4 Aprile 2020
Stella Morra

5. Un uomo per il popolo?

Commento a: Gv 11, 38-57


Non ci vediamo di persona da molto tempo e nemmeno oggi perché stiamo attraversando un tempo difficile, faticoso per tutti. Faticoso per quelli tra noi che tutto sommato stanno bene e in un modo o nell’altro continuano alcune attività, nelle nostre case, ristretti, ma tutto sommato senza grandissime preoccupazioni personali. Immaginiamoci quanto è faticoso per tutti coloro che hanno difficoltà, la cui vita era già faticosa anche prima, oppure per coloro che oggi vivono in una condizione di preoccupazione, sono malati o devono e vogliono occuparsi di coloro che sono malati, o sono preoccupati per il futuro. È un tempo molto strano e personalmente avevo qualche perplessità all’idea di fare come se niente fosse, cioè proporre semplicemente con un altro mezzo tecnologico una riflessione. Come su molte cose il mio pensiero era diviso perché da una parte avevo la perplessità dell’ignorare la realtà, del far finta che fuori sia tutto uguale ma è impossibile, dall’altra mi sembrava urgente e importante mantenere il nostro legame, farci compagnia in un tempo come questo. Se da molti anni leggiamo insieme la Parola di Dio è ancora di più in un tempo come questo, che vale la pena di leggerla insieme, anche nelle limitazioni che questa situazione ci impone.

Ci incontriamo dunque in questo modo strano e per me è difficile parlare davanti ad un computer perché gli interlocutori, chi ci sta davanti, i volti, le storie che in parte conosco, sono qualcosa che fa veramente parte di ciò che dico. Non potrei dire le stesse cose senza nessuno, parlando al nulla, perché non si tratta mai di questioni generiche, assolute, universali. È un po’ difficile oggi, dunque provo a fare questa piccola fatica senza troppe garanzie sul risultato, che mi sembra il “come”, la condizione di questo tempo, siamo chiamati tutti in qualche modo a fare la fatica di ritrovare nuovi modi, nuovi nomi, nuove parole, nuove relazioni in una situazione che non sarà più la stessa, accettando di non avere garanzie sul risultato. Non basta conoscere la Scrittura, essere competenti di una cosa per fare di questo tempo, di questo luogo, in questa condizione una Lectio come se niente fosse, ignorando tutto ciò che ci sta intorno. Non basta sapere, perché siamo tutti diventati vulnerabili ed è dalla condizione di vulnerabilità che leggiamo la Scrittura. Ancora di più perché il tema in cui ci siamo incamminati in questo anno con varie peripezie (questo anno di Lectio è stato attraversato da molti salti e cambiamenti e forse è un piccolo segnale, ci siamo incamminati per una via impervia, dobbiamo prenderlo sul serio) è quello del comune che è una parola che era già un po’ difficile da comprendere e da definire prima di tutto ciò, quando l’abbiamo pensata prima dell’estate e quando abbiamo incominciato ad ottobre. Certo adesso si è aggiunta di molti significati e quando verremo fuori da questa condizione sarà probabilmente una parola da usare in tutt’altro modo.

Riflettevo preparando questa Lectio che la parola “comune” ha mostrato, come molte altre cose in questo tempo, la sua verità. È una parola molto ambivalente, in tempo di distanza sociale in cui siamo tutti invitati per aver cura degli altri a starne lontani, improvvisamente scopriamo che abbiamo un “comune” che ci manca, che non sappiamo bene com’è, che rappresentiamo in molte forme, cantando insieme, usando gli stessi slogan, le stesse parole per sentirci “parte di…”. Ci manca e tentiamo di sostituirlo in mille modi e continua a mancarci anche nella misura in cui lo sostituiamo. La mia personale esperienza è che sento molto di più le persone rispetto a quanto riuscissi a fare prima, le sento al telefono, su Skype, sono più in contatto con molti, più di quanto non riuscissi a fare in un tempo normale. Questo in qualche modo è un guadagno ma mi manca incontrarle, mi mancano i loro volti, la passione di imprese comuni che sono andate tutte in secondo piano, non hanno la stessa potenza e rilevanza.

Dunque, “comune” è una parola che era ambigua prima e lo sarà molto di più anche dopo, dove non basta essere presenti per essere in comune ma non basta essere distanti per essere “non” in comune. Forse con alcune persone ho riscoperto una comunanza in questo tempo di distanza che non avevo mai sperimentato prima. Eppure, questa parola ci chiama da questa crisi, sarà un tema su cui riflettere, su cui costruire, scegliere in modo potente da qui in avanti. Sarà impossibile d’ora in poi non pensarci più come in un mondo strettamente collegato, se non altro nel rischio di ammalarci tutti, senza confini, senza distinzioni di nazionalità o di passaporti.

Su questo sfondo è doppiamente difficile, anche perché vorrei aggiungere ancora una riflessione prima di arrivare al testo. Ciò che ci rende comuni, come abbiamo ragionato nei testi precedenti, sono quelli che tecnicamente si chiamano gli “habitus condivisi”, le abitudini non nel senso banale ma proprio gli “habitus”, i gesti, le parole, le convenzioni, il capirsi al volo dentro una cultura, le espressioni, ciò che consideriamo beneducato o maleducato, i criteri di giudizio. Lo sappiamo da tanto tempo che gli habitus non sono più del tutto condivisi, che non siamo più una società omogenea. Lo sappiamo teoricamente, l’abbiamo detto tante volte, siamo la società del cambiamento, eccetera. È successa una cosa: gli habitus che cambiano normalmente con molta lentezza nel corso della storia, abbiamo parlato tanto di cambiamento ma poi non cambia mai niente o cambia poco, perché la resistenza al cambiamento è molto forte, dalla sera al mattino sono cambiati traumaticamente, siamo stati privati di moltissimi dei nostri habitus in modo traumatico. Chi ha studiato queste cose in particolare è Pierre Bordieau. Lui dice che quando gli habitus cambiano in modo traumatico succede l’effetto Don Chisciotte. Secondo la storia di Don Chisciotte si perde la realtà e si tende a mantenere l’habitus nonostante la realtà, si combattono i mulini a vento immaginandoli come guerrieri medievali, in un altro luogo ed in un altro tempo. Dice Bordieu che questo è molto pericoloso socialmente perché crea fantasmi sociali. Condivido questa riflessione perché una delle cose su cui sto molto discutendo con gli studenti in questi tempi strani, vedendo anche loro sulle varie piattaforme online, è proprio questa: i nostri habitus della fede sono saltati dalla sera alla mattina, primo fra tutti il nostro habitus sacramentale, celebrativo.

Improvvisamente siamo stati posti in uno strano effetto Don Chisciotte, di fronte ad una volontà istintiva di sostituzione, cioè di fare “come se” e dunque rispondere ad un bisogno che permane semplicemente sostituendo il modo, ma dall’altra parte posti di fronte ad una realtà che i cristiani dovrebbero conoscere molto bene: i Sacramenti sono segni della grazia, non sono la grazia. Se cade il segno, la grazia non cade, permane, perché la grazia di Dio non ci abbandona. Certo, nei segni efficaci della grazia che la Chiesa ci dà noi siamo certi di trovarla, non abbiamo bisogno che nessuno ci autorizzi o ci spieghi e questo ci dà il nostro ritmo quotidiano, la domenica, le altre celebrazioni. Siamo posti traumaticamente, senza quei segni, a sostenere la fede che la grazia non ci abbandona, che permane, ma non sappiamo più dove trovarla. Da questo punto di vista io credo che non possiamo limitarci alla fatica individuale di trovarla. Certo, ognuno di noi deve farla cercando i segni della grazia attorno a sé ma in qualche modo la nostra esperienza di credenti come Chiesa è posta di fronte a questa questione, di essere una Chiesa capace di cercare, riconoscere e trovare insieme la grazia al di là dei segni che non sono possibili e non semplicemente rispondendo, cosa che pure se si può fare va fatta amorosamente, come una mamma che consola, rispondendo a chi cerca i segni ma ricordando che ciò che permane è la grazia e non sono i segni.

La lectio di oggi

In questa realtà mi sembrava bello che noi facessimo comunque lo sforzo di una Lectio condivisa che mostra semplicemente nei fatti, non con la teorizzazione, un popolo sacerdotale che legge la Parola di Dio perché ha fede che la grazia permane al di là dei suoi segni, che la grazia di Dio c’è anche in questo tempo, che il ramoscello di mandorlo di cui ci viene detto nel libro di Geremia si può opporre al fuoco, può resistere e può generare una primavera che non era data. Questo con l’umiltà di sapere che non sappiamo il quando e il come, non sappiamo dove troveremo questa grazia. Ci avviamo ad una Settimana Santa che sarà particolarmente spoglia, ridotta al suo essenziale. Credo le celebrazioni mancheranno molto a tutti noi ma contemporaneamente non sarà una Pasqua senza grazia, dobbiamo aiutarci gli uni gli altri a riconoscerla, a trovarla.

In questo senso, in un modo che non avrei fatto due mesi fa, leggerei con voi questo testo che è quello previsto per la Lectio di oggi. È il seguito della lettura nell’Eucarestia di domenica scorsa, la resurrezione di Lazzaro.

Il testo: Gv 11,38-57

38Allora Gesù, ancora una volta commosso profondamente, si recò al sepolcro: era una grotta e contro di essa era posta una pietra. 39Disse Gesù: «Togliete la pietra!». Gli rispose Marta, la sorella del morto: «Signore, manda già cattivo odore: è lì da quattro giorni». 40Le disse Gesù: «Non ti ho detto che, se crederai, vedrai la gloria di Dio?». 41Tolsero dunque la pietra. Gesù allora alzò gli occhi e disse: «Padre, ti rendo grazie perché mi hai ascoltato. 42Io sapevo che mi dai sempre ascolto, ma l’ho detto per la gente che mi sta attorno, perché credano che tu mi hai mandato». 43Detto questo, gridò a gran voce: «Lazzaro, vieni fuori!». 44Il morto uscì, i piedi e le mani legati con bende, e il viso avvolto da un sudario. Gesù disse loro: «Liberàtelo e lasciàtelo andare».

45Molti dei Giudei che erano venuti da Maria, alla vista di ciò che egli aveva compiuto, credettero in lui. 46Ma alcuni di loro andarono dai farisei e riferirono loro quello che Gesù aveva fatto.
47Allora i capi dei sacerdoti e i farisei riunirono il sinedrio e dissero: «Che cosa facciamo? Quest’uomo compie molti segni. 48Se lo lasciamo continuare così, tutti crederanno in lui, verranno i Romani e distruggeranno il nostro tempio e la nostra nazione». 49Ma uno di loro, Caifa, che era sommo sacerdote quell’anno, disse loro: «Voi non capite nulla! 50Non vi rendete conto che è conveniente per voi che un solo uomo muoia per il popolo, e non vada in rovina la nazione intera!». 51Questo però non lo disse da se stesso, ma, essendo sommo sacerdote quell’anno, profetizzò che Gesù doveva morire per la nazione; 52e non soltanto per la nazione, ma anche per riunire insieme i figli di Dio che erano dispersi.  53Da quel giorno dunque decisero di ucciderlo.

54Gesù dunque non andava più in pubblico tra i Giudei, ma da lì si ritirò nella regione vicina al deserto, in una città chiamata Èfraim, dove rimase con i discepoli.

55Era vicina la Pasqua dei Giudei e molti dalla regione salirono a Gerusalemme prima della Pasqua per purificarsi. 56Essi cercavano Gesù e, stando nel tempio, dicevano tra loro: «Che ve ne pare? Non verrà alla festa?». 57Intanto i capi dei sacerdoti e i farisei avevano dato ordine che chiunque sapesse dove si trovava lo denunciasse, perché potessero arrestarlo.

Commento

Mi sembra particolarmente bello che questo testo abbia due parti, la prima è la conclusione resurrezione di Lazzaro e la seconda parte è la congiura contro Gesù. Stiamo per entrare nella grande settimana e siamo tutti tentati di concentrarci sulla resurrezione di Gesù, è vero, ma forse il tempo in cui siamo ci costringe un po’ ad essere la resurrezione di Lazzaro, una resurrezione incerta, a metà. Lazzaro morirà ancora perché la sua vita finirà, come quella di tutti gli umani. Siamo in una resurrezione a metà, che va riconosciuta come la grazia in cui è troppo facile dire “bene, Gesù risorge, usciremo…andrà tutto bene, usciremo da questa situazione…”. Certo, è vero, possiamo dircelo gli uni gli altri per consolarci un po’ e per farci coraggio, tutti ne abbiamo bisogno, ma non è questa la questione. La questione è che ciò che sta accadendo non potrà mai più essere cancellato. La nostra vita è questa, non quello che accadrà dopo, è già questa. Questo è il tempo in cui ci è dato di vivere e la questione non è che cosa impareremo per il dopo ma che cosa stiamo vivendo adesso. Allora mi sembra una bella provocazione dalla Parola di Dio quella di concentrarci un po’ più su Lazzaro che su Gesù, su una resurrezione a metà, che sta ancora dentro la storia e che quindi è una resurrezione incompleta.

38Allora Gesù, ancora una volta commosso profondamente.

La prima frase con cui inizia questo testo dice che Gesù ancora una volta è commosso profondamente. Penso che questa parola parli da sola: Dio nel suo Figlio è commosso di fronte alle nostre sofferenze, alla fatica che facciamo, a questo tempo. Sta esattamente lì dove le persone soffrono, faticano, muoiono, curano, cercano di aiutarsi, hanno delle necessità e delle paure, piccole e grandi, come credo accada a ciascuno di noi, degli up and down psicologici, giornate un po’ migliori ed altre un po’ più cupe, più preoccupate. Gesù è commosso da tutto ciò, è “mosso insieme” a tutto ciò, si muove con noi come è commosso di fronte alla morte del suo amico.

Si recò al sepolcro: era una grotta e contro di essa era posta una pietra.

Abbiamo riflettuto in molte occasioni sulla pietra davanti alla tomba di Gesù: il segno della risurrezione è là dove la pietra è rotolata via, non ci si può mettere una pietra sopra. Ma noi siamo umani e Lazzaro è umano, sulla sua tomba la pietra è ancora lì. C’è questa storia chiusa, ognuno di noi può riflettere abbondantemente, c’è questa storia chiusa che sembra darci solo ansia e preoccupazione, per noi, per i più fragili, per i più piccoli, per tutti coloro che non usciranno il giorno in cui potremo ritornare per strada perché le conseguenze economiche, affettive o emotive della perdita delle persone, gli squarci aperti dalla solitudine, dal non poter essere stati vicini a chi per esempio moriva, tutto questo continuerà molto più a lungo delle restrizioni del dover restare in casa o non poter andare a correre. La grotta in cui siamo posti ha su di sé una pietra.

39Disse Gesù: «Togliete la pietra!».

Nessuna storia è chiusa. La Parola che ci salva, l’Evangelo, la buona notizia è “non sei tutto lì, togliete quella pietra”. Certo non sarà stato facile, ci saranno andate molte mani, molte braccia che collaboravano in un “comune” per togliere la pietra perché nessuno da solo probabilmente poteva spostarla.

La cosa interessante è la reazione di Marta:

Gli rispose Marta, la sorella del morto: «Signore, manda già cattivo odore: è lì da quattro giorni».

Mi ha sempre fatto molto riflettere questo versetto, questa annotazione realista; cosa c’entra, perché è posta nel Vangelo? E poi l’altra mattina, sentendo un’omelia di Papa Francesco nella Messa di Santa Marta, come succede ogni tanto nella Parola di Dio ho avuto un’associazione che mi ha fatto vedere cosa volesse dire questo versetto. Francesco parlava del fatto che il male, il diavolo, insiste e non molla, è testardo, poi ad un certo punto smette di insistere e chi ha molto patito dice “adesso facciamo tornare i conti”. Francesco diceva che il rancore, la volontà di far tornare i conti è ancora opera del demonio, non bisogna far tornare i conti. L’associazione che ho avuto è che rancore ha la stessa radice latina di rancido. Il rancore puzza ed infatti è legato alla durata: questa storia è chiusa già da quattro giorni, basta così, lasciamo perdere, non c’è niente di nuovo. È il rancore, è il dire è andata così, “se tu fossi stato qui”, c’è questa puzza che non accetta che ci sia una grazia che dice “togliete quella pietra”.

40Le disse Gesù: «Non ti ho detto che, se crederai, vedrai la gloria di Dio?». 41Tolsero dunque la pietra. Gesù allora alzò gli occhi e disse: «Padre, ti rendo grazie perché mi hai ascoltato. 42Io sapevo che mi dai sempre ascolto, ma l’ho detto per la gente che mi sta attorno, perché credano che tu mi hai mandato».

Poi. c’è questo dialogo intimo tra Gesù e il Padre:

Gesù allora alzò gli occhi e disse: «Padre, ti rendo grazie perché mi hai ascoltato. 42Io sapevo che mi dai sempre ascolto, ma l’ho detto per la gente che mi sta attorno, perché credano che tu mi hai mandato».

Qui è curioso, Gesù è un po’ antipatico in questa narrazione perché è come se dicesse “non capite proprio niente, dunque mi tocca fare la scena e spiegarvi tutto, spiegare a Marta che vedrà la gloria di Dio, dire grazie al Padre perché mi ha ascoltato”. Credo, però, che in giorni come questi possiamo capire bene cosa voglia dire questo testo perché tutti vorremmo essere ascoltati. Credo che tutti stiamo facendo l’esercizio di pregare per qualcuno, forse per molti, noti o ignoti che ognuno di noi porta nella sua preghiera, medici, infermieri, i malati soli, i poveri. Stiamo tutti imparando che il nostro essere popolo sacerdotale si fonda soprattutto sull’intercessione, sul portare davanti a Dio gli altri e non sé. Tutti speriamo di essere ascoltati e non sempre possiamo dire materialmente “ti rendo grazie perché mi hai ascoltato”, molti tra noi possono dire o pensare di non essere stati ascoltati.

Questo testo si gioca tra l’ascoltare ed il vedere: vedrai la grazia di Dio, il Padre ascolta Gesù e vuole che tutti ascoltino, che lui era certo. Qui c’è quello che cercavo di dire prima con una frase semplice, l’esperienza fondamentale della fede è il non dubitare che la grazia permane, saper vedere la gloria di Dio, il riconoscere dov’è la grazia a volte in modo molto misterioso, molto. Da adulti vedere dov’è la grazia e non confondersi vuol anche dire sapere che la grazia non è a buon mercato, non è l’happy-end di una favoletta in cui andrà tutto bene.  È il faticoso riconoscimento della potenza della vita che, con le sue fatiche ed i suoi dolori, ci dà però di continuare, di camminare, di vendere, di costruire un “comune”, di essere “con altri”. La Chiesa addirittura insegna una comunione dei Santi, con gli altri che sono qui, con gli altri che non ci sono ancora perché non sono ancora nati e con gli altri che non ci sono più.

43Detto questo, gridò a gran voce: «Lazzaro, vieni fuori!».

Gesù di fronte a questo, perché Marta veda e perché chi è intorno creda, dice «Lazzaro, vieni fuori!». È curioso, non basta togliere la pietra, ci va un invito a venire fuori, siamo reticenti rispetto alle nostre resurrezioni. Perché anche qui la resurrezione non è mai solo una cosa carina, bella, facciamo festa, le resurrezioni vere somigliano più alla Pasqua che faremo quest’anno. Una Pasqua probabilmente non tanto gioiosa, in cui saremo ciascuno in casa propria. Probabilmente sentiremo gli amici e i parenti per sentirci un po’ più vicini, ma saremo invitati a dire “vieni fuori”, che non è il contrario di “resto a casa”, resteremo a casa ma chiamati a venire fuori, che è una fatica.

Che sia una fatica è dimostrato da quello che c’è scritto dopo

44Il morto uscì, i piedi e le mani legati con bende, e il viso avvolto da un sudario. Gesù disse loro: «Liberàtelo e lasciàtelo andare».

La vita che risorge va liberata dai sudari e dalle bende con cui la imprigioniamo, bisogna lasciarla andare. La cosa che ci inquieta, ma che ci fa anche riflettere su cosa significa “comune”, è che nessuno può togliersi queste bende da solo. Se le nostre mani sono legate è qualcun altro che ci deve sbendare.

Le nostre risurrezioni sono così, un po’ faticose, siamo chiamati a venire fuori e lasciarci liberare dagli altri. È una dinamica molto forte e tutto ciò che viene dopo in questo capitolo va letto alla luce di questa dinamica. Non l’avevo pensato così in ottobre, evidentemente, ma la scelta di questa lettura mi sembra terribilmente adatta a questo tempo, una Pasqua sotto il segno di Lazzaro. È la Pasqua del Signore, rimane la Pasqua del Signore, senza la sua parola autorevole «Togliete la pietra!» non succederebbe niente. Per questo ci mettiamo in ascolto della sua Parola, perché ancora una volta autorevolmente, anche quest’anno, dica al suo popolo “togli la pietra, vieni fuori”, ma è una risurrezione a metà perché se resta la risurrezione del Signore una garanzia per tutti, nell’esperienza della realtà è una piccola risurrezione, quella di Lazzaro.

Questa dinamica trova la sua verifica rispetto a Gesù nella seconda parte di questo capitolo:

45Molti dei Giudei che erano venuti da Maria, alla vista di ciò che egli aveva compiuto, credettero in lui. 46Ma alcuni di loro andarono dai farisei e riferirono loro quello che Gesù aveva fatto.

La resurrezione di Lazzaro da sola non basta, uno si aspetterebbe che dopo una botta così, dopo un miracolo pazzesco come molti chiedono a Dio, “fai passare questa cosa”, sarà chiaro per tutti che Dio è Dio. Fai questo grande miracolo e Gesù lo fa. Bene, alcuni credono ed altri no. Mi sembra proprio che siamo così, quello che ci sta succedendo è un trauma che ci toglie da addosso degli habitus, ci spinge a cercarne altri e ci divide. Ci fa discutere invece di renderci pensosi ed attenti, alcuni di noi dicono: “è così” mentre altri dicono: “no, non è così, è tutto sbagliato, gravissimo, è pericoloso”. Mi chiedevo, riflettendo in questi giorni, e non ad ottobre, se questo è il contrario del “comune”, se fa di costoro un “non popolo”, oppure no.

Quando il Signore passa, spesso, l’esperienza storica sembra essere quella che un popolo diventa un non-popolo, si divide, si differenzia. È una cosa strana perché quando il Signore passa, per citare Paolo, è venuto per fare dei due un solo popolo abbattendo il muro di separazione. Eppure ogni tanto, anzi, praticamente sempre, quando il Signore passa l’esperienza che noi facciamo è addirittura che quello che si pensava un popolo, o addirittura quella Chiesa, che prima era un po’ acciaccata e con un po’ di discussioni interne, ma che sembrava comunque essere più o meno un gran carrozzone, con spazio per tante sensibilità e tante cose, di fronte a questa vicenda sta diventando un non-popolo, diviso. Tornerò su questo alla fine, quello che viene dopo ci aiuta a capire cosa succede quando il Signore passa: essere divisi ed essere un non-popolo?

Vediamo la domanda che i capi dei sacerdoti ed i farisei si fanno di fronte a questa denuncia di alcuni:

47Allora i capi dei sacerdoti e i farisei riunirono il sinedrio e dissero: «Che cosa facciamo? Quest’uomo compie molti segni. 48Se lo lasciamo continuare così, tutti crederanno in lui, verranno i Romani e distruggeranno il nostro tempio e la nostra nazione».

Per me, almeno in questo momento, è molto forte il senso che concentrarsi sui segni non aiuta. Ci sono tempi radicali come la morte e la vita di Lazzaro, la morte e la vita di Gesù, la morte e la vita di fronte alle quali ciascuno di noi bene o male, poco o tanto, con maggiore o minore salvezza psicologica, è posto comunque. Ci stiamo pensando tutti un po’ di più rispetto a quanto facessimo prima. Ci sono tempi radicali in cui concentrarsi sui segni invece che sulla realtà non aiuta, confonde le idee.

I farisei hanno il problema che Gesù compie dei segni, non di chi è, cosa fa, o di qual è il volto di Dio che sta mostrando, o di cosa succede alla legge di Abramo e di Mosè. Il problema è che questo uomo compie molti segni e dunque hanno paura che questi distruggano il loro tempio e la loro nazione. C’erano già passati, si chiamava esilio. La perdita del tempio e della nazione era stata un trauma per Israele e non vogliono ripassarci, vogliono qualcosa di diverso. Non ci sta succedendo la stessa cosa? Non abbiamo perso tempio e nazione?

Allora arriva la voce di Caifa che dice

49Ma uno di loro, Caifa, che era sommo sacerdote quell’anno, disse loro: «Voi non capite nulla! 50Non vi rendete conto che è conveniente per voi che un solo uomo muoia per il popolo, e non vada in rovina la nazione intera!».

Qui mi sembra ci sia il grande tema che ci interessa rispetto alla questione del “comune” ma anche rispetto all’oggi, alla realtà in cui siamo. «È conveniente per voi che un solo uomo muoia per il popolo, e non vada in rovina la nazione intera», uno per il popolo.

51Questo però non lo disse da se stesso, ma, essendo sommo sacerdote quell’anno, profetizzò che Gesù doveva morire per la nazione; 52e non soltanto per la nazione, ma anche per riunire insieme i figli di Dio che erano dispersi.

In fondo, come fa notare dopo Giovanni, Caifa che era sommo sacerdote ha profetizzato, dice la verità: è conveniente che uno muoia. E non solo, aggiunge Giovanni, per la nazione ma per riunire insieme tutti i figli di Dio, quindi al di là. Caifa lo diceva con questa intenzione? Ovviamente non lo sappiamo, diciamo che saremmo tentati di dire di no, che la ragione fosse più politica, ma questo è indifferente. Caifa dice una verità ambigua. È vero ma questa frase ha diversi sensi possibili e, tra questi diversi sensi, quello che assumi fa la differenza. C’è un senso sovrabbondante, Gesù muore per noi, per il popolo ebraico ma anche per tutti i figli di Dio, un senso sovrabbondante, benedicente, inclusivo, salvifico, benedicente. C’è anche un senso esclusivo, misero, rancoroso: è meglio che muoia uno, è un calcolo politico.

Torno alla questione che dicevo prima, molti/alcuni, si può essere diversi ed essere popolo e si può essere diversi ed essere non-popolo. “Comune” non vuol dire avere un’univocità di senso e di significato, ma assumere il senso sovrabbondante, benedicente, inclusivo. Nel testo della samaritana si dice che molti alla fine andarono in giro a dire cosa aveva fatto Gesù e sono presentati come la figura del discepolo missionario, cioè una figura molto positiva. Qui molti fanno la stessa cosa, vanno a riferire quello che Gesù ha fatto, però rappresentano la figura del cattivo, quelli che denunciano Gesù. Non è la cosa, è il come, è il senso soprattutto in un tempo come questo, dove i segni ci confondono, bisogna essere molto delicati sul come.

Si possono fare e dire le stesse cose ma queste possono avere un senso di costruzione o di distruzione del comune, possono fare di noi un popolo o un non-popolo. La stessa cosa, lo stesso gesto, la stessa scelta. Non è un problema di intenzioni, è proprio un problema di come la cosa viene fatta, quale logica o quale processo, come direbbe Papa Francesco, mette in moto. Credo che tutti siano stati molto colpiti dalla preghiera di venerdì scorso del Papa, da solo su quella piazza. C’erano segni sui quali potremo discutere, molto popolari: il bacio ai piedi del crocifisso, la Madonna Salus Populi Romani, il crocifisso considerato miracoloso, la benedizione eucaristica ad una piazza vuota, la concessione dell’indulgenza. Ma tutti abbiamo visto una cosa, quell’uomo ha fatto quei gesti da Pastore, erano gesti benedicenti e non escludenti, per tutti e a nome di tutti. Possono piacerci o no, possiamo avere quel tipo di sensibilità o no, ma quel gesto è stato chiaro per chiunque senza bisogno di spiegazioni. Era un farsi carico dell’umanità, era un gesto che faceva di un non-popolo, un popolo.

53Da quel giorno dunque decisero di ucciderlo.

Il risultato di questa osservazione di Caifa è la decisione di uccidere e questo è contrapposto. Gesù fa vivere, Caifa decide di uccidere. Il come fa la differenza. L’esito di un “come” inclusivo è “liberatelo, lasciatelo andare”, l’esito di un “come” esclusivo è la decisione di uccidere.

54Gesù dunque non andava più in pubblico tra i Giudei, ma da lì si ritirò nella regione vicina al deserto, in una città chiamata Èfraim, dove rimase con i discepoli.

È interessante perché Giovanni annota che Gesù non va più in pubblico, anche qui mi sono venute mille riflessioni legate al tema contemporaneo, alla situazione che stiamo vivendo. Una delle cose che tutti stiamo vivendo è che questa situazione di privatezza ha scatenato il narcisismo, siamo tutti costretti ed andiamo tutti in pubblico. In molti altri tempi della nostra vita ci saremmo reciprocamente telefonati invece adesso ci videochiamiamo perché abbiamo bisogno di vederci. È molto umana questa cosa, ciò che ci minaccia, ci minaccia nel nostro corpo, abbiamo bisogno della faccia e del corpo dell’altro, di vedere la sua espressione mentre parlo, di vedere la faccia che fa quando gli comunico qualcosa. È umano, ma quando questo diventa il narcisismo, l’esibizione di sé, l’andare solo in pubblico perché non reggo ciò che è comune e non reggo la fame di ciò che è comune e non può esserci, non sono capace di sopportarne l’assenza. Gesù sulla decisione di ucciderlo non va più in pubblico. Da ciò deduciamo che Gesù non era narcisista.

55Era vicina la Pasqua dei Giudei e molti dalla regione salirono a Gerusalemme prima della Pasqua per purificarsi. 56Essi cercavano Gesù e, stando nel tempio, dicevano tra loro: «Che ve ne pare? Non verrà alla festa?». 57Intanto i capi dei sacerdoti e i farisei avevano dato ordine che chiunque sapesse dove si trovava lo denunciasse, perché potessero arrestarlo.

Il brano si conclude con una doppia ricerca che, ancora una volta se avevamo qualche dubbio, ci mostra l’ambiguità. Molti salgono prima della Pasqua a Gerusalemme per purificarsi e cercano Gesù e i farisei dicono che chiunque sa dove si trova lo denunci perché sia possibile arrestarlo. Entrambi lo cercano ma, anche qui, con un come diverso. Qualcuno lo cerca perché è semplicemente curioso di capire chi è costui che ha fatto segni così importanti per incontrarlo, per conoscerlo, qualcuno lo cerca per ucciderlo. Tutti e due cercano, sono due ricerche e, come diceva il primo versetto, Dio in Gesù è commosso della ricerca dei suoi figli. Ma non sono ricerche uguali in quanto alla nostra vita, in quanto a Dio forse sì, riscatterà anche le ricerche apparentemente più distorte, ci credo abbastanza. Ma in quanto a noi ed alla nostra vita, a quanto abbiamo in comune, non sono la stessa ricerca.

Concluderei con una piccola osservazione fuori testo, che riprende un po’ quello che dicevo all’inizio. Siamo in un tempo molto strano, un tempo che rischiamo di vivere magari facendo le stesse cose buone, aiutando, pregando, secondo un “come”, che non è un “come” credente. È il “come” del chronos, del tempo che passa, sul quale ciascuno di noi cerca di galleggiare, finendo per galleggiare sulle persone. Dicendo prima o poi passerà, sostituiamo quello che si può sostituire. Facciamo più o meno le cose come le facevamo prima ed arriviamo in fondo, vediamo la luce infondo al tunnel. Questo è un pensiero profondamente ateo, i cristiani non hanno chronos ma hanno solo kairos, hanno un tempo su cui non si galleggia ma che si abita perché è il tempo abitato dal Signore. C’è un alto “come” per abitare questo tempo: non aspettando che passi ma in qualche modo, nello Spirito, cercare di riconoscere la grazia che già lo abita, non che lo abiterà quando i problemi saranno risolti ma che lo abita in questo tempo.

Sembra strano concludere augurando buona Pasqua, sarà una Pasqua strana, forse non tanto buona, per molti che sono in luoghi di sofferenza e fatica non sarà buona affatto, ma ci auguriamo che sia Pasqua e che sia la Pasqua che quest’anno ed in questo tempo ci è dato di vivere perché anche in questa Pasqua il Signore passa.

Roma, 4 aprile 2020

Testo non rivisto dall’autore

Anno pastorale: 2019/2020

DataTitoloCommento a:
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