18 Gennaio 2020
Stella Morra

3. Un popolo nella storia ha dei conflitti

Commento a: Gen 11, 1–9


Il 26 Gennaio è la Domenica della Parola di Dio. Io tendenzialmente non amo molto che le domeniche siano tematiche, nel senso che la domenica lo è già, essere domenica già sarebbe un buon tema per un cristiano. Effettivamente stiamo andando nell’ottica di Papa Francesco, di alcune essenzialità, si creano promemoria su alcune questioni fondamentali, come la domenica del povero, la domenica della Parola di Dio, che non sono proprio marginali rispetto alla struttura della vita cristiana.

Da questo punto di vista, dopo il Concilio Vaticano II, la ricezione più positiva e propositiva che c’è stata è quella della costituzione Dei Verbum, cioè della questione della Parola di Dio, che effettivamente ha creato un punto di non ritorno. Possiamo ancora discutere sulla Liturgia, molti di noi non riuscirebbero a concepire una liturgia ritornata al latino, però è vero che una discussione esiste, che ci sono parti di cristiani che ancora ritengono che la riforma liturgica sia un problema. Credo che nessuno potrebbe immaginare di tornare alla situazione di rapporto con la Parola di Dio precedente al Vaticano II in cui la Bibbia era il primo libro dell’elenco dei libri proibiti, di cui non solo non era raccomandata la lettura, ma era proibito ai cristiani di leggere la Bibbia.

La Bibbia è stata restituita con il Concilio al popolo di Dio. Si può sempre capire meglio, studiare di più, però credo che questo è un punto di non ritorno, acquisito nella mentalità comune e non solo nei documenti. È diventato abbastanza normale che girino per le case, anche di gente non religiosa, la Bibbia per i bambini che viene regalata alla prima comunione o il volume della Bibbia, che magari non è mai stato aperto, ma nella biblioteca c’è.

Papa Francesco dice, dato che è così, però facciamo che la apriamo e che non la lasciamo solo nella biblioteca. Proviamo a trovare i modi per cui diventi significativa e per fare questo, in un modo molto semplice, popolare, un po’ come nel suo stile, sta cercando di ricostruire delle essenzialità, di rimettere un po’ in ordine. Ognuno di noi ha le sue fisse, la sua spiritualità, il suo movimento di riferimento, però dentro questo ci sono alcune cose come la povertà, la Parola di Dio, che sono il caratterizzante del popolo di Dio e quindi come tali li mettiamo a fuoco.

Da questo punto di vista l’Atrio può dire che siamo tra quelli che l’avevano abbastanza capito e siamo contenti anche di essere superati, che diventi una cosa più diffusa e più comune. Per cui vale la pena, se passa inosservata nelle nostre parrocchie, sottolineare che è la domenica della Parola di Dio e cercare di darne più cura alla lettura.

Il percorso

Ripigliando, invece, le fila del nostro percorso, perché in mezzo sono successe tante cose ed è passato un po’ di tempo, il tema che ci accompagna quest’anno è questo tema di essere POPOLO.

Sarà un tema che in qualche modo tornerà, perché uno degli appelli in questo tempo di cambiamento ecclesiale di fronte al quale non possiamo sottrarci, ma anche è uno dei temi che in questo tempo culturale ci lascia un po’ inquietati e ci manda dei segnali inquietanti. Quello che leggiamo sul populismo “prima gli italiani”, per capire cosa vuol dire un’identità senza la quale sembra non possiamo sopravvivere, cioè sembra che sia utopico dire siamo tutti cittadini del mondo, siamo tutti umani. Si è vero, siamo tutti umani, ma poi siamo anche Cuneesi, appartenenti ad una certa professione, sembra che l’essere umano non riesca ad essere un generico. Ha bisogno di appartenere a qualcosa e questa cosa che sembra fondamentale, è sempre solo un filo di distanza tra l’essere fondamentale e diventare un’arma, per cui tu non sei Italiano, non sei Cuneese, non sei della mia stessa professione e questo diventa una colpa.

È anche un tema culturale molto grande di questo tempo e se ne vedono gli effetti, per esempio la fatica anche di chi ci crede, di abitare con un’idea di Stato, di ciò che è comune, di rappresentanza del comune attraverso le strutture politiche democratiche. Oppure ciò che è comune all’Europa è solo un nemico, solo qualcosa che ci fa male. Dall’altra parte però ci sono gli studenti che fanno gli Erasmus, il moltiplicarsi di conoscenze, di viaggi, di possibilità, di facilità del muoversi. Da una parte siamo in un grande groviglio in cui non sappiamo bene e dall’altra parte c’è l’esperienza del credente; per cui concetto di popolo di Dio che ci ha riproposto il Concilio come un punto cardine della ricomprensione della chiesa: la chiesa come popolo di Dio, non come società perfetta, come gerarchia. Poi, però, cinquanta anni dopo il Concilio che cosa significa essere popolo di Dio? E soprattutto cosa significa esserlo in una reale globalizzazione della Chiesa, per cui siamo un popolo di Dio, ma se veniamo da tanti popoli, cosa vuol dire essere cristiani nel Cuneese, piuttosto che nelle isole Samoa. E in che senso io e quelli delle isole Samoa siamo allo stesso modo cristiani, ma anche cosa vuol dire essere cristiani nella mia parrocchia e in quella vicina dove, se per caso vado a Messa una domenica, ho la sensazione che cambio religione, non che cambio parrocchia, mi trovo un’altra storia. Questo tema qui è un tema grosso.

Cominciando dicevamo che la riflessione, almeno per come mi piacerebbe impostarla, è una riflessione che parte dal riconoscimento di tre realtà che sono pubblico, privato e comune, e che di per sé l’idea di popolo non è né un concetto del pubblico e né del privato, è un concetto del comune. Si mette in questo terzo spazio che è un po’ diverso e che nella nostra cultura tendiamo ad assimilare al pubblico. Noi tendiamo a dire pubblico e privato, tutto ciò che è comune farebbe parte del pubblico, con una serie di questioni, che oggi diventano evidenti.

La nostra ipotesi di partenza, invece, è che ci sia appunto il privato, ciò che riguarda una persona, la sua coscienza, il sacrario della sua privatezza e della sua individualità, dall’altra parte che ci sia il pubblico, ciò che in qualche modo è rappresentato e rappresentabile dalle istituzioni, regolato da leggi, in cui dobbiamo sempre cercare il sistema migliore. Non è detto che troviamo immediatamente, alle volte magari non lo troviamo tanto, ma trovare il sistema migliore, perché il pubblico sia il luogo dove in forma pubblica, istituzionale, stabilita, noi riusciamo a raccordarci agli altri secondo alcuni criteri di equità, di giustizia, di rappresentanza dei più deboli.

Poi, c’è il terzo spazio che è il comune, che sarebbe la permanente eccedenza, cioè il fatto che essendo viventi, la differenza tra pubblico e privato non è mai stabilita una volta per tutte. Ci sono delle cose, delle realtà, delle esperienze che non sono né rappresentate e né rappresentabili, che in qualche modo spingono e portano a cambiare il pubblico o il privato, e una volta che sono rappresentate, funzionando, generano altre cose comuni.

Negli anni Cinquanta c’erano alcune leggi in Italia che avevano come criterio di funzionamento “il comune senso del pudore”. Si dava per scontato che tutti fossero d’accordo, senza specificare che cosa fosse accettabile o inaccettabile sul piano morale, della pubblica esposizione. Per esempio, puniva i film che violavano il comune senso del pudore. Adesso sorridiamo, non c’è più un comune senso del pudore, perché è cambiato il comune senso del pudore. Ha costretto il pubblico a porsi una serie di problemi che prima non si poneva e a rappresentare in modo più specifico alcune questioni. Riconoscendone per alcune la legittimità e per altre di trasformare un dato generico, il comune senso del pudore, in una motivazione più consapevole, tipo la difesa di alcune parti deboli come i bambini o in certe situazioni le donne, che dunque devono essere in qualche modo difese non perché tutti sono d’accordo, ma perché è giusto difenderle.

Da questo punto di vista il comune genera mediamente abbastanza nostalgia, cioè siamo tutti tentati di dire “quando la pensavano tutti allo stesso modo”, ad esempio la Messa. Il comune è sempre la custodia della trasformazione, se lo aboliamo, come ci è già successo culturalmente trasformando tutto in pubblico e privato, succede che non c’è più un luogo comune. Ed è quello che sta accadendo, in cui il diritto individuale, il criterio del singolo, secondo me questo è giusto, se siamo in tanti a credere che questo è giusto deve diventare pubblicamente giusto, ma non c’è la costruzione di un comune e per questo moltiplichiamo la conflittualità.

Definirsi come popolo, si costituisce a livello del comune, un popolo ha un’identità comune non è un concetto razziale, né geografico. Papa Francesco dice che un popolo ha in comune una memoria, un desiderio, una cultura, che sono le tre cose che costituiscono il comune e sono le tre cose che stiamo perdendo. Non abbiamo memoria condivisa, desiderio condiviso e una cultura condivisa.

La lectio di oggi

Questo è lo scenario su cui cercavamo di muoverci e abbiamo cominciato a ragionare sull’AT in termini descrittivi. Abbiamo visto il testo di Esodo sull’istituzione della festa di Pasqua, che metteva bene in luce gli elementi della memoria condivisa: tempo, soggetto, segno, rito. Tutti pezzi per cui costruiamo una memoria comune. A novembre avevamo visto il testo di Giosuè, di quella parte del popolo che viene posta con sede degli altri per l’instaurazione della legge, in cui dicevamo c’è una frattura tra desiderio e legge perchè si dia un popolo. C’è la necessità che il desiderio sia espresso, ma che questo desiderio non rimanga un assoluto, ma si misuri con una legge, con un ordine che in qualche modo fa si che alcune tribù, ad esempio, prima di riposare debbano difendere il percorso degli altri.

Stasera il testo è Genesi 11,1-9, che sembrerebbe un ripasso indietro, Es e Gs seguono la storia del popolo di Israele, l’uscita dall’Egitto e poi l’ingresso nella terra promessa con Gs. Sono libri” storici” cioè raccontano una storia, poi che sia andata proprio così non è detto, perché la storia è antica, ma raccontano degli eventi, dei fatti, delle guerre, degli accordi che potrebbero essere accaduti. Con il testo Gn 11,1-9 torniamo indietro nel tempo e passiamo ad un altro genere letterario, un genere mitico, non storico.

Il testo: Gn 11,1-9

11 1Tutta la terra aveva un’unica lingua e uniche parole. 2Emigrando dall’oriente, gli uomini capitarono in una pianura nella regione di Sinar e vi si stabilirono. 3Si dissero l’un l’altro: “Venite, facciamoci mattoni e cuociamoli al fuoco”. Il mattone servì loro da pietra e il bitume da malta. 4Poi dissero: “Venite, costruiamoci una città e una torre, la cui cima tocchi il cielo, e facciamoci un nome, per non disperderci su tutta la terra”. 5Ma il Signore scese a vedere la città e la torre che i figli degli uomini stavano costruendo. 6Il Signore disse: “Ecco, essi sono un unico popolo e hanno tutti un’unica lingua; questo è l’inizio della loro opera, e ora quanto avranno in progetto di fare non sarà loro impossibile. 7Scendiamo dunque e confondiamo la loro lingua, perché non comprendano più l’uno la lingua dell’altro”. 8Il Signore li disperse di là su tutta la terra ed essi cessarono di costruire la città. 9Per questo la si chiamò Babele, perché là il Signore confuse la lingua di tutta la terra e di là il Signore li disperse su tutta la terra.

Commento

Con questo testo torniamo dallo storico al mitico, perché questa realtà dell’essere popolo, è una realtà mitica. Noi siamo abituati oggi a pensare che mitico vuol dire falso, invece c’è poco di così vero come i miti. Spesso c’è molta più verità nelle favole, che guarda caso si continuano a raccontare, e che hanno una serie di temi che rappresentano i nostri movimenti più profondi, ciò che abbiamo in comune. Abbiamo una considerazione dei miti come se fossero storielle per bambini, senza renderci conto della loro potenza narrativa e anche della potenza esplicativa. Per questo siamo totalmente preda delle fake news, che sono la forma moderna dei miti, ed è ovvio non hanno nessun problema a non avere rapporto con la realtà, perché non si propongono come storici ma appunto come mitici. Questo è un tipico passaggio culturale in cui siamo avendo distrutto la potenza dei miti che avevamo in comune, perché non sono storici ma sono storielle. Siccome gli esseri umani non sopportano il vuoto qualcun’altro l’ha riempito con altri miti. La gente ama le semplificazioni, l’uomo ha bisogno di miti buoni, perché se i miti sono cattivi la narrazione produce un mondo cattivo.

L’unica lingua e parole che sono in questo racconto di Babele permangono nel fondo dell’uomo, è la lingua comune, che è la lingua degli esseri umani, dei movimenti profondi della nostra umanità. Sappiamo che gli antropologi si sono molto applicati a cercare di capire quali sono i movimenti profondi, che riguardano tutti, e li hanno ridotti a pochi. come per esempio il cuocere il cibo. Gli animali non cuociono il cibo, infatti siamo pieni di programmi televisivi su questo tema. Dove non ci sono i miti si torna a ciò che è basicamente comune.

Bisognerebbe riflettere su questa unica lingua, che non sono più nel racconto di questo mito, ma che contemporaneamente in qualche modo ci sono ancora, almeno nel ricordo di alcuni miti comuni, di movimenti profondi che ci conducono. Voi sapete che l’infante è colui che non sa parlare, la lingua e le parole comuni sono il segno di un’umanità che in Gn 11 non è più infante. Tutti abbiamo la nostalgia infantile, che ci siano dei luoghi, un posto (il paradiso) dove sia possibile capirsi, dove avere una lingua comune e uniche parole, rimane uno dei nostri desideri profondi. Ci sono periodi della nostra vita in cui capire se stessi e capire gli altri è una fatica, ma questa nostalgia infans, di non dover spiegare, di avere un’unica lingua e uniche parole, ci mantiene e ci accompagna.

Interessante è la frase successiva:

1Tutta la terra aveva una sola lingua e le stesse parole. 2Emigrando dall’oriente, …

Il passaggio dall’infans all’adulto è la parola emigrare. Lasciare la propria terra e le proprie radici, muoversi. È la figura dell’affidamento alla potenza della propria vita, al non rimanere fermi, dalla storia di Abramo “esci dalla tua terra e vai”, fino ai barconi di oggi. Bisognerebbe riflettere che oltre alla narrazione di ingiustizia, di povertà, di violenza, dovremmo renderci conto che chi emigra sono mondi giovani che cercano di diventare adulti e che sono respinti da mondi di vecchi, che non vogliono cambiare niente, e che ritengono di non dover emigrare perché non hanno più da crescere.

Su questa prima riga iniziale c’è già un universo, tutti avevano un’unica lingua, un’unica parola, ma emigrando gli tocca crescere. Crescere è sempre una dinamica di movimentoe di abbandono.

2Emigrando dall’oriente, gli uomini capitarono in una pianura nella regione di Sinar e vi si stabilirono.

L’unica lingua e le uniche parole sono un sogno infantile, gli adulti sono complicati, sono multidimensionali. Per esempio, non hanno mai un solo desiderio alla volta, ne hanno sempre due o tre compresenti e anche alle volte in lotta tra di loro, e dunque hanno bisogno dell’altro, di emigrare, di uscire, per capire qual’è quello buono, quello da tenere. Il conflitto è necessario.

Attenzione alle precomprensioni, quando leggiamo un testo mitico di questo genere dobbiamo fare attenzione. Noi abbiamo nella testa tutto una serie di valutazioni positive o negative che ci funzionano al di là del testo, ma se leggiamo un testo mitologico dobbiamo uscire da questa roba qua. Se leggiamo con attenzione le fiabe, pensando il cattivo ha sempre delle buone ragioni e non necessariamente è così cattivo, però fa la parte del cattivo, e per tutti noi è immediatamente il cattivo.

La logica dei miti non è così immediata. In questo testo trovano una pianura e si stabiliscono, finiscono l’emigrazione, in un mondo di montagne e deserti la pianura è una bella cosa, il che favorisce che smettono immediatamente di crescere, ma dunque non è una bella cosa.

Questo non è un racconto di punizione come ci hanno raccontato molti parroci. Ogni scelta, come ogni desiderio, è ambivalente, ne contiene due o tre, e bisogna capire cosa è necessario in ogni tempo. Può essere necessario fermarsi o continuare ad emigrare.

3Si dissero l’un l’altro: “Venite, facciamoci mattoni e cuociamoli al fuoco”. Il mattone servì loro da pietra e il bitume da malta.

Anche qui è un versetto mitologico, è l’invenzione della tecnologia, spiega che questi si cuociono i mattoni con il fuoco. Ci spiega perché il mattone sostituisce le pietre, ciò che in natura c’era già, e il bitume sostituisce la malta. Ci dice: attenzione qui c’è un passaggio, si passa dalla natura alla cultura, in questo punto siamo veramente usciti dal paradiso terrestre dove Dio aveva fatto un giardino. Ovvero la natura e l’uomo poteva stare lì come un bebè all’infinito a nutrirsi e riposarsi. Questa è la condizione dell’infans e la cacciata dal paradiso rappresenta la prima l’emigrazione.

Le pietre sono in natura e si possono raccogliere mentre i mattoni bisogna farli e cuocerli, ma secondo voi perché non abitiamo più in case di pietra? La tecnologia non è particolarmente conveniente almeno in partenza. Le cose in natura ci sono, si possono usare, i mattoni bisogna farli e poi cuocerli, sono un lavoro. Nessuno di noi se può scegliere abiterebbe in una casa di pietre, abbiamo case di classificazione energetica tripla A, cioè super tecnologiche, perché esattamente cresciamo, non è una maledizione, ma una benedizione. Perché la natura è ciò che ci è dato per fare cultura, sono le materie prime che ci consentono di partire, ma se ci fermiamo al bagaglio di partenza non costruiamo niente. È una benedizione.

4Poi dissero: “Venite, costruiamoci una città e una torre, la cui cima tocchi il cielo, e facciamoci un nome, per non disperderci su tutta la terra”.

Qui c’è il nucleo di questo racconto, la benedizione di questo tema mitico, costruiamo una città con una torre. La torre rappresenta la città, che è l’immagine della cultura, e per questo i parroci dell’Ottocento, mettevano in guardia dall’andare in città. Infatti, ci hanno sempre trattati da minorenni incapaci, perché se uno va in città diventa adulto.

Come dice Papa Bergoglio: “Dio nelle città e delle città, Dio è già li”. Il mondo si sta trasformando in un mondo adulto, è ciò che sta accadendo, la realtà non è né un bene, né un male. La nostra qualità di vita, di interscambio cresce, molti ne pagano un prezzo ingiusto. Facciamoci una città con una torre che tocchi il cielo, facciamoci un nome per non disperderci su tutta la terra, cerchiamo di sapere chi siamo ed evitiamo di disperderci. Sono operazioni per diventare adulto, sapere chi si è e non disperdere i pezzi. Non sono Dio e non posso far tutto, non sono 2 o 3 cose che vorrei fare, se a 50 anni voglio ancora fare ballerino… Bisogna diventare grandi, ci sono molte cose belle, interessanti, ma bisogna decidere in quale costellazione queste 2 o 3 cose stanno.

Gli adulti di oggi hanno hobby, ultimo rimasuglio infantile. Ciò che non sta nelle priorità, lo faccio nel tempo libero, ma non posso abbandonare come un desiderio infantile o onnipotente. Quello che ci viene detto in questo racconto è il problema che gli esseri umani prendono consapevolezza della loro adultità, sanno che non sono Dio. È esattamente il contrario della interpretazione classica facciamo una torre e sfidiamo Dio, non sfidiamo Dio, il problema non è Dio per questo racconto.

Il problema sono loro stessi devono farsi un nome, cercare di capire chi sono e non disperdersi in questa dinamica di una unità e di una migrazione. Gli esseri umani devono prendere consapevolezza della loro adultità, bisogna farsi un nome, capire chi siamo e non disperdersi, in tutto ciò Dio c’entra.

5Ma il Signore scese a vedere la città e la torre che i figli degli uomini stavano costruendo. 6Il Signore disse: “Ecco, essi sono un unico popolo e hanno tutti un’unica lingua; questo è l’inizio della loro opera, e ora quanto avranno in progetto di fare non sarà loro impossibile.

Questi stanno diventando grandi, come Dio garantisce gli uomini da loro stessi, da questo diventare adulti, ma c’è un problema, se diventiamo adulti con troppo successo, è un passo sentirsi Dio. Come i primi della classe stanno antipatici a tutti. Ti muovi come se fossi Dio, ma non sei Dio, sei uno come gli altir.

7Scendiamo dunque e confondiamo la loro lingua, perché non comprendano più l’uno la lingua dell’altro”.

È l’uscita definitiva dall’infanzia, non parlanti più la stessa lingua, unicità di ciascuno. L’apertura all’altro comprende una fatica, non è una punizione, ma un regalo. Dio ci regala l’unico modo che abbiamo per non essere idoli a noi stessi. I filosofi post-moderni contemporanei ci dicono qual è il problema della cultura digitale, è che l’unificazione della lingua, dei codici digitali produce che nessuno ha più la percezione di perchè non è Dio.

La favoletta della torre di Babele ci diceva: deve esserci un luogo dove manteniamo la parzialità, e tutte le volte che gli umani hanno perso il loro senso di parzialità, è successo un casino. Allora Dio gli fa un regalo, crescono bene, niente gli diventerà impossibile, mettiamo per loro una parzialità inevitabile, quella delle lingue.

8Il Signore li disperse di là su tutta la terra ed essi cessarono di costruire la città.

È un genere mitico, perché non hanno cessato di costruire le città, da quando questo testo è stato scritto sono state costruite tutte le città.

9Per questo la si chiamò Babele, perché là il Signore confuse la lingua di tutta la terra e di là il Signore li disperse su tutta la terra.

Il Signore compie il passaggio di adultità necessario, doloroso, che è quello di porci di fronte a ciò che è comune non come ciò che è uguale, ma come ciò che è territorio della nostra parzialità.

Non è un caso, all’altro capo di questo racconto, c’è il racconto di Pentecoste. Non è che dopo la Pentecoste gli apostoli parlano tutte le lingue, il testo è chiaro, gli apostoli parlano nella loro lingua, ma ciascuno li capisce nella propria e cioè viene tolta la fatica, non la parzialità. Non si torna ad un’unica lingua, non si torna indietro, il problema non è parlare tutte le lingue o parlare un’unica lingua, ma che ciascuna capisca nella propria. È un’altra storia.

Mi viene in mente la poesia di Patrizia Cavalli che cito:

Ah smetti sedia di esser così sedia!

E voi, libri, non siate così libri!

Come le metti stanno, le giacche abbandonate.

Troppa materia, troppa identità.

Tutti padroni della propria forma.

Sono. Sono quel che sono. Solitari.

E io li vedo a uno a uno separati

e ferma anch’io faccio da piazzetta

a questi oggetti fermi, soli, raggelati.

Troppa materia, troppa identità, noi stessi rischiamo di trasformare la nostra vita in una piazzetta dove tutti questi oggetti stanno fermi e hanno costruito la loro città.

Ci vuole molta ariosa tenerezza,

una fretta pietosa che muova e che confonda

queste forme padrone sempre uguali, perché

non è vero che si torna, non si ritorna,

al ventre, si parte solamente,

si diventa singolari.

La conclusione di Babele è esattamente questa. Non è vero che si torna al ventre, si parte e si ritorna singolari. La soluzione di Babele non è un ritorno ad unica lingua, non è un comune mitologico dove ci vogliamo tutti bene, siamo tutti uguali e la pensiamo allo stesso modo. Quello che Babele ci dice è che non si può non emigrare, che non si può non costruire una città, che non si può non disperderci, non avere il proprio nome in tante lingue diverse, fatica della ricerca dei luoghi comuni. Babele ci rimanda a Pentecoste dove la fatica è superata, ma non la parzialità perché non si torna indietro, si diventa singolari.

Fossano, 18 gennaio 2020

Testo non rivisto dall’autore

Anno pastorale: 2019/2020

DataTitoloCommento a:
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