8 Aprile 2006
Stella Morra

6. FIGLI DI UN VIAGGIO

Commento a: Gv 1, 35-51


Premessa

Proseguiamo nel percorso sul tema del viaggio con riflessioni su testi del nuovo testamento che ci aiutano ad entrare di più in una dimensione cristiana della lettura di questa categoria; ci portano su una dimensione ulteriore rispetto ad una semplice interpretazione dal punto di vista dell’esperienza degli uomini e delle donne.

La volta scorsa abbiamo visto l’incontro tra Maria ed Elisabetta, ‘Madri di un viaggio’.

Con un esercizio un po’ retorico abbiamo intitolato la riflessione di questo mese ‘Figli di un viaggio’. Leggiamo un brano dal primo capitolo del vangelo di Giovanni, composto da tre parti che si leggono in pezzi separati, in contesti liturgici diversi, perdendone così l’effetto, la musica globale.

E’ un testo di cammino, di viaggio, pieno di verbi di movimento; tutti i personaggi camminano, si agitano, passano, seguono, vanno, tornano, incontrano … nessuno sta fermo. E alla fine  c’è una conclusione geniale: anche gli angeli vanno e vengono, salgono e scendono.

Normalmente Giovanni costruisce i suoi testi come scene cinematografiche: fa un’ambientazione, mette elementi, descrive lo scenario, lo spazio, l’ora, e tende a far entrare nel contesto ciò che sta raccontando. Questo testo, invece, è un po’ elencativo: ci sono tanti incontri, come in una staffetta, con un continuo passaggio di testimone. I personaggi si incontrano e, in qualche modo, dicono tutti la stessa cosa: abbiamo trovato … venite e vedete … C’è il continuo viaggiare della ‘notizia’. Tutti si muovono perché c’è una notizia, una realtà, una novità che deve viaggiare, camminare.

Fissare lo sguardo

“Giovanni stava ancora là con due dei suoi discepoli e, fissando lo sguardo su Gesù che passava, disse: “Ecco l’Agnello di Dio!”.

Fissare lo sguardo. Credo che non riflettiamo mai abbastanza su questo dato, proprio di tutta la scrittura, ma in modo particolare evangelico, tipico di Giovanni, del vedere, del guardare.  Noi abbiamo sottolineato in modo forte l’ascoltare e il parlare – è un aspetto vero, ma l’abbiamo reso l’unico, e questo non è vero nel cristianesimo! Per noi il cristianesimo è parola a tutti gli effetti: insegnamento, catechesi, omelia, la liturgia che ascoltiamo; e dunque il nostro problema è capire le verità della fede; è tutto uno scambio di parole, un parlare e un ascoltare. Certo, questo è un aspetto centrale del cristianesimo, ma ce n’è un altro altrettanto importante che tende ad essere sottovalutato: il vedere, volgere lo sguardo, fissare lo sguardoVenite e vedrete… Pensate al famoso capitolo 21 di Giovanni, l’apparizione  di Gesù  risorto alla Maddalena, in cui lei si volta e vede; i discepoli vedono le bende, vedono gli angeli … Un grande tema del ‘vedere’.

Che cosa significa il tema del vedere? Il discorso sarebbe lungo. Per esempio, che cosa vediamo? Noi non vediamo più Gesù sulle strade di Galilea, non possiamo fissare lo sguardo su di lui, perché storicamente lui non c’è più! Che cosa vediamo dunque? Vediamo i cristiani? Sì; e non è detto che sia sempre una buona cosa; forse a volte sarebbe meglio non vederli! Su che cosa dovremmo fissare lo sguardo? Credo che questo argomento meriterebbe un po’ di riflessione.

Tutti gli incontri e le conversioni, nel vangelo, passano prima dallo sguardo, poi dalle parole. Dunque o si tratta solo di un atto fisico, materiale: fissare lo sguardo su uno che passa,  – e noi siamo tagliati fuori, Gesù in persona non passa più – oppure c’è qualcosa di più serio, di più profondo.

Guardare è un movimento che ci porta fuori: non possiamo guardarci dentro o guardare  il nostro volto; per guardare bisogna guardare altro da sé. Possiamo ascoltarci dentro, ascoltare i nostri sentimenti, i desideri, ma non guardarci dentro. Come abbiamo bisogno di uno specchio per guardare la nostra stessa faccia, così per guardare dentro il nostro cuore, abbiamo bisogno di parlare con qualcuno, che succeda qualcosa,  di provare un sentimento. Guardare è privilegiatamene un movimento di uscita.

Il presupposto della conversione è non essere narcisisti, fissare lo sguardo su qualcosa che non sono io, su un altro, su altre cose. Per dirla in modo più teologico, solo una salvezza che viene da fuori, solo una notizia che giunge da altrove ci può salvare!

Noi tendiamo a confondere il cristianesimo con una disciplina di illuminazione: migliorarsi, aumentare la propria capacità di essere buoni, convertirsi… L’evangelo non funziona così, è tutto sotto il segno dello sguardo. Noi siamo convertiti da un altro, da Gesù! Siamo fatti crescere, migliorati, salvati, aperti da un altro, da Gesù, da qualcuno su cui fissare lo sguardo. La parola ha la valenza di ascoltare qualcuno, ma anche di dire qualcosa; quello che viene da fuori e quello che viene da me. Lo sguardo, da questo punto di vista, è più unidirezionale, si guarda fuori. Nella scrittura ci sono tutte e due le cose: guardare ed ascoltare-parlare, ma se è vero quello che sto cercando di dire, il rapporto è due a uno, cioè due movimenti sono fuori e solo il parlare viene da me. C’è una componente che esce da me, ma ce ne sono due che mi raggiungono.

Pensate al centurione ai piedi della croce, nel vangelo di Marco, che fissò lo sguardo su Gesù ed esclamò: “Veramente quest’uomo era figlio di Dio!”.  Se leggiamo il vangelo con l’attenzione a questo particolare, troviamo centinaia di passaggi in cui si dice che Gesù viene guardato, e che dal guardarlo scaturisce una decisione. Per questo nel vangelo ci sono tanti racconti di guarigione dei ciechi! E’ una delle malattie più guarite; la cecità è un grosso problema! Se non possiamo vedere altro che noi, siamo tagliati fuori dalla salvezza, non perché Dio non ci voglia salvare, ma  perché, se siamo capaci di vedere solo noi stessi, se non siamo capaci di fissare lo sguardo su ‘altro’, la salvezza non ce la fa a raggiungerci.

Nella settimana che ci porta al triduo santo della Pasqua, credo che questo tema potrebbe farci compagnia. Nella devozione popolare ritorna molto l’invito a ‘guardare il crocifisso’ – e rimane in sordina perché non riusciamo più a capire che senso abbia l’adorazione della croce, la croce alzata, coperta il giovedì santo, e poi scoperta perché si possa vedere la differenza. Questo pensiero del guardare ci può accompagnare, può essere una buona traccia per vivere la settimana santa.

La salvezza viene da fuori

“… Giovanni… fissando lo sguardo su Gesù che passava…” 

Gesù è la salvezza che viene da fuori. Non ci sono solo i nostri viaggi; Gesù sta compiendo il suo viaggio, quello che lo conduce a Gerusalemme, alla croce.

Per esempio il vangelo di Luca è strutturato proprio come un cammino verso Gerusalemme. Gesù sta compiendo il suo viaggio e noi siamo lì e fissiamo lo sguardo su questo viaggiatore che passa, che viene da un punto di partenza – che è il suo e non il nostro -, e va verso un luogo di arrivo – che è il suo e non il nostro! A noi è chiesto di fissare lo sguardo, di vederlo, di renderci conto che lui passa.

Riflettendo su questo testo, pensavo che, anche in termini umani,  questa sta diventando una delle maggiori difficoltà: non vediamo gli altri. Non è che non vogliamo loro bene, che non saremmo disponibili ad aiutarli, ma in genere non ci accorgiamo di quello che succede loro; li vediamo, ma non li guardiamo. Questo si vede bene con gli adolescenti: uno dei motivi per cui oggi molti do loro hanno molti problemi, è che, culturalmente, siamo tutti un po’ più incapaci di guardarli. Facciamo una grande fatica perché, in fondo, ognuno di noi è un mondo chiuso in se stesso. E non per cattiveria o per scelta, piuttosto per mancanza di esercizio e poca energia, perché tutti siamo sempre in riserva di fiato, di aria, di spazio mentale e quindi uno stringe i denti e cerca di essere all’altezza delle proprie scelte, delle cose che fanno parte della sua vita e non si guarda più intorno. Per guardarsi intorno bisogna avere un po’ di fiato in più, bisogna essere un po’ più rilassati.

Credo che questo tema sia molto forte ed è il tema previo della conversione nel vangelo. La salvezza cristiana non nasce semplicemente come un dieci a scuola, per avere fatto bene i compiti, dall’aggiungere la vita cristiana ai già tanti impegni che abbiamo in una giornata – se no non ci sarebbe la parabola degli operai dell’ultima ora – la salvezza cristiana è la radicale apertura ad un altro che passa, che fa il suo viaggio. E’ riconoscere che il nostro viaggio è nel suo viaggio e non viceversa, che il nostro posto è nella vita di Dio e non viceversa. Non è Dio che ha un posto nella nostra vita, siamo noi che abbiamo un posto nella sua. E’ il riconoscimento radicale di altro da sé che compie il suo viaggio, la sua storia, ed è la scommessa radicale che il suo viaggio e la sua storia sono viaggio e storia di benedizione … dunque non ci potrà accadere nulla di male!

La sequela

“…fissando lo sguardo su Gesù che passava disse: ‘Ecco l’Agnello di Dio!”.

Questa affermazione: “Ecco l’Agnello di Dio”,  ritorna anche nella liturgia, quando al momento della consacrazione viene alzata l’ostia, perché noi la vediamo, perché fissiamo lo sguardo sull’Eucaristia.

“E i due discepoli, sentendolo parlare così, seguirono Gesù”.

E’ ciò che dovrebbe succedere nella liturgia: “Ecco l’Agnello di Dio”… e dunque i discepoli, fissato lo sguardo, seguirono Gesù!

Un altro nome con cui viene chiamato l’essere discepoli è la sequela, il seguire. Seguire è diverso da viaggiare. Seguire è un viaggio non deciso, spossessato, un viaggio non governato; significa andare dietro ad un altro che viaggia. A me sembra che qui, in poche righe, ci sia tutto il cristianesimo. Il cristianesimo è un viaggio spossessato, senza decisione propria, un viaggio non governato, che nasce dall’aver fissato lo sguardo, dall’aver messo gli occhi su un altro ed aver affidato la propria strada.

Noi spesso domandiamo: che cosa devo fare,  che cosa devo scegliere, che cosa è giusto fare, che cosa vuole Dio da me? Nel cristianesimo non è importante saperlo, perché Dio sa spiegarsi; dunque se uno lo segue andrà dove deve andare, e farà ciò che deve fare; se Dio vuole altro, si farà capire, visto che ha tutti gli strumenti per farlo!

“Gesù allora si voltò e, vedendo che lo seguivano, disse: ‘Chi cercate?”

Gesù provoca alla sequela in modo speciale: prima si fa guardare e poi chiede. Gesù fa una domanda, non dà una risposta. Noi siamo così abituati a pensare che la fede sia una risposta, ad arrabbiarci quando ci sembra di non capire quale deve essere la risposta, a essere dolcemente o aggressivamente capaci di dare tutte le risposte a tutti quelli che incontriamo e che pensiamo sbaglino, a cui dobbiamo spiegare come si vive da cristiani, qual è la verità su tutto, che ci siamo persi questo radicale movimento della fede: la fede si pone nelle vite degli uomini come una domanda.

Gli uomini hanno un po’ di risposte, sanno un po’ di cose, ne pensano di giuste e di sbagliate – ognuno di noi non pensa le stesse cose che pensava dieci anni fa, spero, però sostanzialmente è lo stesso, è fedele a se stesso; su molte cose ha corretto il tiro perché ha imparato da ciò che gli è accaduto, ha ascoltato altre persone, ha incontrato situazioni nuove, ha sentito sentimenti nuovi, ha vissuto qualcosa, dunque non è rimasto incollato alle poche cose che sapeva, ne sa forse di più, di diverse… Questa è la vita delle donne e degli uomini. Dio non ci sottrae niente di tutto questo, non è invidioso del nostro sapere, delle nostre risposte; non è un insegnante impaziente che vuole subito le risposte giuste; abbiamo tutto il tempo! Abbiamo tanto tempo quanto abbiamo vita! E quando il nostro tempo sarà finito e non avremo più vita, non avremo più voglia di cercare risposte perché non ci serviranno più!

La fede è di un’altra razza: è una domanda radicale; in genere è una domanda esigente ed un po’ maleducata. La fede è Gesù che dice alla donna samaritana: “Dammi da bere”. Dice: “Che cercate?” a questi due che, poveretti, si erano messi in ricerca sulla scorta di ciò che avevano sentito da Giovanni, per ottimi desideri. E’ la domanda dei Magi che si sono messi in cammino per adorare il Signore, e tutta la loro fatica, l’aver scrutato il cielo, essersi messi in cammino, aver fatto tanta strada, li porta a una domanda: “ Dov’è il re dei giudei?”.

La fede è la domanda che si pone continuamente, si propone alla nostra vita. Ed è una domanda che avrà risposta solo in cielo quando, come dice Paolo, la fede e la speranza non ci saranno più, ci sarà solo la carità perché non avremo più bisogno di fede, vedremo Dio faccia a faccia; sapremo, e dunque non avremo bisogno di credere.

In tutta la storia la fede è il lievito inquietante, il bollore costante di domande che ci vengono rivolte dal di fuori. Per questo Gesù dice: i poveri li avrete sempre con voi, perché sono loro la più radicale, concreta domanda, perché hanno bisogno di tutti; il loro dolore, la loro vita, la loro fatica ci pongono una domanda. Quella dei poveri non è una domanda da capire, è solo da vedere; aprire gli occhi abbastanza per vedere i poveri.

E tutti coloro che nella nostra vita si pongono con la forma di una domanda, che ci chiedono qualcosa, tempo, attenzione, aiuto, collaborazione; tutti quelli che ci interrogano non necessariamente a parole, semplicemente con la loro presenza,  tutti questi sono la memoria vivente della domanda che la fede è nella nostra vita. Per questo motivo un cristiano si occupa degli altri. Non perché è buono! Ci sono i cristiani buoni e quelli meno buoni, ma non è questa la questione; non è che ci occupiamo degli altri, siamo attenti a loro, li amiamo perché siamo buoni. Ci occupiamo degli altri perché siamo divorati dalla ricerca della fede, dal bisogno di trovare tutte le tracce della fede. E ogni ‘altro’ che con la sua vita è una domanda, è per noi una traccia, un indizio, un’orma della fede.

I due discepoli di questo testo sono come la samaritana. Il dialogo di Gesù con la samaritana è surreale; Gesù fa delle domande atroci; solo la samaritana sembra dotata di buon senso. Qui si ripete la stessa situazione: ad una domanda rispondono con un’altra domanda. Gesù ha tirato un’esca e loro ci cascano in pieno, perché alla sua domanda rispondono con un’altra domanda ed entrano in questo dialogo, in questo movimento; si lasciano catturare e non guariranno più.

E’ successo così anche a ciascuno di noi che, se è qui, sa bene che potrà decidere di non andare mai più a messa, di dichiararsi ateo, di fregarsene della chiesa… ma se uno è stato raggiunto dalla domanda che la parola di Dio è, se non altro nella forma della nostalgia, rimarrà ormai contagiato per sempre. Non si guarisce. Poi si potrà essere delusi, feriti, offesi, chiusi, che è il motivo per cui spesso chi si è allontanato è molto cattivo nei confronti della fede – perché come per tutti gli amori, un amore che finisce non è come un amore che non c’è mai stato, ti lascia dentro una cicatrice che ti ricordi.

I due discepoli si fanno contagiare da questo virus e…

“Gli risposero: ‘Rabbì (che significa maestro), dove abiti?”.

Ad una domanda e a una logica di Gesù che passava, loro lo seguono… ad una dinamica di movimento essi fanno una domanda statica: dove abiti? Giovanni in questo senso è un gran costruttore di testi. Vedremo che il punto statico viene convertito. I discepoli sono agganciati dalla domanda di Gesù, ma ragionano ancora secondo loro stessi e dunque la loro domanda è dove abiti?. Se leggete il vangelo di Giovanni, nei momenti più critici, prima del racconto della donna adultera, dopo il racconto della moltiplicazione dei pani, il discorso sul pane di vita, ecc. ci sono sempre dei punti un po’ critici in cui Giovanni mette il versetto: e tornarono ciascuno a casa sua. E’ proprio il segno del fallimento, di chi non si lascia convertire e torna alla propria casa. Abitare la propria casa, ritornare da mamma, è il fallimento, la mancata conversione.

Libertà di fissare ‘altro’

“Disse loro: ‘Venite e vedrete”.

Questa frase ha una grande ambiguità d’uso, oggi. Viene molto citata dai movimenti più integralisti del mondo cristiano, come a dire: se uno viene, partecipa al gruppo, al movimento, vedrà. E’ un uso molto improprio perché direbbe che noi siamo Cristo, cioè che basta andare nella chiesa o nelle sue forme per vedere ciò che hanno visto i discepoli.

Secondo me questi due termini rovesciano la dinamica valida fin lì: prima si vede e poi si va, e Gesù invece dice Venite e vedrete, cioè prima si viene poi si vede. Mi sembra che Giovanni con questa costruzione voglia dirci che, se la nostra decisione di mettere i nostri occhi su qualcuno, di non guardare solo noi, ci apre a una domanda, non potremo più smettere di seguire e di continuare a fissare lo sguardo su altro che non sia noi. Ad un certo punto noi stessi diventeremo per noi un argomento di assai basso interesse.

Credo che tutti noi, uomini e donne del novecento, con il peso e la fatica e il dovere della ricerca della nostra identità possiamo capire bene, perché è una notizia di liberazione poter arrivare a un certo punto della vita a trovare se stessi come un argomento non  dotato di particolare interesse, proprio perché per arrivare lì bisogna avere assunto fino in fondo il dovere di occuparsi di sé. Bisogna avere tutta la libertà che serve di fissare lo sguardo su un altro e per avere questa libertà bisogna averla dentro, sapere qualcosa di sé.

Non so se sto facendo un discorso troppo astratto; a me sembra estremamente chiaro, spero anche a voi, ma tutti, io so bene, alla soglia dei miei 50 anni, che vivrei come una liberazione – come ho vissuto come una liberazione per i tratti in cui già mi è stato concesso,- di potermi non interessare radicalmente di me. Dunque venite e vedrete, sarete totalmente nel vostro sguardo libero su ciò che non siete voi.

“Andarono dunque e videro dove abitava e quel giorno si fermarono presso di lui; erano circa le quattro del pomeriggio”.

Qui c’è l’ironia di Giovanni: quel giorno si fermarono presso di luierano circa le quattro del pomeriggio…, dunque si fermarono poco. In un tempo in cui non c’era la luce elettrica, la sera veniva presto e rimaneva poco tempo del giorno. Vanno, vedono e si fermano un poco.

“Venite in disparte e riposatevi un poco”… Non si può viaggiare sempre! Il rapporto è tra poco e tanto e, affinché non sbagliamo misura, Giovanni ci specifica anche l’ora. Non si sono fermati tutto un giorno!

“Uno dei due che avevano udito le parole di Giovanni e lo avevano seguito, era Andrea, fratello di Simon Pietro”.

Normalmente l’uso liturgico finisce qui; la seconda parte è letta in altre celebrazioni. Invece è interessante che sono scritte di seguito. Nella prima parte l’attore fondamentale è Gesù che passa e pone una domanda; subito dopo questi due, che erano rimasti senza nome, acquistano un nome, si dice chi sono, e  anche la loro parentela, e cominciano a fare le prove.

Per Giovanni è molto chiaro: solo Gesù ha diritto di porre la domanda della fede; gli altri possono dare delle notizie: abbiamo trovato. La notizia: abbiamo trovato verrà data due volte, una a Simone, l’altra a Natanaele. Viene accolta da Pietro – non sappiamo se bene o male- senza commenti; è accolta malamente da Natanaele. Su due tentativi di annuncio, uno non si sa come è andato, l’altro è andato male. Se questa è la percentuale, va già bene quando non si sa come va.

“…Andrea, fratello di Simon Pietro. Egli incontrò per primo suo fratello Simone…

L’abbiamo detto tante volte: nella scrittura i fratelli sono una strana magia. Per tutto l’antico testamento sono il segno del conflitto originario; la fatica dell’altro, che tendenzialmente è minaccioso; e nella misura in cui è fratello è inevitabile – gli amici e i conoscenti sono evitabili, i fratelli no, anche se non si vedono, perché non si sceglie di essere fratello di qualcuno. Qui succede qualcosa di nuovo: Andrea e Simone non si ammazzano – è già un passo avanti – non si minacciano; anzi, il passaggio di Gesù, la sequela, la domanda della fede consente una vicinanza non minacciosa, perché è giocata su un terzo, su Gesù, e non su loro due.

Traduco in linguaggio moderno: la vicinanza inevitabile della fraternità che si specchia – io che guardo mio fratello, e lui che guarda me – prima o poi collassa. L’unica vicinanza che possiamo sopportare come non minacciosa è quella che triangola su Gesù, non su chiunque. Dunque questi due fratelli possono non trattarsi male, perché più che trattare tra se stessi, trattano tutti e due con Gesù.

Gesù vede, riconosce e converte

“…e gli disse:’Abbiamo trovato il Messia (che significa il Cristo)”.

E’ bello: la domanda della fede possiamo sempre solo riceverla da Dio. Quando tra di noi scambiamo delle parole sulla fede, dobbiamo trovare il modo di scambiare delle notizie, delle affermazioni. E questa è la grande difficoltà attuale della chiesa: non siamo più capaci di scambiare un discorso sulla fede.

“… e lo condusse da Gesù. Gesù, fissando lo sguardo su di lui,…”

Gesù vede chi incontra! Pensate al racconto del giovane ricco: “…fissando lo sguardo su di lui, lo amò”. Gesù vede tutti coloro che incontra, fissa lo sguardo su ciascuno.

“…fissando lo sguardo su di lui disse: ‘Tu sei Simone, il figlio di Giovanni; ti chiamerai Cefa (che vuol dire Pietro)”.

Il primo atto rende se stessi al proprio nome: tu sei Simone. Ma il secondo atto converte: sarai Cefa. Per questo i cristiani impongono il nome nel battesimo. Non è un puro atto burocratico. Diamo il nome perché rendiamo quel bambino a se stesso, ma con un nome nuovo. Per questo, tradizionalmente, i religiosi nel momento della professione solenne, cambiavano nome

Qui, per fare una traduzione in lingua corrente, mi aggancio a ciò che dicevo prima: uomini e donne del nostro tempo sanno bene che avere tutta la libertà che serve per non considerare più se stessi un problema interessante è un’esperienza di grande liberazione, ma la maggiore liberazione possibile è essere resi a se stessi, quando si ha avuto tutta la libertà da non dover più considerare se stessi un  problema interessante. Cioè essere abbastanza liberi da potersi sbilanciare su un altro perché l’altro ci possa amare così come siamo, e dunque renderci a noi stessi.

E questo è esattamente ciò che Gesù fa: fissando lo sguardo su Pietro, disse: tu sei Simone, figlio di Giovanni; ti chiamerai Cefa. Vi faccio notare che in tutto ciò Pietro non dice una parola, nel racconto di Giovanni.

Il vangelo di Giovanni ci presenta sempre i discepoli come quelli che hanno scelto la parte giusta, ma sono un po’ tonti, un po’ rallentati. Non sono mai la figura della fede. Per lui figure della fede sono l’adultera, la samaritana, Nicodemo, tutti questi personaggi non tanto per bene, con vari problemi, con appartenenze trasversali, non gente di chiesa, mentre i discepoli sono l’aria di casa, quelli che stanno sempre lì, quelli a cui Gesù dice: “Volete andarvene anche voi?” E Pietro risponde: “Signore da chi andremo?”. Sono quelli che non hanno tante altre scelte, si sono messi lì e stanno con Gesù, gli vanno dietro, anche se sono sempre un po’ in ritardo, non capiscono mai bene. I discepoli, per Giovanni, sono la casa di Gesù.

Io credo che noi siamo sempre combattuti se siamo uomini e donne di fede, o se siamo discepoli che abitano la casa del Signore, stanno lì, fanno delle cose, pur senza capire molto. Oscilliamo in questa duplicità di anima; forse è vero che siamo tutti un po’ una cosa e po’ l’altra. Queste figure ci sono tutte e due nel vangelo di Giovanni e in fondo ognuno deve solo essere sè e stare nel luogo dov’è, ed avrà stagioni da discepolo e stagioni da samaritana …

Subito dopo Giovanni ci presenta   l’altra figura, di cui non sappiamo praticamente niente se non per questo versetto. Non è un discepolo, non sarà un apostolo, con meno gradi di privilegio nel nostro immaginario generale, ma in questo incontro è una figura nettamente più rilevante: parla, ribatte, ha delle opinioni, ha cuore e passione: Natanaele.                                

“Il giorno dopo Gesù aveva stabilito di partire per la Galilea;…- Gesù deve continuare il suo viaggio! – incontrò Filippo e gli disse: ‘Seguimi!”

Ci viene da pensare: piano per favore, ma che pretese! Eppure questa è la radicalità della questione che viene posta nella nostra esistenza.

“Filippo era di Betsaida, la città di Andrea e di Pietro. Filippo incontrò Natanaele e gli disse: ‘Abbiamo trovato colui del quale hanno scritto Mosè nella Legge e i Profeti, Gesù, figlio di Giuseppe di Nazaret. E Natanaele esclamò: ‘Da Nazaret può mai venire qualcosa di buono?”.

A parte la venatura un po’ razzista, ma qual è la questione che Giovanni ci sta suggerendo? Ci sono dei posti da cui è inutile partire? Nel nostro modo di ragionare, sì; da Nazaret non può venire nulla di buono, dunque perché viaggiare? E’ meglio rimanere a Nazaret, dove sono tutti allo stesso modo. La questione radicale è dunque se ci sono delle vite, dei luoghi della nostra vita, dei modi di essere talmente persi e confusi da cui non vale nemmeno più la pena di partire? Può forse dalla mia ferita venire qualcosa di buono? Perché siamo così razzisti con certi nostri dolori?

“Filippo gli rispose: ‘Vieni e vedi”.

Filippo usa lo stesso meccanismo del maestro, e sa che funziona.

Sincerità e verità

“Gesù intanto, vedendo Natanaele che gli veniva incontro,   gli altri, i discepoli, lo seguono; Natanaele gli viene incontro! I discepoli sono quelli di casa, vanno dietro la schiena; invece Natanaele è uno con le sue idee, uno strano personaggio, bello potente! – disse di lui: ‘Ecco davvero un Israelita in cui non c’è falsità”.

Si ripete qui la solita polemica di Giovanni: gli altri, anche quelli polemici, con dei pregiudizi, che non ci piacerebbero, non così religiosamente ‘tutti per bene’, hanno un dono di sincerità, di libertà.

Questa figura di Natanaele a me colpisce moltissimo perché mi chiedo sempre qual è  la mia parte Natanaele. Che cosa della mia vita è la parte che va incontro a Gesù, anche disposta a sfidarlo, con qualcosa che poi si rivelerà un pregiudizio, ma che io sono convinta e sono disponibile ad andare lì, a presentarmi davanti a Gesù e dirgli: prova a dirmi che non è così! Prova a dimostrarmi che può venire qualcosa di buono da questa prova, da questa fatica, da questa stanchezza.

Mi viene in mente il dialogo del generale davanti allo specchio, nel film ‘Il pranzo di Babette’. Verso la fine del film questo generale, che aveva vissuto una vita più o meno dissoluta, ad un certo punto aveva deciso per un amore infelice, ma purissimo secondo lui, di mettere la testa a posto e di diventare una persona per bene, e per tutta la vita era rimasto fedele a questo impegno, compiendo con onore il suo dovere, già molto anziano, carico di onori, di fronte allo specchio, dice a se stesso – e nello specchio vede se stesso giovane, quando aveva deciso di mettersi a vivere per bene – questa sera mi dovrai dimostrare che la scelta che ho fatto era quella giusta, mi dovrai mostrare che ne è venuto del bene. E prima che il film finisca lui dirà che è esattamente così, che ha riconosciuto che i conti tornano.

Qual è la nostra parte Natanaele capace di andare incontro a Gesù e sfidarlo a dimostrare che da tutte le nostre Nazaret interiori ed esteriori può venire qualcosa di buono? Perché questa è l’altra parte del discepolato; non basta seguire Gesù dietro la schiena, coprendosi della sua ombra e scimmiottando i suoi gesti e le sue parole. Questo è fondamentale, uno gli va dietro e sa che non sbaglierà, ma ci vuole anche l’altra metà, un Natanaele che gli va incontro e che lo sfida sul terreno del proprio giudizio.

E Gesù non dice: non mi sfidare, attento a ciò che dici, bensì “Ecco un Israelita in cui non c’è falsità” . Mi pare ci sia qui un cuore grandissimo della nostra esperienza di fede, che è il cuore dell’antica differenza tra sincerità e verità. Noi interpretiamo il non mentire come il non dire bugie, cioè essere sinceri, ma il non mentire, il fare la verità è molto più che non dire bugie, significa cercare la propria verità, che non è uguale alla propria sincerità.

Mi spiego con uno dei soliti esempi semplici: un israelita in cui non c’è falsità fa veramente il paio con l’inizio, con la capacità di fissare lo sguardo su qualche cosa d’altro. Quando gli adolescenti attraversano la fase di goffaggine, crescono in modo squilibrato e muovendosi urtano gli oggetti e rompono facilmente qualcosa, gli si dice: fai attenzione!; la loro risposta è: non l’ho mica fatto apposta! E sono assolutamente sinceri. Non l’hanno fatto apposta. Il problema è che l’adulto chiede loro di far attenzione allo spazio che occupano, di rendersi conto della realtà, prendere le misure del reale. La sincerità dell’affermazione ‘non l’ho mica fatto apposta’ non corrisponde alla verità della situazione di non essere in grado di prendere fisicamente le misure del reale.

Questa distinzione tra sincerità e verità risulta sempre poco chiara per gli esseri umani, sugli altri piani  dell’esistenza: il nostro far coincidere ciò che sappiamo, governiamo e decidiamo di noi, ciò che abbiamo a disposizione di noi stessi, cioè ciò di cui abbiamo l’intenzione, con l’unica verità possibile, indica il fatto che non sappiamo fissare lo sguardo su qualcos’altro che non siamo noi, che non abbiamo le misure del reale.

Quando Gesù dice di Natanaele: Ecco un Israelita in cui non c’è falsità, gli fa un grande complimento perché dice che Natanaele è uno che sa fissare lo sguardo, sa avere la misura del reale, sa distinguere sincerità e verità, è un uomo che cerca la verità. E Natanaele lo dimostrerà con la sua risposta, cambia completamente il suo giudizio previo perché è uno  aperto alla verità, che sa guardare l’altro. Quanta maggiore libertà avremmo se fossimo in grado di essere più veri!

“Natanaele gli domandò: ‘Come mi conosci?’. Gli rispose Gesù: ‘Prima che Filippo ti chiamasse, io ti ho visto quando eri sotto il fico”.

Gesù fa sempre questi giochetti di prestigio per mettere in difficoltà l’interlocutore, in modo che questo si senta interpellato; Gesù è seduttorio, fondamentalmente. Noi  spesso trasformiamo la fede in un’esperienza  noiosa, di doveri, di peccati, giudizi, scrupoli, e gli doniamo tutta la scarica seduttoria di una liberazione verso la verità.

“Gli replicò Natanaele: ‘Rabbì, tu sei il figlio di Dio, tu sei il re d’Israele!”.

E’ un uomo in cui non c’è falsità e si ‘butta a pesce’.

Viaggi e domande

“Gli rispose Gesù: ‘Perché ti ho detto che ti avevo visto sotto il fico, credi? Vedrai cose maggiori di queste!”.

Non sai bene se queste parole siano una promessa o una minaccia. Ti viene da dire: no, grazie, basta così. Gesù preannuncia la sua morte e la sua risurrezione. E questo è il tremore di ogni amore: quando uno è al massimo della felicità in genere gli vengono mille ansie pensando al futuro: se è pessimista pensa che tutto si rovinerà; se è ottimista che tutto evolverà per il meglio. La domanda di fondo di ogni amore è: e adesso? Questa è la questione che Gesù pone: E adesso?… Vedrai cose maggiori di queste!

“Poi gli disse: ‘In verità, in verità vi dico: vedrete il cielo aperto e gli angeli di Dio salire e scendere sul Figlio dell’uomo”.

Anche gli angeli smettono di appartenere al cielo e viaggiano su e giù, tessono un viaggio possibile fra cielo e terra.

Perché dunque ‘Figli di un viaggio’? Perché noi siamo generati alla nostra libertà, a non dover occuparci sempre solo di noi stessi, alla possibilità di fissare lo sguardo su qualcosa che non siamo noi, alla possibilità di seguire Gesù, ma anche di andargli incontro.

Siamo generati da un Gesù che passa, dal grande viaggio che Dio ha compiuto scendendo sulla terra e da tutti i grandi viaggi delle domande poste innanzitutto dai poveri, e poi da tutti gli altri che passano, dai viandanti che scendono da Gerusalemme a Gerico, che fanno il loro viaggio, come il buon samaritano.

In fondo il problema non è il viaggio che facciamo noi, ma quanti viaggi degli altri incrociamo, perché sono questi che ci fanno una domanda che ci genera una nuova libertà, che è per noi una salvezza, una benedizione. Per questo siamo figli di un viaggio, ma non del nostro, come saremmo tentati di pensare, bensì figli del viaggio degli altri, perché Dio ci ha fatti fratelli, posti gli uni nelle mani degli altri.

Il nostro viaggio è parola di salvezza per coloro che incontriamo; il viaggio degli altri è salvezza per noi. Per questo non ci si può salvare da soli, dunque in primo luogo siamo figli del viaggio di Gesù, e poi del viaggio di tutti gli altri che ci incrociano.

Fossano, 8 aprile 2006

(testo non rivisto dal relatore)

Anno pastorale: 2005/2006

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Sal 84, (83)
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Es 12, 35-51
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