9 Novembre 2019
Stella Morra

2. Un popolo ha un desiderio e una legge

Commento a: Gs 1, 1–18


La volta scorsa abbiamo cominciato con il testo dell’Esodo sul tema di fondo di ritrovare, di riflettere su questo senso del comune, che non è la stessa cosa del pubblico. Non è il privato, ha un suo spessore, una sua rilevanza e forse, non so, un’urgenza, in un tempo come quello che stiamo vivendo; ne sono abbastanza convinta personalmente. Secondo la logica delle Lectio, cerchiamo nella Scrittura dei riferimenti, in particolar modo in questa prima parte attraverso gli scritti dell’AT, le dimensioni più comuni, quelle più umane di questo tema. Soprattutto il Primo Testamento ci narra in modo particolare come le grandi questioni attraversano in modo un po’ archetipico la vita degli uomini e delle donne, quindi proviamo da lì a ricostruire una specie di scenario e poi quando si affronta il NT, un po’ di più gli aspetti propri dell’esperienza cristiana e della riflessione cristiana rispetto al tema che stiamo affrontando.

La volta scorsa abbiamo ragionato su un testo dell’Esodo e sul fatto che il ‘comune’ innanzitutto richiede un’esperienza di memoria, una memoria condivisa che, benché oggi sia tendenzialmente di moda parlarne, non è una cosa così automatica. Non si tratta solo di ricordare; ragionavamo la volta scorsa su come ci sono alcune componenti nella questione della memoria, dell’elaborare una memoria comune: il discorso dei segni, del tempo, una serie di passaggi che costituiscono una memoria nel tempo.

Quest’oggi ci misuriamo con un testo, che è il capitolo 1 del libro di Giosuè che fa parte, diciamo, dello stesso filone di racconto, perché è evidente che il tema fondamentale in cui si costituisce il comune, almeno nella Bibbia, è l’esperienza dell’Esodo. Il passaggio dalla schiavitù alla libertà è il grande tema che ritorna in tutta la storia ebraica come punto qualificante che fa la differenza. È anche tendenzialmente un po’ il punto storico in cui nella realtà questi gruppi di tribù del deserto, più o meno litigiose e variamente federate o non federate tra di loro, non erano affatto un popolo. Intorno a questa esperienza che è un’esperienza complessa, intorno a quei secoli, effettivamente, in questo passaggio, in questa migrazione dalla penisola del Sinai alla terra di Canaan, in qualche modo diventano un popolo, cioè si costituiscono in quello che si chiamava allora tecnicamente una ‘lega anfizionica’, cioè, un legame. Per esempio, i racconti dei patriarchi Abramo, Isacco, Giacobbe e Davide che la Bibbia ci racconta come nonno, padre, figlio e nipote, sono, probabilmente, il segno di antichi racconti dell’eroe eponimo di ogni tribù che vengono messi in una sequenza, in una memoria successiva per farne un’unica genealogia. Quindi, anche storicamente, è molto probabile che esattamente in questo passaggio dalla zona sinaitica alla zona di Canaan, in questa migrazione, effettivamente si costituisca quello che poi si vive come un popolo e che ha una talmente forte identità da attraversare nei secoli degli episodi, più d’uno e abbastanza pesanti di pulizia etnica, cioè di essere identificati come un popolo di sangue, di “razza”, se questa parola avesse un senso.

Allora, quindi, vedete come poi la narrazione biblica è una narrazione profondamente intrecciata con l’esperienza concreta, pur raccontandola con linguaggi e trasformazioni delle storie un po’ stile odierno, cioè, con una narrazione che reinterpreta e utilizza questo ‘per’, quindi, sia il testo dell’altra volta che riguardava esattamente la celebrazione dell’Esodo come memoria comune, sia il testo di questa volta che riguarda sempre lo stesso filone ma dall’altro capo, alla fine della migrazione, quando ciò che nel racconto costituisce una memoria deve diventare una vita quotidiana. Non più qualcosa del passato, ma qualcosa che regge la possibilità di vivere come un noi, e quindi il titolo “un desiderio, una legge”.

Ripensavo guardando di nuovo un po’ il testo, dopo l’incontro di stamattina in cui riflettevamo sul tema del comune dal punto di vista socio-politico, culturale e politico, una delle domande che forse dovremmo farci è esattamente: “Qual è la migrazione in cui siamo che può costituirci come un comune?”, “Perché noi non ci percepiamo in una migrazione?”,“Qual è la memoria e quale sarà il desiderio, la legge?” Nel senso in cui ne parliamo oggi, queste mi sembrano buone domande da affidare alla nostra riflessione

Allora il testo è quello del capitolo 1 del libro di Gs che sta appunto al fondo di questa peregrinazione. Tutti più o meno credo sappiamo la storia come funziona: Mosè muore sul monte Nebo che è, secondo il racconto biblico, un monte in vista della Terra Promessa, dove si vede il Giordano e dove comincia la terra. Mosè muore subito prima di entrare in questa Terra Promessa e il popolo viene affidato a Giosuè, a un altro.

Il testo: Gs 1, 1-18

1 1Dopo la morte di Mosè, servo del Signore, il Signore disse a Giosuè, figlio di Nun, aiutante di Mosè: 2“Mosè, mio servo, è morto. Ora, dunque, attraversa questo Giordano tu e tutto questo popolo, verso la terra che io do loro, agli Israeliti. 3Ogni luogo su cui si poserà la pianta dei vostri piedi, ve l’ho assegnato, come ho promesso a Mosè. 4Dal deserto e da questo Libano fino al grande fiume, l’Eufrate, tutta la terra degli Ittiti, fino al Mare Grande, dove tramonta il sole: tali saranno i vostri confini. 5Nessuno potrà resistere a te per tutti i giorni della tua vita; come sono stato con Mosè, così sarò con te: non ti lascerò né ti abbandonerò.

6Sii coraggioso e forte, poiché tu dovrai assegnare a questo popolo la terra che ho giurato ai loro padri di dare loro. 7Tu dunque sii forte e molto coraggioso, per osservare e mettere in pratica tutta la legge che ti ha prescritto Mosè, mio servo. Non deviare da essa né a destra né a sinistra, e così avrai successo in ogni tua impresa. 8Non si allontani dalla tua bocca il libro di questa legge, ma meditalo giorno e notte, per osservare e mettere in pratica tutto quanto vi è scritto; così porterai a buon fine il tuo cammino e avrai successo. 9Non ti ho forse comandato: “Sii forte e coraggioso”? Non aver paura e non spaventarti, perché il Signore, tuo Dio, è con te, dovunque tu vada”.

10Allora Giosuè comandò agli scribi del popolo: 11“Passate in mezzo all’accampamento e comandate al popolo: ‘Fatevi provviste di viveri, poiché fra tre giorni voi attraverserete questo Giordano, per entrare a prendere possesso della terra che il Signore, vostro Dio, vi dà in proprietà’”.

12A quelli di Ruben e di Gad e alla metà della tribù di Manasse Giosuè disse: 13“Ricordatevi delle cose che vi ha ordinato Mosè, servo del Signore, dicendo: “Il Signore, vostro Dio, vi concede riposo e vi dà questa terra”. 14Le vostre mogli, i vostri bambini e il vostro bestiame staranno nella terra che Mosè vi ha assegnato al di là del Giordano; ma voi, prodi guerrieri, attraverserete ben armati davanti ai vostri fratelli e li aiuterete, 15fino a quando il Signore non concederà riposo ai vostri fratelli, come a voi, e anch’essi prenderanno possesso della terra che il Signore, vostro Dio, assegna loro. Allora ritornerete, per possederla, nella terra della vostra eredità, che Mosè, servo del Signore, vi ha dato oltre il Giordano, a oriente”.

16Essi risposero a Giosuè: “Faremo quanto ci ordini e andremo dovunque ci mandi. 17Come abbiamo obbedito in tutto a Mosè, così obbediremo a te; purché il Signore, tuo Dio, sia con te com’è stato con Mosè. 18Chiunque si ribellerà contro di te e non obbedirà a tutti gli ordini che ci darai, sarà messo a morte. Tu dunque sii forte e coraggioso”.

Commento

Vi faccio notare solo “tutto questo popolo” perché è importante per dopo; invece 12A quelli di Ruben e di Gad e alla metà della tribù di Manasse Giosuè disse, quindi non più a tutto il popolo, ma a due tribù e mezza, quelli di Ruben e di Gad e metà della tribù di Manasse.

Il testo è interessante, credo che vi abbia già fatto venire in mente un po’ di cose, se non altro la ricorrenza di alcuni termini che continuano a tornare e questo passaggio per cui ci sono alcune parole che il Signore dice a Giosuè, poi Giosuè che parla al popolo, cioè. nella nostra abitudine nei testi così a orecchio ci aspetteremmo che ridica le stesse cose che dice il Signore, invece fa un’altra cosa, fa una strategia, fa un’altra operazione, non dice esattamente le cose che gli ha detto Dio.

Vediamo un passo alla volta, allora, innanzitutto questo testo comincia dicendo

1Dopo la morte di Mosè,

Per passare dalla memoria, o dalla memoria miracolosa, cioè dalla memoria bella, vincente, che ci fa un ‘comune’, alla realtà di un comune, a una quotidianità di qualcosa che è vissuto come un comune, un desiderio, una legge, in mezzo c’è una morte. Peraltro, questo non stupisce tanto i cristiani, nel senso che sappiamo come funziona. È che noi tendiamo a ragionare su questa cosa in modo un po’ poetico, ma non c’è niente di poetico. In mezzo c’è quello che gli studiosi contemporanei chiamano una “frattura instauratrice” o quello che in un antico seminario dell’Atrio abbiamo chiamato la “separazione”, cioè, c’è un passaggio che, poiché spezza, poiché ferisce, poiché costringe a separarsi, fa diventare l’impresa di uno l’impresa di tutti, instaura un’altra cosa, consente una nascita. Non c’è la possibilità di una nascita senza una rottura, la morte di Gesù consente la sua Resurrezione. Questa è una legge che si può spiegare a molti livelli, psicologici, sociali, esistenziali, religiosi, e a cui però tutti con molta fatica ci rassegniamo, perché è un’operazione sempre faticosa. C’è una riflessione che uso spesso con gli studenti sull’invenzione del metodo nella modernità, cioè sul fatto che nel momento in cui nel ‘500 cominciano le scienze si inventa il metodo e di come questo è la condizione per la centralità dell’essere soggetti. Per studiare, scrivere, produrre, bisogna a un certo punto morire un po’, espropriarsi della propria intuizione, passarla dentro un metodo, lasciare, abbandonare la passione, passarla dentro un metodo per ritrovarla in un modo nuovo strutturato. E in questo testo, che consiglio sempre agli studenti, si dice una cosa molto carina e cioè che, non a caso, per dire “esperto” nell’italiano più antico si dice “perito”, perché bisogna passare attraverso una piccola morte, che è la morte del metodo, che è la morte che ti sottrae all’entusiasmo della tua intuizione, di quello che hai visto, voluto.

Allora “dopo la morte di Mosè” vuol dire questa cosa qua. Mosè è chiaro, rimane nella memoria degli Israeliti, e i cristiani ne fanno una figura cristologica. Tutti più o meno sanno chi era Mosè, molti meno sanno chi era Giosuè, bisogna che il nome di Mosè, la singolarità dell’impresa, la passione che pure è necessaria perché sennò si sarebbero persi nel deserto dietro al vitello d’oro, ma a un certo punto questa cosa deve morire sennò il paese comune non parte. E qui lascio a ognuno di applicare ai propri percorsi questa riflessione nel senso che va bene.

Dopo la morte di Mosè, appunto, che è veramente una “frattura instauratrice”, cioè la rottura di qualche cosa che permette, che rende possibile altro, altro da sé, altro da ciò che si era immaginato,

il Signore disse a Giosuè, figlio di Nun, aiutante di Mosè:

Al servo del Signore si sostituisce la figura del servo di Mosè, anche qui è carino, perché è la famosa teoria dei nani sulle spalle dei giganti. Sono sempre le generazioni prima che erano, come dire, a contatto diretto con delle cose altissime, noi, la generazione corrente, siamo sempre solo servi di qualcun altro, non di Dio, cioè, ci pare una roba più piccola quella che stiamo facendo. La prossima generazione però, speriamo, potrà pensare di noi, che noi sì che eravamo a contatto coi grandi valori e loro sono alle prese con altro, perché è esattamente il tasso di realismo che chiede una morte, un passaggio di abbassamento, di concretezza. Ma, cosa dice il Signore?

2“Mosè, mio servo, è morto. Ora, dunque, attraversa questo Giordano tu e tutto questo popolo, verso la terra che io do loro, agli Israeliti. 3Ogni luogo su cui si poserà la pianta dei vostri piedi, ve l’ho assegnato, come ho promesso a Mosè.

C’è una promessa, e gli dice, dunque attraversa, fai di questa promessa il tuo desiderio, il vostro desiderio di tutto il popolo. E questa è, come dire, una delle componenti fondamentali per l’esperienza di ciò che è comune. Un desiderio condiviso che non è semplicemente la somma del desiderio, “mettiamoci d’accordo per volere tutti la stessa cosa”, un desiderio condiviso che corrisponde ad una promessa, ad un’aspettativa, a qualcosa che non è Mosè, o quello che Mosè voleva imporre al popolo, i tentativi che ha fatto di ficcargli nella testa la Legge, piuttosto che di servire il Signore. C’è una promessa e questa promessa chiama in vita un desiderio, cioè traduco in lingua corrente, nella nostra esperienza quotidiana: c’è una promessa, una premessa posta dalla realtà che in qualche modo si pone di fronte a me, per quello che vedo, per le persone a cui voglio bene, per quello che penso di me. Come una promessa è una premessa, cioè come qualcosa che mi chiama e dunque c’è la voglia di assumere un’impresa comune, un desiderio comune. Nasce il movimento di attraversare, una migrazione. Attraversare il fiume per l’antichità, soprattutto per questo tipo di letteratura di ambito giudaico, era un problema. Gli Ebrei benché abitassero in riva al mare avevano una forte diffidenza dell’acqua, sono un popolo desertico, non gli piaceva l’acqua che appunto secondo la tradizione ebraica è piena di mostri, leviatani, serpenti marini, balene. C’è di tutto nell’acqua, quindi non gli piaceva, non gli piaceva neanche l’acqua dei fiumi. Chiamavano mare il lago di Galilea che era un laghettino piccoletto, era un mare la cui tempesta li preoccupava moltissimo. Quindi in tutte le scritture antiche, ma qui in modo particolare, l’attraversamento di un fiume è sempre una figura simbolica. Quando Giacobbe lotta con l’angelo fa attraversare il fiume alle sue mogli, ai figli, ai servi, ai suoi beni, cioè tutte le volte che c’è un passaggio di lotta, di conquista, c’è l’attraversamento di un fiume, e qui viene detto:

‘Fatevi provviste di viveri, poiché fra tre giorni voi attraverserete questo Giordano, per entrare a prendere possesso della terra che il Signore, vostro Dio, vi dà in proprietà’”.

Cioè, raccogli questa promessa. E poi c’è questo discorso bello del deserto del Libano fino al grande fiume Eufrate, fino al paese degli Ittiti, fino al mar Mediterraneo dove tramonta il sole che, come in tutta la letteratura antica è un filino esagerato. S’allargano un po’ diciamo, è un po’ come i 5000 uomini senza contare donne e bambini, cioè i numeri sono sparati, diciamo è un po’ esagerato ma:

4Dal deserto e da questo Libano fino al grande fiume, l’Eufrate, tutta la terra degli Ittiti, fino al Mare Grande, dove tramonta il sole: tali saranno i vostri confini. 5Nessuno potrà resistere a te per tutti i giorni della tua vita; come sono stato con Mosè, così sarò con te: non ti lascerò né ti abbandonerò.

La cosa interessante è ‘tali saranno i vostri confini.’ cioè la promessa non è senza confini. Il desiderio non è un desiderio infinito, perché il desiderio infinito non è nell’ordine della realtà. Qui varrebbe la pena di un fare discorso, che accenno, poi se volete se ne parla. C’è una differenza tra i confini e limiti sulla quale credo non riflettiamo abbastanza. Nella Scrittura questo è molto chiaro: i limiti sono quelli che io pongo, mi do dei limiti. In questo senso per esempio la legge, come regole, è un limite, e poi invece ci sono i confini che sono un’altra cosa. Il nome ha questo prefisso ‘con’, un prefisso relazionale, un fine in comune, un punto dove finisco io e comincia qualcun altro, un punto di incontro. Un confine è l’esatto contrario di un limite. Se volete nel linguaggio di oggi si direbbe un limite è un muro, un confine è un ponte, è un luogo di passaggio, dove si segna qualche cosa, perché questo fa parte della realtà, perché la realtà non è infinita

Ora, uno dei problemi secondo me che viviamo profondamente dal punto di vista culturale è che mettiamo tanti limiti, soprattutto sul piano dei diritti, dell’io, della difesa di sé. Secondo me è sintomatica la legislazione sulla privacy che è ossessiva, piena di limiti, perché siamo gente senza confini, perché ci espandiamo senza misura, senza principio di realtà. Se avessimo un po’ più l’esperienza dei confini avremmo bisogno di meno limiti, cioè, queste due espressioni sono abbastanza nemiche l’uno dell’altra. Da questo punto di vista Dio che è sapiente in questa storia dà dei confini, non dei limiti e ci sono tre passaggi, tre versetti che sembrano non congruenti, invece lo sono profondamente:

  • tali saranno i vostri confini
  • come sono stato con Mosè sarò con te
  • sii forte e coraggioso,
  • non deviare dalla legge

Queste quattro frasi sono in una successione spettacolare: Dio non dà limiti ma descrive dei confini. Poiché a tutti viene un accidente se qualcuno ci mette dei confini, la seconda frase è rassicuratoria, nel senso che non tratta il popolo come un bambino capriccioso, non gli dice: “Eh, no, va bene, puoi fare tutto quello che vuoi, non è vero non hai confini”, che sarebbe togliergli il principio di realtà, ma gli dice: “hai dei confini, ma io sarò con te”.

L’ho già raccontato una volta, una delle esperienze su questo tema per me più sconvolgente è stato quando la mia pseudo-nipotina piuttosto piccola, aveva tre anni e mezzo, mi aveva detto una sera: “Raccontami una storia di paura”, perché era in quella fase. Allora, io comincio a raccontarle una storia e dopo un po’ la vedo con la faccia terrorizzata. La guardo e le dico: “troppa paura Sofia?” e lei risponde: “sì”, allora io: “beh allora nonna cambia storia”, risposta: “ma no, cosa c’entra, dammi la mano e continua”, ok?

Allora, questi sono i confini, non ti preoccupare, ti do la manina, cioè io sono qua, io ci sono. Dentro quei confini, non hai bisogno di cercarmi altrove, non hai bisogno di essere senza confini.

Il terzo, sii coraggioso e forte, lo lasciamo un attimo lì poi lo riprendiamo e Non deviare dalla legge. I confini, che sono diversi ovviamente dai limiti, sono la legge, non sono la legge delle regole che sarebbe quella dei limiti, ma la legge della realtà che appunto è definita dai confini. Nessuno di noi è eterno, nessuno di noi si può allargare all’infinito. Ognuno di noi ha bisogno di sapere dove finisce per sapere dove comincia un altro, perché se no non ci sono mai gli altri, non c’è mai la realtà.

Torno un passo indietro Sii coraggioso e forte.

È interessante questa cosa, questo sii coraggioso e forte ritorna più volte nel testo e alla fine sono i guerrieri che lo dicono a Giosuè, quindi è interno al discorso umano. Prima è tra Dio e Giosuè e poi invece diventa interno al discorso tra gli uomini.

Sii coraggioso e forte: non lo so forse perché sono particolarmente sensibile a questo tema in questo tempo della mia vita, ma mi sembra una delle espressioni della Scrittura più fondamentali. La sola condizione, l’unica richiesta, l’unica cosa da fare è: Sii coraggioso e forte, non c’è un’altra condizione, non ci sono altre regole. Non lo so, traduco in un altro modo, in qualche modo ci viene detto che Dio non vuole esecutori, vuole persone responsabili, per usare il linguaggio nostro odierno, e le persone responsabili sono coraggiose e forti. È l’unica condizione di fronte alla realtà, coraggiosi e forti. Le due cose insieme: forti senza coraggio non serve, coraggiosi senza forza è narcisistico: coraggiosi e forti. Si tratta di reggere l’impatto del reale, di sopportare la frattura instauratrice di cui parlavamo all’inizio, di sopportare la morte, il distacco, il peso del desiderio, di non raccontarsi menzogne sul proprio desiderio, di sopportare l’esperienza del reale che dà il confine perché l’altro esiste, perché c’è altro da me, perché io non sono solo al mondo, perché c’è altro da noi. Traduco ulteriormente in linguaggio contemporaneo: per essere viventi senza essere identitari, per sapere qualcosa di sé, chi si è senza bisogno di diventare populisti, razzisti, integralisti, bisogna essere coraggiosi e forti. Perché sennò piglia la paura, non hai più confini e hai solo limiti, e pensi che tutti quelli che sono oltre quel limite, che siano immigrati, diversi da me, di sinistra, di destra, di sotto, di sopra, sono tutti nemici e che quindi tu per essere te devi difenderti, devi in qualche modo rompere questa logica, mettendo limiti, sempre limiti, perché se non hai confini hai bisogno di avere un casino di limiti. La differenza per parte nostra è fatta dall’essere coraggiosi e forti, cioè capaci di reggere l’urto del reale, di non dover raccontarsi delle storie, inventare delle narrazioni, far finta che le cose siano andate in un altro modo. Diciamo, talmente questa cosa è seria, non è banale che ci si è inventati la psicanalisi, cioè, reggere l’urto del reale non è sempre una passeggiata, perché è sempre una piccola morte. È il discorso di prima, cioè è il diventare esperti a causa dell’avere riconosciuto la realtà e come tutti sappiamo per esperienza personale, credo, ci sono un bel numero di modi, anche non necessariamente patologici, ma, comunque, un bel numero, per sfuggire al reale, per non essere né coraggiosi né forti, ci si può raccontare un sacco di roba.

Continua il ragionamento di Dio con Giosuè e dice:

8Non si allontani dalla tua bocca il libro di questa legge, ma meditalo giorno e notte, per osservare e mettere in pratica tutto quanto vi è scritto; così porterai a buon fine il tuo cammin`o e avrai successo.

Cioè il tuo desiderio troverà luogo e questo desiderio vi farà popolo, vi farà stare insieme, vi darà una terra come bene comune, e poi conclude:

9Non ti ho forse comandato: “Sii forte e coraggioso”? Non aver paura e non spaventarti, perché il Signore, tuo Dio, è con te, dovunque tu vada”.

Io personalmente, ma qui lo condivido come una riflessione mia personale che non direi come assoluto, cioè non sarei disponibile a sostenere come una tesi di ordine generale, forse è solo la mia riflessione in questo momento, però, se è così, ve la prendete in questo modo, insomma, nei suoi limiti. Io personalmente sono abbastanza convinta che questa questione, la paura, è veramente il grande peccato di questo tempo dal punto di vista dell’esperienza cristiana, e quindi del modo con cui cristiani stanno al mondo e servono al fatto che il mondo sia un posto migliore per tutti non solo per loro. Questo è il grande peccato. La fine del Settecento e l’Ottocento, gran parte del Novecento hanno per tutta una serie di motivi culturali, storici, giusti o sbagliati, identificato il grande peccato, quella che è diventata l’ossessione di tutti, nel tema della sessualità, delle interrelazioni tra uomini e donne, per tutta una serie di motivi. Al punto che c’è il 90% di un certo tipo di cristianesimo che tende ad andare sempre a picchiare lì, quasi automaticamente, come se ci fosse solo quello, come se altre cose fossero perdonabili, ma tutti i temi legati a questa questione fossero il dramma assoluto.

Senza rifare lo stesso errore, cioè come se fosse un dramma assoluto e tutto il resto non ci fosse, ma è vero che io personalmente credo che il tema della paura dovrebbe essere un po’ la grande centralità, cioè se io avessi un potere pastorale diretto comincerei a rompere le scatole a tutti per far diventare un automatismo l’idea che la paura è veramente il grande peccato. Perché mi sembra che la paura che ci fa rimanere indietro, che non ci fa inventare, che non ci fa reggere l’urto della realtà, che ci fa inventare narrazioni, che ci fa dire che in fondo è meglio fare quello che abbiamo sempre fatto, che ci fa rimanere in quel pezzo d’identità che ognuno di noi ha ricavato più o meno faticosamente per dire a se stesso chi è e cosa vuole fare, che ci fa essere il contrario che coraggiose e forti, che ci fa dire no ma poi se lascio questa cosa qua questo modo di capirmi, in questo modo di raccontarmi agli altri, poi dopo succede? Se lascio questo non ho più niente! La paura è veramente, credo, quello che io definirei in questo momento il grande peccato, la cosa più dannosa per sé e per gli altri, quella che fa più male, perché appunto come abbiamo detto tante volte, la paura non ha una consistenza di reale. La paura anticipa, si ha paura di qualcosa che non è ancora successo, se fosse già successo si può avere dolore, rimorso, rancore, non paura. La paura è un’anticipazione, è proprio il contrario di reggere l’urto del reale, è l’ansia che infatti avvelena questa società in modo estremamente diffuso. Ci andrebbe proprio una grande profezia di forza e di coraggio per non spaventarsi, sarebbe una delle grandi profezie che i cristiani potrebbero offrire al mondo in cui viviamo. Non è un caso che è uno dei temi che ricorre in Papa Francesco molto fortemente, la rassicurazione che non c’è bisogno di aver paura, non serve. Una delle cose che dice spesso Francesco è: se una cosa ti fa paura pensa che tanto se hai paura e quella cosa è grave, succede lo stesso, e se non hai paura e quella cosa è grave almeno non sei così stanco dal fatto di non aver avuto paura, hai più energia per affrontarla, che è un modo così, un po’ da parroco di campagna, per dire che la paura è veramente un’emorragia di energia totalmente inutile. Va bene, non mi fermo ulteriormente, ma ovviamente potrebbe essere più lungamente percorso.

Poi, c’è la seconda parte del brano. Si chiude qui la prima parte, il discorso del Signore con Giosuè, cioè in qualche modo quello che questo testo ci tramanda come programmatic:, c’è un desiderio, una legge; la legge passa per i confini, non per i limiti; il desiderio passa dalla dinamica tra la promessa ricevuta e l’attraversamento. Non è il desiderio, cosa desidero per Natale, è la promessa della realtà ricevuta che implica un attraversamento, questo è il desiderio. E si conclude su questo tema il discorso del Signore a Giosuè: non avere paura e poi, c’è Giosuè. È interessante perché quando Mosè, servo del Signore riceve delle parole del Signore, poi la cosa che fa è che le ripete al popolo, cioè tutti i brani raddoppiati. Dio che dice a Mosè e poi Mosè che dice al popolo, si ripete.

Qui Giosuè non è più servo del Signore, ma è servo di Mosè e quindi non fa la stessa cosa, non ripete quello che Dio ha detto. In tre parole chiama il popolo e gli dice

10Allora Giosuè comandò agli scribi del popolo: 11“Passate in mezzo all’accampamento e comandate al popolo: ‘Fatevi provviste di viveri, poiché fra tre giorni voi attraverserete questo Giordano, per entrare a prendere possesso della terra che il Signore, vostro Dio, vi dà in proprietà’”.

La promessa e l’attraversamento è questo quello che il popolo tutto deve sapere, c’è qualcosa che bisogna dire a tutti: datevi una preparata, datevi una regolata, organizzatevi, perché fra tre giorni la promessa e l’attraversamento del fiume costituiranno una nuova realtà. Avrete questa terra, ma il primo impatto di questa logica di comune sulla realtà provoca una differenziazione. Alcuni ricevono un altro messaggio, e questo è un altro dei temi su cui noi dovremmo riflettere un po’. Il comune non è tutto uguale, anzi, per il comune è necessaria la differenziazione, una differenziazione riconosciuta. Alcuni hanno alcune cose da fare, altri ne hanno altre, alcuni hanno alcune leggi da rispettare, alcuni confini, altri ne hanno altre. La differenza non è un furto, non è che, secondo la logica infantile, se io ricevo una caramella e tu ne ricevi due, allora vuol dire che hai rubato una caramella a me, perché questa è l’applicazione della logica del privato. Se io ricevo una caramella e tu ne ricevi due abbiamo 3 caramelle in 2 e dobbiamo un po’ capire cosa vogliamo fare, è diverso, ma non l’hai rubata a me, non so se riesco a spiegarmi. E perché tu hai due caramelle e io una, cosa ne devi fare, qual è la tua responsabilità sulle caramelle, su questo bisogna che ne parliamo, che cerchiamo alleanze, che affrontiamo conflitti, che assumiamo l’urto del reale. Questo non è un lavoro di Dio. Dio non ne parla. Dio parla di tutto il popolo e del risultato finale. Questo è il lavoro di Giosuè e del popolo, cioè questa è la parte che spetta a noi nella costruzione del comune, l’impatto della differenziazione.

Allora Giosuè piglia la tribù di Ruben, la tribù di Gad e metà della tribù di Manasse, che sarebbero stati quelli che avevano ricevuto due caramelle, perché secondo il discorso di Mosè potevano stare al di qua del Giordano. La terra che spettava loro, per tutta una serie di storie complicate sulle tribù che in questo momento non ci interessano, la terra era prima del passaggio del Giordano, cioè dal monte Nebo dove sono. Ed era una terra disabitata, dove non c’era da combattere nessuno, e quindi, quelli avevano vinto la lotteria, nel senso che erano già arrivati. Primo, il viaggio era già finito, non dovevano attraversare il fiume che era una cosa non da poco, e non dovevano neppure combattere. Morto Mosè, si potevano piazzare, e Giosuè va a pigliare quelli che hanno ricevuto due caramelle e gli dice:

13“Ricordatevi delle cose che vi ha ordinato Mosè, servo del Signore, dicendo: “Il Signore, vostro Dio, vi concede riposo e vi dà questa terra”.

Qui c’è una parola che Dio non ha mai detto e che aggiunge Giosuè, che fa parte del compito degli umani, che è il riposo, che è interessante, perché Dio non ha l’esperienza della fatica, ma noi sì e quindi sappiamo che cosa significa riposo. Non solo, ma questi di per sé la terra ce l’hanno già, apparentemente non hanno desiderio in comune con gli altri, perché loro hanno già trovato la loro risposta, ma ciò che non hanno ancora avuto è il riposo.

E allora Giosuè dice :

14Le vostre mogli, i vostri bambini e il vostro bestiame staranno nella terra che Mosè vi ha assegnato al di là del Giordano; ma voi, prodi guerrieri, attraverserete ben armati davanti ai vostri fratelli e li aiuterete, 15fino a quando il Signore non concederà riposo ai vostri fratelli, come a voi, e anch’essi prenderanno possesso della terra che il Signore, vostro Dio, assegna loro.

C’è una differenziazione che è una guerra, che è un’impresa comune, proprio l’impresa di Shackleton, che non è un’impresa per me, per la mia terra che loro hanno già, per le mie mogli, i miei bambini, il mio bestiame che devo salvaguardare, che sono già sistemati. È un’impresa per il desiderio di tutti, e da prodi guerrieri bisogna passare davanti. Perché?

Dovete fare questo finché il Signore conceda riposo ai vostri fratelli perché il riposo è un bene comune, e perché averlo da soli non basta, perché c’è il riposo di qualcun altro da garantire come a voi, e

E anch’essi prenderanno possesso della terra che il Signore, vostro Dio, assegna loro. Allora ritornerete, per possederla, nella terra della vostra eredità, che Mosè, servo del Signore, vi ha dato oltre il Giordano, a oriente.

A quel punto potete tornare qui e prendere ciò che è vostro. Non capisco bene dalle facce, però non credo di dover spendere molte parole perché il meccanismo si vede molto bene: la differenziazione, ancora una volta, è un problema nostro, non di Dio. È un problema che riguarda il riposo, non la pienezza della promessa che si compirebbe comunque secondo la Scrittura, ma la differenziazione è un problema che richiede una strategia, richiede alleanze, diremmo noi oggi, crearsi complici, aver cura gli uni della fatica degli altri.

Domanda: perché c’è una parte di popolo che non doveva attraversare il Giordano? Perché lì c’è una storia abbastanza complicata nell’unificazione delle tribù che devono essere 12 per forza nel senso che è il numero simbolico, però poi una tribù viene spezzata in due e diventano 13, ma poi ci sono delle tribù che hanno uno statuto un po’ particolare, per effettivamente aggiustare ciò che è accaduto storicamente. Dicevo all’inizio di queste tribù, il nome Ebreo probabilmente viene dal sanscrito “ibriu” che vuol dire polveroso e litigioso, quindi dovevano essere dei “nomadacci” del deserto che a un certo punto si mettono insieme e ricostruendo la loro storia devono far tornare i conti simbolici tra cui le 12 tribù, che non erano 12. Hanno dovuto fare una serie di aggiustamenti e infine questa storia viene scritta dopo che il popolo è già installato, quindi bisognava trovare un motivo per cui quelli dovevano comunque stare al di là del Giordano. Scusate la spiegazione confusa.

Di per sé Mosè aveva assegnato proprio quella terra lì, che tra l’altro è uno dei motivi che ancora oggi viene invocato per l’occupazione della Cisgiordania, cioè per dire la potenza di questa narrazione. Le terre al di là del Giordano sono occupate da Israele in nome delle tribù di Ruben e Gad. La terra della vostra eredità non può essere goduta se il riposo non è di tutti. Questa è la questione ed è la costruzione di un bene comune, esattamente, la ricerca di alleanze è la costruzione del riposo come bene comune, non la terra come bene comune, perché sono terre diverse, ma il riposo sì, come bene comune

16Essi risposero a Giosuè: “Faremo quanto ci ordini e andremo dovunque ci mandi. 17Come abbiamo obbedito in tutto a Mosè, così obbediremo a te; purché il Signore, tuo Dio, sia con te com’è stato con Mosè. 18Chiunque si ribellerà contro di te e non obbedirà a tutti gli ordini che ci darai, sarà messo a morte. Tu dunque sii forte e coraggioso”.

Dicono ci stiamo, questo è il nostro luogo, ma solo tu sii forte e coraggioso, cioè dal basso come dall’alto, da parte di Dio. Anche dal basso la richiesta è la stessa, il grande nemico è la paura e bisogna essere forti e coraggiosi rispetto alla realtà, cioè capaci di reggere l’urto del reale. Se tu fai questo, sei un comandante degno di essere seguito fino alla morte, altrimenti no. Questa è la logica che chiude il cerchio, non so come dire, che comincia con la morte di Mosè e finisce con le tribù che dicono a Giosuè sii forte e coraggioso. C’è una domanda, un desiderio comune che diventa la legge per Giosuè, di seguire il coraggio e la forza.

Questo mi sembra, diciamo, il testo, una memoria condivisa diventa un desiderio, una legge condivisa e questo costituisce innanzitutto un bene comune, che è il bene del riposo per cui tutti. Anche coloro che non ne sono tipicamente riguardati sono contenti di servire questo bene comune. In qualche modo, partecipano all’impresa, anzi, partecipano anche già mettendosi davanti, cioè facendo quelli che rischiano di più. Non so come dire, questo è il racconto ovviamente eroico, non succede così, ma i passaggi sono questi, assumere una differenziazione che significa in qualche modo riconoscere che c’è un’impresa comune per cui vale la pena di combattere.

Fossano, 9 novembre 2019

Testo non rivisto dall’autore

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