17 Gennaio 2004
Stella Morra

3. Potere e segni, di che cosa?

Commento a: Es 4, 1-17


Premessa

Stiamo riflettendo sul tema del potere ed i primi tre brani presi in considerazione riguardano Mosè, una figura che ci aiuta a ragionare bene su questi argomenti.

Credo varrebbe la pena leggere la sua vita come un racconto, così come si è svolta: ci presenta un campionario abbastanza completo delle possibilità problematiche del rapporto col Signore e con la storia, con la vita, con ciò che accade.

L’ambiguità

Nel primo testo, relativo alla nascita di Mosè, avevamo sottolineato il tema dell’ambiguità: l’ambiguità della storia, la finzione, la menzogna, il fatto che le cose non sono immediatamente quello che sembrano.

Vorrei riprendere questo tema, che mi pare a due piani.

A piano terra, a livello umano, basta avere compiuto vent’anni per sapere che le cose non sono quasi mai esattamente quelle che sembrano alla prima occhiata. Fidarsi della superficie delle cose spesso non è una buona politica, perché queste sembrano in un modo e poi…

Compromettersi con le cose, farne un’esperienza più profonda, ci consente di renderci conto che esse possono essere molto diverse.

C’è poi un secondo piano, proprio della Parola di Dio, dove appare chiaramente che la verità delle cose sta solo in cielo, nel tempo della storia non ci viene mai data in modo diretto, ma solo come risultato di un percorso abbastanza lungo, che cerca lo sguardo di Dio e la verità delle cose.

Solo cercando di assumere in sé lo sguardo di Dio, con un lungo esercizio, una lunga disciplina, alla fine si può intravedere dietro le cose la verità che Dio stesso vede.

Le uniche cose vere, perenni, durature, univoche, non ambigue, che non hanno due facce, ma una direzione corretta, unica, accadono solo in cielo, non nella storia.

La sapienza popolare è ricca di proverbi, tipo: “La ragione non sta mai da una parte sola”, per dire che nelle nostre esperienze umane, in realtà, se uno è un po’ pacato, un po’ distaccato dalle cose, non può mai dividere tutto in bianco e nero, giusto-sbagliato, vero-falso …. In molte cose c’è più sbagliato che giusto, più falso che vero, c’è sempre un’ambiguità, una contiguità. 

La scrittura ci dice che ciò dipende dal fatto che l’unica verità è presso Dio, ed è questo il motivo per cui solo Dio può giudicare.

Solo Dio può giudicare, certo non perché Lui è potente e noi valiamo poco, o perché Lui si è riservato questa capacità, ma, se l’unica verità sta presso di Lui, Lui è l’unico che ha il titolo per giudicare rispettando la verità delle cose.

Il primo passo intorno al discorso della nascita di Mosè e di tutte quelle menzogne, cercava di  sottolineare il tema dell’ambiguità propria della storia, ma anche un’ambiguità che ci dice che la verità sta presso Dio, compresa la verità del potere.

La decisione

Nel secondo passo, l’episodio dell’uccisione dell’egiziano, avevamo sottolineato il tema della decisione.

Mosè decide di aiutare i suoi fratelli, uccide l’egiziano e sbaglia tutto. Poi decide di fuggire nel paese di Madian. In realtà qui è la storia che decide, lui non può fare altro, deve scappare! 

La terza scelta non sarà più Mosè a farla, Dio  stesso condurrà la storia.

Queste tre decisioni sono la descrizione di tutte le nostre decisioni possibili.

Noi possiamo decidere a partire dalla nostra autocomprensione di forza: ho ragione, so qual è la cosa giusta, e la posso fare… Normalmente, col passare degli anni, queste decisioni diventano sempre più rare.

Il secondo tipo di decisioni sono quelle che noi viviamo come decisioni che la storia ha preso per noi, il caso, la vita… E  queste, in genere, aumentano con l’andare degli anni, perché man mano che viviamo creiamo delle condizioni che hanno una vita loro; abbiamo un lavoro, ci si sposa, si hanno dei figli e poi queste cose esistono, ci sono, hanno una loro vita, fanno delle loro scelte…. e noi, inevitabilmente, siamo legati: le loro scelte ci condizionano. Di solito ognuno di noi è sostanzialmente contento delle cose che intorno a lui vivono e lo conducono alla vita che ha; rimane però un leggero rischio di frustrazione.

A volte ci viene il dubbio di dove fosse la svolta in cui abbiamo girato a destra invece che a sinistra, perché… ‘io non volevo venire qui, volevo andare da un’altra parte, devo aver sbagliato un bivio, ed ora mi ritrovo qua…’.

Purtroppo raramente nella nostra vita c’è il terzo tipo di scelta.

Nella storia di Mosè, secondo la tradizione rabbinica, il primo periodo, quello che lo porta alla decisione di uccidere l’egiziano, dura quarant’anni, il secondo periodo, l’esilio in Madian, dura quarant’anni e il terzo periodo dura quarant’anni.

Le tre scelte sono equivalenti dal punto di vista del percorso dell’esistenza.

La scelta in cui Dio conduce può essere anche in totale mio disaccordo.

E’ una scelta salvifica, una scelta in cui la mia decisione è solo rispondere, dire sì o no, non è decidere che cosa devo fare.

Ragionando su queste cose riflettevo che nelle nostre vite, più andiamo avanti in questo tipo di società, più si dilata il tempo delle prime scelte, delle scelte da super forti, perché sempre più tardi assumiamo responsabilità e ci possiamo credere onnipotenti molto a lungo.

Si dilata anche il tempo delle seconde scelte, perché tutti invecchiamo di più, la vita media è più lunga, abbiamo più tempo in cui fare i conti con le conseguenze delle scelte del primo periodo.

Rischia, invece, di essere estremamente ridotto il tempo del terzo tipo di scelte, di una scelta passiva, di abbandono, di fiducia, di affidabilità, del porre la propria libertà in mani più potenti delle nostre.

Mi sembra, riprendendola, che la riflessione fatta riguardo alle decisioni, portasse più o meno qui.

Il roveto ardente

Tra il brano esaminato prima di Natale e quello che esamineremo oggi, c’è un passaggio non da poco della storia di Mosè: l’episodio del roveto ardente, della rivelazione del nome di Dio, che oggi non leggiamo, ma, rispetto a questo ragionamento, non è irrilevante.

Espresso in termini moderni, dice: per fidarsi di qualcuno, bisogna averlo conosciuto; non ci si fida da lontano, ci si fida solo se si è stati bruciati, nel bene o nel male, dalla sua presenza, se un fuoco ardente ci ha fatto vedere che quella persona non è rimasta sullo sfondo di una folla indistinta, ma è diventata improvvisamente molto significativa.

Questo può accadere in un momento, in una situazione istantanea, oppure può accadere in un lungo tempo in cui un po’ per giorno quella persona si stacca dalla folla e io mi accorgo che ha un suo posto, ha un suo nome.

Mosè scorge nel deserto un fuoco, si avvicina per vedere quel roveto che brucia e non consuma e gli viene rivelato lì il nome proprio di Dio. C’è un incontro radicale con Dio.

La prima questione che pongo perché ognuno di noi ci pensi è: il terzo tipo di scelta nella nostra vita si riduce sempre di più. Forse per noi Dio non è più un nome proprio? Forse, in termini personali, non ci è ancora capitato di fare l’esperienza bruciante di un nome proprio, che in qualche modo rapisce e seduce in una relazione in cui ci viene posto un ultimatum e non possiamo più tirarci indietro, anche se ci diciamo credenti, e viviamo più o meno da cristiani?

Questo è il quadro dentro cui leggiamo il testo di oggi, l’inizio del capitolo 4 dell’Esodo.

Decisione-uscita

La storia è molto interessante, ha un andamento da effetti speciali, tipo fumetto e sembra semplice, lineare, ma se la leggiamo facendo attenzione a tutti i passaggi, non funziona quasi per niente dal punto di vista logico.

Dio si accese di collera contro Mosè e disse: ”Non vi è forse tuo fratello Aronne?”, invece di dirgli: io sono potente, adesso ti distruggo perché ti rifiuti di fare quello che ti chiedo…

Oppure Mosè dice: “Non so parlare…” e Dio non risponde: ‘Io sono potente, posso dare la parola all’uomo, renderlo cieco o veggente… e quindi ti libero dalla tua balbuzie’…., no, dice: “Ti dò tuo fratello Aronne!”. C’è tutta una serie di piccoli passaggi che non tornano.

Siamo qui alla terza uscita di Mosè: ogni decisione è un’uscita.

La prima decisione è l’uscita dal castello incantato, la seconda è l’uscita dall’Egitto verso la terra di Madian, questa terza sarà l’uscita dall’Egitto con tutto il popolo. Questa è la ‘missione’ di Mosè!

“Ecco, non mi crederanno, non ascolteranno la mia voce, ma diranno: Non ti è apparso il Signore!”.

E’ interessante perché, quando Mosè vide un Egiziano che picchiava uno dei suoi fratelli, non si pose il problema se i fratelli avrebbero capito o no: quando il potere di decidere è suo, pensa che una cosa sia giusta e la fa.

Quando la decisione è di Dio, il suo dubbio è: ma gli altri non capiranno, non crederanno…

Solo quando il potere è degli altri ci poniamo il problema di quanto sia comunicativo, se sia credibile o no.

Quando il potere è nostro non c’è il problema se si capisce o no, perché, dato che l’abbiamo capito noi, è chiaro.

I segni

Dio usa un metodo molto concreto: non ti crederanno? Ci sono dei segni! Su questa parola torneremo più volte, è molto importante, è un altro modo di dire: la nostra vita, le nostre stesse emozioni… sono dei segni!

Le cose non sono mai quello che sembrano! Noi siamo per noi stessi un segno! E’ come se Dio dicesse: ciò che spiega non sono le idee, ma i segni!

Sono dei segni – dove segno noi lo tradurremmo come miracolo – che ci spiegano ciò che Dio vuole da noi, ciò che può funzionare, ciò che possiamo o non possiamo fare.

Il segno è la capacità di guardare dentro le cose così come sono e di non pensare che le cose, così come sono, siano solo loro stesse.

Il racconto dei miracoli serve a farci vedere come un bastone può essere un serpente, come una mano sana può essere malata. Come la verità delle cose non è quella che sembra.

Eri sicuro che fosse un bastone? Invece no: è un serpente! Eri sicuro che la tua mano fosse sana? Invece no: è malata!

Il serpente torna ad essere bastone e la mano malata torna ad essere sana, perché il miracolo non è come penseremmo noi, per cambiare le cose. Noi pensiamo: “Mi sono cacciato in un vicolo cieco, non c’è più soluzione, ho combinato un grande pasticcio, adesso chiedo un miracolo che arriva e cambia le cose…”.

Il miracolo, nella scrittura, ci fa vedere ciò che le cose nascondono, ci avverte del fatto che le cose non sono solo quello che sembrano.

Questo è il segno, dunque noi e la nostra vita, la storia, le cose che accadono, i fratelli… sono per noi segni.

Il passaggio dal secondo tipo di decisione al terzo avviene quando invece di pensare di essere schiavi condizionati dalla nostra storia, ci mettiamo a leggere come segno tutto ciò che ci accade. E a lasciarci condurre da questi segni verso Dio.

Questa attitudine non si può improvvisare, non è una cosa sentimentale, emotiva, che uno da un giorno all’altro scruta, interpreta, come se fosse l’arte dei tarocchi, o di guardare nella sfera di cristallo.

Solo una grande famigliarità con la Parola di Dio, con la nostra vita, una grande capacità di metterle insieme, di vederle in profondità, un grande esercizio a scendere dentro le cose, a saperne descrivere i movimenti, le anime, a comprenderne le attitudini più profonde, le mie, quelle della mia vita, quelle di Dio,  solo questo esercizio di grande famigliarità con il nome proprio e il fuoco bruciante di Dio ci consente di vedere la storia come segno.

Paradossalmente il potere non ha limiti quando è nostro e invece ci sembra inspiegabile, oscuro, ha bisogno di segni, quando è di un altro.

Qui sorge un’altra questione: questa situazione dimostra che il desiderio è potente. Quando noi abbiamo un’idea, un desiderio, una decisione, troviamo il modo di metterla in opera, giusta o sbagliata che sia, ma non tutti i desideri potenti sono rispettosi dei segni che la storia ci offre. Questa dinamica tra potere e desiderio è centrale! Dovremmo davvero pensarci perché noi la viviamo esattamente al contrario.

Noi viviamo sempre i nostri desideri come frustrati: avrei voluto… ma la vita, il lavoro, le cose, la famiglia… Io volevo, però… non ho tempo, non posso, non so… e questo ci frustra. E così le cose che ci accadono diventano inevitabilmente sempre una prigione.

La Parola di Dio ci dice che i nostri desideri sono potenti, che noi, se davvero vogliamo, possiamo, ma che abbiamo anche la possibilità di scegliere di non fare tutto ciò che vogliamo e di cercare di riconoscere i segni dove un’altra libertà ci conduce.

Nel testo ci sono poi questi due begli effetti speciali: il bastone e la lebbra. E’  chiaro che intorno a questi due segni ci sono state grandi spiegazioni antropologiche, culturali, storico-religiose… Alcune cose sono assolutamente evidenti: il bastone, in varie forme nel corso delle culture e dei tempi, è il segno del potere e del comando, lo scettro del re, il bastone del pastore.

La lebbra è il segno, soprattutto per Israele, di tutte le emarginazioni possibili: scartato, emarginato, diverso, escluso… lebbroso.

Questi sono i due segni: il massimo del potere e il massimo dell’esclusione.

Come se ci venisse detto: “Attenzione! Tutto può essere segno, il buono e il cattivo, il nobile e il deprecato. I segni non sono solo belli, profumati, eleganti, sono tutte le cose possibili: segni potenti e segni inquietanti.

Mosè dev’essersi sentito piuttosto eccitato dall’idea di buttare il bastone e vederlo trasformarsi in serpe, anche se poi ha avuto paura e si è messo a scappare. Certo non deve avergli fatto tanto piacere tirare fuori la mano e vederla improvvisamente tutta malata di lebbra!

Non c’è niente che sia così ignobile da non poter essere segno nella nostra vita.

Qui si aprirebbe una bella riflessione: di che cosa sono segno i nostri peccati (ciò che noi viviamo come peccato)? Dove conducono i nostri peccati?

Sant’Agostino, in riferimento al peccato originale, dice: “Felice colpa che ci meritò il Salvatore!” .

In fondo, dice, grande idea è stato il peccato originale perché, senza quel fatto, forse Dio non avrebbe mandato suo figlio a morire per noi, non sapremmo niente di Cristo, saremmo rimasti nel paradiso terrestre, a vivere bene, ma con molto meno gusto!

Forse potremmo chiederci se i nostri peccati, oltre a subire la nostra riflessione di ordine morale, possono essere qualcosa che felicemente ci sta conducendo in qualche luogo, verso una qualche uscita, una decisione che da soli non sapremmo prendere! L’esercizio di un potere non nostro, che ci viene dato da Dio, che altrimenti non saremmo in grado di sopportare.

Veramente non c’è niente, neanche ciò che noi consideriamo un male che non possa essere luogo di Dio che si mostra e che mostra la verità delle cose. Perché Dio è buono, vuole spiegarsi e soprattutto non è per niente moralista, non ha la preoccupazione di sporcarsi le mani.

Bastone e lebbra sono veramente i due estremi.

L’impossibile necessario

Secondo elemento interessante: bastone e lebbra sono le cose e me. Un miracolo riguarda le cose, l’altro riguarda me, il mio corpo, la mia pelle.

I segni non sono solo all’esterno e neppure solo all’interno.

Questo è uno dei grandi problemi dell’essere discepoli di un Dio che si è incarnato e che sta sotto la legge del vero Dio e vero uomo; cioè l’impossibile è necessario per far stare insieme due cose che altrimenti non starebbero insieme.

Il cristianesimo non si gioca sotto la logica di: o questo o quello, sia questo che quello… ma in qualche modo è: né l’una né l’altra cosa…, non solo all’interno, non solo all’esterno…, non solo la coscienza, ma la coscienza serve…, non solo le cose, ma le cose servono…

Non solo un sentimento dell’anima, un’intenzione, il mio modo di…, ma questo serve; non solo azioni oggettivamente buone o malvage, ma questo serve…

Le cose sono segno vuol dire: non ci sono segni se non ci sono le cose, ma le cose non sono tutto lì. Il cristianesimo sta sotto questa legge: interno-esterno, in cui nessuna delle due cose da sola basta, ma nessuna delle due cose può essere tolta.

Noi attualmente, nel nostro modo di vedere il cristianesimo, abbiamo la tendenza a risolvere i due problemi interno-esterno quasi in modo separato.

C’è una sorta di sentimento della fede: o ci credi o non ci credi, lo senti nella tua coscienza, c’è un punto in cui o hai fede o non ce l’hai.

E poi c’è la credibilità della fede, che starebbe nella carità, nel fare delle cose.

Abbiamo questo rischio di schizofrenia, ma non può essere così: le cose sono segni di un’anima, le  anime sono luoghi delle cose.

Ci sono le cose, i segni,  per far credere: il bastone, la mano.

La parola

L’ultimo problema che Mosè pone è: “Non so parlare”.

Questo fatto del linguaggio ha uno statuto diverso, sta separato anche nel racconto perché non è un giochetto di prestigio.

Il linguaggio è esattamente il modo in cui le persone mettono fuori quello che hanno dentro.

E’ il luogo in cui il nostro interno diventa incontrabile per chi sta all’esterno. 

La più grande violenza è non parlare, non mettere fuori quello che si ha dentro, ma è anche una grande fatica per tutti gli umani imparare a parlare, non tanto imparare a pronunciare le parole, ma imparare a trovare la misura, il modo, la fiducia, l’interlocutore per poter mettere fuori quello che si ha dentro.

Nella maggioranza dei casi con le nostre parole ci informiamo, ci diamo delle comunicazione reciproche che servono alla nostra vita quotidiana, ma parlare davvero è un’altra questione.

E’ difficile imparare a farlo ma è anche ciò che ci caratterizza.

Per secoli abbiamo pensato che gli esseri umani si distinguessero dagli animali per la loro capacità di linguaggio. Vero o falso che sia, resta il fatto che avevamo capito che il linguaggio è una questione decisiva.

Nel corso del giochetto di prestigio Dio dice a Mosè: “Questo perché credano che ti è apparso il Signore, il Dio dei loro padri, il Dio Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe”.

Questo versetto dal punto di vista letterario è una glossa,  un inserimento tardivo, non stava nel racconto originario perché questo modo di chiamare Dio, come Dio dei padri, è un modo successivo.

La tradizione

E’ comunque interessante che questa espressione stia qui. Ci sono i segni sulle cose, i segni su di me, ma c’è anche questo altro segnale: una tradizione, una successione. Con un termine moderno diremmo: c’è una catena, una comunità, cioè nessuno da solo si basta.

I segni di Dio non si capiscono da soli, anche per un problema di intelligenza: mettersi lì da soli a pensare e alla fine capire. …

Ci vuole una storia a livello personale, di famigliarità, con il testo, la Bibbia, con Dio, di famigliarità con se stessi, ma anche una storia dentro cui riceviamo ciò che altri prima di noi, altri accanto a noi hanno sentito, imparato dalla storia stessa.

Nel testo si dice: “Se non credono neppure a questi due segni e non ascolteranno la tua voce, allora prenderai acqua del Nilo e la verserai sulla terra asciutta: l’acqua che avrai presa dal Nilo diventerà sangue sulla terra asciutta”.

Con ‘il bastone e la mano’, abbiamo la sensazione che questi primi due ‘segni per credere’ siano dati a Mosè, non ad altri.

Infatti non sono un esercizio di potere rispetto ad altri, sono una manifestazione di “grandezza”,  è Dio che si mostra a Mosè, e infatti non cambia niente nella vita agli altri se il bastone è un bastone o un serpente.

Solo nel terzo si dà quello che noi chiameremmo un segno di potere, in cui si fa un danno alle persone: l’acqua del Nilo è segno di tutta la ricchezza dell’Egitto, è ciò su cui si regge tutta l’economia dell’Egitto. E l’acqua del Nilo mutata in sangue sarà una delle piaghe.

L’esercizio del potere tra Dio e Mosè è prima di tutto un esercizio seduttorio: Dio mostra il suo potere per sedurre Mosè, per condurlo dalla sua parte, per affascinarlo ed ammaliarlo, perché non possa più dire di no. Solo in seconda battuta sarà un esercizio di potere nel confronto degli egiziani, o di quelli che devono essere sconfitti.

In prima battuta Dio non è un combattente, un condottiero potente che si mette al fianco di Mosè per sconfiggere gli altri. E’ prima di tutto un seduttore che vuole tirare Mosè dalla sua parte, che esercita tutto il suo potere per portare Mosè con sé.

Arriviamo poi a questo bellissimo dialogo: “Mosè disse al Signore: Io non sono un buon parlatore; non lo sono mai stato prima e neppure da quando tu hai cominciato a parlare al tuo servo, ma sono impacciato di bocca e di lingua”.

Mosè dice: io non ero capace a parlare prima, non è che l’aver conosciuto te mi abbia cambiato. Questo è un tipico atteggiamento di autoscusa in una relazione amorosa in cui uno dice: ero così prima, non è che adesso stando con te sia cambiato, questo è il mio carattere.

Il messaggio, in realtà, riguarda il fatto che ‘l’averti conosciuto mi ha cambiato’,  svela il contrario di quello che dice con le parole.

“Il Signore  gli disse: Chi ha dato una bocca all’uomo o chi lo rende muto o sordo, veggente o cieco? Non sono forse io, il Signore? Ora va’! Io sarò con la tua bocca e ti insegnerò quello che dovrai dire”.

Dio riafferma l’unico potere vero, che è il suo e dice: “chi può davvero cambiare la storia?”. La cosa curiosa è che non lo farà!

E’ come se dicesse a Mosè: “Io ti ho fatto impacciato di lingua, posso ora farti parlare bene!”. Ma non lo farà, non spezzerà le leggi delle cose come sono, gli metterà vicino un buon parlatore!

Ancora una volta il potere è usato in modo seduttorio. Il potere è usato per dire a Mosè: “Io sono dalla tua parte, io che posso tutto farei qualsiasi cosa per te!”.

E’ la frase che diciamo anche noi, senza potere tutto: “Per te farei qualsiasi cosa!”.

Dio può davvero tutto.

Qui c’è un tema molto grosso: un esame su che cosa significa usare il potere come esercizio di separazione, o come esercizio di seduzione.

Il potere usato da Dio, almeno nell’episodio di Mosè, è sempre un esercizio di seduzione, il potere di condurre a sé. E Dio lo può fare, perché Lui è l’unico giusto.

Noi siamo ambigui, siamo nell’ambiguità della storia, dunque non dovremmo condurre a noi, ma condurre dove? Certo è escluso il separare.

C’è un movimento del potere che è condurre verso qualche cosa, verso un legame a….

Quanto a Dio è condurre a Sé, perché Lui è l’unico fuori dall’ambiguità della storia, è bene assoluto.  Non lo possiamo applicare tale e quale a noi perché se noi conduciamo a noi diventiamo dei plagiatori, ma certo l’esercizio del potere come esercizio di separazione è escluso comunque.

La questione è: a che cosa dobbiamo condurre quando esercitiamo potere? Che tipo di seduzione possiamo esercitare?

C’è poi la dimostrazione di quanto dicevamo nella prima parte.

“La collera del Signore si accese contro Mosè e gli disse: Non vi è forse il tuo fratello Aronne, il levita?”.

Il Signore si arrabbia e gli dà Aronne che è un buon parlatore e dice. “Parlerà lui al popolo per te: allora egli sarà per te come bocca e tu farai per lui le veci di Dio”.

Io sarò con la tua bocca, Aronne sarà la tua bocca e tu sarai per Aronne Dio.

C’è una catena di parola su cui vale la pena di fare un piccolo ragionamento.

La parola è il luogo privilegiato per il cristianesimo. “In principio era la Parola”, così inizia il Vangelo di Giovanni, perché la Parola è esattamente la figura più umanamente chiara di un contatto dinamico tra interno ed esterno.

La parola non è semplicemente una porta o un buco di collegamento, ma è ciò che ci passa dentro. Non dice solo un luogo statico, di collegamento tra interno ed esterno.

La parola è il contenuto, con tutte le sue leggi e le sue dinamiche, la sua fatica di essere imparata, il suo esercizio, i suoi rischi, la necessità di fidarsi, l’atto di abbandono… perché la parola pronunciata ha un destinatario, poi ha anche un destino, se ne va e non può essere ritirata.

Tutta questa faccenda è il luogo di esercizio del potere di seduzione di Dio.

Dio seduce Mosè a causa della difficoltà di parola di Mosè!

Questo quadro è abbastanza intenso, ricco. Se vogliamo dare una specie di titolo, il primo passo nella storia di Mosè era il tema dell’ambiguità, il secondo era il tema della decisione, questo terzo sta sotto la logica dei segni e del segno dei segni che è la parola, dell’unica possibilità di disarticolare i segni che è la parola.

Non c’è una parola definitiva se non quella di Dio che dice: questo è vero, questo è falso.

Nel tempo della storia, solo scambiando parole noi possiamo, un po’ alla volta, imparare a guardare il mondo con gli occhi di Dio, ad esercitare un potere di seduzione, a scoprire quello che le cose sono in realtà.

    

Fossano, 17 gennaio 2004

(Testo non rivisto dal relatore)

Anno pastorale: 2003/2004

DataTitoloCommento a:
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