8 Febbraio 2020
Stella Morra

4. Zaccaria, o di un popolo muto

Commento a: Lc 1, 5-25


Abbiamo un po’ visto in 3 passaggi nelle 3 volte iniziali della Lectio la descrizione dei meccanismi profondi dell’esperienza umana rispetto al tema su cui riflettiamo. Nel primo testo dell’Esodo abbiamo visto la questione della Memoria, del fare memoria di qualche cosa, che richiede un tempo, un soggetto, un rito. La Memoria non è semplicemente ricordare. A marzo faremo memoria condivisa, ma è già cominciata ora […]

Il secondo passo era il testo di Giosuè: come il comune nasce dalla rottura fra il desiderio e la legge. Il desiderio di ciascuno è tendenzialmente individuale e onnipotente, è quello che io voglio “adesso e come dico io”. Tutti noi nel crescere ci siamo dovuti adattare all’idea che è molto raro che accada così, perché ci si scontra con una legge che se non altro è l’esigenza dell’altro, della realtà. Da questo scontro, che se non è una semplice rassegnazione, o un semplice incamerare rancore perché non ho avuto quello che volevo, ma è invece l’esperienza di prendere una misura di sé, può nascere un “comune”. Un comune può nascere solo dalle misure, dal fare l’esperienza progressiva di non essere onnipotenti. Questo ha sempre una componente un po’ dolorosa, frustrante, faticosa, ma ha anche altre componenti molto ricche perché la misura ti consente di non dover essere buono e responsabile ad ogni costo. La legge è la forma nell’AT, ma anche nel nostro contesto, una delle forme di misura: dove si può e dove non si può più.

Poi nel terzo passaggio c’era il testo di Babele, che abbiamo letto al contrario cioè non come un testo di maledizione, la pluralità come la condizione di cui il comune si nutre, se no diventa uniformità, conformismo. Il luogo di cui si nutre è la pluralità delle lingue. Essere plurali e diversi ci sembra contrario ad avere qualcosa in comune, invece è l’opposto. È proprio questo che ci consente e nutre il nostro comune.

La lectio di oggi

Ora facciamo un salto passando dall’aspetto descrittivo al NT, una lettura più cristologica del problema, non è ovviamente né contro le dimensioni umane del fatto, né una alternativa, ma è la rilettura della struttura umana, dei grandi movimenti umani, fatta alla luce dell’umanità della vita di Gesù. Fatta dentro una dinamica aperta, una umanità aperta al Padre, privilegiatamente relazionale.

Quando diciamo “cristiani” già renderebbe comune, ma persino fra due Parrocchie si hanno dubbi di avere stili in comune, o con i cristiani del mondo, più progressisti o tradizionalisti, ci chiediamo che cosa abbiamo in comune? In comune abbiamo il salto, non il risultato. Il fatto che c’è un imprevisto, un inatteso, uno sfondamento, cioè che l’essere cristiani avrebbe come caratteristica condivisa che la propria umanità si lasci spaccare, riscrivere dalle relazioni; si lasci guardare e raccontare da un altro e ci si lasci interpellare non da ciò che abbiamo fatto, ma da ciò che è accaduto.

Qui sta una delle grandi questioni: spessissimo ragioniamo, valutiamo ciò che abbiamo fatto; un cristiano non dovrebbe mai chiedersi che cosa ha fatto, perché quello che ha fatto, tendenzialmente, l’ha fatto cercando di farlo per il bene. È arrivato fin dove può e la misericordia di Dio fa il resto, ma il problema è chiedersi e valutare ciò che è accaduto; in quello che è accaduto c’è la risposta di Dio a ciò che abbiamo fatto. E quindi se non ci chiediamo che cosa è accaduto è come se non stessimo mai a sentire questo sfondamento fondamentale, questa apertura fondamentale.

Noi facciamo secondo la nostre possibilità, secondo l’intelligenza, le capacità, la forza, il coraggio di quel momento, che può essere di più o di meno, certi giorni molto, certi giorni meno. Facciamo solo fin dove possiamo secondo il buon senso, ma solo se valutiamo ciò che è accaduto, che non è quello che abbiamo fatto, né tantomeno quello che intendevamo fare, abbiamo in qualche modo la Parola di Dio che ci parla attraverso ciò che è accaduto. In questo sta l’esperienza propria cristiana della fede: che in ciò che accade c’è una Parola di Dio da riconoscere e da portare dentro, da portarsi a casa. Questa è la premessa del modo in cui i cristiani possono capire il comune.

Quando diciamo siamo tutti fratelli vuol dire che abbiamo in comune un padre, un interlocutore che riconosciamo come autorevole e che continua a parlare. Il brano di oggi è di Luca 1 riguarda una figura un po’ strana, è citata solo qui, quindi sembra commentata in funzione di qualcos’altro. È una di quelle figure evangeliche che sono lì per spiegare un’altra cosa, non se stesso: è Zaccaria.

Il testo: Lc 1,5-25

1 5Al tempo di Erode, re della Giudea, vi era un sacerdote di nome Zaccaria, della classe di Abia, che aveva in moglie una discendente di Aronne, di nome Elisabetta. 6Ambedue erano giusti davanti a Dio e osservavano irreprensibili tutte le leggi e le prescrizioni del Signore. 7Essi non avevano figli, perché Elisabetta era sterile e tutti e due erano avanti negli anni.

8Avvenne che, mentre Zaccaria svolgeva le sue funzioni sacerdotali davanti al Signore durante il turno della sua classe, 9gli toccò in sorte, secondo l’usanza del servizio sacerdotale, di entrare nel tempio del Signore per fare l’offerta dell’incenso. 10Fuori, tutta l’assemblea del popolo stava pregando nell’ora dell’incenso. 11Apparve a lui un angelo del Signore, ritto alla destra dell’altare dell’incenso. 12Quando lo vide, Zaccaria si turbò e fu preso da timore. 13Ma l’angelo gli disse: “Non temere, Zaccaria, la tua preghiera è stata esaudita e tua moglie Elisabetta ti darà un figlio, e tu lo chiamerai Giovanni. 14Avrai gioia ed esultanza, e molti si rallegreranno della sua nascita, 15perché egli sarà grande davanti al Signore; non berrà vino né bevande inebrianti, sarà colmato di Spirito Santo fin dal seno di sua madre 16e ricondurrà molti figli d’Israele al Signore loro Dio. 17Egli camminerà innanzi a lui con lo spirito e la potenza di Elia, per ricondurre i cuori dei padri verso i figli e i ribelli alla saggezza dei giusti e preparare al Signore un popolo ben disposto”. 18Zaccaria disse all’angelo: “Come potrò mai conoscere questo? Io sono vecchio e mia moglie è avanti negli anni”. 19L’angelo gli rispose: “Io sono Gabriele, che sto dinanzi a Dio e sono stato mandato a parlarti e a portarti questo lieto annuncio. 20Ed ecco, tu sarai muto e non potrai parlare fino al giorno in cui queste cose avverranno, perché non hai creduto alle mie parole, che si compiranno a loro tempo”.

21Intanto il popolo stava in attesa di Zaccaria e si meravigliava per il suo indugiare nel tempio. 22Quando poi uscì e non poteva parlare loro, capirono che nel tempio aveva avuto una visione. Faceva loro dei cenni e restava muto.

23Compiuti i giorni del suo servizio, tornò a casa. 24Dopo quei giorni Elisabetta, sua moglie, concepì e si tenne nascosta per cinque mesi e diceva: 25“Ecco che cosa ha fatto per me il Signore, nei giorni in cui si è degnato di togliere la mia vergogna fra gli uomini”.

Commento:

Prima di Luca 1,5 c’è una piccola premessa che dice “Poiché molti hanno cercato di raccontare […] anch’io Teofilo cerco di raccontare”. Raccontare è sempre la partenza . C’è una memoria che va detta, raccontata, questa è la condizione di possibilità, la disposizione di una umanità perché possa essere aperta. Se non c’è questo non si può nemmeno cominciare, ad esempio nell’episodio di Emmaus i due si raccontavano ciò che era accaduto e nello spazio di questo racconto il viandante si può inserire. Tutte le volte che c’è uno scambio di parola, una narrazione di memoria, c’è l’inserimento del Signore; è un passaggio.

5Al tempo di Erode, re della Giudea,

Il vangelo si preoccupa sempre di dirci che le cose non succedono in generale, non si sa dove o quando. Le cose hanno sempre un cognome, una data, spesso un’ora. La Chiesa quando taglia dei brani nella liturgia aggiunge “in quel tempo”, come per dirci che questa cosa che ci stanno per raccontare è particolare in un luogo e in un tempo. Non è una teoria generale, un concetto, ha dei nomi dei cognomi, bisogna metterci la faccia.

Fare attenzione al nome e cognome, al tempo, non è una perdita di tempo, è creare la condizione per quello che compete a noi perché qualcosa possa accadere, perché gli angeli possano parlare.

vi era un sacerdote di nome Zaccaria, della classe di Abia, che aveva in moglie una discendente di Aronne, di nome Elisabetta.

C’è una connotazione pubblica non comune, Zaccaria è di una classe sacerdotale che come sapete nell’ebraismo è un fatto familiare di sangue. Si deve appartenere a una certa discendenza, tribù, non è una vocazione, è una appartenenza. Zaccaria ha addirittura sposato una discendente di Aronne, la linea femminile nell’ebraismo trasmette la religione, ma non il sacerdozio che si trasmette per linea maschile, ma è come se Luca dicesse che Zaccaria è un arci-sacerdote. Quindi la loro connotazione pubblica è al centro della scena da un punto di vista religioso, di chi ha doveri e leggi stabilite.

6Ambedue erano giusti davanti a Dio e osservavano irreprensibili tutte le leggi e le prescrizioni del Signore

Cioè, a questa connotazione pubblica al centro della scena corrisponde una connotazione privata all’altezza: erano giusti osservavano tutte le leggi.

7Essi non avevano figli, perché Elisabetta era sterile e tutti e due erano avanti negli anni.

Sembra una specie di condanna. Verrebbe da dire: “Ma come, due così bravi perché gli è capitato questo!” Ma, in qualche modo, è perché da qualche parte deve esserci un desiderio. Se sei buono secondo la legge e sei in un privilegio, da qualche parte deve esserci un urlo, uno strappo. I farisei aboliscono i desideri, sono perfetti di fronte alla legge e diventano senza misericordia. Non hanno più niente in comune: “io non sono come quel pubblicano”.

Per avere qualcosa in comune, o bisogna essere un po’ disgraziati cioè non tanto giusti, un po’ scassati, o, più facilmente, bisogna avere un desiderio interrotto. Talvolta anche tutti e due, essere un po’ scassati con un desiderio interrotto.

C’è una narrazione, una memoria, poi c’è una condizione specifica tra desiderio e legge, una incrinatura e che contemporaneamente rende Elisabetta e Zaccaria non farisei (farisei intesi non come classe sociale ma l’atteggiamento).

8Avvenne che, mentre Zaccaria svolgeva le sue funzioni sacerdotali davanti al Signore durante il turno della sua classe, 9gli toccò in sorte, secondo l’usanza del servizio sacerdotale, di entrare nel tempio del Signore per fare l’offerta dell’incenso.

Solo i sacerdoti potevano entrare nel tempio e solo il sommo sacerdote nel Santo dei Santi e nemmeno tutti tra quelli che venivano addetti, ne venivano sorteggiati alcuni che potevano entrare in quel periodo.

Quindi, accade a Zaccaria di essere prescelto in sorte per entrare nel luogo dell’incenso. C’è un mondo di immagini e di bellezza in questo versetto, di consolazioni per ciascuno di noi, dobbiamo valutare ciò che è accaduto non ciò che abbiamo fatto, e anche possiamo consolarci perché quello che abbiamo fatto di solito va bene, Zaccaria sta facendo quello che è bene. Certe volte noi siamo molto scrupolosi verso noi stessi giudichiamo male, o abbastanza male, ciò che facciamo e non valutiamo mai ciò che accade. Se uno sta al suo posto fa quello che fa e che deve fare poi le cose accadono, ci capita in sorte che succedono delle cose. Nella liturgia cristiana l’incenso ha un valore simbolico produce fumo e il fumo tende a salire, è quindi l’immagine della preghiera e della preghiera costante, di ciò che dalla terra sale e sale in modo costante e ci auguriamo che salga con un profumo e non come un grido di ira o un insulto. Questo è il motivo per cui nella liturgia solenne delle Messe dopo aver portato le offerte si incensa l’altare, il celebrante e l’assemblea: si riconosce la presenza di Dio nell’assemblea e viene inviato il buon profumo delle offerte. È un gesto bellissimo pieno di dignità. Zaccaria fa questo gesto: il buon profumo che sale verso il cielo il desiderio di una vita che si vuole aprire .

10Fuori, tutta l’assemblea del popolo stava pregando nell’ora dell’incenso.

Il popolo che non fa parte dei sacerdoti rimane fuori ma sa che è l’ora dell’incenso, non vede ma prega. La storia funziona così non vediamo mai dentro le cose, al massimo possiamo sperare che il profumo salga a Dio. Siamo fuori dispersi per il mondo e ci tocca ricordarci che è l’ora dell’incenso e che forse si può pregare.

11Apparve a lui un angelo del Signore, ritto alla destra dell’altare dell’incenso. 12Quando lo vide, Zaccaria si turbò e fu preso da timore.

L’atmosfera è ancora da AT, ancora piena di angeli e di sogni. Dopo un po’ nei Vangeli i sogni smettono, gli angeli arrivano solo più alla tomba vuota.

Siamo sempre sulla soglia del Vangelo, non è un qualcosa che abbiamo già e per cui dobbiamo essere all’altezza. Il vangelo rimane sempre davanti a noi; siamo come Zaccaria, Simeone e Anna. Abbiamo provato a mettere in gioco il nostro comune e aspettiamo con fede che guardando un bambino o una pancia, come Maria quella di Elisabetta, cioè non vedendo ancora niente sono già consolati perché capiscono che cosa è accaduto, capiscono che cosa Dio dice anche quando non è ancora avvenuto niente.

Facciamo del nostro meglio, proviamo a fare delle cose e improvvisamente passa un angelo, una parola passante, una parola che arriva d’altrove. Gli angeli sono un modo geniale degli antichi per dire che l’inaspettato ti raggiunge. C’è sempre qualcosa che accade nel bene o nel male che ti raggiunge come una parola passante, come qualcosa che uno dice cavoli questa cosa non ci avevo mai pensato, non l’avevo mai vista. Questa parola, questa possibilità, questa realtà, questa persona è proprio una parola passante e bisogna in qualche modo rassegnarsi all’idea che la reazione, e se lo dicono i Vangeli ci sarà il motivo, ma sempre mi spaventa.

La prima reazione di tutti, compreso di fronte a Gesù risorto che appare ai suoi che pensavano fosse un fantasma, è che un angelo spaventa.

Siamo sempre sull’orlo della paura perché accettare che la propria umanità sia in qualche modo aperta è un po’ da danzare sull’orlo del cratere, è più facile essere buoni, rispettare tutte le leggi, fare le cose per bene, diventare un po’ farisei. Accettare questa spaccatura, invece, significa farsi una buona cura di paura con gli annessi e connessi. Qui la paura nel racconto dura dieci secondi, a noi dura di più, spesso produce dolore, ogni tanto qualche confusione, ogni tanto ci si agita e si fanno cose strane. La paura è una cosa seria, ma un buon criterio da usare è che quando uno ha paura sta passando Dio. Si potrebbe usare come criterio indicatore, chiedersi quale angelo è passato per cui mi è venuta paura.

13Ma l’angelo gli disse: “Non temere, Zaccaria, la tua preghiera è stata esaudita e

Infatti la parola degli angeli e anche del risorto è sempre “non temere”, don’t worry, keep calm, ora ti spiego cosa sta accadendo. E quello che gli dice, è quello che in fondo ciascuno di noi vorrebbe sentirsi dire: “la tua preghiera è stata esaudita, il tuo desiderio è stato accolto”. Però, come giustamente insegnano i Padri, bisogna fare molta attenzione a pregare perché si corre il rischio di essere esauditi e quindi poi si è nei guai. Elisabetta e Zaccaria passano dall’essere marginali, in un tessuto di un popolo che faceva dell’avere figli il carattere identificante, perché era la fecondità possibile da cui nascesse il Messia, all’essere genitori di un figlio che avrebbe vissuto un po’ da pazzo, mangiando locuste, facendo strane cose, e che avrebbe fatto la fine non proprio tra le più allegre dell’universo.

tua moglie Elisabetta ti darà un figlio, e tu lo chiamerai Giovanni.

Il nome “Giovanni” viene spesso interpretato come “Dio è stato misericordioso”, Dio dà misericordia. È chiaro che è il preannuncio di Gesù anche nell’etimologia, apre uno spazio, sfonda l’umanità perché Dio è stato misericordioso: Dio salva.

14Avrai gioia ed esultanza, e molti si rallegreranno della sua nascita

È accaduto che molti si rallegreranno della sua nascita. La preghiera è esaudita per un bene comune, non per dare soddisfazione a Zaccaria e Elisabetta, ma per aprire uno spazio che riguarderà molti.

15perché egli sarà grande davanti al Signore; non berrà vino né bevande inebrianti, sarà colmato di Spirito Santo fin dal seno di sua madre 16e ricondurrà molti figli d’Israele al Signore loro Dio. 17Egli camminerà innanzi a lui con lo spirito e la potenza di Elia, per ricondurre i cuori dei padri verso i figli e i ribelli alla saggezza dei giusti e preparare al Signore un popolo ben disposto”.

Camminerà innanzi a Lui, cioè innanzi al Signore. L’angelo non sta profetizzando la nascita di Gesù, gli sta dicendo che questo figlio camminerà davanti al Signore, come voi siete irreprensibili davanti a Dio. Sarà un buon ebreo rispettoso delle leggi, giusto.

Il cuore dei padri verso i figli, cosa vuol dire? I cuori dei padri non lo sono già rivolti verso i figli? Giovanni deve ricondurre il cuore dei padri verso i figli, come se non lo fossero. E lo dice ad uno il cui desiderio frustrato era quello di avere un figlio, mentre gli si sta dicendo il tuo desiderio di generare è stato accolto, dice: il tuo compito sarà di ricondurre i cuori dei padri verso i figli, ma allora che senso ha? In questa logica dei padri si intende anche madri perché a quei tempi si intendeva padre come genitorialità.

Padre e figli. Corregge il rapporto del cuore dei padri verso i figli, ristrutturerà il concetto di generare: non sono i legami di sangue che mettono in connessione a Dio. Paternità e figliolanza è come fra Gesù e il Padre. Noi culturalmente siamo lontani (figli imperatori) … Fa uscire il desiderio assoluto di Zaccaria che rischiava di diventare un giogo pesantissimo per tutti coloro che figli non avevano, di essere esclusi dal comune.

Contemporaneamente all’esaudimento c’è una riflessione sul desiderio stesso.

18Zaccaria disse all’angelo: “Come potrò mai conoscere questo? Io sono vecchio e mia moglie è avanti negli anni”.

La domanda “come è possibile” ricorre tantissimo nella Scrittura, quasi sempre c’è il “come”, non il “cos’è”; solo in Esodo quando piove la Manna, si chiede “cos’è”. Ci si domanda quasi sempre come è possibile, la domanda non è sul cosa abbiamo fatto, ma su ciò che è accaduto, quindi come.

19L’angelo gli rispose: “Io sono Gabriele, che sto dinanzi a Dio e sono stato mandato a parlarti e a portarti questo lieto annuncio. 20Ed ecco, tu sarai muto e non potrai parlare fino al giorno in cui queste cose avverranno, perché non hai creduto alle mie parole, che si compiranno a loro tempo”.

È la stessa domanda che fa Maria allo stesso angelo, però la risposta è diversa perché la logica è quella del racconto. Zaccaria non può raccontare ciò che ha visto, finché ciò che ha visto non accada, perché ciò che accade si può narrare, ma non prima.

Il concepimento che Elisabetta ha di Giovanni non è miracoloso, lui non lo dice. Elisabetta non sa nulla di questa visione perché solo quando le cose accadono possono essere narrate.

21Intanto il popolo stava in attesa di Zaccaria e si meravigliava per il suo indugiare nel tempio. 22Quando poi uscì e non poteva parlare loro, capirono che nel tempio aveva avuto una visione. Faceva loro dei cenni e restava muto.

Secondo il popolo ciò che è accaduto non è una parola, è una visione, ma non è vero e si vedrà fra nove mesi.

23Compiuti i giorni del suo servizio, tornò a casa. 24Dopo quei giorni Elisabetta, sua moglie, concepì e si tenne nascosta per cinque mesi e diceva: 25“Ecco che cosa ha fatto per me il Signore, nei giorni in cui si è degnato di togliere la mia vergogna fra gli uomini”.

Elisabetta diceva: “Ecco cosa ha fatto per me il Signore, nei giorni in cui si è degnato di togliere la mia vergogna fra gli uomini”, quindi lei non sa niente. Avere un figlio significa una relazione a ciò che è comune nel popolo, non poterne avere è segno di una vergogna. Il Signore ha udito la preghiera, ha tolto la vergogna. A Zaccaria ed Elisabetta accade la stessa cosa: hanno un figlio e capiscono due cose diverse e va bene così. Paradossalmente, quello che capisce di più perché ha visto l’angelo non può nemmeno raccontare, non può nemmeno spiegare, mentre quella che capisce di meno, perché usa i criteri classici, è quella che è più contenta; nell’incontrare Maria sarà riempita di Spirito Santi e dirà il Benedictus.

C’è qualcosa di ‘comune’, quello che è accaduto a loro e a tutto il popolo, ma già loro due hanno due racconti diversi di quello che è accaduto. Si vedrà che crescendo Giovanni, il popolo, Erode, i romani avranno racconti diversi rispetto allo stesso fatto accaduto, fino alla morte di Giovanni considerato pericoloso.

Il titolo è “Zaccaria, o di un popolo muto”, perché per essere un popolo ci va una memoria che deve essere raccontata, ma contemporaneamente questo racconto ha dei tempi “muti”. Se non c’è un tempo muto, non c’è la possibilità della pluralità dei racconti, c’è un tempo in cui bisogna lasciare che le cose accadano. Bisogna stare nascosti, rispettare il tempo dell’accadere delle cose, perché il racconto va fatto non su ciò che abbiamo fatto, ma su ciò che è accaduto

Fossano, 8 febbraio 2020

Testo non rivisto dall’autore

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