14 Febbraio 2004
Stella Morra

4. Potere dei desideri

Commento a: Mc 11, 12-14;20-25


Premessa

Continuiamo il nostro cammino con una lectio breve, ma densa  di contenuti.

Stiamo riflettendo su una serie di testi che ci conducono dentro il tema del potere.

Abbiamo percorso tre brani legati alla storia di Mosè con tre episodi: la nascita di Mosè, l’uccisione dell’egiziano e uscita dal palazzo del faraone, ed infine quello dei poteri magici dati a Mosé.

Ambiguità, decisione, potere dei segni

Abbiamo messo in evidenza tre dimensioni originarie, antropologiche, proprie della vita umana, di come siamo fatti, tipiche del nostro funzionamento rispetto alla vita.

La dimensione dell’ambiguità come contesto, cioè abitare dentro la storia. Non si sa mai bene se la nascita di Mosè, la schiavitù del suo popolo sono grazie o disgrazie: diventano grazie o disgrazie a seconda degli occhi di chi li guarda e diventano una possibilità o un impedimento a seconda di come ci si sta dentro.

Dunque il primo dato della vita di tutti, credenti o no, giovani o vecchi, è questo orizzonte- atmosfera di ambiguità: la storia in cui viviamo non è un telefilm fatto di buoni e cattivi (ci piacerebbe molto poter dividere tutto in due fette: buono-cattivo, giusto-sbagliato…). Invece no, la nostra esistenza è contemporaneamente una grazia e una disgrazia originaria, è una ferita che ci fa male, ci dice il bello e il brutto e poi c’è l’esperienza dell’ambiguità che dura tutto il tempo della nostra vita.

Seconda dimensione: l’uscita di Mosè dal castello del faraone, la scoperta di avere dei fratelli in condizione di schiavitù, la decisione di uccidere l’egiziano ricavandone una protesta invece che gratitudine. Tutto questo per riflettere sul tema della decisione.

Decidersi, prendere parte è un’operazione complessa!

A noi sembra la cosa più libera, e invece è una cosa molto complessa perché l’umano decidere dipende da  tante cose, è il luogo dove stare dentro e fuori del castello: è un dato complicato!

Terzo: il potere dei segni.

Ci siamo interrogati sulla dimensione antropologica, la fenomenologia della nostra vita quotidiana: come siamo fatti, come funzioniamo nel fondo di noi stessi. Funzioniamo secondo una legge di segni: quasi mai le cose sono quelle che sembrano e quasi mai ci fanno bene o male per quello che sono. Ci consolano o ci disperano, ci fanno bene o male per il significato che portano in sé e per il significato su cui vanno a battere dentro di noi, il luogo interno dove vanno a posarsi.

Il potere dei segni deriva dal fatto che noi siamo sottoposti alla legge dei segni: un bastone non è quasi mai un bastone, un serpente non è quasi mai un serpente, ogni cosa dice molto più di se stessa, molto più al di là; e tutti i nostri bastoni e i nostri serpenti dicono molto di più e molto al di là.

Ho fatto questo breve riassunto perché serviva a richiamare i tre grandi temi:

  • l’ambiguità in cui siamo immersi,
  • la complessità della decisione, 
  • la legge del segno, dello stare sotto la logica, la grammatica dei segni. 

D‘altra parte mi interessava sottolineare il modo in cui abbiamo ripercorso la storia di Mosè: ci siamo limitati ad una descrizione.

Forse descrizioni analoghe si potrebbero trovare in testi che non sono la Parola di Dio. Sono descrizioni di sapienza, di capacità di comprendere la vita umana.

Noi abbiamo usato questa lettura come  ingresso, un modo di allenarci a ragionare su cosa sta dietro al potere quanto a noi, alla vita umana: alcuni meccanismi che funzionano nella logica del potere semplicemente perché siamo esseri umani e dunque valgono per tutti. 

Ho usato appositamente queste tre parole perché, applicate al potere, sono immediatamente comprensibili: l’ambiguità del potere, la complessità delle decisioni del potere, il valore di segno del potere!

Sono tre delle cose che determinano la logica del potere.

Ora abbiamo di fronte un percorso che abbandona la storia di Mosè e che ci dovrebbe aiutare a fare un passo in avanti, per riflettere di più su una dimensione cristiana: il percorso sarà sulla Parola di Dio in Cristo che ci viene proposta rispetto a questo problema.

Umanità aperta

Lasciamo l’andamento descrittivo per andare verso un giudizio sulle dinamiche del potere, verso qualcosa che sta di più dalla parte di uno sguardo divino su ciò che accade. Le due cose non sono nettamente separabili.

Il brano di oggi funziona da passaggio, da collegamento tra la prima e la seconda parte, tra una descrizione più antropologica ed una più propriamente cristiana. Ci aiuta a riflettere sul fatto che ciò che abbiamo visto fin’ora costruisce una figura di umanità aperta, che non basta a se stessa. Pone un problema, ne descrive la complessità, ma non dice verso dove andare.

E questa è la sua sostanziale apertura. In fondo non serviva la Bibbia per spiegarci che vivere è complicato; chiunque abbia superato i vent’anni più o meno lo sa!  Forse la Bibbia serve per dirci come si fa a vivere  in questo mondo complicato, o per darci almeno qualche indicazione.

Non volevo tralasciare di dire che il vivere è complicato perché, a forza di saperlo, alla fine non abbiamo né parole né pensieri per descrivere la complicazione, siamo solo affaticati e stanchi, un po’ depressi, un po’ stressati, e non sappiamo nemmeno dire perché: non abbiamo più le parole! Nello stesso tempo non possiamo fermarci lì, perché, interrogando la parola di Dio, siamo alla ricerca di qualche indicazione, di qualche criterio, anche non di risposte concrete, solo di qualche giudizio da poter fare dentro noi stessi su ciò che abbiamo davanti e su come noi ci possiamo muovere dentro a queste realtà. 

Oggi entriamo in questa apertura: vivere è complicato!  E’ una constatazione sulla quale possiamo essere tutti d’accordo, ma da sola non ci porta da nessuna parte. 

Appurato che vivere è complicato, come si fa a cercare le strade per andare da qualche parte?

Il brano che ascolteremo comincia ad indicarci una strada di sviluppo, che di per sé non viene fuori dalla nostra esperienza umana.

Qual è la differenza tra una riflessione umana e una riflessione cristiana?  E’ una bella domanda! 

E’ chiaro che una riflessione cristiana non è altro da una riflessione umana, ma alla fine c’è qualche cosa che non ci possiamo dare da soli: solo un Dio ci può salvare, dunque c’è un dono, una grazia che ci viene da altrove.

Con oggi cominciamo ad entrare in questo ”pezzo” che non ci possiamo dare da soli, che ci viene da altrove, dalla Parola di Dio.

Racconto coinvolgente

Il testo  di oggi è Marco 11, 12-14; 20-25.

Il racconto è spezzato in due, leggiamo la prima e la seconda parte, relative al fico.

Sicuramente abbiamo già sentito queste frasette, del fico, della montagna, del perdono, ma normalmente li sentiamo in contesti diversi, staccati uno dall’altro: la questione del fico, la fede che sposta le montagne e del perdono che sta nel Padre nostro. Io ho scelto questa versione di Marco che le mette insieme.

Questo testo ha una sua storia molto complessa: non è un racconto storico-biografico, non è una  cosa accaduta in modo conseguente.

I Vangeli non hanno interesse a raccontarci la storia biografica di Gesù, lo sappiamo. Quando li leggiamo, però, ci scatta l’automatismo fondamentalista, per cui diciamo: c’è scritto così!….

Invece no, i Vangeli sono costruiti, non vuol dire inventati, bensì organizzati dagli evangelisti in relazione a sensibilità, situazioni, questioni che le loro comunità e loro stessi hanno nel raccontare le vicende di Gesù.

Nel nostro linguaggio noi applichiamo questa ‘costruzione’ normalmente, ma se la riferiamo ai Vangeli, si dice: ma allora è falso!

Sappiamo bene che dire la verità o mentire non consiste nel dire esattamente delle parole tecniche, perché allora soltanto i verbali di polizia direbbero la verità. Se io racconto a coloro che amo una cosa che mi è successa, che mi ha molto colpito, mi ha impressionato e gliela racconto come un verbale di polizia… chi mi ascolta mi guarda e si chiede come parlo.

Il modo in cui io racconto non è una menzogna sull’evento, ma dice ciò che di quell’evento mi sta a cuore. E’ una forma di verità ulteriore, perché ciò che io offro all’altro non è la foto di un evento, che potrebbe anche non comunicargli niente, è l’evento passato attraverso di me, cioè l’evento più l’effetto che ha fatto a me e ciò che di quell’evento è diventato per me significativo ed importante.  Dunque organizzo il racconto, ad esempio, nelle fasi temporali, per cui metto prima o dopo alcune cose in base all’effetto che hanno avuto su di me.

Questo si vede bene sulle barzellette: se sbaglio l’ordine del racconto, se anticipo qualcosa, la barzelletta non fa più ridere. Nel nostro ascoltare c’è una logica che non viene solo dal contenuto di ciò che viene detto, ma anche da come è organizzato e dalla sua concatenazione che fa ridere, o fa paura o trasmette un’emozione.

Gli evangelisti non inventano, fanno questa operazione di racconto, che non è un verbale, bensì  trasmette l’emozione, la potenza, la forza che l’evento Gesù ha per loro e per coloro che hanno visto la resurrezione e l’hanno creduta. Raccontano organizzando, scambiando l’ordine, concatenando secondo delle associazioni e dei passaggi che servono al lettore ad avere la stessa esperienza che hanno avuto loro. Il loro problema non è che il lettore sappia, ma che il lettore faccia, leggendo, la stessa esperienza che loro stessi hanno fatto incontrando il Signore.

Ecco perché si sono conservati tre Vangeli, detti sinottici, più quello di Giovanni, che è completamente diverso: per darci quattro storie di incontro possibile con il Signore, quattro sfumature, quattro sottolineature. 

I tre sinottici sono abbastanza simili, presentano poche variazioni, mentre Giovanni dà un altro punto di vista, raccontando episodi che i primi tre non raccontano, tralasciandone altri.

Il fatto che siano conservati quattro evangeli, indica che ci sono tante ‘corde’ nell’incontro con il Signore e ognuno progressivamente trova la propria.

Su questo racconto io ho scelto la corda di Marco perché fa un lavoro di organizzazione che a me sembra molto bello, ed è decisivo rispetto al nostro tema.

Marco organizza questo racconto come quattro quadri, di cui  noi abbiamo  letto il primo e il terzo e non il secondo ed il quarto.

I quattro quadri sono:

  • Gesù ha fame, cerca frutti in un fico, ma non è la stagione dei fichi, non ne trova, maledice il fico… e la sua parola è una parola potente;
  • Gesù caccia i mercanti dal tempio dicendo loro: “La mia casa sarà chiamata casa di preghiera per tutte le genti. Voi ne avete fatto una spelonca di ladri.”;
  • Pietro dice: “Maestro, guarda: il fico che tu hai maledetto si è seccato!” e Marco ne fa una specie di sommario con queste parole di Gesù: “Abbiate fede in Dio! In verità vi dico: chi dicesse a questo monte: Levati e gettati nel mare, senza dubitare in cuor suo ma credendo che quanto dice avverrà, ciò gli sarà accordato. Per questo vi dico: tutto quello che domandate nella preghiera, abbiate fede di averlo ottenuto e vi sarà accordato. Quando vi mettete a pregare, se avete qualcosa contro qualcuno, perdonate, perché anche il Padre vostro che è nei cieli perdoni a voi i vostri peccati”.

      Fa una concatenazione di questi tre loghion (affermazioni).

  • L’obiezione da parte dei Giudei sull’autorità di Gesù. “…gli si avvicinarono i sommi sacerdoti, gli scribi e gli anziani e gli dissero: ‘Con quale autorità fai queste cose? O chi ti ha dato l’autorità di farlo?’…”.

Sono due coppie di quadri molto belli: la maledizione del fico – i mercati del tempio; le considerazioni sulla maledizione del fico – le considerazioni sull’autorità di Gesù.

Le due coppie hanno lo steso tono: nel primo Gesù se la prende con la pianta, nel secondo con degli esseri umani; nel primo Gesù ragiona su ‘come noi di fronte al Padre’, nel secondo gli altri ragionano su ‘come Gesù…’.

Di per sé la parabola del fico sterile è un po’ strana, ambigua.

Ci viene da pensare che Gesù poteva chiedere tutto ciò che voleva, perché era Dio, … ma cercare dei fichi nella stagione in cui i fichi non ci sono!! … poi contesta…, assume un tono un po’ arrogante, di uno che, avendo tutto il potere, può anche voler ciò che non è nella logica delle cose e, se le cose non sono secondo una logica, lui si arrabbia!

Questa situazione o la consideriamo così, in una logica tutta sua, oppure è inquietante: Gesù cerca frutti fuori tempo e maledice quando i frutti fuori tempo non ci sono! 

Forse bisogna andare alle considerazioni, alla seconda parte dell’evento parabolico per cercare di capire…

Se la parabola è ambigua, i gesti – la cacciata dei mercanti dal tempio e la discussione sull’autorità di Gesù – sono più chiari, o almeno possono essere usati come chiave: i testi si chiariscono uno con l’altro, usiamo l’uno per capire l’altro.

L’umanità di Gesù

“La mattina seguente, mentre uscivano da Betania, ebbe fame”.

Anche Gesù ha fame, cioè sta di fronte alla realtà in una situazione di penuria.

Traduco in termini religiosi, che capiamo tutti: il tema di questo brano non è l’onnipotenza!

Perché se il tema era l’onnipotenza: – Lui può perché è Dio…- non aveva fame, e se ce l’aveva con un tocco magico poteva avere qualsiasi cosa.

Questi primi versetti ci danno il titolo: la questione qui non è l’onnipotenza, ma ci viene detto che Gesù sta nella penuria, come noi. Di fronte all’ambiguità della storia e della realtà è impotente, esattamente come noi.

O, se volete, traduco ancora: essere cristiani non serve a risolvere l’ambiguità!

Non basta essere cristiano per sapere chi sono i buoni, chi sono i cattivi, perché Gesù stesso, di fronte alla storia, sta nella stessa situazione di penuria in cui stiamo noi: ebbe fame.

Ci viene da pensare: dopo aver visto tutte queste cose sulle dinamiche del potere, adesso andiamo sulle cose toste! Sappiamo che i mercanti sono cattivi e usano male il potere, Gesù è buono; i farisei sono cattivi, Gesù è buono… abbiamo capito tutto! Dunque noi, che sicuramente siamo buoni per definizione, non ci comporteremo mai né come i mercanti del tempio, né come i farisei, e abbiamo diritto ad esercitare il potere!

Non è così. Il testo ci dice che “Gesù ebbe fame”, cioè sta nella stessa logica di fatica, di penuria, di ambiguità della storia: non si è fatto uomo “per finta”!

Per quattro secoli le prime eresie hanno molto ragionato per riuscire a spiegare anche in termini filosofici che Gesù non ha fatto finta, ha assunto davvero la dimensione umana tranne che per il peccato.

Il contenuto di questa parabola sul fico maledetto non è l’onnipotenza o l’arroganza di Gesù che vuole avere ragione perché è Dio,… dunque avrà pur diritto di trovare anche i fichi fuori stagione!

La realtà è un segno

Secondo passaggio: “Avendo visto di lontano un fico che aveva delle foglie, si avvicinò per vedere se mai vi trovasse qualche cosa; ma giuntovi sotto, non trovò altro che foglie”.

Visto, vedere, trovasse, trovare: c’è un’insistenza forte. In una riga e mezza ci sono due verbi ripetuti due volte! Non è mai casuale nella costruzione dei vangeli.

Faccio anche qui una veloce traduzione, forse un po’ tirata, ma per capirci: il tema non è l’onnipotenza, dunque qual è? 

Il tema è la realtà, ciò che si vede e si trova; anzi, ciò che si vede e ciò che, vedendo, si trova, che sono due cose diverse.

Ciò che si vede è una cosa, ciò che si trova è un’altra! Nel 90% dei casi noi pensiamo che siano la stessa cosa, ma la realtà non è mai data come un oggetto statico, immobile, in cui noi non ci entriamo niente, ci  viene sulla testa…

La realtà è un segno, dunque si vedono delle cose e se ne trovano delle altre.

Terzo: “Non era infatti quella la stagione dei fichi”.

La realtà è dura, ha le sue leggi e dice: hai visto, ma non hai trovato! Non c’è niente da raccogliere, non ci sono frutti.

Reazione, un po’ isterica, di Gesù: “Nessuno possa  mai più mangiare i tuoi frutti”.

Si reagisce così di fronte alle realtà? La realtà è un segno che ci viene dato, su cui noi non siamo onnipotenti, non possiamo governarlo all’infinito, non ci sono frutti e bisogna farsene una ragione! Questa è la legge del potere come viene vissuta quando il potere non lo si ha: facciamocene una ragione. Per ciò che dipende da me, interviene la mia responsabilità, per ciò che non dipende da me, …facciamocene una ragione.

Questa è una logica umana. La logica cristiana è un po’ più sconvolgente: Gesù si arrabbia e maledice, dice il male di quella realtà!

Ecco poi il racconto-chiave di lettura, in cui si cacciano i mercanti che se ne erano fatti una ragione: avevano utilizzato il via vai del tempio per vendere: realisti!

Si dice: “Avete fatto della mia casa una spelonca di ladri, mentre è una casa di preghiera”.

La realtà del tempio era: essere una casa di preghiera. La legge del segno che il tempio è, la stagione, il frutto che doveva portare: essere il luogo dove si prega.

La legge della realtà

La parabola del fico ci dice: bisogna chiedersi fino in fondo qual è la legge della realtà.

La legge della realtà è una legge del cuore, una legge profonda, nascosta, una legge del segno.

“La mattina seguente, passando, videro il fico seccato fin dalle radici. Allora Pietro, ricordandosi, gli disse: ‘Maestro, guarda: il fico che hai maledetto si è seccato’…”.

Il primo quadro comincia sotto il segno della natura umana di Gesù: “Gesù ebbe fame”; il secondo comincia sotto il segno della natura divina di Gesù: la Parola di Gesù è una parola creatrice: Dio disse ‘sia la luce’ e la luce fu, Gesù maledice il fico e il fico è maledetto, ed è seccato.

Ci presentano veramente Gesù uomo e Gesù Dio: le due facce di questo difficile rapporto, come a dirci che la verità della realtà non sta nelle cose stesse, ma in Dio, che ciò che succede davvero, è ciò che succede nei cieli, non ciò che succede sulla terra. 

“Gesù allora disse loro: ‘Abbiate fede in Dio!’…”.

Frase che esplode! Qui Marco è molto bravo: c’è tutto questo racconto intorno alle cose e Gesù dice in modo secco: “Abbiate fede in Dio!”.

La costruzione letteraria ci porta fino a questa frase che suona in un modo assoluto, totale: “Abbiate fede in Dio!”.

Credo che questa sia una delle frasi più facili e contemporaneamente più difficili di tutta la scrittura. Più facili perché sono parole che abbiamo nelle orecchie fin da bambini: aver fede, Dio… Contemporaneamente sono, proprio per questo credo,le parole più opache, che abbiamo più difficoltà a capire in assoluto.

“Abbiate fede in Dio!” è il chiodo che regge questi quattro quadri.

Bisognerebbe chiedersi che cosa vuol dire aver fede, e chi è Dio per noi oggi. E che cosa può voler dire aver fede in Dio.

“In verità vi dico: chi dicesse a questo monte: levati e gettati nel mare, senza dubitare in cuor suo ma credendo che quanto dice avverrà, ciò gli sarà accordato”.

Ci ricorda quelle frasi in cui si dice: se qualcuno ti colpisce una guancia, porgi anche l’altra! Le citiamo sempre come nobile esempio del cristianesimo, poi diciamo: …mica letteralmente…, nel senso che se uno mi colpisce, io mi schivo, non offro l’altra guancia!

Qui scatta il nostro meccanismo rispetto ad alcune paradossalità del Vangelo che sono delle ottime citazioni, ma non altrettanto delle realtà concrete: ci sembra sempre che il loro significato sia simbolico. No, non sono dette in  senso metaforico.

Gesù dice: niente è fuori dalla portata del potere di chi ha fede in Dio! Tutto è possibile a chi crede in Dio!

E su questo bisognerebbe ragionare a lungo.

Faccio solo due considerazioni: molti santi ce l’hanno mostrato. Qui in Piemonte abbiamo molti santi sociali: guardando alla loro vicenda sappiamo che si sono davvero fidati per sé e per gli altri e che la realtà è cambiata sotto le loro mani, le cose sono accadute davvero!

Però i santi slittano già verso le citazioni evangeliche.  Cioè: è vero per loro, ma noi dobbiamo regolarci in un altro modo… Perché in fondo, se uno non pensa a se stesso, chi ci pensa!?

Il potere dei desideri

Credo bisognerebbe davvero ragionare un po’.

Ognuno di noi sa che c’è un solo modo per ottenere delle cose serie nella vita: desiderarle davvero!  Niente di ciò per cui abbiamo avuto un desiderio profondo non è accaduto! Magari è accaduto in un modo diverso da come l’avevamo immaginato, ma tutto ciò che abbiamo saputo davvero desiderare in profondità e in verità, e abbastanza a lungo, con sufficiente pazienza perché potesse crescere, è accaduto, perché il desiderio è potente.

E’ questo uno dei motivi per cui spesso ci proibiamo di desiderare.

Una delle malattie più frequenti per cui le nostre generazioni finiscono dagli psichiatri, è che non sanno più esprimere desideri: vogliono molte cose, ma desiderare è un’altra cosa!

Noi vogliamo molto e in genere sentiamo che tutto ciò che vogliamo non ce l’abbiamo mai, ma non stiamo nella legge del desiderio, che è un’altra cosa. Rarissime volte ci concediamo di desiderare molto, a fondo, qualche cosa. In genere quello che riusciamo a desiderare abbastanza nella verità e abbastanza a lungo, accade!!!!

Desiderare è un’arma pericolosa perché se io desidero davvero e poi accade… aiuto!

Magari io avevo una proiezione molto ideale e poetica. Nel momento in cui accade, il mio desiderio diventa vero e vivo e forse è meno poetico di come me l’ero immaginato!

Rientra nell’ambiguità, per cui sono contentissimo, ma anche terrorizzato e stanco perché quando desidero davvero qualcosa e  poi accade e non è come l’avevo immaginato, (e non lo è mai, ed è bellissimo, per cui io ho una grandissima gioia, ma è anche qualcosa che ha una vita sua, ed i desideri diventano vivi per loro stessi, e dunque dopo… aiuto!).

La cosa grande che ci è stata messa nella natura, di desiderare praticamente sempre, sono i figli, o comunque una qualche forma di maternità e di paternità, non necessariamente biologica.

E i figli funzionano proprio così: uno è contentissimo, poi loro fanno la loro strada e tu non sai se sei terrorizzato, responsabilizzato, preoccupato, hai sensi di colpa pazzeschi: sarò all’altezza ne sarò in grado, però non rinunceresti a tutte queste paure per niente al mondo, perché avere quelle paure vuol dire che esiste la realtà.

La legge del desiderio funziona in questo modo.

L’esperienza cristiana ha sempre  riconosciuto la legge del desiderio, ha sempre saputo che i cuori sono potenti, sono più potenti della realtà materiale, che nella logica dei segni i cuori creano più realtà che non il denaro o le cose!

“Chi dicesse a questo monte: levati e gettati nel mare, senza dubitare in cuor suo ma credendo che quanto dice avverrà, ciò gli sarà accordato”.

Non viene detto che, se io credo una cosa, sono così potente che la faccio succedere, ma che, se il mio desiderio ha abbastanza potenza, mi viene accordato… da altrove!.

Il potere della preghiera

E’ sempre un regalo il desiderio che si compie! Il potere dei desideri è il potere di farsi fare dei regali.

“Per questo vi dico: tutto quello che domandate nella preghiera, abbiate fede di averlo ottenuto e vi sarà accordato”.

Abbiamo forse mai pensato alla preghiera in termini di desiderio. Ci pensiamo sempre solo prima di cominciare ad andare al catechismo: per un bambino è molto chiaro che pregare significa chiedere. Non ha dubbi né pudore.

Poi veniamo socializzati alla legge che ha paura della potenza dei desideri e, impauriti dalla potenza della nostra preghiera, pensiamo che non sta bene chiedere, che non bisogna chiedere… e poco alla volta le nostre preghiere diventano degli atti di devozione.

C’è una spiegazione culturale su cosa è successo nell’ottocento alla preghiera per cui l’abbiamo fatta diventa re un atto di devozione.

Alla fine diventa una punizione: ci viene data come penitenza quando ci confessiamo.

Spesso diciamo: dovrei pregare di più, ma non ho tempo. E’ la logica conclusione di questo ragionamento: se pregare è una punizione, non ho tempo!

La sto dicendo in modo un po’ pesante; non sempre è così, ci sono molte sfumature, ma  questo è un po’ il senso di questa situazione. Al massimo pregare diventa un senso di colpa: dovrei pregare di più.

In realtà non so bene che cosa significa pregare, non in astratto, come definizione teologica, proprio in concreto… Uno si mette lì, spegne radio e televisione, riesce a ritagliarsi un momento di calma e poi che cosa fa?

Essendo che le nostre vite sono piene di cose che facciamo, improvvisamente catapultati nel silenzio, nello stare fermi, la nostra domanda tipica è: ma cosa deve pensare uno quando prega?

Avendo però tutti superato i cinque anni, non osiamo formulare la domanda così: ci pare un po’ da bambino piccolo. Ognuno quindi si aggiusta un po’ come gli viene meglio, sperando di non sbagliarsi troppo.

Questo ragionamento di Marco ci dice che la preghiera sta dalla parte dei desideri, nel dare tempo, nomi, voce, parole ai propri desideri e nel non farlo come di fronte ad un muro.

Una delle cose più belle della vita è avere dei momenti in cui condividere i desideri più profondi con qualcuno che ti sappia capire ed accogliere!

Ed è talmente bello che riusciamo a farlo pochissimo, perché non li sappiamo esprimere, perché abbiamo una sorta di pudore profondo per condividerli con un altro.

Forse pregare è questo: trovare di fronte a Dio nomi,  tempi, parole per i nostri desideri profondi e trovarli senza dubitare in cuor nostro che ciò che desideriamo profondamente ci verrà accordato, magari con una modalità diversa da quella che avevamo immaginato. Secondo la logica dei segni!

“Quando vi mettete a pregare, se avete qualcosa contro qualcuno, perdonate, perché anche il Padre vostro che è nei cieli perdoni a voi i vostri peccati”.

A questa legge del desiderio c’è un’unica condizione: non ci viene detto di misurare la preghiera su cose fattibili – all’inizio è Gesù che cerca frutti fuori stagione!  Ma… quando vi mettete a pregare, se avete qualcosa contro qualcuno, perdonate!

Questa è l’unica legge, la legge del perdono reciproco.

C’è una prima cosa da dire, abbastanza fondamentale: che sia prescritto di perdonare significa accettare il dato di fatto che abbiamo delle cose contro qualcuno e cioè: non si può aspettare di essere perfetti per mettersi a pregare!

E’ previsto il caso e come sempre, per tutti i testi scritti, quando un caso è previsto, è perché accade! E’ previsto il caso che abbiamo qualcosa contro qualcuno: questo accade! Ma ci viene detto: la legge del desiderio è che non si può desiderare contro qualcun altro.

Si può desiderare per sé, perché, essendo più felici, facciamo più felici anche gli altri. Non si può desiderare contro altri.

…al di là di noi

Questo brano costituisce un transito, ci apre su qualcosa: la legge del desiderio che va al di là di noi.

In fondo essere cristiani significa accettare quella Parola di salvezza che dice: voi non siete tutti lì, voi siete di più di quello che avete a disposizione di voi stessi, niente della vita, della storia, è “tutto lì”! Tutto è di più di quello che pensiamo sia a disposizione. Se questo è vero, i nostri desideri sono la grande porta, l’immagine di Dio posta in noi, che ci consente di superare ciò che abbiamo a disposizione di noi stessi.

Ma i nostri desideri chiedono una grande capacità di ascolto di noi e degli altri, di pazienza, di coltivazione, se non pensiamo che i desideri siano semplicemente ciò che voglio!

Il desiderio, come movimento profondo dell’anima, è stato sempre, in tutte le culture,  considerato  molto pericoloso, proprio perché molto potente.

Questa nostra cultura in cui tutto si vende, ha esagerato la logica di ‘quello che voglio’ per poterci vendere tutto quello che non sapevamo nemmeno di volere.

Questo non ha nulla a che fare con la logica dei desideri, che è un’altra questione.

Il vero potere viene da Colui che accorda il compimento dei nostri desideri e per questo il quarto quadro discute sull’origine dell’autorità di Gesù. Da dove gli viene questa autorità, chi accorda che i suoi desideri siano compiuti?

Fossano, 14 febbraio 2004

(Testo non rivisto dal relatore)

Anno pastorale: 2003/2004

DataTitoloCommento a:
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