Stella Morra
8. Un noi operoso
Abbiamo cercato, quest’anno, di ragionare intorno alla irresolubilità della questione del male, se volete, cioè il fatto che non si riesca in qualche misura a trovare una risposta o più risposte soddisfacenti. L’abbiamo percorso prima, come al solito, attraverso alcuni testi dell’Antico Testamento che hanno un po’ circondato la questione attraverso gli elementi antropologici, quelli che ci si ripresentano, eccetera. Poi abbiamo avuto tre testi del Nuovo Testamento, il testo del cieco nato, il testo della donna che risponde a Gesù che anche i cagnolini raccolgono le briciole, e il testo di Romani della volta scorsa.
Questa sera concludiamo con un nuovo testo del Nuovo Testamento che in qualche modo mostri l’elemento di eccedenza che il Nuovo Testamento dà rispetto all’esperienza antropologica, all’esperienza comune agli uomini e alle donne. Un elemento di eccedenza che come tale, soprattutto rispetto a questo tema, è abbastanza problematico. Alla fine, in qualche modo, quando raccoglievo le idee intorno a questo Lectio, mi tornava continuamente in testa la stessa questione: arrivati fino a questo punto, dunque, che cosa vogliamo o possiamo dire in relazione a questa riflessione, a questo percorso? C’è qualcosa che possiamo mettere in dispensa, un po’ ordinato, come qualcosa di acquisito, come percorso comune? Credo che ognuno di noi avrà qualche pezzo che gli è risultato prezioso e che ha tenuto, ma cosa possiamo dire insieme di più condiviso?
Ragionando anche sul testo che tra poco leggeremo, mi sembra che la cosa che possiamo dire è che riflettere a fondo alla luce della Parola di Dio intorno a questa questione richiede di spostare l’attesa, cioè di non ragionare come si ragiona sempre. C’è un problema, qual è la soluzione, ma invece richiede di spostarsi in un altro luogo. Se volete, detto semplicemente, c’è un problema, quale vita è possibile? Che è un’altra questione e mi sembra che in modo più bello, più brutto, più spirituale, più filosofico, più poetico, metteteci tutti gli oggettivi, da molti secoli ci arrabattiamo a cercare delle soluzioni. Perché? Che cosa significa? Cosa si impara?
Invece, mi sembra che diventi sempre più chiaro, almeno per me e provo a condividere con voi, che questa logica: c’è un problema e serve una soluzione, presuppone che il problema vada cancellato, vada risolto, e che invece, di fronte all’esperienza del male che gli umani hanno e vivono sempre, il problema non è risolvere il problema, appunto, ma chiedersi quale vita è possibile a partire da quel problema. Il che è l’esatto contrario di quello che si dice: “fattene una ragione”, quando non troviamo una soluzione si dice: “vabbè, rassegnati, fattene una ragione, archivialo, mettilo da una parte, cerca di non pagare un prezzo troppo alto”. Invece, mi sembra che quello che la Parola di Dio ci invita a fare, è, appunto, chiediti quale vita è possibile a partire da quel problema; quale vita è possibile a partire da un mondo dilaniato dalle guerre; quale vita è possibile a partire dalle nostre esperienze personali, magari di grande dolore o di grande fatica, che non è la stessa cosa del dolore, ma comunque non scherza pure quella, o di grande trasformazione, che a volte fa più male che qualsiasi altra cosa; quale vita è possibile a partire realisticamente da lì.
E questo mi è improvvisamente sembrato, in qualche modo, la logica richiesta dall’incarnazione, che non è una logica commerciale. L’incarnazione non è un modo per risolvere le questioni, le questioni si risolvono quelle che si possono risolvere, non si risolvono quelle che non si possono risolvere, fa parte della nostra capacità, intelligenza, gli aiuti che riceviamo, le cose affrontabili, quelle non affrontabili, eccetera. Quello che fa parte della logica dell’incarnazione è vivere nel luogo e nel tempo dove si è, e dunque tutta la vita possibile in quel luogo, in quel tempo. E a quel punto ho riletto per la centocinquantesima volta il brano che volevo commentare con voi oggi e l’ho visto in un altro modo, insomma, mi è sembrato che sì, che effettivamente fosse questo il percorso; dunque, provo a condividerlo con voi, vediamo se da qualche parte arriva anche a voi.
La lectio di oggi
Si tratta della fine del Vangelo di Giovanni, il capitolo 21. Di questi capitoli 20 e 21 abbiamo spessissimo commentato: le donne, il pianto della Maddalena, eccetera, perché sono testi che personalmente mi piacciono molto. Questo è un brano che abbiamo già anche letto in altre occasioni insieme, ma in qualche modo è un brano che mi dà un po’ più fastidio; quindi, l’abbiamo letto meno rispetto ad altri. Dice così:
Il testo: Gv 21,1-19
21 1Dopo questi fatti, Gesù si manifestò di nuovo ai discepoli sul mare di Tiberìade. E si manifestò così: 2si trovavano insieme Simon Pietro, Tommaso detto Dìdimo, Natanaele di Cana di Galilea, i figli di Zebedeo e altri due discepoli. 3Disse loro Simon Pietro: “Io vado a pescare”. Gli dissero: “Veniamo anche noi con te”. Allora uscirono e salirono sulla barca; ma quella notte non presero nulla.
4Quando già era l’alba, Gesù stette sulla riva, ma i discepoli non si erano accorti che era Gesù. 5Gesù disse loro: “Figlioli, non avete nulla da mangiare?”. Gli risposero: “No”. 6Allora egli disse loro: “Gettate la rete dalla parte destra della barca e troverete”. La gettarono e non riuscivano più a tirarla su per la grande quantità di pesci. 7Allora quel discepolo che Gesù amava disse a Pietro: “È il Signore!”. Simon Pietro, appena udì che era il Signore, si strinse la veste attorno ai fianchi, perché era svestito, e si gettò in mare. 8Gli altri discepoli invece vennero con la barca, trascinando la rete piena di pesci: non erano infatti lontani da terra se non un centinaio di metri.
9Appena scesi a terra, videro un fuoco di brace con del pesce sopra, e del pane. 10Disse loro Gesù: “Portate un po’ del pesce che avete preso ora”. 11Allora Simon Pietro salì nella barca e trasse a terra la rete piena di centocinquantatré grossi pesci. E benché fossero tanti, la rete non si squarciò. 12Gesù disse loro: “Venite a mangiare”. E nessuno dei discepoli osava domandargli: “Chi sei?”, perché sapevano bene che era il Signore. 13Gesù si avvicinò, prese il pane e lo diede loro, e così pure il pesce. 14Era la terza volta che Gesù si manifestava ai discepoli, dopo essere risorto dai morti.
15Quand’ebbero mangiato, Gesù disse a Simon Pietro: “Simone, figlio di Giovanni, mi ami più di costoro?”. Gli rispose: “Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene”. Gli disse: “Pasci i miei agnelli”. 16Gli disse di nuovo, per la seconda volta: “Simone, figlio di Giovanni, mi ami?”. Gli rispose: “Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene”. Gli disse: “Pascola le mie pecore”. 17Gli disse per la terza volta: “Simone, figlio di Giovanni, mi vuoi bene?”. Pietro rimase addolorato che per la terza volta gli domandasse: “Mi vuoi bene?”, e gli disse: “Signore, tu conosci tutto; tu sai che ti voglio bene”. Gli rispose Gesù: “Pasci le mie pecore. 18In verità, in verità io ti dico: quando eri più giovane ti vestivi da solo e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti vestirà e ti porterà dove tu non vuoi”. 19Questo disse per indicare con quale morte egli avrebbe glorificato Dio. E, detto questo, aggiunse: “Seguimi”.
Commento:
21 1Dopo questi fatti, Gesù si manifestò di nuovo ai discepoli sul mare di Tiberìade. E si manifestò così
Allora, intanto si manifesta e si manifesta di nuovo, cioè il soggetto di questa faccenda è Gesù, siamo dopo la Resurrezione, quindi il centro è lui, quello che piglia l’iniziativa è lui, e si manifesta, cioè si fa vedere, si fa incontrare, ma è chiaro che il rischio del manifestarsi è sempre, come vedremo subito dopo, di non essere riconosciuto, o di non essere incontrati, di essere distratti. Nel racconto della Resurrezione le donne vanno alla tomba cercando il Signore. Maria di Magdala si agita ancora di più, va nel giardino, dice: dove l’avete portato?, cerca il corpo del Signore. Qui no, qui è la situazione più ordinaria, quella in cui siamo tutti. È il Signore che si muove, e i discepoli di per sé non sanno bene cosa fare, e lui si manifesta.
Allora, io credo che rispetto alla domanda quale vita è possibile dentro e attraverso, a partire dall’esperienza del male, la questione, il punto di partenza, la precondizione è che Gesù si manifestò di nuovo. Cioè è l’atto di fede, proprio atto di fede nel senso classico di questo termine, credere, anche quando non sembra possibile, che lì c’è una manifestazione di Dio e che bisogna riconoscerla. Perché solo da quello può partire una vita, che non vuol dire un messaggio, un insegnamento, tutte quelle cose un po’ moralistiche, proprio una manifestazione, un modo di Dio di essere, magari silenziosamente, a fianco a quella cosa lì e basta. E si manifestò così, ed è molto interessante, Giovanni non usa mai le parole a caso e dice: Gesù si manifestò, questo è il punto di partenza, ma poi la cosa che fa immediatamente è spiegare come si manifestò, perché evidentemente questo è il problema, cioè come si manifesta, come si fa a riconoscerlo, dove lo si vede, che cosa dice o fa. E quello che viene fuori è una narrazione per un po’ di versetti, dice così:
2si trovavano insieme Simon Pietro, Tommaso detto Dìdimo, Natanaele di Cana di Galilea, i figli di Zebedeo e altri due discepoli. 3Disse loro Simon Pietro: “Io vado a pescare”. Gli dissero: “Veniamo anche noi con te”. Allora uscirono e salirono sulla barca; ma quella notte non presero nulla.
In questo inizio di narrazione ci sono già degli elementi molto decisivi. Primo c’è un noi, non c’è uno da solo. C’è un noi che è la condizione per cui Gesù ci manifesti e su questo, secondo me, noi dovremmo veramente lavorare tantissimo, perché questa è la cosa che non sappiamo più come si fa. Cosa vuol dire essere un noi perché Gesù si manifesti? Nei due di Emmaus, almeno due, un noi è almeno fatto di due. Qui sono più di due, ma cosa vuol dire concretamente? Che ci incontriamo una volta al mese ad ascoltare la parola di Dio? Oppure che cosa vuol dire?
Certamente, questo è un passaggio e questo credo è uno dei motivi profondi per cui questa esperienza di leggere insieme la Parola, bella, brutta come esperienza: giusta, sbagliata, che si potrebbe fare in altri modi, è un’esperienza così significativa, perché noi in qualche modo sentiamo che è un esercizio continuo di riconoscimento, che crea un noi fragile, ma anche molto vero. Però, è possibile che sia solo questo? O questo è troppo poco? Ci sono degli altri noi? Come si coltivano? Per me questa è veramente una domanda aperta, però è la condizione di partenza, se non c’è un noi non succede nulla, il Signore non ha un luogo dove manifestarsi, resta solo il male, resta solo non aver pescato nulla. Sono lì, sono un po’ così, non sanno bene cosa fare, Pietro decide e decide su di sé, questa è la seconda condizione, ognuno ha la responsabilità di decidere, ma in un noi ognuno deve decidere su di sé.
Pietro dice “Io vado a pescare”, fate cosa vi pare, cioè Pietro riprende i fili da dove era rimasto, faceva il pescatore, pescava e è successo un gran casino, è stato tre anni, secondo il racconto evangelico, dietro a questo rabbi, sperava che lui avrebbe liberato Israele, questo rabbi è morto, le donne sono un po’ agitate, hanno detto che è risuscitato, ma che cosa resta da fare? Ripartire con la vita dove era rimasta, cioè rimuovere il grande dolore che questa vicenda è. E gli altri si accodano: “Veniamo anche noi con te”, ognuno decide per sé ed è giusto, ognuno deve prendersi la responsabilità di quello che vuole fare, però alla fine il tutto, il noi, si muove all’unisono in qualche modo, perché è un noi vero, perché gli altri da soli cosa fanno? E la conclusione è: Allora uscirono e salirono sulla barca; ma quella notte non presero nulla.
Il noi funziona e l’unica cosa che è davvero rimasta è il noi, l’impossibilità a negare ciò che li ha legati tra di loro, quel qualcosa che è successo che ha fatto sì che loro fossero insieme, ma quella notte non prendono niente. Il risultato è zero comunque, la soluzione è zero, perché loro hanno fatto una cosa normale, che vuol dire: hanno provato a continuare a vivere per quello che vedevano, riprendendo i fili da dove erano rimasti e tentando di riannodarli, ma questo implica quasi una rimozione del male. Non dico facciamo finta che non sia successo niente, perché è impossibile, ma riprendiamo da prima e non va bene, questo non porta a nessun risultato,
4Quando già era l’alba, Gesù stette sulla riva, ma i discepoli non si erano accorti che era Gesù.
E qui appunto c’è tutto il tema della manifestazione, Gesù si manifesta ma loro non si accorgono, come i discepoli di Emmaus, come nelle altre apparizioni dopo la Resurrezione, e trovo che spessissimo sta cosa viene letta in modo un po’ poetico, un po’ spiritualoide, ma la questione è molto seria. Quello che qui ci viene detto è che non è automatico riconoscere Dio che passa, però non c’è un’altra cosa da fare, e che dice: vabbè, dato che non me ne accorgo faccio finta di niente, faccio altro; io vado a pescare, perché se io vado a pescare, cioè rimuovo questa fatica e riaggancio il filo di prima, non succede niente in realtà. Se volete la dico in modo più morale, che non mi piace ma è più chiaro, se io cerco la mia soluzione al male, ok il male è più forte di noi, vinceranno sempre i malvagi in questo tempo, in questo mondo storico.
5Gesù disse loro: “Figlioli, non avete nulla da mangiare?”. Gli risposero: “No”.
Anche qui, è come se Giovanni si sforzasse di riassumere in modo molto essenziale, ma anche molto chiaro la logica dell’incarnazione: si parte da un noi e poi ci si aspetta una soluzione, ma ciò che Gesù fa è la domanda di un bisognoso. È esattamente il contrario, non dice: “sono io, sono risorto, non prendetevela tanto, non vi preoccupate, sono qua”, dice: “avete qualcosa da mangiare?” Si mette nella condizione di colui che di per sé aumenterebbe il problema, già non hanno pescato niente, è un po’ una presa per i fondelli dirgli avete qualcosa, è come se peggiorasse la situazione. Loro gli rispondono esattamente con la verità: Avete qualcosa? No. E allora, ecco qui l’altra legge dell’incarnazione che come dicevo sposta la questione:
6Allora egli disse loro: “Gettate la rete dalla parte destra della barca e troverete”. La gettarono e non riuscivano più a tirarla su per la grande quantità di pesci.
È appunto cercate un’altra cosa, non cercate dalla stessa parte, non riacchiappate i fili da dove li avevate lasciati, non cercate una soluzione, cercate un’altra cosa, dall’altro lato della barca. Perché dall’altro lato? Perché dovete fare una cosa diversa, fare un’altra esperienza per trovare i grandi pesci e le reti che quasi si squarciano per la quantità di pescato.
Questa immagine ha una grande potenza, loro hanno pescato tutta la notte, non hanno concluso niente. Lui si mostra come un bisognoso e quando loro gli dicono noi non abbiamo niente, potrebbe finire tutto lì, no? E Gesù dice: ok, fate una cosa diversa, buttate dall’altro lato, e improvvisamente succede una vita in più, una vita in attesa, c’è cibo per loro, per lui, per tutti, no?
7Allora quel discepolo che Gesù amava disse a Pietro: “È il Signore!”. Simon Pietro, appena udì che era il Signore, si strinse la veste attorno ai fianchi, perché era svestito, e si gettò in mare. 8Gli altri discepoli invece vennero con la barca, trascinando la rete piena di pesci: non erano infatti lontani da terra se non un centinaio di metri.
I padri della Chiesa commentano, abbastanza uniformemente, attribuendo a Giovanni e a Pietro di essere la figura dell’amore e della fede, l’amore riconosce ma è la fede che muove, allora Giovanni è l’amore e quindi nella manifestazione dice: “È il Signore!”., ma è Pietro che si stringe la veste e si tuffa, perché è la fede, Pietro immagina, è la fede che muove. Io non so se funzioni così o meno, però mi paiono belli questi due movimenti, per cercare una vita a partire dal dolore bisogna riconoscere e muoversi, cioè bisogna fare le due cose, bisogna avere cuore abbastanza per riconoscere la vita dove si mostra, magari in forma molto flebile e poi muoversi per raggiungerla, per custodirla, per farla crescere, per darsi energia, per pazientare, per tutti i verbi che servono a seconda della situazione, e si potrebbe allungare l’elenco dei verbi.
Però, c’è anche una terza possibilità che trovo meravigliosa, gli altri vanno con la barca, cioè come dire, si può anche andare per vie normali, trascinando tutti questi pesci pescati, mica li molliamo qua, adesso questi ce li prendiamo, non si sa mai, cioè i discepoli sono quelli che fanno la parte di quelli più comuni. Pietro e Giovanni sono sempre un po’ esplosivi e gli altri sono quelli che non si tuffano ma con la barca ci arrivano, sono anche abbastanza vicini alla spiaggia, quindi si trascinano la rete. E come, non lo so, per dire che sono infiniti i modi in cui di fronte al dolore si può riconoscere, raggiungere, far crescere la vita che c’è. Certo bisogna in qualche modo immaginare e credere che c’è è tutta la vita che basta e a volte non è così chiaro. E poi vedete com’è strana la situazione:
9Appena scesi a terra, videro un fuoco di brace con del pesce sopra, e del pane.
C’è una sovrabbondanza radicale, quello stesso che aveva detto avete qualcosa da mangiare ha preparato un fuoco con del pesce che sta già cuocendo e del pane.
10Disse loro Gesù: “Portate un po’ del pesce che avete preso ora”.
C’è una collaborazione come dopo il miracolo della moltiplicazione dei pani, il miracolo è fatto da Gesù ma parte da tre pesci e due pani del ragazzo e poi chiede di raccogliere i pezzi avanzati. E qui lo stesso, lui ha già il pesce, il pane, il fuoco ma dice portate anche un po’ del vostro pesce, metteteci la vostra parte.
È la legge della sovrabbondanza, non so come dire: è che se noi riusciamo a cercare, incontrare, coltivare, custodire la vita che è possibile, diventa sovrabbondante. C’è quello che non c’era, c’è quello che era chiesto, c’è quello che è frutto di un miracolo, c’è qualcosa di cui non si era ancora parlato, il fuoco e il pane, c’è tutto ciò che serve.
11Allora Simon Pietro salì nella barca e trasse a terra la rete piena di centocinquantatré grossi pesci. E benché fossero tanti, la rete non si squarciò. 12Gesù disse loro: “Venite a mangiare”. E nessuno dei discepoli osava domandargli: “Chi sei?”, perché sapevano bene che era il Signore. 13Gesù si avvicinò, prese il pane e lo diede loro, e così pure il pesce. 14Era la terza volta che Gesù si manifestava ai discepoli, dopo essere risorto dai morti.
Questa scena, se ci pensate bene, siamo abituati a sentirla, ma è molto strana, prima Gesù chiede e poi c’è già tutto. Poi, Gesù si fa portare anche qualcosa da parte loro, e va bene, fin qua almeno si capisce. Poi, gli dice venite a mangiare e loro, che lo hanno riconosciuto, per cui lo hanno raggiunto, per cui hanno già fatto tutta una serie di passaggi, non osano chiedergli “Chi sei?” E la motivazione è la più stupida dell’universo, perché sapevano bene che era lui. Se sai che è lui, o non chiedi, ma perché non osi chiedere? Cioè qual è l’imbarazzo che si crea?
E a me sembra un grande segnale del nostro imbarazzo. Vivere cercando di prendersi carico del male che ci circonda, e del male che è anche in noi, è qualcosa che finisce per diventare quasi un’abitudine. Quando poi rischia che stai meglio quasi non vuoi star meglio.Non osi fidarti dello star meglio. Sei terrorizzato di ritrovarti a cascare indietro. Ed è per questo che Gesù fa quel gesto: prese il pane e lo diede loro, e così pure il pesce. Nutre, dà forza, dà coraggio ai suoi dicendogli si può vivere. Nutrire qualcuno significa dirgli si può vivere.
Nei nostri primissimi anni di vita, quando dipendiamo totalmente dagli altri per sopravvivere, dal cibo che altri ci preparano, la figura della mamma è fondamentale perché ci nutre. E certo, perché senza una madre che ci nutre non siamo autorizzati a vivere. C’è un’autorizzazione che è fondamentale e che quando per qualche strano motivo non accade il risultato è disastroso, si paga tutta la vita la non autorizzazione a vivere.
Gesù li nutre. Si capisce molto bene perché i primi cristiani hanno rappresentato spesso Gesù nella forma del pellicano, che secondo la leggenda non è così dal punto di vista biologico, ma secondo la leggenda quando non trovava da mangiare per i suoi piccoli, feriva se stesso nel petto fino a far sgorgare sangue, perché i piccoli si nutrissero del suo sangue. Perché era più importante che loro vivessero.
E quindi spesso nelle chiese antiche così trovate la raffigurazione del pellicano che si becca il petto perché Gesù rispetto ai suoi dice: “Si può vivere!” Allora la condizione è un noi ed è cercare la vita che si può vivere. Ma poi c’è ancora un pezzetto e dice così:
15Quand’ebbero mangiato, Gesù disse a Simon Pietro: “Simone, figlio di Giovanni, mi ami più di costoro?”. Gli rispose: “Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene”. Gli disse: “Pasci i miei agnelli”. 16Gli disse di nuovo, per la seconda volta: “Simone, figlio di Giovanni, mi ami?”. Gli rispose: “Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene”. Gli disse: “Pascola le mie pecore”. 17Gli disse per la terza volta: “Simone, figlio di Giovanni, mi vuoi bene?”. Pietro rimase addolorato che per la terza volta gli domandasse: “Mi vuoi bene?”, e gli disse: “Signore, tu conosci tutto; tu sai che ti voglio bene”. Gli rispose Gesù: “Pasci le mie pecore. 18In verità, in verità io ti dico: quando eri più giovane ti vestivi da solo e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti vestirà e ti porterà dove tu non vuoi”. 19Questo disse per indicare con quale morte egli avrebbe glorificato Dio. E, detto questo, aggiunse: “Seguimi”.
Ora, questo pezzettino ha per le nostre orecchie cattoliche la deformazione di fondo di essere, in automatico, nella nostra precomprensione, riferito al Papa, cioè il Papa. Pietro è il successore e la triplice domanda come triplice professione di fede. Ecco, di per sé no, nel senso, non è che Gesù, o tantomeno l’Evangelista Giovanni, avesse in mente che ci sarebbe stato un papato, per di più nella forma di come lo viviamo noi oggi. Il riferimento non è al papato. Il riferimento, ed è dimostrato dalla parola conclusiva:“Seguimi”, che è la parola classica del discepolato, la figura è quella del discepolo. Gesù dice ad ogni discepolo, quindi anche a ciascuno di noi, sei sicuro che vuoi questa vita?
Come tre volte è apparso, tre volte glielo chiede: sei sicuro che vuoi questo? Questa è la tua logica? E Pietro da una parte dice “si” abbastanza convinto, ma dall’altra si addolora, perché è chiaro che la vive come una mancanza di fiducia, come se non avesse dimostrato abbastanza. Il problema è che non ha dimostrato abbastanza, ed è vero almeno secondo il racconto del Vangelo, ma la chiave di lettura di questa richiesta sta nella questione del quando eri più giovane […] andavi dove volevi, quando sarai vecchio non sarà così e poi “Seguimi”, cioè nei versetti conclusivi. Quella contrapposizione quando sei giovane scegli dove vai e come fai, quando sei vecchio no, non è una questione di età, è una questione che quando sei giovane sei ancora sgombro di bagagli, di vita, di ferite, di tante cose; quando sei vecchio hai la sensazione che la realtà sia più forte di te, perché tutto ciò che hai costruito è reale e quindi ti chiede conto, ti chiede misura, ti chiede responsabilità. E, la domanda di Gesù è: puoi non cercare soluzioni né nell’uno né nell’altro caso, né quando decidi tu, né quando la realtà sembra decidere per te.
Sei capace di continuare a seguirmi? Cioè a cercare la vita a partire da quello che è, perché l’unica vera questione è “Seguimi”. Poi, ci sono pochi versetti, che sono fuori del testo che avevo scelto, che sono i versetti con cui Giovanni accredita l’estensore di questo Vangelo, accredita se stesso, dicendo che Pietro, in questo momento di grande intimità con Gesù, vede che c’è l’altro discepolo e dice ma insomma questo che cosa fa qua? cosa rompe le scatole? E, Gesù gli dice lascia perdere, cioè lui è lui, tu sei tu. Gli dice: fatti i cavoli tuoi e gli dice soprattutto lui è lui e tu sei tu, e ognuno su questo rimane dentro il noi ma può scegliere solo per se stesso, non può scegliere per nessun altro, non ha il diritto di farlo. Giovanni poi conclude questo libro è stato scritto ecc.
Questo mi sembra il percorso di questo testo che trovo molto commovente, anche se un po’ rude, un po’ violento da un certo punto di vista. Le risposte di Gesù sono abbastanza secche perché è chiaro, è richiesto uno spostamento. Non c’è una soluzione per le singole cose, non c’è una risposta a un problema.
C’è la domanda, l’appello a vivere ogni giorno a partire da qualsiasi problema e a cercare la vita. Ogni giorno, a partire da qualsiasi problema ci si trova a vivere. E, tutti lo sappiamo avendo più di quindici anni non tutti i giorni è facile, ma bisogna riconoscere la vita viene attraverso le manifestazioni più o meno nascoste.
Fossano, 23 maggio 2026
Testo non rivisto dall’autore
Lectio 2025/2026
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