15 Maggio 2004
Stella Morra

7. La verità del potere

Commento a: Ap 5, 1-14


Premessa

Ultima lectio del nostro percorso su un tema un po’ complicato. L’anno scorso ci siamo occupati del conflitto, quest’anno del potere, altro tema spigoloso rispetto alle abitudini che abbiamo riguardo alla parola di Dio.

E’ importante ogni tanto ricordarsi dell’aspetto di forza della parola di Dio, non renderla troppo carezzevole. Tutti ne riconosciamo il valore, l’importanza, però spesso prendiamo in considerazione gli aspetti apparentemente più consolatori.

Nella parola di Dio, nel suo avvicinarsi a noi, nel suo rivelare il suo volto, c’è una dimensione che consola, è giusto!  Ma ci sono delle stagioni in cui è necessario ricordarsi che c’è anche una parola forte, che taglia come una spada, che incide e ci costringe a fare i conti con alcuni nuclei duri, complessi del nostro essere uomini e donne del nostro tempo, della vita che abbiamo intorno a noi. Altrimenti il rischio è che abbiamo sempre questa esperienza: le cose della storia, le notizie di tutti i giorni hanno una faccia dura e la Parola di Dio è solo una favola per bambini, un po’ consolatoria quando uno è troppo angosciato e non riesce a dormire.

La parola di Dio è un modo di stare in piedi dentro a questa storia, dunque ha un tema forte di misericordia, di accoglienza da parte di Dio, di fiducia che possiamo mettere in Lui perché è Lui che dice l’ultima parola, ma ha  anche un tema di stare in piedi rispetto alle cose che ci sono intorno o dentro il cuore. E a volte le cose non sono così semplici, sono dure.                              

Apocalisse, libro tipo cantastorie

Concludiamo con un testo breve, il cap. 5  dell’Apocalisse.

L’Apocalisse è un libro un po’ strano, su cui spesso si hanno delle comprensioni precedenti alla lettura del testo, idee che abbiamo per immagine, per tradizione e magari non abbiamo mai letto il testo dall’inizio alla fine.

Siamo di fronte ad un genere letterario, ad un racconto stranissimo con questa visione in cielo che, come ci suggerisce la nostra immaginazione, sembra un quadro astratto perché le figure qui ricordate: agnello, il vegliardo, il trono, i quattro esseri viventi… sono totalmente estranee al nostro immaginario.

Se noi vediamo la fattoria del mulino bianco con il campo di grano e dei fiori, che ci piaccia o meno l’immagine in sé, ci viene in mente il Mulino bianco. Fa parte del nostro immaginario, ci scatta in automatico. Così per molte pubblicità: anche se il nome del prodotto viene fuori solo alla fine, sentendo il primo stacco, ci viene in mente subito di che cosa si tratti perché è un linguaggio del nostro immaginario. Quello dell’Apocalisse, invece, non l’abbiamo a portata di mano.

In secondo luogo, anche quel poco che teoricamente avremmo a portata di mano, ci si blocca immediatamente come se fosse una lingua straniera in cui non si capisce più niente, perché nei confronti della Parola di Dio, e soprattutto della Parola scritta, abbiamo un atteggiamento di tipo razionalista.

Non chiudiamo gli occhi lasciando passare sulle palpebre questa immagine, ma ci chiediamo subito non cosa si veda, bensì cosa voglia dire…. E poi cosa vorrà dire quel particolare simbolo: i sette corni, i sette occhi…

E con ciò ammazziamo immediatamente il linguaggio.

Anche nella pubblicità, se uno si chiede cosa vuol dire, la annulla perché metà delle cose non vogliono dire niente, sono messe lì per fare figura.

Dovremmo fare il grande sforzo di riconciliarci con questo libro perché, contrariamente a quanto crediamo, l’Apocalisse è il libro più popolare della Bibbia, ha una struttura letteraria tipo cantastorie (detto in modo improprio, non è tecnicamente vero, è solo per rendere l’idea): nel primo quadro si vede, nel secondo si vede…, nel terzo…

E’ una forma narrativa semplice, di un tempo che per motivi cultuali, religiosi, ma anche tecnici, non era una civiltà dell’immagine come la nostra. L’immagine, se c’era, era al massimo l’immagine dipinta, disegnata, e i materiali erano molto precari e non riproducibili, erano magari immagini fatte su una pietra, per cui le vedeva solo chi passava di lì.

Per noi oggi l’immagine corre ad una velocità molto più forte di uno scritto. Il nostro mondo è pieno di immagini.

L’apocalisse ha questo genere letterario: funziona come un film, a modello cantastorie, un film popolare di un’epoca in cui non c’erano immagini.

Per questo l’Apocalisse è stato un libro molto letto, stiracchiato e interpretato in termini popolari, cioè ha prodotto immaginario. Girando tra gli incolti, ha fatto sorgere un gran numero di interpretazioni, spiegazioni, immagini a ricaduta, che sono arrivate fino a noi, che non leggiamo più il libro, non capiamo più la logica da cantastorie, ma ci sono arrivate le immagini: per noi dire ‘un’Apocalisse’ significa dire la fine del mondo, che è un tipico esempio di interpretazione popolare.

La chiesa spesso ha avuto diffidenza verso questo libro, questa “favola” che, dal punto di vista popolare, funzionava e diventava una bella storia appassionante, di grande successo e, circolando, ha dato origine a molte interpretazioni, come tutte le cose popolari.

Soprattutto nell’ottocento e nel novecento, di fronte all’irrigidimento razionalista, l’Apocalisse è stata quasi radicalmente espulsa sia dall’uso liturgico che dalla conoscenza.

Noi, che siamo figli della ripresa in mano della Bibbia, abbiamo ricominciato dai Vangeli, dall’Antico Testamento, dai testi più narrativi, che si confanno di più alla nostra capacità di dire cosa vuol dire. Al massimo possiamo avere dei dubbi sull’interpretazione storica: ai tempi degli egiziani, usavano questo o quello, oppure possiamo non capire la tal pianta, mentre, più o meno, capiamo il senso del testo narrativo. E ci siamo avvicinati ancora poco ad un testo come questo che ha un altro genere letterario.

Cominciare a chiedersi cosa vuol dire questo o quel simbolo, cosa significa questo o quel testo dell’Apocalisse, non serve a niente, ci si annega dentro e poi vengono fuori spiegazioni più o meno deliranti. Non per niente l’Apocalisse è uno dei libri preferiti da coloro che fanno letture fondamentaliste della scrittura, un po’ come i testimoni di Geova, che arrivano a dire, secondo i loro calcoli, quando sarà la fine del mondo. Ma non funzionano mai, perché questo libro non è narrativo e non dà informazioni di questo genere.

Spero che alla fine di questa lectio vi verrà la voglia di leggere l’Apocalisse senza farvi catturare dai simboli uno per uno, ma di leggerlo come un film, tutto di fila, assaporando il gusto che vi lascia in bocca. Poi, come per certi film un po’ più complessi, può venir voglia di leggerlo una seconda volta per notare i particolari.

C’è ancora tempo

Questo libro ha una tesi fondamentale, che non riguarda la fine del mondo.

Siccome è l’ultimo libro e parla dei tempi compiuti, ci fa pensare alla fine del mondo!

Noi abbiamo già un po’ paura di questo evento, per cui tutti i racconti simbolici con terremoti e stelle che cadono – che altro non sono se non grandi effetti speciali – rendono la storia più interessante.

L’Apocalisse non parla assolutamente della fine del mondo, bensì della storia. 

Risponde alla domanda su cosa fare dopo la risurrezione di Cristo.

Le prime comunità avevano detto: il Signore è risorto, è asceso al cielo, siamo tutti salvati… fine.

E’ tutto risolto, è questione di giorni! La storia è compiuta: ciò che doveva accadere, – che il Figlio di Dio si facesse uomo, morisse e risuscitasse per la salvezza dai nostri peccati – è compiuto… Ma non va a finire così, il tempo dura!

Questo, che si chiama ritardo della parusia, per le prime comunità è stato un problema enorme, perchè ora che sono compiute le grandi promesse, ogni cosa quotidiana diventa troppo banale: che senso ha mangiare, dormire,… rispetto alla risurrezione! D’altra parte, se continuano a trascorrere i giorni, devo continuare a lavorare per mangiare.

A questa domanda risponde l’Apocalisse, dicendo perché c’è ancora tempo e a cosa serve questo tempo.

La storia è una cosa seria

L’Apocalisse dunque non parla della fine della storia, ma del tempo che resta. Non importa quanto sia, può essere una settimana, un anno, dieci, mille… dice cosa c’è da fare nel frattempo.

In particolar modo, come avevamo visto l’anno scorso parlando del conflitto, parla del fatto che la storia  non è una passeggiata, ma ha un carattere “agonico” – detto in termini tecnici.

Anche in italiano usiamo questa parola. “agone”,  dalla traduzione greca, vuol dire battaglia e per noi l’agonia è il momento precedente alla morte, la grande battaglia che uno sostiene per non morire.

Riguarda il tempo in cui tutti coloro che sono intorno sanno che non c’è più niente da fare, ma la persona che hai davanti è ancora viva. E non è un caso che noi usiamo questa parola, è la stessa radice, è una battaglia!

L’Apocalisse dice: la storia non è una passeggiata, il tempo che c’è, una settimana o mille anni, ha un carattere agonico, cioè non è indifferente.

L’Agnello ci ha salvati, a causa del fatto che ci ha salvati, non possiamo stare lì a dire: che bello, ci ha salvati! Perché la storia è una questione seria dove ci sono bestie, draghi, vegliardi, esseri viventi, angeli, centoquarantaquattro mila che hanno lavato le loro vesti nel sangue dell’Agnello…

Tutto il succo dell’Apocalisse è che c’è da prendere sul serio il caso serio che la storia è!

Struttura dell’Apocalisse

L’Apocalisse è strutturata in tre grandi blocchi.

  • Sette lettere alle sette grandi chiese, (intendendo tutte le chiese perché il numero sette è quello che indica il tutto) in cui ad ognuna vengono attribuiti una virtù ed un vizio come a dire: guardiamoci intorno, tutti abbiamo cose buone, e tutti delle cose che non vanno. Tra i discepoli di Cristo, nelle chiese e nella storia, tutti hanno degli aspetti positivi, ma anche delle debolezze. Dunque il problema per voi, discepoli di Cristo, è decidere se mettervi dalla parte delle vostre ricchezze o delle vostre debolezze. Alle chiese non viene detto di decidersi, nel senso di cambiare, ma viene chiesto da che parte ci si mette nella battaglia tra le ricchezze e le debolezze. Poiché l’Agnello ci ha salvati, noi non siamo le nostre ricchezze o le nostre debolezze, non siamo identificati con i nostri errori o con le nostre cose belle, ma dobbiamo metterci da una parte,  a nutrire quel pezzo di noi che produce la nostra ricchezza, o nutrire, combattere al fianco di quel pezzo di noi che produce la nostra debolezza.
  • Le grandi visioni, di cui la prima è questa che abbiamo letto oggi: l’Agnello e il libro.

Queste visioni sono bellissime, perché succede di tutto, altro che effetti speciali! Il vantaggio è anche che non dovendo realizzarlo in un film, la realizzazione tecnica non ci limita; scrivendo puoi scrivere quello che vuoi.

C’è poi la visione delle trombe, quella della donna e il drago, che abbiamo commentato l’anno scorso, quella dei flagelli delle coppe, la visione di Babilonia e quella del castigo delle nazioni. In queste visioni Giovanni vede in cielo il cantastorie che tratta questi temi.

  • La terza ed ultima parte dell’Apocalisse è la Gerusalemme celeste, cioè: come va a finire?

Ora facciamo questo percorso agonico nella storia, questa fatica, ci mettiamo dalla parte di noi stessi, quella discepola di Cristo, e dopo? Che ce ne viene? Dopo, non nel senso dell’ultimo giorno, ma: se faccio tutta questa fatica, quale sarebbe il premio, il risultato? Non come premio eterno, ma: perché dovrei fare questa fatica? C’è quindi quest’ultima parte sulla nuova città, la Gerusalemme celeste.

Non è un caso che la Bibbia si apre con un Paradiso terrestre, che è un giardino, e si chiude con una città celeste. Di mezzo c’è la storia! Il giardino è l’immagine della creazione, della natura. La città è l’immagine della cultura, cioè di una creazione abitata, trasformata, costruita! Il giardino è tanto più bello quanto meno è toccato dagli uomini, la città è tanto più bella quanto meglio è costruita dagli uomini.

La Bibbia dunque comincia con un giardino, che è il disegno di Dio, la meraviglia creata di suo, che meno roviniamo, meno creiamo problemi ecologici, squilibri, perché è bellissimo di suo, è equilibrato.

Il finale è una città! In mezzo c’è la storia: il luogo in cui noi trasformiamo il giardino in una città.

Questo è il quadro generale dell’Apocalisse in cui la mia unica speranza è che vi sia chiaro che  il problema non è cosa vuol dire quel particolare.

I simboli

C’è un immaginario condiviso che riguarda i simboli maggiori.

E’ molto chiaro cosa vuol dire l’Agnello.

C’è invece l’effetto speciale, la sovrabbondanza di caratteristiche eclatanti, senza che queste abbiano un significato preciso così importante, determinante.

Bisogna muoversi sui simboli principali, che reggono il tessuto del racconto, e questi li capiamo tutti perché ci funzionano.

Tutti noi abbiamo negli occhi la raffigurazione dell’Agnello di Pasqua col vessillo.

Sappiamo che, per raccontare la Passione di Gesù, Giovanni usa l’immagine dell’agnello dell’Esodo, sacrificato per mettere il sangue sulle porte in modo che l’angelo che passa non uccida chi ci sta dentro. 

Qui, sotto il nome dello stesso Giovanni, si riprende il racconto della Passione e a nessuno viene il dubbio che, quando dice agnello, stia parlando di pecore. L’Agnello è Gesù!!

Il Libro

“E vidi nella mano destra di Colui che era assiso sul trono un libro a forma di rotolo, scritto sul lato interno e su quello esterno, sigillato con sette sigilli”.

Un libro a forma di rotolo per noi è un po’ strano, ma i libri dell’antichità erano una lunga striscia unica arrotolata intorno a due bastoni ed erano scritti da una parte sola perché chi leggeva srotolava da una parte ed arrotolava dall’altra.

Qui specifica che è scritto sui due lati, è un libro strano, con una sovrabbondanza di contenuto, e sigillato con i sette sigilli.

A noi un libro sigillato ricorda il diario dei quindicenni, che ha un lucchetto.

L’immagine è proprio quella: sottolinea un tema di intimità!

C’è un libro nelle mani di Colui che sta assiso sul trono, immagine di Dio Padre, che ha una intimità rispetto alla storia, ha il suo diario segreto, sigillato con sette lucchetti.

Nessuno di noi si sente ferito o defraudato perché un quindicenne attraversa la fase in cui deve nascondere le sue cose. Possiamo esserne preoccupati, ma non defraudati.

Chissà perché di fronte a questa immagine di Dio che ha un’intimità con la storia, ci sentiamo defraudati e ci chiediamo perché non ci dica tutto.

La domanda è: Di che libro si sta parlando?

Questo non è un simbolo secondario, torna per tutto il racconto, quindi non è una cosa aggiunta per fare un po’ di colore: è il centro della visione!

L’Agnello abbiamo capito chi è, Colui che è assiso sul trono abbiamo capito chi è, ma questo libro, che cos’è?

Bisogna ricordarsi una cosa: rispetto ai libri si può avere un duplice atteggiamento:

– un’idea detrministica: c’è un libro scritto; che io lo legga o meno, lui è scritto. Qualcuno l’ha scritto; se io non lo leggo, non so cosa c’è scritto, però è lì,  è già scritto!

– oppure possiamo avere un’altra idea:  se un libro nessuno lo legge, non esiste, nel senso che sta in una biblioteca a prendere polvere e basta.

Un libro ha un destino perché ha dei destinatari. Il destino del libro è la sua vita, il momento in cui viene letto.

I nostri libri delle lectio stanno un po’ da questa parte: sono scritti prima di essere stampati, nel senso che sono scritti nelle voci, nelle cassette, nei testi, nei pensieri che ognuno di voi fa. E qui dentro, nello stampato, spesso ci sono i fatti, gli occhi e molte parole che, dopo le lectio, molti di voi hanno scambiato con me o con altre persone dell’Atrio.  Dunque è un libro vivo nella misura in cui voi lo leggete, lo regalate perché siete parte di quello che c’è dentro e vi piace molto che un altro ci possa stare dentro.

Sono due idee complementari del libro; tecnicamente si dice il libro come un’opera chiusa, il libro come un’opera aperta.

Il libro come opera chiusa dice: c’è uno che si mette davanti alla macchina da scrivere e scrive fino alla fine, magari  in forma anche un po’ difficile, così gli altri non capiscono, e lo fa importante.

E poi c’è il libro che esiste nel dialogo con i suoi lettori, che c’è nella misura in cui qualcuno lo legge. Leggendo il libro questo trasforma la mia vita, ma io trasformo il libro. Se leggo lo stesso libro che 10 anni fa mi era piaciuto tantissimo, forse mi chiedo perché mi era piaciuto, o forse mi piace di più e lo leggo in un altro modo. E, se lo passo a qualcuno, leggo nei suoi occhi quello che il libro è stato per lui.

In questa idea che Dio abbia in mano un libro, che è la storia, abbiamo molto sottolineato l’aspetto numero uno: c’è tutto scritto!… E noi non lo sappiamo!

Dio avrebbe questo librone in cui c’è scritto per ognuno di noi, per ogni minuto, ciò che fa, ciò che dovrà fare, e abbiamo l’incubo di scoprire la volontà di Dio, di provare ad indovinare cosa c’è scritto quanto a me in quel libro. Poi quando muoio, Dio dice: peccato, lei ha sbagliato risposta, tempo scaduto, è finita la sua vita, lei non ha trovato la sua vocazione, non ha indovinato. Sto mettendola in caricatura, ma è un po’ l’idea che circola, e che nasce da questa idea deterministica che Dio abbia un libro in cui c’è tutto scritto.

Oppure si potrebbe cominciare a pensare che cosa vuol dire che Dio ha un’intimità con la storia, che ci ha dato in un libro, questo, non uno qualsiasi! E questo libro si scrive con il nostro esserne lettori, perché noi lo leggiamo, ci piace, lo regaliamo ad altri, speriamo che altri possano gustarlo allo stesso modo, cerchiamo di cogliere negli occhi di un altro se quel testo ha toccato anche lui dove ha toccato me, e così via.

E questo libro mi trasforma e trasforma la storia.

E nella misura in cui trasforma la storia il libro stesso ne è trasformato.

Io posso rileggerlo migliaia di anni dopo, da quando i primi cristiani hanno cominciato a leggerlo, da quando gli ebrei hanno cominciato a leggere la loro Torah e trovarci sempre le stesse cose e sempre nuove cose.

Il potere di spezzare i sigilli

Il libro che sta in mano a Dio è un’opera aperta, non chiusa. Ed è il libro che l’Agnello ha aperto, che ha avuto il potere di aprire e ci ha consegnato.

Questa è tutta la storia dei sette sigilli. E’ la polemica antiebraica di Giovanni, che dice come nessuno fosse capace di aprire la Torah che pure avevano.

Non sapevate che cosa c’era perché non avete letto come profezia di Gesù quello che c’era scritto dentro, e dunque piange molto perché nessuno può aprire questi sigilli, nessuno capisce la ricchezza di quest’opera aperta. Un’opera aperta che non è letta è come se non ci fosse, è un libro morto.

Poi arriva l’Agnello che spezza i sigilli, che ha questo potere!

Questo è il vero potere: il potere di spezzare i sigilli!

Non è un potere su un altro, o sulle cose, un potere segreto, è un potere che produce libertà, che ci introduce in una relazione con Dio, il vero grande unico potere significativo, quello che serve per tutta la storia e che resterà sempre.

Ora, attenzione: l’Agnello lo fa secondo un criterio che ora vedremo. Noi, come discepoli dell’Agnello, siamo chiamati ad avere lo stesso criterio in tutto ciò che ci capita e qui è molto chiaro.

Secondo il criterio dell’Agnello è un potere che dà agli altri capacità, un potere che spezza i sigilli, che rende disponibili agli altri qualcosa, secondo il criterio dell’essere immolati, non del far morire, ma del morire.

Terribilmente chiaro, c’è poco da cercare strane storie!

Molto banalmente questo vuol dire che tutte le volte che noi esercitiamo una responsabilità, un potere verso qualcuno, pubblico, privato, nelle relazioni…., per i discepoli di Cristo, per mettersi dalla parte dell’Agnello nella battaglia, i criteri sono questi.

Un potere che dà libertà, che spezza i sigilli, che fa crescere l’altro, è un potere che passa attraverso il prezzo preso su di me.

In tutta questa parte delle visioni ci sono queste coppie di personaggi: Esseri viventi e Vegliardi, che sono l’immagine della durata.

In una civiltà, dove la durata media della vita era intorno ai 35 anni, i vegliardi e gli esseri viventi rappresentano quelli che ce l’hanno fatta! Quelli che hanno avuto tempo abbastanza.

La domanda dell’Apocalisse è: Perché c’è tempo?

Esseri Viventi e Vegliardi sarebbero coloro che hanno avuto tutto il tempo e l’hanno speso bene, sono invecchiati giustamente, hanno fatto con il tempo quello che dovevano fare.

La fatica del vivere

“Uno dei vegliardi mi disse: ‘Non piangere più; …

(Ricordate Giov. 21 Donna non piangere… le lacrime di Maddalena alla tomba vuota. Per Giovanni non piangere più è la frase della risurrezione)

ha vinto il leone della tribù di Giuda, il Germoglio di Davide e aprirà il libro e i suoi sette sigilli”.

“Poi vidi ritto in mezzo al trono circondato dai quattro esseri viventi e dai vegliardi  un Agnello, come immolato”.

Questo è carino, perché questa immagine un po’ truculenta, di un agnellino sgozzato, non bello da vedersi, si è trasformata in quella rappresentazione dell’agnello messo di fianco, con il collo ritto, le zampette bene in ordine, che non pare per nulla immolato, anzi, ci hanno anche aggiunto lo stendardo, nelle statuine… Abbiamo abolito la parte ‘come immolato’, che faceva un po’ effetto, e c’è l’agnellino, che a questo punto non ci dice più niente.

In realtà il riferimento che Giovanni fa qui è proprio all’Agnello pasquale, pasqua ebraica, dell’Esodo, all’agnello sacrificale e al racconto che lui fa della passione di Gesù, il nuovo agnello. L’agnello che aprirà i sigilli è l’Agnello immolato, colui che è passato attraverso la grande tribolazione, che è la croce.

L’agnellino con il pelo sporco di sangue è bruttino, ma è questa la questione, il nucleo duro, è immolato e risuscitato, ovviamente.

“Egli aveva sette corna e sette occhi, simbolo dei sette spiriti di Dio mandati su tutta la terra”.

La sovrabbondanza degli occhi, degli spiriti.

“E l’Agnello giunse e prese il libro dalla destra di Colui che era seduto sul trono”.

Nel capitolo successivo spezza i sigilli uno alla volta e tutte le volte che ne spezza uno succede un caos.

L’intimità della storia, il libro con cui noi dobbiamo dialogare non è una cosa banale.

La storia non è: vogliamoci tutti bene!, ha una potenza!, ogni sigillo che tu apri, ogni dialogo che apri con la storia provoca sconvolgimenti. Chiunque di noi esca dallo spavento del linguaggio simbolico e pensi a sé, vede che tutte le volte che ha tentato di fare un pezzo di verità su se stesso, sul tempo lungo è stato forse anche contento, ma il passaggio intermedio è stato molto complicato, destabilizzante. Devi passare in una grande tribolazione!

Dopo ogni sigillo della verità di noi che abbiamo spezzato, certo, alla fine, abbiamo detto: giusto così, perché io oggi sono un po’ di più me stesso di quanto non lo fossi tre anni fa, ma nel frattempo ho vissuto tre anni molto faticosi, indimenticabili.

I setti sigilli sono il segno che ogni passaggio provoca grande sconvolgimento.

Il potere che rende liberi

Noi ci occupiamo della parte della visione in cui l’Agnello non spacca ancora i sigilli, ma prende solo il libro… 

“E quando l’ebbe preso, i quattro esseri viventi e i ventiquattro vegliardi si prostrarono davanti all’Agnello, avendo ciascuno un’arpa e coppe d’oro colme di profumi, che sono le preghiere dei santi. (bellissima immagine) Cantavano un canto nuovo”. 

E’ la stessa espressione che c’è in Esodo 15, quando gli Ebrei, passato il Mar Rosso, intonarono un canto nuovo, quello che si legge nella notte di Pasqua. Più chiaro di così, il riferimento, non si può!

E il canto nuovo è diverso da quello di Esodo e dice:

“Tu sei degno di prendere il libro e di aprirne i sigilli, perché sei stato immolato e hai riscattato per Dio con il tuo sangue uomini di ogni tribù, lingua, popolo e nazione e li hai costituiti  per il nostro Dio un regno di sacerdoti e regneranno sopra la terra”.

Il linguaggio è tipicamente veterotestamentario. Riscatto, tribù, regno sacerdotale, sono tutte parole del mondo e della religione ebraica, ma sono sistemate in un modo che nella logica ebraica sarebbero blasfeme. Ad esempio nel mondo ebraico è fondamentale la distinzione di tribù e dire che uno ha riscattato popoli di ogni tribù, lingua, popolo e nazione, tutti, senza esclusione, è una cosa terribile.

Il riscatto è il riscatto dei primogeniti. Anche Gesù è sottomesso alla legge, ricordate, dopo otto giorni i genitori vanno al tempio per offrire due tortore per il riscatto dei primogeniti. In Israele, in pagamento dell’Esodo, di quando i primogeniti di Israele furono risparmiati, a differenza dei primogeniti degli egiziano che furono uccisi, ogni primogenito doveva essere “ricomprato da Dio”, perché teoricamente apparteneva a Dio, essendo stato da Lui  salvato. E veniva ricomprato con un’offerta, un riscatto, che poteva essere un capro, un agnello, le tortore… Anche Gesù sarà riscattato in quanto primogenito.

L’agnello ha riscattato da Dio e per Dio, con il suo sangue, uomini di ogni tribù, lingua, popolo e nazione, e li ha costituiti per il nostro Dio un regno di sacerdoti.

Se c’era una cosa chiara in Israele era la distinzione tra re e sacerdoti. Tutto l’Israele antico si regge su due poteri: il re e il sacerdote e questo consente di combattere l’idolatria. Se il re si monta troppo la testa, i sacerdoti lo bacchettano; se i sacerdoti si montano troppo la testa, il re li bacchetta. Sono due poteri che si controllano a vicenda.

Un regno di sacerdoti e regneranno sopra la terra. Questo ha fatto l’agnello e questo è il motivo per cui l’agnello è degno di questa intimità con la storia ed è degno di potere. Questo gli dicono i vegliardi e gli esseri viventi.

“Durante la visione poi intesi voci di molti angeli intorno al trono e agli esseri viventi e ai vegliardi. Il loro numero era miriadi di miriadi e migliaia di migliaia e dicevano a gran voce: ‘L’Agnello che fu immolato è degno di ricevere potenza e ricchezza, sapienza e forza, onore, gloria e benedizione’”.

Bisogna ragionare su tutte queste parole, la prima è il potere, ma poi c’è ricchezza, sapienza, forza, onore, gloria, benedizione. Non sono parole casuali e sono dette dagli angeli.

“Tutte le creature del cielo e della terra, sotto la terra e nel mare e tutte le cose ivi contenute, udii che dicevano: «A Colui che siede sul trono e all’Agnello lode, onore, gloria e potenza nei secoli dei secoli»”.

C’è un grande coro in cui tutti, i bravi e i meno bravi, tutte le creature, gli angeli, miriadi di miriadi, tutti guardano all’Agnello, guarderanno a colui che hanno crocifisso, e cantano, ognuno a modo suo, con le sue parole. I vegliardi hanno capito di più, hanno più parole, gli angeli, che capiscono abbastanza, hanno le sette parole; gli esseri viventi, che sono un po’ meno preparati, hanno il pezzettino più corto e più classico.

Dalla parte di Dio, la comprensione di ciò che Gesù è stato è chiarissima, dalla parte nostra sono tre righe con poche parole, perché ancora non sappiamo tutto fino in fondo. L’immagine è questa: il mondo che sta in cielo, quello che sta sulla terra e l’intermedio, che sarebbero gli angeli, tutti, ognuno a modo suo riconoscono il potere. Quindi  il potere dell’Agnello  è assolutamente cosmico.

“E i quattro esseri viventi dicevano: ‘Amen’ e i vegliardi prostrarono in adorazione”.

Di fronte a questo canto universale, anche alle semplici parole delle creature viventi, quelli che stanno nel cielo che, secondo il ragionamento dell’Apocalisse sono la vera realtà, quello che rimane, mentre tutto il resto, la storia è il film che prima o poi finisce, questi che stanno in cielo, dicono ‘Amen’ e si prostrano in adorazione, come a dire: E’ proprio così, esatto, avete fatto centro, questa è la questione.

Il potere all’Agnello viene dato, si riceve, non si prende. Tutti glielo riconoscono, è un potere che rende liberi, che spezza i sigilli, che mette altri nella condizione di… ed è un potere che nasce dall’essere immolato, da aver preso su di sé il prezzo del riscatto.

Questo mi pare paradossalmente il messaggio conclusivo molto semplice dal punto di vista concettuale, non a farsi. Non c’è possibilità di andare a cercare altre questioni, e paradossalmente, in questi racconti popolari, c’è molto fumo, molta scenografia, molti effetti speciali, ma poi il succo del racconto è sempre una cosa ridotta al minimo.

Qui il succo del racconto, rispetto al potere dell’Agnello che è l’unico vero potere legittimo, è chiaro, semplice, ma anche molto duro, non ci sono molte scusanti, molte scappatoie.

E dice che per mettersi dalla parte dell’Agnello nella battaglia che è la storia, bisogna seguire questi criteri.

Mi sembra un buon semplice finale a tutto il complesso percorso di quest’anno.

Fossano, 15 maggio 2004

(testo non rivisto dal relatore)

Anno pastorale: 2003/2004

DataTitoloCommento a:
24 Aprile 2004
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