia. Ella lo supplicava di scacciare il demonio da sua figlia. 27Ed egli le rispondeva: «Lascia prima che si sazino i figli, perché non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini». 28Ma lei gli replicò: «Signore, anche i cagnolini sotto la tavola mangiano le briciole dei figli». 29Allora le disse: «Per questa tua parola, va’: il demonio è uscito da tua figlia». 30Tornata a casa sua, trovò la bambina coricata sul letto e il demonio se n’era andato.
Questo è il primo episodio, molto conosciuto ma spesso non collocato all’interno di questo discorso, separato per dire la fede della donna, e va benissimo.
Ma non so se vi suona un po’ diverso, che cosa esce da questa bambina? Un demonio. E questa bambina da che cosa è posseduta? Che cosa ha dentro nel cuore? Uno spirito impuro. Sembra la smentita di tutto quello che succede prima. Quello che esce da lei è un male, eppure, è un bene che esca, che se ne vada che vada altrove. Quello che la possiede, cioè ragiona al posto suo, sente al posto suo – questa è l’idea di possessione degli antichi – è qualcuno che fa del male, a lei innanzitutto. Cioè, ciò che esce dal cuore dell’uomo, la forma del nostro desiderio, non è l’onnipotenza, non è il tutto, perché noi, non solo le cose, non solo il male, noi siamo ambivalenti, noi abbiamo dentro tante cose diverse e abbiamo bisogno del pane per distinguere, per lasciare uscire ciò che deve uscire e andarsene e far crescere i propositi.
Ma qui è una straniera impura che ha una figlia posseduta da uno spirito impuro che fa questa operazione e la fa «per questa tua parola». Noi diremmo «per questo tuo desiderio», perché lei non molla, anche se Gesù le dice «lascia che prima si sazino i figli». I figli – che sarebbero quei farisei che venivano da Gerusalemme che avevano polemizzato, cioè dei pessimi figli, non dei bravi figli.
Cosa esce dal cuore della donna? Il suo desiderio. Il suo desiderio non è polemico, non si mette come i farisei a discutere, ma dice hai ragione, «ma anche i cagnolini hanno diritto alle briciole». Ovviamente è assolutamente evidente l’associazione con il «raccogliete i frammenti perché nulla vada perduto» di Giovanni 6, dopo la moltiplicazione dei pani.
Non solo ciò che è onnipotente ha un suo ruolo, anche le briciole ne hanno uno, anche i cagnolini e per questo la donna viene esaudita, per questa sua parola, per una parola di benedizione e di proposito, di desiderio che non si ferma ma che non diventa polemico, è un desiderio di richiesta.
E poi l’ultima scena. Marco mette vicini tanti pezzi, anche frammentati, ma letti tutti insieme questi racconti fanno impressione.
31Di nuovo, uscito dalla regione di Tiro, passando per Sidone, venne verso il mare di Galilea in pieno territorio della Decàpoli.
Gesù va sempre più verso la periferia, si allontana.
32Gli portarono un sordomuto e lo pregarono di imporgli la mano.
Là c’è un cuore posseduto da uno spirito impuro, qui c’è un sordomuto, dalle orecchie non gli entra niente, dalla bocca non esce niente. Sono proprio i due casi estremi rispetto al ragionamento precedente.
33Lo prese in disparte, lontano dalla folla, gli pose le dita negli orecchi e con la saliva gli toccò la lingua.
Non l’avevo mai notato: a uno che non sente e non parla, non puoi dire «Effatà », «apriti» o «sii benedetto», perché non sente. Gesù usa il linguaggio dei segni, quello che lui può sentire, gli tocca le orecchie e gli tocca la lingua, perché lui parla con il suo corpo, esce o entra qualcosa di lui, è il linguaggio adatto a lui.
34Guardando quindi verso il cielo, emise un sospiro e gli disse: «Effatà», cioè: «Apriti!». 35E subito gli si aprirono gli orecchi, si sciolse il nodo della sua lingua e parlava correttamente. 36E comandò loro di non dirlo a nessuno.
È meraviglioso: siccome parlava correttamente, gli dice di stare zitto…
Ma più egli lo proibiva, più essi lo proclamavano 37e, pieni di stupore, dicevano: «Ha fatto bene ogni cosa: fa udire i sordi e fa parlare i muti!».
Ciò che esce dal cuore degli uomini che hanno seguito il desiderio è una benedizione: «ha fatto bene ogni cosa».
Ritorno alle cose che dicevo all’inizio per chiudere il cerchio. Mi sembra che questa seconda parte del capitolo, letta così tutta di fila con il ragionamento sul capire e non capire, il dentro e il fuori, la questione della purezza e poi due episodi dislocati, Tiro e la Decapoli, con la bambina posseduta e il sordomuto, mostrano bene che il da fuori o il da dentro non è riducibile in termini semplicemente morali, non è una questione di intenzione né di generici buoni sentimenti. C’è un proposito profondo di benedizione che lotta con la quotidianità di un’esistenza in cui non abbiamo piena libertà, a volte siamo un po’ posseduti da altre dimensioni, da altre fatiche, da altri dolori o siamo un po’ sordomuti, cioè impossibilitati a fare entrare e a fare uscire, raggomitolati su noi stessi. In tutte queste situazioni Gesù ripristina non semplicemente una soluzione ai problemi, ma una possibilità di relazione tra i desideri e la realtà, tra i propositi che escono da noi e ciò che la realtà ci consente di fare, e non c’è niente di moralistico in questo. Allora se facciamo il bene ci verrà la salute? Tutto funzionerà? Non è vero, ma nemmeno se facciamo il male ci arriva subito il castigo e niente funziona più, non è vero neanche questo.
Piuttosto «ha fatto bene ogni cosa», è la grande parola di benedizione dell’unico che è Onnipotente, che dunque dice e ciò che dice è un proposito e un’intenzione che accadono, che fanno realtà, ma non per noi, solo per lui.
Fossano, 28 marzo 2026
Testo non rivisto dall’autore
Lectio 2025/2026
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