19 Ottobre 2019
Stella Morra

1. Un popolo ha una memoria

Commento a: Es 12, 1–34


Il mio compito è quello di accompagnare in questo percorso di lectio, chi è un habitué sa che non è un’esperienza di esegesi in senso stretto, cioè di studio tecnico dei testi, e non è nemmeno una lettura che solitamente viene chiamata spirituale. È il tentativo di fare un esercizio di lettura ecclesiale, cioè partire dai testi della Parola avendo chiaro che noi abbiamo una domanda, che noi stiamo cercando qualcosa. Quindi la Parola di Dio può dire tante cose a ciascuno di noi individualmente, a seconda del proprio tempo, del proprio luogo, può dire tante cose agli studiosi, ma la lettura che facciamo qua è il dire: “proviamo a cercare partendo dalla stessa domanda”. Per questo scegliamo sempre delle domande, in modi più o meno democratici o autoritari a seconda dei casi, che ci sembrano rilevanti per il tempo sociale, pubblico ed ecclesiale che attraversiamo. A volte c’è una maggiore attenzione a questioni che riguardano il Paese, il mondo, a volte a questioni che riguardano apparentemente solo la Chiesa.

Cerchiamo sempre di partire da una domanda che in qualche modo ci aiuti a “non cadere in mano agli stupidi”, a maturare insieme in qualche modo una cultura comune. Non è un problema di cosa ciascuno di noi può spremere di consolante o di spirituale dalla Parola di Dio. Questo accade anche, ma è un di più, quello che ciascuno di noi andando a casa si rilegge, ci ripensa, tira fuori delle cose perché la Parola di Dio è un grande tesoro quindi si trova sempre tanta roba. La questione che abbiamo in comune è una questione comune, è vissuta insieme, a partire dalla Parola di Dio. Tutti ci convertiamo come un’identità leggera, quindi non un gruppo costituito, però costruiamo una cultura condivisa in cui poi per esempio alcune parole circolano, si riconoscono e possono essere riconosciute. Poi, negli anni, è diventato per molti di noi anche un legame di amicizia personale, mentre con altre persone ci si vede solo qui e va bene. Ci sono strade diverse e spazi diversi ma in qualche modo ci confrontiamo tutti intorno a una cultura condivisa.

Una delle cose che gli studiosi più pessimisti dicono è, appunto, la traduzione colta di quello che è “il cadere in mano agli stupidi”. È che oggi c’è una cultura dominante, mai esplicitata, che mira all’abbassamento, non bisogna pensare e non bisogna farsi problemi per tutta una serie di motivi, di interessi. Non lo so se è davvero così o no, se c’entrano tanti fattori compresa la pigrizia di ciascuno di noi. Ci sono tante cose che sono faticose. Cambiare è sempre faticoso e quindi uno già deve avere un buon motivo per cambiare se no uno fa le cose che fa e va bene.

Qui proviamo a maturare una cultura condivisa attorno ad alcune questioni che ci paiono urgenti. Per questo motivo il tema che è stato scelto quest’anno, dopo un po’ di riflessioni, deriva dal seminario di luglio, da cose fatte insieme nel tempo precedente. Questa è un’altra caratteristica dell’Atrio che è quella di dire “non abbiamo fretta”, non abbiamo degli anni catechistici da rispettare o delle scadenze. Mettiamo in moto dei temi e se i temi sono fecondi aprono altre domande e continuiamo fino a che abbiamo domande da farci. Quando ad un certo punto una cosa non suscita altre domande la lasciamo ed andiamo avanti su un’altra. Seguiamo un po’ il filo delle domande che si richiamano l’una all’altra.

Mi sono sforzata di riprendere il filo degli ultimi discorsi e provare a sintetizzarlo in una domanda specifica e poi, come sempre accade, queste cose passano attraverso le nostre biografie concrete. Mi è capitato di vivere un’estate di un certo tipo, sia intellettualmente, sia nelle cose da fare, quindi quello sforzo di sintesi è passato attraverso il “bagno” delle cose che ho fatto e che ho letto ed è venuta fuori questa roba qua. Questo è, come dire, il succo, che sarebbe la questione seria secondo me di quella parola che usiamo spesso che è “condividere”, solo che spesso la usiamo con dei tempi e dei modi che alla fine la rendono una cosa che non è una condivisione. Credo che tra adulti condividere è una questione delicata, mettere in circolazione, cercare di creare una cultura comune è un’operazione lunga, che richiede tempo e pazienza, e bisogna un po’ mettersi in gioco cercando di mettere in circolazione i bagni di vita che ognuno di noi ha attraversato nei tempi che non sono sempre così gloriosi o così vincenti.

È venuta fuori una domanda che io ritengo cruciale, dopo tutto questo mio bagno vitale e di studio dell’ultimo anno e mezzo, cruciale sia per il mondo in cui viviamo e sia per questa Chiesa che amiamo e che sta attraversando un grande passaggio. Il tema è la questione di cosa vuol dire ‘comune’. Comune nel senso di ciò che abbiamo in comune, beni comuni, responsabilità per ciò che è in comune, ognuno ci metta tutte gli esempi che vuole. Nella Scrittura questo è caratterizzato dall’idea di popolo solo che usare questa parola, che pure abbiamo usato nel titolo “essere popolo”, in questi tempi è un po’ pericoloso, perché negli ultimi tre secoli il popolo si è inquinato con l’idea di stato-nazione e poi dal popolo è venuto fuori il populismo. C’è un po’ di caos attorno alla parola ‘popolo’, non è più la stessa cosa che dire popolo nella cultura tribale del 1000 a.C., è cambiato l’asse d’interpretazione. Noi lo usiamo ancora in modo molto poetico: “popolo di Dio”, “siamo un popolo”, per un certo verso è vero, però se caschiamo troppo nella metafora si aprono delle questioni mica male. Solo per dirne una, con totale nonchalance, si sta scrivendo sui giornali “il popolo amazzonico” in relazione al Sinodo. Allora, il popolo amazzonico non esiste, ne esistono due o trecento, numeri abbastanza spropositati, tra l’altro diversi per lingua. L’Amazzonia è una specie di continente, dove succedono cose molto diverse tra un luogo e l’altro, non corrispondono ad uno stato-nazione perché coprono più stati e, per esempio, un grande problema è se le Conferenze Episcopali che partecipano al Sinodo riguardano solo il pezzo di quelli che hanno le diocesi in Amazzonia, o sono tutta la conferenza episcopale? Perché le conferenze episcopali sono legate a stati-nazione quindi è un bel cambiamento ma è proprio un caso tipico dove la parola ‘popolo’ viene usata con nonchalance mentre in realtà è più complicato. Poi il popolo amazzonico ha di proprietà l’Amazzonia? Magari no. L’Amazzonia è del mondo o è di Bolsonaro? Non so di chi è, è un bene comune di chi? Vedete che c’è un problema.

Questo qui sarebbe il quadro su cui dico solo due cose: una contenutistica e una poetica e poi entriamo nel brano di oggi. Speriamo, poi, che un passo dopo l’altro ritornino queste questioni e ci si ragioni ancora un po’. Dico prima quella contenutistica, così poi ci resta il sapore buono di quella poetica. Dietro tutta questa riflessione c’è per me una riflessione di studio su cui credo varrebbe la pena di ragionare, forse di fare un altro seminario e di avere un tempo anche di confronto più intellettuale, almeno per quelli che sono interessati, che è cosa sta succedendo a questa dinamica tra pubblico, privato e comune, che sono un po’ i tre assi su cui grosso modo dalla riforma gregoriana, dall’anno 1000 fino al 1700, si era retta l’Europa.

È una regolamentazione tra pubblico, privato e comune in cui le istituzioni, in particolare la Chiesa, erano custodi, che pubblico, privato e comune si adeguassero, si mantenessero in un certo equilibrio. Equilibrio non tanto ben riuscito, per cui poi c’è stata la rivoluzione francese che su questa faccenda qua ha fatto saltare un po’ il banco, per cui, per dirla in modo molto breve, ha abolito il comune ed ha trasformato tutto in una dinamica tra pubblico e privato mettendo le istituzioni dalla parte del pubblico. Quindi alla fine di questo processo noi siamo in una logica in cui il privato corrisponde ai miei diritti e dall’altra parte c’è il pubblico che sarebbe brutto e cattivo. Una casta dove rischiamo di metterci lo Stato, la politica, la scuola, per cui non c’è un patto educativo tra genitori e le scuole e i genitori vanno lì a difendere i ragazzi. Certo, se la logica è pubblico-privato, la scuola rappresenta il pubblico e quindi è una minaccia ai miei diritti individuali, che sarebbero infiniti.

L’abolizione del comune, ovviamente raccontata un po’ come farebbe l’armadillo di Zerocalcare, pone un sacco di problemi a tutti, lo vediamo. Crea problemi anche alla Chiesa perché di per sé l’istituzione Chiesa aveva una relazione con i credenti sulla base della custodia del comune. Ci si era divisi i compiti: l’imperatore di occupava del pubblico, il privato esisteva poco tranne che per i ricchi e la Chiesa custodiva il comune e con ciò, più o meno, eravamo tranquilli. Non era un caso, perché il comune è sovrabbondante rispetto al pubblico e il privato, è l’eccedenza, è ciò che non è mai racchiudibile, ciò che viene in più. Quindi, in questo modo, la Chiesa custodiva la trascendenza, il “di più”. Custodire il comune vuol dire custodire il “di più”. Questa è l’ipotesi che ci sta dietro, ci tenevo a dirla almeno in formato ridotto perché le domande non sono mai senza una storia e questa è la storia della domanda.

La questione poetica è invece il pezzo di Chandra Livia Candiani che abbiamo messo sul foglio e dice così:

Dammi l’acqua
dammi la mano
dammi la tua parola
che siamo,
nello stesso mondo

Trovo che questa è la versione più bella e anche più sostanziale per i nostri cuori del ragionamento un po’ da professore che ho fatto prima. Il ‘comune’ si costituisce dentro una relazione: dammi la mano, dammi l’acqua, dammi la tua parola. Di che cosa devi darmi la parola? Che siamo, che ci costituiamo, che stiamo in piedi, e che siamo nello stesso mondo. Mi sembra che l’abolizione del ‘comune’, uno dei prezzi più cari che sta facendo pagare a tutti, è un livello di solitudine inaccettabile, perché non siamo più nello stesso mondo, perché nessuno ci dà la sua parola. E da 20 anni abbiamo cominciato a riflettere con l’Atrio sul fatto che chissà perché diventare adulti significava diventare soli e muti. Sul fatto di non essere muti ci abbiamo provato in questi anni, sul fatto di non essere soli, forse, si fa un po’ più fatica, però è così, se non c’è un comune non abbiamo uno spazio in cui non essere soli.

Questo è l’orizzonte, come al solito partiamo con una piccola ricerca nell’AT, per farci indicare da questo libro sapiente che è la Bibbia come funzioniamo, una lettura un po’ più profonda di come accade che gli esseri umani vivano questi temi. L’AT ha in fondo una struttura descrittiva, da un certo punto di vista, ci aiuta a capire che alcuni movimenti di fondo rispetto ad alcune questioni non cambiano e sono i nostri movimenti di fondo. Nella seconda parte ci avventuriamo nel NT dove in qualche modo cerchiamo la rottura dell’annuncio dell’evangelo, che in qualche modo, partendo da dove siamo, ci dice cosa potremmo fare, un po’ meglio di quello che siamo, un po’ più contenti di quello che siamo.

La lectio di oggi

Partiamo dall’AT in particolare dal capitolo 12 dell’Esodo che è un capitolo per un verso molto conosciuto e per un altro molto noioso perché apparentemente ripetitivo. È un testo composito di diverse tradizioni che sono state appiccicate e, come spesso succede quando uno fa copia-incolla, ci sono ripetizioni, attacchi non chiari, il punto di congiunzione si vede. È un capitolo narrativamente un po’ infelice, perché la storia sappiamo già come va a finire, non c’è nessuna suspense quindi non ci diverte tanto, per di più non è scritto benissimo, quindi è uno di quei capitoli che si tende a dire ok, lasciamo perdere.

Invece dal mio punto di vista è molto interessante proprio per alcune dinamiche che ci indica. Tutti saprete esattamente dove si colloca: al capitolo 15 c’è il racconto della traversata del Mar Rosso, gli ebrei lasciano la schiavitù e al 15 succede, cioè attraversano il Mar Rosso e se ne vanno salvi, muoiono gli egiziani sommersi dalle acque, eccetera. Al capitolo 2, all’inizio, c’è l’incontro di Mosè con la sua storia complicata, il suo rapporto complesso con la sua storia personale, con l’essere cresciuto come un egiziano, il dolore del suo popolo. Al capitolo 3, c’è l’incontro tra Mosè e il roveto ardente che sarebbe il motore di uno che a un certo punto dice “cavolo, non può andare così, deve andare in un altro modo”, e che in qualche modo si mette a cercare di seguire questa storia che gli indica qualcosa.

Tra il capitolo 3 e il capitolo 15 ci sarebbero tutte le cose preparatorie al fatto di uscire. Spesso leggiamo il capitolo 3, il 4, ci piace dare la motivazione, oppure leggiamo il risultato, siamo un po’ infastiditi dal dover leggere la parte in mezzo. Il piccolo particolare è che la vita, il tempo in cui viviamo non è né il capitolo 3, né il capitolo 15, la vita in cui viviamo è in mezzo, cioè in questo lungo e strano tempo di preparazione in cui si fanno delle cose ogni tanto un po’ inconsulte, apparentemente senza troppo significato. Succede un po’ di tutto, c’è un alto tasso di conflittualità, se leggete quei capitoli tutti litigano praticamente con tutti e alla fine l’angelo sterminatore ammazza tutti i primogeniti degli egiziani, in quanto a tasso di conflittualità è abbastanza pesante. Non c’è praticamente nessuna comunione, né all’interno del popolo ebraico né tra il popolo ebraico e gli altri, quindi c’è un gran casino che sarebbe “noi siamo lì”, il puntino rosso che sarebbe “voi siete lì”. Da questo punto di vista questi capitoli intermedi mi sembrano particolarmente interessanti.

Dopo il capitolo 15, quando comincia la traversata del deserto e poi si arriva alla terra promessa, che cosa questi hanno in comune si vede, hanno in comune le stesse paure, la stessa legge, la terra, eccetera. Prima che cos’hanno in comune? La schiavitù, si vede. Cos’hanno in comune in mezzo? Questa è la domanda interessante.

Il testo: Es 12, 1-34

12 1Il Signore disse a Mosè e ad Aronne in terra d’Egitto: 2“Questo mese sarà per voi l’inizio dei mesi, sarà per voi il primo mese dell’anno. 3Parlate a tutta la comunità d’Israele e dite: “Il dieci di questo mese ciascuno si procuri un agnello per famiglia, un agnello per casa. 4Se la famiglia fosse troppo piccola per un agnello, si unirà al vicino, il più prossimo alla sua casa, secondo il numero delle persone; calcolerete come dovrà essere l’agnello secondo quanto ciascuno può mangiarne. 5Il vostro agnello sia senza difetto, maschio, nato nell’anno; potrete sceglierlo tra le pecore o tra le capre 6e lo conserverete fino al quattordici di questo mese: allora tutta l’assemblea della comunità d’Israele lo immolerà al tramonto. 7Preso un po’ del suo sangue, lo porranno sui due stipiti e sull’architrave delle case nelle quali lo mangeranno. 8In quella notte ne mangeranno la carne arrostita al fuoco; la mangeranno con azzimi e con erbe amare. 9Non lo mangerete crudo, né bollito nell’acqua, ma solo arrostito al fuoco, con la testa, le zampe e le viscere. 10Non ne dovete far avanzare fino al mattino: quello che al mattino sarà avanzato, lo brucerete nel fuoco. 11Ecco in qual modo lo mangerete: con i fianchi cinti, i sandali ai piedi, il bastone in mano; lo mangerete in fretta. È la Pasqua del Signore! 12In quella notte io passerò per la terra d’Egitto e colpirò ogni primogenito nella terra d’Egitto, uomo o animale; così farò giustizia di tutti gli dèi dell’Egitto. Io sono il Signore! 13Il sangue sulle case dove vi troverete servirà da segno in vostro favore: io vedrò il sangue e passerò oltre; non vi sarà tra voi flagello di sterminio quando io colpirò la terra d’Egitto. 14Questo giorno sarà per voi un memoriale; lo celebrerete come festa del Signore: di generazione in generazione lo celebrerete come un rito perenne.

15Per sette giorni voi mangerete azzimi.

Fin dal primo giorno farete sparire il lievito dalle vostre case, perché chiunque mangerà del lievitato dal giorno primo al giorno settimo, quella persona sarà eliminata da Israele.

16Nel primo giorno avrete una riunione sacra e nel settimo giorno una riunione sacra: durante questi giorni non si farà alcun lavoro; si potrà preparare da mangiare per ogni persona: questo solo si farà presso di voi.

17Osservate la festa degli Azzimi, perché proprio in questo giorno io ho fatto uscire le vostre schiere dalla terra d’Egitto; osserverete tale giorno di generazione in generazione come rito perenne. 18Nel primo mese, dal giorno quattordici del mese, alla sera, voi mangerete azzimi fino al giorno ventuno del mese, alla sera.

19Per sette giorni non si trovi lievito nelle vostre case, perché chiunque mangerà del lievitato, quella persona, sia forestiera sia nativa della terra, sarà eliminata dalla comunità d’Israele. 20Non mangerete nulla di lievitato; in tutte le vostre abitazioni mangerete azzimi””.

21Mosè convocò tutti gli anziani d’Israele e disse loro: “Andate a procurarvi un capo di bestiame minuto per ogni vostra famiglia e immolate la Pasqua. 22Prenderete un fascio di issòpo, lo intingerete nel sangue che sarà nel catino e spalmerete l’architrave ed entrambi gli stipiti con il sangue del catino. Nessuno di voi esca dalla porta della sua casa fino al mattino. 23Il Signore passerà per colpire l’Egitto, vedrà il sangue sull’architrave e sugli stipiti; allora il Signore passerà oltre la porta e non permetterà allo sterminatore di entrare nella vostra casa per colpire. 24Voi osserverete questo comando come un rito fissato per te e per i tuoi figli per sempre. 25Quando poi sarete entrati nella terra che il Signore vi darà, come ha promesso, osserverete questo rito. 26Quando i vostri figli vi chiederanno: “Che significato ha per voi questo rito?”, 27voi direte loro: “È il sacrificio della Pasqua per il Signore, il quale è passato oltre le case degli Israeliti in Egitto, quando colpì l’Egitto e salvò le nostre case””. Il popolo si inginocchiò e si prostrò.

28Poi gli Israeliti se ne andarono ed eseguirono ciò che il Signore aveva ordinato a Mosè e ad Aronne; così fecero.

29A mezzanotte il Signore colpì ogni primogenito nella terra d’Egitto, dal primogenito del faraone che siede sul trono fino al primogenito del prigioniero in carcere, e tutti i primogeniti del bestiame. 30Si alzò il faraone nella notte e con lui i suoi ministri e tutti gli Egiziani; un grande grido scoppiò in Egitto, perché non c’era casa dove non ci fosse un morto!

31Il faraone convocò Mosè e Aronne nella notte e disse: “Alzatevi e abbandonate il mio popolo, voi e gli Israeliti! Andate, rendete culto al Signore come avete detto. 32Prendete anche il vostro bestiame e le vostre greggi, come avete detto, e partite! Benedite anche me!”. 33Gli Egiziani fecero pressione sul popolo, affrettandosi a mandarli via dal paese, perché dicevano: “Stiamo per morire tutti!”. 34Il popolo portò con sé la pasta prima che fosse lievitata, recando sulle spalle le madie avvolte nei mantelli.

Commento

Questo raccontino ce l’abbiamo tutti un po’ nelle orecchie, sappiamo di cosa si tratta, è incredibilmente un racconto poco valoriale e molto sul “come”, come lo dovete mangiare, come deve essere l’agnello, cosa dovete fare. È un manuale d’uso, nel tempo intermedio, il come conta quasi più del cosa. Questa ad esempio è una delle questioni su cui dovremmo cominciare a ragionare perché per ciò che è comune il come fa la differenza. Non c’è possibilità di comune se il come sta tutto nelle mie intenzioni. “No ma io volevo ascoltarti…”, “Sì però sei andato via e non ti ho potuto raccontare…”, è molto banale, ma è così.

Il come ha a che fare col tempo, non solo perché per il come ci va tempo ma:

2“Questo mese sarà per voi l’inizio dei mesi

La prima cosa che gli dice non è che festa devono celebrare, come devono celebrarla, perché, che lui è un figo che li salverà, che ucciderà gli egiziani ma non loro, cioè tutte cose che a noi sembrano importanti. La prima cosa che gli dice è il tempo ricomincia da qui, questo è l’inizio dei mesi. I cristiani hanno capito talmente bene questa cosa che hanno fissato l’inizio del tempo alla nascita di Gesù, sbagliando un po’ i calcoli, ma hanno fissato l’anno zero nel momento in cui secondo loro c’è stata la nascita di Gesù, spernacchiando le civiltà che contavano gli anni dalla fondazione di Roma, di Atene. È un inizio assoluto.

Ciò che costituisce il ‘comune’ segna l’inizio e ha a che fare con un tempo che è un tempo di origine, non è un tempo di risultati e quindi ha più a che fare con la memoria e che con il progetto. Ha ragione Silvana quando dice, citando Francesco, che non si sta insieme perché si discute, si sta insieme perché si fanno delle cose insieme, si progetta insieme. Ma si arriva a fare delle cose insieme perché si ha una memoria condivisa, almeno la memoria di un desiderio, di un obiettivo, di una cosa da fare per qualche motivo e questa è la cosa che Francesco dà sempre un po’ per scontata e che invece in questo tempo, per il ragionamento che facevamo prima, noi facciamo grande fatica ad avere. Riconoscerci gli uni gli altri con una memoria condivisa è difficilissimo.

C’è una questione del tempo, su cui poi torniamo, e una seconda questione è:

ciascuno si procuri un agnello per famiglia, un agnello per casa. 4Se la famiglia fosse troppo piccola per un agnello, si unirà al vicino,

C’è un primo criterio di prossimità che, è chiaro, in una cultura antica è innanzitutto la famiglia, il legame di sangue. Con chi hai delle cose in comune? Con quelli che stanno lì, “ma sono antipatici”, è uguale perché “stanno lì” e te li tieni. C’è un soggetto che si costituisce comune dall’inizio. Non è che uno, come siamo abituati noi, prima sceglie e poi appartiene, prima scelgo come occupare il mio tempo, e poi allora mi iscrivo al club dove si sono iscritti degli altri. L’esperienza del comune è l’esperienza che il comune ti è dato, in questo i cristiani diranno che siamo fratelli che vuol dire legame inevitabile, tu puoi anche essere un cattivo fratello, non fare niente per tuo fratello e non parlarci mai, ma rimane tuo fratello, non lo puoi cancellare.

Il comune non è una scelta, togliamocelo dalla testa. Non dobbiamo scegliere di fare le cose in comune, poi si sceglie anche, ma di per sé siamo accomunati da un’origine e dal fatto che siamo “lì”, che c’è qualcuno vicino. Il che, al contrario, vuol dire che c’è un modo meraviglioso per non avere niente in comune con nessuno, ed è il non esserci, non stare al mondo, girare con una spilletta con scritto “sono solo in visita in questo pianeta, non chiedetemi”.

Poi si ragiona su come deve essere l’agnello. Vedete anche la successione delle istruzioni sul come, non partono da dove partiremo noi. Noi avremmo cominciato dicendo “dato che Dio vi ha liberati”, “dato che Dio è stato potente con gli egiziani”, tutta la spiegazione teorica, “dato che voi dovete essere grati che Dio vi ha liberati”, la spiegazione morale, “allora fate così”, che è un ordine, una legge. Qui parte al contrario, dice fate queste cose qua, perché se fate queste cose qua, se dividete un agnello con chi vi abita accanto e prima o poi gli parlate, qualcosa succede. Se cominciate a contare il tempo da questo mese, qualcosa succede.

5Il vostro agnello sia senza difetto, maschio, nato nell’anno;

L’immagine della perfezione per un popolo di pastori, del punto più tenero, perfetto, meraviglioso, cioè il comune non si fa sullo scarto, né sulla miseria, ma sul lusso. I lussi sono diversi, non tutti abbiamo lo stesso concetto di ricchezza, dipende dai parametri, ma per avere qualcosa in comune bisogna sapere che nella propria vita, da qualche parte, in qualche modo, c’è un lusso, una sovrabbondanza, perché fare qualcosa in comune è costoso, alla lunga è anche molto bello, ti da molte cose, alla fine ti trovi forse più ricco di quando eri partito ma richiede una partenza di spreco, di perfezione, di bellezza.

Poi dice:

6e lo conserverete fino al quattordici di questo mese

Questo testo è incredibile, perché da una parte ci sono tutti dei tempi da rispettare, anche un po’ senza capire il perché, dall’altra il tono è la fretta. Ma perché non avete il tempo di far lievitare il pane? Glielo sta dicendo quindici giorni prima, che quindici giorni dopo accadrà questa cosa. C’è tutto il tempo di far lievitare il pane, ma gli dice no, dovete mangiare pane azzimo perché non avete il tempo di far lievitare il pane. Ce l’abbiamo il tempo di far lievitare, però gli dice “aspettate fino al quattordici”. C’è un esercizio del tempo molto particolare, non funzionale, non legato a temi di necessità, ma c’è questa idea: “la salvezza arriva sempre comunque all’improvviso”, anche quando lo sai. Il passaggio del Signore sarà all’improvviso, ti troverà sempre impreparato, contemporaneamente è necessario che tu sappia attendere, il desiderio va coltivato, va tenuto da parte proprio perché arriva quando meno te lo aspetti.

allora tutta l’assemblea della comunità d’Israele lo immolerà al tramonto.

C’è un tempo specifico, la fine del giorno, e tutti insieme compiono lo stesso gesto e qui si ha il fare le cose insieme, compiono uno stesso gesto rituale. Per altro noi abbiamo conservato questa cosa, che tutti i cristiani cattolici vanno a Messa la domenica ma senza più sentire minimamente la portata di questa cosa, senza che pensiamo mai, entrando in una chiesa, che in tantissime parti del mondo c’è gente che fa lo stesso gesto.

Poi dice questa cosa un po’ stramba, un po’ magica, prendete il sangue e segnate gli stipiti dell’architrave e poi spiega il perché, perché il Signore passa a sterminare i primogeniti degli egiziani. Chiaro che in una cultura antica, agricola come quella, lo sterminare i primogeniti è il gesto della interruzione del tempo, non c’è più futuro, i primogeniti sono il futuro in particolare in quel tipo di cultura. Uccidere i primogeniti degli uomini e delle bestie vuol dire non c’è futuro, qui c’è un nuovo inizio, non c’è più quel futuro lì, il futuro degli egiziani non c’è. Il futuro è vostro, è affidato a questo nuovo popolo. Ma, al di là di questo il gesto c’è di segnare la porta d’ingresso, certo, perché passando l’angelo veda e non entri, ma non è solo un gesto funzionale, perché non si segna l’interno, si segna l’esterno e in particolare il luogo di transito. Anche qui ci rende comune anche un segno dell’esterno, ciò che ci fa comune durante il tempo non è un pensiero, un’intuizione o peggio un valore, ciò che ci fa comune è un gesto. Quali gesti? Gesti comunque sulla soglia, non dentro casa, gesti che chi passa, come l’angelo, possa vedere. Anche qui ci sarebbe da ragionare un bel po’ ma lo lascio per adesso così.

9Non lo mangerete crudo, né bollito nell’acqua, ma solo arrostito al fuoco, con la testa, le zampe e le viscere.

La prescrizione è dettagliata fino all’inverosimile.

10Non ne dovete far avanzare fino al mattino

Questo versetto a me piace sempre tanto per un’associazione forse strana, però mi viene in mente un altro versetto della Scrittura che trovo molto adeguato al tempo in cui viviamo, e che è alla fine della moltiplicazione dei pani e dei pesci nel racconto di Gv, al capitolo 6. Quando Gesù dopo avere sfamato a partire da cinque pani e due pesci e sfama una folla di 5000 uomini, si pensa: “il miracolo è già avvenuto, fantastico, il racconto finisce qua”. Lui, invece, dice “raccogliete i pezzi avanzati”, ma perché? Sono sfamati, c’è una sovrabbondanza, nessuno l’ha pagato questo pane, ma perché? “Colligite fragmenta”, perché niente vada perduto. Qui è lo stesso, non bisogna avanzare. Mi sembra che il patrimonio del comune stia nei “fragmenta”, nei pezzi avanzati, nella raccolta della sovrabbondanza, ciò che non è strettamente necessario e che non può perire, va custodito. Va custodita la sovrabbondanza.

11Ecco in qual modo lo mangerete: con i fianchi cinti, i sandali ai piedi, il bastone in mano; lo mangerete in fretta. È la Pasqua del Signore!

C’è un passaggio in questo mese che è l’inizio dei mesi e questo passaggio ci prende all’improvviso, impreparati, bisogna mangiare in fretta anche se appunto nella logica del testo viene detto quindici giorni prima e c’era tutto il tempo per non far le cose in fretta, ma il passaggio del Signore avviene sempre in fretta. È sempre dove non te lo aspetti, è sempre secondo una logica che dove tu avevi costruito tutti i tuoi ragionamenti e arriva da un’altra parte.

Il versetto 14, mi sembra decisivo rispetto al nostro ragionamento, dice:

14Questo giorno sarà per voi un memoriale; lo celebrerete come festa del Signore: di generazione in generazione lo celebrerete come un rito perenne.

Qui mi sembra ci sia la costruzione della custodia del ‘comune’, memoria condivisa, memoria come rito perenne di ciò che ci ha unito, di ciò che ha fatto che i prossimi della casa diventassero aggregati alla famiglia per non avanzare l’agnello, di ciò che ha fatto che ciò che di volta in volta è passato abbia risparmiato le nostre case, eccetera. Di ciò che sta accadendo e ci viene detto che sta accadendo.

Aggiungo ancora tre piccole cose. La prima è che subito dopo, nella seconda parte del capitolo, si insiste sugli azzimi, fate sparire il lievito dalle vostre case. Norma di purezza rituale ancora oggi rispettata dagli ebrei per la celebrazione della Pasqua. Si fa una grande pulizia perché non rimangano briciole lievitate. Subito dopo si dice:

16Nel primo giorno avrete una riunione sacra e nel settimo giorno una riunione sacra: durante questi giorni non si farà alcun lavoro;

In questo l’AT aveva una grande sapienza, il riposo non è solo il riposo delle persone, è il riposo della terra, nemmeno il lievito deve lavorare. Nessuno deve fare ciò per cui apparentemente è destinato. La memoria richiede riposo, una memoria condivisa richiede una condizione di quella cosa che ci fa tanto paura che è un po’ di vuoto. Molto interessante, organizziamo incontri ecclesiali dove sempre c’è troppa roba rispetto al tempo. Diciamo sempre siamo un po’ in ritardo oppure è tutto un po’ schiacciato. Gli incontri ecclesiali sono super pieni di cose perché siamo terrorizzati dal vuoto, poi però organizziamo i ritiri o il deserto, dove poi diciamo alla gente “adesso dovete stare zitti”. È un po’ un doppio messaggio nel senso che, o uno ha la capacità di sopportare il vuoto nell’ordinario delle cose, quando fa delle cose, quando si confronta e ragiona. Quindi ha dei ritmi in cui si può cominciare 10 minuti dopo perchè ci si saluta, si fa con calma, non c’è paura del vuoto, allora poi può anche riconoscere il proprio bisogno di un tempo specifico in cui dice “ragazzi, stacco il cellulare, levatevi un attimo tutti dai piedi perché ho bisogno di avere tre ore per pensare a cose mie, non rispondo a nessuno”. Come adulto prova a ritagliarsele, che poi sia in una ‘spa’ oppure facendo una lunga passeggiata. Ognuno fa quello che può a seconda della stagione della sua vita e del suo tempo, ma non ho bisogno di un artificio, di inventarsi un ritiro, che poi giustamente come tutti gli adolescenti ti dicono “ok, cosa devo pensare?”.

Perché sei tu che strutturi una logica sulla negazione di ogni vuoto. Di per sé è prescritto che ci siano dei tempi in cui niente, ne’ gli umani, né gli animali e nemmeno il ciclo della natura come il lievito, faccia un lavoro. Non possiamo continuare ad essere terrorizzati dal vuoto, perché il vuoto è lo spazio di un possibile comune, perché se non c’è un vuoto l’altro non sa dove entrare. Perché bisogna essere un po’ concavi per avere spazio, se siamo tutti troppo convessi l’altro non riesce ad avvicinarci, ci va spazio. Lo spazio è anche un po’ di vuoto, non compiere il proprio lavoro.

Questa era la prima osservazione, la seconda riguarda un versetto un bel po’ più avanti ma devo saltare gli altri purtroppo, in cui dopo che Mosè convoca gli anziani e gli spiega le regole perché si fida del loro buon senso (quindi noi saremmo la società ideale per lo più formata da anziani) ma poi cosa dice agli anziani?

26Quando i vostri figli vi chiederanno: “Che significato ha per voi questo rito?”, 27voi direte loro: “È il sacrificio della Pasqua per il Signore, il quale è passato …

Cioè, gli anziani sono affidabili a patto che siano in grado di spiegare ai giovani che cosa sta succedendo. Qui noi siamo un po’ meno una società perfetta, nel senso che nella nostra condizione post-moderna, gli anziani, in cui mi metto anch’io, non sanno ancora tanto bene spiegare a sé stessi cosa sta succedendo, figuriamoci a qualcun altro. Non abbiamo ancora capito cosa è successo a noi, quindi non seguitemi perché mi sono perso anch’io. Trovo che qui c’è un tema, non a caso nelle nostre civiltà occidentali c’è una mitologia della gioventù che non esistendo più in termini reali, esiste in termini mitologici per cui “la Chiesa funzionerebbe perfettamente se riuscisse ad attirare i giovani”, “bisogna rimanere giovani nello spirito”.

C’è una mitologia anche sociale del tipo che non bisogna avere le rughe, ma sembrare più giovani della propria età. Questa connessione è di nuovo la connessione del tempo, non del tempo oggettivo – c’è un inizio, questo è l’inizio dei mesi – ma per avere qualcosa in comune bisogna innanzitutto avere vissuto, avere un tempo di vita che non si è passato invano e bisogna essere in grado di spiegare a chi ancora non ha quel tempo di vita che vivrà, poco o tanto, che ci saranno inizi, che ci saranno anni che si ripetono, che ci saranno passaggi del Signore, che ci saranno prossimità e distanze.

Ultima osservazione, alla fine del versetto 42 quando ormai tutto il racconto è fatto, si dice:

Questa sarà una notte di veglia in onore del Signore per tutti gli Israeliti, di generazione in generazione.

Esiste anche una letteratura poetica su questo tema della notte, il mondo ebraico ha una grande custodia della notte, ma credo che però per noi sia molto difficile da capire, perché quando noi ragioniamo sulla notte noi ragioniamo su un’altra cosa rispetto ai popoli antichi. Non siamo in grado di immaginare un mondo in cui non c’era illuminazione elettrica e la notte voleva dire una serie di cose ed era estremamente costoso mantenere una piccola luce. La notte voleva dire il rischio di dormire e quindi non custodire più. Si facevano i turni di veglia per proteggersi reciprocamente. Noi viviamo in un mondo pieno di case in cui la sera chiudiamo la porta a tre mandate, in cui possiamo avere luce artificiale anzi, se cerchiamo di avere il buio è complicatissimo perché le città hanno ormai un riflesso di luce pazzesco. In cui vivere di notte ha preso il tono della vita iper-trasgressiva o iper-sfigata di chi non trovando un lavoro più comodo ed è costretto a lavorare di notte perché tutta la macchina deve andare avanti sempre, bisogna produrre sempre quindi qualcuno deve pur lavorare di notte e quindi sballare i propri ritmi e quelli della propria famiglia.

Allora il senso di una notte di veglia, in un testo come questo, è l’ennesima interruzione del tempo, da una parte c’è l’inizio di tutti i mesi e alla conclusione del capitolo c’è una notte di veglia perenne, di generazione in generazione. È proprio la stessa cosa del non fare lavoro. Si ha una memoria condivisa se si è capaci di interrompere, di farsi interrompere, di interrompersi, di creare delle fratture e in qualche modo solo su questo sottofondo di tempo, delle cose che ci siamo detti, può cominciare una riflessione su cosa vuol dire essere un popolo che ha delle cose in comune.

Fossano, 19 ottobre 2019

Testo non rivisto dall’autore

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