13 Marzo 2004
Stella Morra

5. Poteri che si vedono e quelli che non si vedono

Commento a: Mt 9, 1-7


Premessa

Stiamo percorrendo una serie di testi della Scrittura che ci aiutano a riflettere sul tema del potere.

Abbiamo visto all’inizio tre testi sulla storia di Mosè,  cercando di ricavarne una descrizione del potere quanto alla nostra vita umana.

L’Antico Testamento è Parola di Dio, ma la sua caratteristica prima è la descrizione della vita così com’è, cioè la descrizione delle dinamiche profonde del nostro essere – esistere, depurate dalle difese che noi spesso mettiamo.

Se questo passaggio in altre epoche era utile, nella nostra cultura rischia di essere più urgente che mai, utile il doppio perché, forse, molto più che non ‘aver perso un’immagine, una capacità per relazionarci a Dio’, rischiamo di ‘aver perso la capacità di relazionarci alla nostra stessa vita’.

Rischiamo di non andare al di là di una impressione immediata, di una descrizione generica, semplice, rispetto alle cose che accadono, mentre abbiamo sottolineato più volte che interrogarsi di fronte alla Parola di Dio richiede una capacità adulta di comprendere la propria esistenza, comprenderne i movimenti profondi, le dinamiche che ci guidano, saperle chiamare per nome, riconoscerle in sé e negli altri.

Solo con la competenza su noi stessi possiamo essere in grado di stare in modo significativo in un rapporto con Dio.

Con i testi di Mosè abbiamo cercato di descrivere alcune dinamiche fondamentali che riguardano tutti, credenti o no, di qualsiasi religione, in quanto fanno parte della dinamica umana rispetto al potere.

Abbiamo considerato in particolar modo tre aspetti:

  • l’ambiguità come contesto: la questione del potere si pone nella nostra vita perché non è chiaro chi sono i buoni e chi i cattivi, non è chiaro qual è la scelta giusta e quale quella sbagliata, altrimenti il problema non si porrebbe. Si pone perché la storia è ambigua, ci sono molti fatti, molti eventi sui quali l’interpretazione di ciò che accade, e dunque le scelte che ne seguono, non sono immediate;
  • scegliere, il potere correlato alla decisione, alla responsabilità e soprattutto all’ossessione dello scegliere in cui attualmente noi siamo, alla sensazione profonda che scegliere significhi fare sempre qualcosa di fondamentale, decisivo, che cambia tutto;
  • la legge del segno: come nell’ambiguità e nel tema della decisione il problema fondamentale è riscoprire il valore di segno della realtà, il valore simbolico; ricordarsi che noi stessi, gli altri, le cose, non sono necessariamente quello che sembrano.

Abbiamo cercato con queste riflessioni di disegnare un profilo di sapienza, di competenza sulla nostra vita.

Ci siamo poi fermati sul brano, inquietante, del fico maledetto: i frutti cercati fuori stagione, Gesù che maledice il fico e i discepoli che vedono l’effetto di questa parola potente.

Era un testo di transito, una descrizione di dinamiche umane, ma già aperta su un’altra logica, e perciò più inquietante: la logica di Dio, che comincia a non raccogliere semplicemente il dato di sapienza umana, a non descrivere semplicemente le cose come stanno, ma a rimandarle altrove.

Dopo aver ragionato sulla potenza dei desideri, avevamo concluso con la domanda inquietante, se il nome attuale della preghiera è ”desiderio”.

Il punto di vista di Dio

Con oggi e le prossime lectio entriamo decisamente, anche se timidamente, in una riflessione sul mistero cristiano: proviamo a fare lo sforzo di metterci dal punto di vista di Dio.

Credo che questo metodo sia fondamentale.

Noi siamo abituati a dire: la Bibbia è Parola di Dio; apro la Bibbia, la leggo e scopro ciò che Dio mi dice.

Questo è vero, ma anche un po’ violento perché è senza passaggi intermedi. Il metodo per cui, su un problema, prima cerchiamo di ricostruire a fondo la comprensione di noi stessi, delle dinamiche umane, e poi, un po’ alla volta, ci addentriamo dal punto di vista di Dio, secondo me è molto necessario.

E’ come nella liturgia: se uno arriva a Messa affannato, tre minuti dopo l’inizio della celebrazione e, quando è già sulla porta della Chiesa, pensa ancora alle cose che dovrà fare dopo, la celebrazione sarà finita prima che lui sia riuscito a stabilire un ‘contatto’ con la realtà in cui si trova.

Rispetto alla liturgia, nel passaggio dal tempo all’eterno che la liturgia ci propone, forse bisogna imparare a darsi un po’ di tempo, un passaggio intermedio tra il ritmo del nostro tempo quotidiano, ritmo di corsa, al ritmo dell’eterno, che è un altro ritmo di respiro.

Il passaggio dal tempo all’eterno, dalla nostra vita alla Bibbia, funziona passo passo, per piccoli allenamenti a saper affrontare ritmi diversi. Ognuno di noi deve imparare a trovare i mezzi adatti a sé per darsi un tempo di ingresso dal ritmo frenetico quotidiano al ritmo pacato di ascolto e di dialogo con il Signore nella celebrazione.

Nel rapporto con la Parola di Dio è lo stesso: se io apro la Bibbia, leggo e penso: Dio mi dice …. Sì, è vero, la Parola di Dio parla, ma sono io che non sono vero, non ho ‘anima’ abbastanza.

Prima devo imparare a comprendere come funziono io rispetto alle cose!

Per questo la forma antica delle lectio prevedeva tanti passaggi: lectio, meditatio e solo alla fine c’era la contemplatio, cioè il riconoscere ciò che Dio mi dice. Prima bisogna fare una serie di passaggi che sono ancora molto legati alla vita.

Abbiamo quindi fatto questa lunga introduzione nei mesi scorsi ed ora cominciamo ad entrare timidamente, a cercare di vedere un po’ di più il mistero cristiano, cioè il modo in cui Cristo si pone rispetto a questa questione del potere.

La Buona Notizia

Oltre a tutto questo, come sempre rispetto alle cose normali, dobbiamo tenere conto dell’orizzonte generale, cioè la globalità di ciò che Cristo, da parte di Dio, è venuto a dire e a fare per noi.

Il singolo pezzo si capisce solo considerando l’orizzonte globale. Se teniamo conto di come funziona, come ragiona, che carattere ha una persona, qual è il suo modo di esprimersi, probabilmente un suo gesto si capisce; se non l’abbiamo mai vista prima, una sua reazione ad una certa cosa, ci lascia un  po’ perplessi o rischiamo di travisare la questione.

Qual è l’orizzonte generale da tener presente da qui in poi?

E’ ricordarsi sempre che Cristo è venuto a portarci una Buona notizia,…. ma qual è la notizia? 

E’ la vita eterna, cioè a dire: voi non siete tutti lì!…. dove sapete di essere.

Nei vostri amori, nei vostri dolori, nella vostra speranza o nella vostra mancanza di speranza, nei vostri desideri o nella vostra assenza di desideri, c’è qualcosa  di voi che vi appartiene, che fa di voi voi stessi, e che non è sotto il vostro governo, che voi non possedete ancora.

E’ quello che Paolo dice: “Quello che saremo non è ancora stato rivelato. Ora siamo rivestiti di carne corruttibile, quello che saremo non è ancora stato rivelato”.

La buona notizia è: noi non siamo tutti lì. Dentro abbiamo un fratello che ha preso il Premio Nobel, il fratello coraggioso, forte, con le idee chiare. Io non lo so, ma Lui c’è!

Spesso nella nostra esistenza, e soprattutto in modo radicale nella nostra morte, accade che noi non ci bastiamo e ci sentiamo privati di tutto quello che ci era sembrato importante: è il momento in cui ci viene chiesto di credere la Buona notizia, cioè di credere che non siamo tutti lì, nemmeno di fronte alla morte… è allora che il nostro fratello bravo, forte e coraggioso prenderà il nostro posto!

Questa sarebbe la salvezza, che si presenterà in pienezza nell’ultimo giorno, ma che agisce già ora perché, se uno prende coscienza di non essere tutto lì, la vita un po’ cambia.

In questo senso la salvezza è già in mezzo a noi e sarà in pienezza nell’ultimo giorno, ma se io non sono tutto lì non posso prendere drammaticamente sul serio tutto ciò che mi accade, che sono, che sento!

Ho sempre un po’ di distanza da me stesso, non sono incollato con me!

Questo sarebbe l’orizzonte generale: voi non siete tutti lì!

Non qui

Il testo di oggi è al cap. 9 del Vangelo di Matteo, un testo semplice, che abbiamo sentito molte volte; anzi spesso lo confondiamo con altri, perché sono molti gli episodi di guarigioni di paralitici.

Nei Vangeli ci sono alcune tipologie di guarigioni: si viene guariti da alcune cose. La più diffusa è la guarigione dai demoni, poi ci sono guarigioni di ciechi, di muti e di molti paralitici.

Quali sono i mali da cui si viene guariti? Lascio questo interrogativo alla vostra riflessione.

Il primo versetto ci dà un grande titolo.

“Salito su una barca, Gesù passò all’altra riva…”.

Questa espressione si usa spesso nei cimiteri e ci fa un po’ impressione, ma il modo comune dei cristiani di usare questo modo di dire per la morte è sapiente!

Se prendiamo tutto il Vangelo e verifichiamo su una cartina, pare che Gesù non abbia fatto altro che saltellare da una riva all’altra del lago. C’è continuamente un passare all’altra sponda, all’altra riva, salire, scendere, sono molte le espressioni geografiche in cui ogni gesto di Gesù viene posto sotto il segno dell’altrove. Tutte le volte che Gesù sta per fare una cosa, è ‘non qui’!.

Bella questione! Forse che il cristianesimo è una roba di ‘non qui’?

Forse che essere discepoli di questo maestro è ‘non essere inchiodati qui’?

Paradossalmente, invece, il contenuto delle cose che Gesù fa è sempre molto concreto, reale, fino alla sua morte in croce, inchiodato, dove non si può più muovere!

Poi c’è la risurrezione: Gesù passa attraverso i muri, le porte chiuse, se lo aspettano da una parte e appare sul lago….

Ricomincia la storia del non qui, ma con questa tensione: il contenuto è reale, concreto, sono sempre persone, nomi, luoghi, gesti di mangiare, bere, guarire, parlare, incontrare; dall’altra parte la premessa è sempre … all’altra riva, … salì sul monte, … scese dal monte… è sempre un altrove.

A casa… dovunque

“…e giunse nella sua città”.

Nella nota della Bibbia di Gerusalemme si dice: la sua città, Cafarnao. Ma non spiega perché Cafarnao sarebbe la sua città, nel senso che noi sappiamo di Gesù di Nazareth, nato a Betlemme, qui la sua città sarebbe Cafarnao… ma di cosa stiamo parlando?

Questo è il titolo: non qui, ma in un posto che è suo, anche se non è il suo!

Questo maestro di cui siamo discepoli, è un maestro che sta sempre dove non te lo aspetti.

E’ inutile cercarlo dove te lo aspetti, conviene cercarlo da un’altra parte. Sta come a casa sua dovunque e, quando ci vai, ti rendi conto che, là dove non te lo aspetti, è casa!

Su questo penso potremmo lavorare tutta la Quaresima, fino a Pasqua: cercare Dio là dove non ce lo aspettiamo, sapere che Dio è a casa sua dove noi non ci aspetteremmo che lo fosse e, se riusciamo ad arrivarci, scoprire che è casa anche per noi, che siamo condotti al centro di noi stessi..

Questo è il titolo, sotto un tema di movimento.

Commentando il testo del preannuncio della Pasqua ebraica, dove dice: “…prenderete questo e quell’altro, mangerete l’agnello, in fretta, con i fianchi cinti, pane non lievitato…”  i grandi rabbi ebraici si sono sempre chiesti come mai non ci fosse il tempo per far lievitare il pane, quando l’annuncio era stato dato sette giorni prima!…. Un mio amico rabbino dice: la salvezza ti sorprenderà sempre, quando meno te lo aspetti, in mutande a una serata di gala!

Perché la salvezza arriva sempre in fretta, ti raggiunge quando tu non sei preparato, anche se lo sapevi, anche se te l’hanno preannunciata, te lo hanno detto i profeti, arriverà e non avrai tempo di avere tutto ciò che ti serve, di metterti elegante…

Mi sembra che il tema ritorni: Dio è sempre sull’altra riva, sempre non qui, anche rispetto alle nostre abitudini religiose, ai luoghi religiosi in cui ci aspettiamo che sia.

Immobili

“Ed ecco , gli portarono un paralitico steso su un letto”.

Per questo Gesù che saltella da una riva all’altra, l’umanità portata ai suoi piedi, è un’umanità paralitica, che può stare solo in un letto! La grande malattia è il nostro essere inchiodati lì! Il non riuscire a pensare a noi stessi come… non qui.  Siamo paralizzati!

“Gesù, vista la loro fede, disse al paralitico…”.

Questa è bella! Le persone non hanno parlato, non hanno fatto altro che portare il paralitico, e Gesù vede la loro fede!

E’ uno di quei versetti che ogni tanto dico bisognerebbe scrivere su un bigliettino, attaccarlo al capo del letto per consolarsi tutte le mattine!

Se ha visto la loro fede, forse vede anche la mia: per poco che ci sia da vedere, la vede!

Per poco che sia scopribile, Gesù vede la loro fede e fa, agisce.

L’umanità è paralizzata, pensa cose malvage, ma non parla, non apre bocca, non fa nient’altro che portare il paralitico e scaricarlo lì!

Gesù vede la loro fede, parla, agisce, legge i loro pensieri. Il rapporto di azione tra Dio e l’uomo è 9,5 a 0,5. Esattamente il contrario di quello che noi normalmente pensiamo.

Sì, noi crediamo in Dio, ma poi diciamo:…’ci devo pensare io!’,…’vorrai mica che ci pensi Dio!’… e dunque il problema è: fare le cose buone, non peccare, capire qual è la volontà di Dio su di me, scegliere e tutto ciò che ne consegue!

Coraggio!

“…vista la loro fede, disse al paralitico: ‘Coraggio, figliolo; ti sono rimessi i tuoi peccati’”.

La prima parola è  coraggio. Anche questa ben consolatoria! Ma, come sempre, quando nella scrittura c’è scritto qualcosa,  c’è un motivo!

Non ci sono comandi per le azioni che di per sé sono spontanee; per esempio c’è scritto: “Onora il padre e la madre”, perché di per sé non verrebbe spontaneo, se no non ci sarebbe bisogno di un comandamento. C’è scritto: “Amatevi tra fratelli”, perché di per sé non verrebbe spontaneo, se no non c’era bisogno di scriverlo come comandamento.

C’è scritto coraggio, perché molto probabilmente ci sarebbero buoni motivi per scoraggiarsi. Se no non c’era bisogno che Gesù desse coraggio. La condizione di umanità paralizzata non è particolarmente incoraggiante!

“Allora alcuni scribi cominciarono a pensare: ‘Costui bestemmia’”.

Il pensiero non è: costui mente, o costui è pazzo. Di fronte ad uno che dice ad un paralitico: “Ti sono rimessi i tuoi peccati”, si rimane un po’ sconcertati.

Questi fanno un pensiero religioso che corrisponde ad un’idea di Dio. Per dire che Gesù bestemmia, dicendo che rimette i peccati, bisogna pensare, per esempio, che è impossibile che Dio abbia mandato qualcuno a rimettere i peccati! Che i peccati bisogna scontarli, bisogna convertirsi, correggersi, fare meglio!

E’ praticamente l’idea che abbiamo noi. Pensare che questo gesto di Gesù è una bestemmia, vuol dire pensare che si arroga un potere che non gli spetta, ma anche pensare che Dio non ragiona così, che Dio non farebbe mai una cosa simile!

Si pensa nel cuore

“Ma Gesù, conoscendo i loro pensieri, disse: ‘Perché mai pensate cose malvage nel vostro cuore?’”.

Qui abbiamo questo bell’equilibrio dell’espressione ebraica, che ci siamo persi nel corso dei tempi, …si pensa nel cuore! …

Noi pensiamo nella testa e sentiamo nel cuore! Secondo la Bibbia si pensa nel cuore, che è già un po’ meglio!

Gesù aveva visto la fede, i pensieri malvagi nel cuore, mentre loro non avevano fatto niente.

“Che cosa dunque è più facile, dire: Ti sono rimessi i tuoi peccati, o dire: Alzati e cammina?”.

Qui è interessante, perché si stana uno degli stacchi radicali tra noi e Dio, tra la descrizione delle nostre dinamiche antropologiche e la radicale novità del Vangelo. Per noi dire e fare sono due cose diverse: dire è abbastanza facile, mentre fare è più complicato ed il potere sarebbe il potere di fare, di poter fare.

Sin dall’inizio della creazione Dio disse: “Sia la luce e la luce fu”. Per Dio, infatti, dire e fare non sono cose diverse, perché Lui è il Creatore, Lui è Dio e noi no. Dunque, quando lui dice fa, le cose accadono.

Riguardo ai peccati, però, c’è un problema. Dire: ti sono rimessi i tuoi peccati …, sì, va bene, ma chi mi dice che è vero, che è accaduto, che è stato un gesto potente?

Allora Gesù chiede: pensate forse che sia più facile dire una cosa che non è verificabile, tanto nessuno sa se è accaduta, oppure dire: alzati e cammina, una cosa che riguarda il fare, per cui se la dico e accade, sono potente e si vede, è stato un grande atto di magia, e tutti lo vedono?

Più facile a dirsi o più facile a farsi? Di per sé è più facile a dirsi ti sono rimessi i tuoi peccati, ma è più facile a farsi alzati e cammina, perché rimettere i peccati, cioè sanare le ferite profonde del nostro cuore, ciascuno di noi lo sa bene, è praticamente impossibile!

C’è qui un primo grande distacco tra noi e Dio, una differenza radicale. In Dio non c’è distanza tra il suo dire e il suo fare, il suo Figlio, che è la sua Parola, è esattamente Lui, non è un Dio diverso!

E come si può diventare più simili a Dio in questo? Noi non possiamo aumentare la nostra capacità di fare: ci sono delle cose per noi impossibili, ma possiamo controllare la nostra capacità di dire.

Il problema è che noi abbiamo governo solo sul nostro dire, non sul nostro fare. Ci sono cose che non stanno in mio potere, ed io non le posso comunque fare, mentre ciò che io posso dire dipende in qualche modo da me.

Mettere in sintonia il mio dire e il mio fare non è solo una questione etica, di non dire le bugie, è la capacità, per esempio, di avere le parole necessarie per dire me, per dire la verità di me, del mio desiderio. Per dire quel “non sono tutto lìche è la salvezza. Per dire anche con gli altri la relatività di quello che sono, che faccio, che so di me.

“Ora, perché sappiate che il  Figlio dell’uomo ha il potere in terra di rimettere i peccati: alzati, disse allora al paralitico, prendi il tuo letto e va’ a casa tua. Ed egli si alzò e andò a casa sua”.

Torna la questione del perdono dei peccati, su cui arriveremo alla fine e torna il tema della casa.

Il grande obiettivo di quel movimento ‘non qui’ è arrivare a casa!

Anche questa per noi è un’immagine molto chiara, moderna. Ciascuno di noi, nelle giornate piuttosto agitate, ha pensieri non su una grande poesia romantica, ma sospira: ‘non vedo l’ora di tornare a casa!’… perché solo lì può rilassarsi un po’.

A casa è il luogo dove la nostra anima potrà stare in pantofole, dove il nostro non essere tutto lì sarà finalmente rilassato, dove avremo finalmente fatto la pace con quel pezzo che non ci appartiene e che ci sarà dato in dono, quello che ci sarà concesso perché misericordia e verità si baceranno.

Timore e gioia

“A quella vista, la folla fu presa da timore e rese gloria a Dio che aveva dato un tale potere agli uomini”.

Questo versetto è sconvolgente, perché, come spesso succede nella scrittura, i due sentimenti convivono.

La folla è presa da timore e rende gloria a Dio, come quando Gesù appare risorto, gli apostoli sono spaventati, temono che sia un fantasma, e sono pieni di gioia.

Altra grande sapienza: sappiamo che, con l’addio all’adolescenza, diciamo addio ai grandi sentimenti assoluti, al fatto che si è totalmente disperati o felici, solo e totalmente disperati o felici! Superata l’adolescenza diventiamo persone che hanno tanti pensieri e sentimenti insieme. E questi sentimenti sono spesso contrastanti, e non sappiamo mai bene a quale dare retta, qual è quello più forte.

Sono pochi i momenti nella vita in cui uno dei sentimenti si impone con talmente tanta forza da tacitare gli altri. Quasi sempre siamo contenti e insieme abbiamo un po’ paura. Insieme alla contentezza c’è quasi sempre un filo di preoccupazione. Il ventaglio delle possibilità poi è molto ampio!

Qui ci viene detto che la folla è presa da timore e rende gloria; ha paura, è stupita e insieme intuisce che c’è qualcosa che viene da Dio, qualcosa di grande che sta succedendo, ma non  sa bene che cosa fare.

Nel Vangelo non c’è scritto che cosa farà la folla… dunque, forse non è tanto importante.

Il potere di ricevere il dono

Soprattutto la cosa sconvolgente è la motivazione per cui rendono grazie: “…rese gloria a Dio che aveva dato un tale potere agli uomini”. Al plurale!

Matteo è considerato il Vangelo ecclesiastico, quello che fonda i poteri del ministero, e dunque l’interpretazione tradizionale di questo testo indica gli uomini come i successori degli apostoli che hanno il potere di rimettere i peccati. A me sembra un po’ tirata; certo gli uomini sono anche loro, ma qui il tema è più generale. Si parla di un potere che ci viene concesso, che non è, paradossalmente quello di Gesù, bensì quello del paralitico.

Il potere concesso agli uomini è che possiamo ricevere la grazia di Dio, alzarci dal nostro letto e tornare a casa nostra! Il punto di vista di Dio, come al solito, è rovesciato!

La domanda è: Certo qui chi ha potere è Gesù! ma qual è il potere di cui noi portiamo i segni e i frutti? E’ quello del poter ricevere questo dono, e di poterci alzare, non essere più paralitici e poter tornare a casa propria! Gesù, nel Vangelo di Giovanni, chiede ai suoi discepoli: ”Volete andarvene anche voi?”. È l’unico grande potere che gli uomini hanno di fronte a Dio: andarsene! E’ l’unica cosa seria, che può far saltare tutto il resto.

Detto in termini moralistico-medievali l’unica possibilità reale che abbiamo è salvarci o dannarci: stare dalla parte di Gesù o andarcene. Tutto il resto è nelle mani di Dio.

Se uno decide di stare dalla parte di Gesù s’affanna, si confonde, fa un po’ di errori, si riprende, capisce meglio…va un po’ avanti, un po’ indietro,… ma l’unico grande potere che ci è dato è quello di rimanere nei nostri peccati che ci paralizzano, oppure di poter ricevere il dono di alzarci e tornare a casa nostra, nella nostra vita, sapendo che non siamo tutti lì.

Non siamo tutti lì quando eravamo paralizzati, ma non siamo tutti lì nemmeno quando possiamo tornare a casa nostra.

Il perdono dei peccati

Ancora due parole sull’asse centrale: il perdono dei peccati, che è il grande potere dalla parte di Dio, potere che solo Dio ha.

Forse, in fondo, è il grande potere che ci piacerebbe avere, il grande motivo del fatto che sentiamo come un peso (un “insulto”) la differenza tra Dio, che può perdonare i peccati, e la condizione creaturale, che non ha il potere di perdonare i peccati.

Varie volte abbiamo parlato del tema del peccato, che si capisce solo in relazione alla definizione di salvezza che abbiamo detto prima. 

Il peccato è l’esperienza di rimanere al di sotto della soglia della propria felicità possibile.

Il problema non è tanto violare una norma, confondersi, non aver capito bene, ma non essere all’altezza del proprio ‘non essere tutto lì’. E’ rimanere inchiodati a quel pezzo di noi che è quello che possediamo, governiamo, capiamo, sappiamo e pensare che tutta la nostra vita è in quel pezzo lì, che non c’è nient’altro. E dunque scegliere, decidere, valutare, giudicare gli altri e noi stessi, organizzare il nostro tempo, decidere nei nostri rapporti… fare tutte le azioni piccole e grandi della nostra giornata, come se il punto di riferimento fosse quello che io so di me, il pezzo che io governo. Come se quello fosse il punto di riferimento definitivo, cioè tutto è lì, è dato, dipende solo da quello che so e posso.

Se questo è vero, il potere di rimettere i peccati, il potere di ridarci ancora una volta la possibilità di non essere tutti lì, sta solo nelle mani di Dio, perché noi non possiamo ridarci qualcosa che non avevamo neanche prima. Non possiamo ridarci quel pezzo di noi che non ci è disponibile.

In piccolo noi facciamo quest’esperienza nelle relazioni d’amore, quando gli occhi di un altro che mi guardano in modo amoroso mi danno qualcosa di me che io nemmeno sapevo di avere. Chiamano in vita delle parti di me che io non sospettavo di possedere, che sono svegliate dall’amore dell’altro che ne ha bisogno!

Quando si dice: dove uno trova la forza per… accudire un figlio ammalato, per aiutare una persona in grande difficoltà… Ci sono delle situazioni in cui la forza non sai da dove ti viene.

Ti viene dal fatto che, essendo amato da un altro che guarda la tua vita con amore, e che ha bisogno di qualcosa, lui chiama in vita quel qualcosa che tu non sapevi di avere.

Quel pezzo non potremmo darcelo da soli, in pace e tranquillità, da soli per noi stessi, non ce lo saremmo dati.

E’ esattamente questo che funziona di fronte alla globalità della nostra esistenza, da parte di Dio.

Dio perdona i nostri peccati perché Dio ci guarda rendendosi bisognoso di noi e chiamando in vita tutto quel di più di noi che noi non sappiamo di possedere, che non ci potremmo dare da soli.

Organizzare la propria vita, impostarla, sceglierla su questa logica, sulla certezza che lo sguardo amoroso di Dio chiamerà in vita tutti i pezzi di me che io non so di avere, sarebbe essere cristiani.

E dunque Dio può perdonare i peccati perché tutte le volte che ci rinchiudiamo in quel pezzo di noi che ci è a disposizione e feriamo, neghiamo la nostra possibilità di essere amati da lui, Dio ci rifà nuovi, rimette in gioco quel pezzo di noi stessi che noi avevamo rifiutato, che avevamo lasciato cadere perché non lo potevamo governare.

Gesù dice: cosa credete che sia più facile? Forse perdonare i peccati, cioè reimpiantare in te quel pezzo di te che tu hai rifiutato?

E’ la cosa più difficile del mondo, e veramente l’unica realtà che attiene solo a Dio!.

Forse in questo ultimo brandello di quaresima possiamo farci fare compagnia da questo paralitico o andare a cercare tutti gli altri paralitici che ci sono nei Vangeli.

A me piace molto quello del Vangelo di Giovanni, il paralitico della piscina, che non riesce mai ad immergersi per primo per essere guarito, proprio perché è paralitico!

Noi non abbiamo mai il tempo sufficiente, siamo sempre un po’ in ritardo!

Fossano, 13 marzo 2004

(Testo non rivisto dal relatore)

Anno pastorale: 2003/2004

DataTitoloCommento a:
15 Maggio 2004
Stella Morra
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1. L’a priori, una grazia (o una disgrazia?)
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