Stella Morra
4. Ostinazione e realtà
Copertina e sommario della rivista “CONCILIUM” citata all’inizio della Lectio (PDF).
Articolo su nostro blog relativo alla rivista “Concilium”.
Riprendiamo il percorso che stiamo facendo quest’anno dal titolo “Ancora il male: fino a quando?”.
Il tema del dolore non è una questione che interessa solo a noi, segnalo l’ultimo numero della rivista di teologia internazionale Concilium dal titolo “Dolore e Consolazione”. Ho solo avuto il tempo di scorrere gli autori e i titoli e li trovo estremamente interessanti. Il vantaggio di Concilium è che, tranne pochissime eccezioni, il linguaggio non è mai tecnico, gli articoli sono brevi, si possono leggere anche uno oggi e un altro tra un anno, non ne perdi il filo e quindi può essere una cosa interessante. Concilium si può comprare anche come singoli numeri, per cui se per caso il tema vi interessa, ho chiesto a Enrico di mettere sul sito sia l’indice che la copertina, in modo che se qualcuno è interessato ha tutti i dati per recuperarlo. È l’ultimo numero del 2025 che è uscito adesso. Il tema torna in questi tempi così difficili in cui da una parte non si riesce a stare dietro all’attualità, perché non so voi, ma io ormai mi perdo i pezzi e capisco una cosa su cinque, dall’altra però contemporaneamente si è un po’ oppressi da tutte queste cose, anche dalle cose piccole che ci riguardano.
Il nostro percorso è al suo quarto passo, il primo era il racconto che precede il diluvio ricordato in Genesi e quindi la lettura più classica sulle esperienze di male e di dolore come il prezzo che si paga a una mancanza di moralità. La terra è scassata, gli esseri umani sono aggressivi, violenti, niente funziona e allora Dio si incavola perché l’essere umano è sbagliato. Dio è giusto e arriva il diluvio. Però ho fatto notare come questa lettura morale, da un certo punto di vista, ha una sua parte di verità ma contemporaneamente non è del tutto soddisfacente, sia perché non è sempre facile ricostruire i legami tra le colpe morali e il dolore e sia perché in qualche modo è un po’ troppo poco, deve esserci altro nel mistero del dolore che è così presente nelle nostre vite in tante forme, in tanti modi. È così significativo e da un certo punto di vista motiva le religioni per far nascere una possibilità di consolazione.
Poi abbiamo letto il testo di Esodo, quello dove si annuncia senza motivo morale l’inizio della schiavitù degli ebrei e in qualche modo dicevamo che gli uomini sbagliano e Dio punisce, ma anche Dio sbaglia, come nel caso degli ebrei, il suo popolo che in fondo non ha fatto niente di male. Giuseppe in Egitto è stato un suddito fedele, un grande interprete di sogni, un uomo dalle molte virtù e anche da una certa bontà e generosità, eppure il popolo finisce in schiavitù senza motivo. Era il testo sul fatto di non avere la paglia e avere l’obbligo, comunque, di fare lo stesso numero di mattoni.
Poi, l’altra volta, abbiamo ragionato sul testo di Giona e mi sono resa conto che non ho spiegato il motivo dell’inversione, perché in realtà quel testo era previsto per oggi. Ho personalmente invertito i due testi, il testo di Numeri e il testo di Giona. Abbiamo visto il testo di Giona che esce dal moralismo, come tutti i racconti sapienziali, sembra andare un po’ più verso una specie di filosofia, una posizione filosofica in cui Dio spiega e dice a Giona come ti permetti di arrabbiarti per una pianta per cui non hai fatto niente perché crescesse, perché io l’ho fatta seccare e io non dovrei arrabbiarmi per la popolazione di Ninive che io ho creato, che vive? Sono uomini, donne e bambini e dovrei farla morire senza scrupolo? Ma come ragioni? Quindi un po’ un ragionamento filosofico ma contemporaneamente una spiegazione che non spiega nulla in realtà, cioè dice solo fate attenzione per cosa provate dolore. Non tutto merita il nostro dolore.
La lectio di oggi
Oggi arriviamo al testo di Numeri che ho invertito (spero alla fine sia più chiaro il motivo) perché, diversamente da quando l’avevo pensato, Numeri è un piccolo passo avanti rispetto alla logica di Giona, cioè nel caso di Giona la contrapposizione tra le cose e gli umani, la pianta, l’ombra e dall’altra parte la vita di Giona e la vita dei Niniviti.
In fondo ci sembra che almeno teoricamente sia più facile scegliere tra le cose e gli umani, prevalgono gli umani, almeno teoricamente, poi non sempre ne siamo capaci ma ci sembra che almeno teoricamente si capisce di più. In realtà in Numeri il problema dei dolori di qualcuno in qualche modo, a causa di qualcun altro, è tra persone e persone. Qui ci sono due popoli, il popolo di Israele e il popolo di Moab, e noi siamo abituati a leggere la scrittura con un privilegio sul popolo di Israele perché sono quelli che hanno l’alleanza con Dio, però pure gli altri poveracci che male hanno fatto? Se Dio non ha liberato loro dall’Egitto e non ha fatto l’alleanza con loro non è colpa loro, cioè una lettura morale non funziona, non è che gli altri sono necessariamente cattivi. Certo, nella tradizione i pagani sono sempre cattivi per definizione, ma non è vero, non è detto. Quindi, qui la cosa è più articolata, è più difficile anche da capire perché è come se fosse necessario il dolore di qualcuno per salvare qualcun altro, se non ci fosse una strada senza dolore e inizia ad entrare un discorso che dalla prossima volta mi serviva per avere il punto d’appoggio per il Nuovo Testamento, perché inizia ad entrare un tema che fino ad ora non era entrato che è il tema delle vittime.
Anche in questo tempo di Giornata della Memoria il tema delle vittime non è mai secondario. Può il cristianesimo dire qualcosa, la parola di Dio dire qualcosa sia alle vittime sia ai carnefici? Può insegnare qualcosa il dolore delle vittime senza togliere giustizia a ciò che accade ai carnefici? Faccio spesso l’esempio che nella lettura dopo Vaticano II, in cui tutti gli uomini e le donne sono figli di Dio, che lo sappiano o no, o che lo riconoscano o no, Dio si trova nella strana situazione in cui ha due fratelli di cui una vittima e l’altro carnefice. E come si decide tra due fratelli di cui una vittima e l’altro carnefice? Perché condannare e basta la vittima significa perderli tutti e due.
Il secondo elemento per cui ho posposto Numeri è che Giona ancora un po’ il sapore del mito, è una storia tipo favoletta. Qui il tono è quello di una storia storica, di una storia come potrebbe essere la nostra. Potremmo forse sostituire a Balak re dei Moabiti e degli Amorrei con Trump e funziona abbastanza perché ha lo stesso pessimo carattere, quindi potrebbe funzionare. Cioè è una storia che ha una sua concretezza e anche qui andiamo verso il NT che sarà il prossimo mese.
Il libro di Numeri è un libro che abbiamo commentato pochissimo perché è un libro globalmente abbastanza noioso. Si chiama Numeri perché sono (non solo) grandi elencazioni. Secondo la tradizione della storiografia antica, viene fatto un po’ un catalogo delle terre, dei popoli. Per noi è quasi inimmaginabile ma voi sapete che nel mondo antico ma non c’era una competenza su ciò che non stava più o meno sotto lo sguardo visibile, nel senso che sapevo cosa succedeva fin dove potevo vedere, o poco più. Poi, si sapevano i nomi dei grandi imperatori o che c’era una guerra, ma magari nel frattempo la guerra era già finita perché accadeva lontanissima e quando mi arrivava la notizia era già finita.
Quindi c’era abbastanza l’abitudine di scrivere delle specie di cataloghi, di enciclopedie che servivano ad avere un’idea generale e che dal nostro punto di vista di criterio scientifico per il 90% erano inventati. Come nel medioevo sulla costa africana i cartografi disegnavano nella mappa la costa ma poi non sapevano cosa c’era dietro e scrivevano hic sunt leones, qui ci sono i leoni, fattene una ragione. Più o meno allo stesso modo si inventavano i nomi dei popoli, ecc. Questo, con molti confronti, ci ha aiutato a ricostruire alcune questioni dell’antichità ma ci ha anche lasciato tanti dubbi perché non sappiamo bene.
Il libro dei Numeri ha un po’ questo carattere enciclopedico ma ha dentro di sé incastonate, come sempre nella Parola di Dio, alcuni episodi che sono delle piccole gemme preziose e questo è uno di quelli. Il libro dei Numeri riguarda il periodo della storia di Israele dall’uscita dall’Egitto all’arrivo alla terra promessa. Come tutti i libri del Pentateuco dopo Esodo riguarda il percorso nel deserto. Numeri e Levitico riguardano il percorso nel deserto, poi Deuteronomio dirà la seconda legge dopo quella ricevuta in Esodo e quindi lo stabilirsi nella terra promessa. Ci sono però un sacco di avanti e indietro nella storia per cui col libro di Giosuè sembra che sono già arrivati però dopo sono di nuovo nel deserto, dopo sono di nuovo arrivati e così via. C’è un po’ di confusione sull’asse storico.
Il testo: Nm 22,1-42
22 1Poi gli Israeliti partirono e si accamparono nelle steppe di Moab, oltre il Giordano di Gerico.
2Balak, figlio di Sippor, vide quanto Israele aveva fatto agli Amorrei, 3e Moab ebbe grande paura di questo popolo, che era così numeroso; Moab fu preso da spavento di fronte agli Israeliti. 4Quindi Moab disse agli anziani di Madian: “Ora questa assemblea divorerà quanto è intorno a noi, come il bue divora l’erba dei campi”.
Balak, figlio di Sippor, era in quel tempo re di Moab. 5Egli mandò messaggeri a Balaam, figlio di Beor, a Petor, che sta sul fiume, nel territorio dei figli di Amau, per chiamarlo e dirgli: “Ecco, un popolo è uscito dall’Egitto; ha ricoperto la faccia della terra e si è stabilito di fronte a me. 6Ora dunque, vieni e maledici questo popolo per me, poiché esso è più potente di me. Forse riuscirò a batterlo, per scacciarlo dalla terra; perché io lo so: colui che tu benedici è benedetto e colui che tu maledici è maledetto”.
7Gli anziani di Moab e gli anziani di Madian partirono con in mano il compenso per l’oracolo. Arrivarono da Balaam e gli riferirono le parole di Balak. 8Balaam disse loro: “Alloggiate qui stanotte e vi darò la risposta secondo quanto mi dirà il Signore”. I capi di Moab si fermarono da Balaam.
9Ora Dio venne da Balaam e gli disse: “Chi sono questi uomini che stanno da te?”. 10Balaam rispose a Dio: “Balak, figlio di Sippor, re di Moab, mi ha mandato a dire: 11“Ecco, il popolo che è uscito dall’Egitto ha ricoperto la superficie della terra. Ora vieni, maledicilo per me; forse riuscirò a batterlo e potrò scacciarlo””. 12Dio disse a Balaam: “Tu non andrai con loro, non maledirai quel popolo, perché esso è benedetto”.
13Balaam si alzò la mattina e disse ai prìncipi di Balak: “Andatevene nella vostra terra, perché il Signore si è rifiutato di lasciarmi venire con voi”. 14I prìncipi di Moab si alzarono, tornarono da Balak e dissero: “Balaam si è rifiutato di venire con noi”.
15Allora Balak mandò di nuovo dei prìncipi, in maggior numero e più influenti di quelli di prima. 16Vennero da Balaam e gli dissero: “Così dice Balak, figlio di Sippor: “Nulla ti trattenga dal venire da me, 17perché io ti colmerò di grandi onori e farò quanto mi dirai; vieni dunque e maledici per me questo popolo””. 18Ma Balaam rispose e disse ai ministri di Balak: “Quand’anche Balak mi desse la sua casa piena d’argento e oro, non potrei trasgredire l’ordine del Signore, mio Dio, per fare cosa piccola o grande. 19Nondimeno, trattenetevi qui anche voi stanotte, perché io sappia ciò che il Signore mi dirà ancora”.
20La notte Dio venne da Balaam e gli disse: “Questi uomini non sono venuti a chiamarti? Àlzati dunque, e va’ con loro; ma farai ciò che io ti dirò”. 21Balaam quindi si alzò di buon mattino, sellò l’asina e se ne andò con i capi di Moab.
22Ma l’ira di Dio si accese perché egli stava andando; l’angelo del Signore si pose sulla strada per ostacolarlo. Egli cavalcava la sua asina e aveva con sé due servitori. 23L’asina vide l’angelo del Signore che stava ritto sulla strada con la spada sguainata in mano. E l’asina deviò dalla strada e cominciò ad andare per i campi. Balaam percosse l’asina per rimetterla sulla strada. 24Allora l’angelo del Signore si fermò in un sentiero infossato tra le vigne, che aveva un muro di qua e un muro di là. 25L’asina vide l’angelo del Signore, si serrò al muro e strinse il piede di Balaam contro il muro e Balaam la percosse di nuovo. 26L’angelo del Signore passò di nuovo più avanti e si fermò in un luogo stretto, tanto stretto che non vi era modo di deviare né a destra né a sinistra. 27L’asina vide l’angelo del Signore e si accovacciò sotto Balaam. L’ira di Balaam si accese ed egli percosse l’asina con il bastone.
28Allora il Signore aprì la bocca dell’asina ed essa disse a Balaam: “Che cosa ti ho fatto perché tu mi percuota già per la terza volta?”. 29Balaam rispose all’asina: “Perché ti sei beffata di me! Ah, se avessi una spada in mano, ti ucciderei all’istante!”. 30L’asina disse a Balaam: “Non sono io la tua asina, sulla quale hai cavalcato da quando hai iniziato fino ad oggi? Sono forse abituata ad agire così?”. Ed egli rispose: “No”.
31Allora il Signore aprì gli occhi di Balaam ed egli vide l’angelo del Signore che stava ritto sulla strada, con in mano la spada sguainata. Balaam si inginocchiò e si prostrò con la faccia a terra. 32L’angelo del Signore gli disse: “Perché hai percosso la tua asina già tre volte? Ecco, io sono uscito a ostacolarti, perché il tuo cammino contro di me è rovinoso. 33L’asina mi ha visto e ha deviato davanti a me per tre volte; se non avesse deviato davanti a me, certo ora io avrei già ucciso proprio te e lasciato in vita lei”. 34Allora Balaam disse all’angelo del Signore: “Ho peccato, perché non sapevo che tu ti fossi posto contro di me sul cammino; ora, se questo è male ai tuoi occhi, me ne tornerò indietro”. 35L’angelo del Signore disse a Balaam: “Va’ pure con questi uomini; ma dirai soltanto quello che io ti dirò”. Balaam andò con i prìncipi di Balak.
36Balak udì che Balaam arrivava e gli uscì incontro a Ir-Moab, che è sulla frontiera dell’Arnon, all’estremità del territorio. 37Balak disse a Balaam: “Non avevo forse mandato a chiamarti con insistenza? Perché non sei venuto da me? Non sono forse in grado di trattarti con onore?”. 38Balaam rispose a Balak: “Ecco, sono venuto da te; ma ora posso forse dire qualsiasi cosa? La parola che Dio mi metterà in bocca, quella dirò”. 39Balaam andò con Balak e giunsero a Kiriat-Cusòt. 40Balak immolò bestiame grosso e minuto e mandò parte della carne a Balaam e ai prìncipi che erano con lui.
41La mattina Balak prese Balaam e lo fece salire a Bamòt-Baal, e di là vide un’estremità del popolo accampato.
Commento:
Il primo versetto è l’unico che riguarda direttamente gli israeliti e dice così:
1Poi gli Israeliti partirono e si accamparono nelle steppe di Moab, oltre il Giordano di Gerico.
In tutto il cap. 22 di Numeri questo è l’unico versetto che riguarda Israele, per il resto si parla solo di stranieri e questa è una cosa che accomuna anche il testo di Giona. Giona va a Ninive, è un israelita ma ha a che fare solo con stranieri, con animali e cose, la balena, i marinai e così via. Qui c’è già un dato interessante: per comprendere qualcosa del dolore, bisogna guardare da altrove, bisogna lasciare che uno straniero, uno che non riconosco, che non ha per scontato: le mie stesse convinzioni, la mia stessa legge, il mio stesso senso di ciò che è buono e ciò che è cattivo, mi dica, mi mostri un altro punto di vista.
Questo riguarda tutti e due i testi, sia Giona che questo di Numeri, perché questo è un punto decisivo. Se io resto su di me, sulle mie convinzioni, su come io capisco la vita, come sento, quello che provo, sono tutte cose probabilmente molto sincere, ma se tutto questo rimane chiuso in sé, non si lascia perturbare da una presenza straniera, non esco da questa logica. Continuo a provare dolore più per una pianta che per una persona, non capisco il punto di vista delle vittime, non capisco le cose, la storia, quello che mi è sempre sotto gli occhi.
Questo segnale è molto importante perché dalla prossima volta con il NT vedremo che è esattamente la venuta di Gesù che arriva da altrove, che è lo straniero per antonomasia, che ci consente uno sguardo diverso sulla croce. In questo versetto dove gli israeliti partono, fanno un altro pezzo di strada e si accampano, tra l’altro questo è uno dei versetti usati oggi dai settler, quelli che costruiscono stanziamenti ebraici in Cisgiordania, perché si dice oltre il Giordano di Gerico, gli israeliti risalendo dall’Egitto, almeno secondo il racconto biblico, passano nel Sinai, poi attraversano il Giordano e scendono in Israele riattraversando il Giordano all’altezza del lago, quindi passano in quella che oggi si chiama Cisgiordania, fanno il giro largo, non vanno dritti e quindi lì sono in questo racconto.
2Balak, figlio di Sippor, vide quanto Israele aveva fatto agli Amorrei, 3e Moab ebbe grande paura di questo popolo, che era così numeroso; Moab fu preso da spavento di fronte agli Israeliti. 4Quindi Moab disse agli anziani di Madian: “Ora questa assemblea divorerà quanto è intorno a noi, come il bue divora l’erba dei campi”.
“Assemblea”, attenzione a questa parola. Balak è un re, figlio di Sippor, di cui non sappiamo più di tanto ma sappiamo che quando vede arrivare questi comincia a preoccuparsi. Moab ebbe grande paura di questo popolo e Moab fu preso da spavento di fronte agli israeliti. Questo è il secondo elemento: se non c’è uno straniero non vediamo niente. Il secondo elemento è che ogni dolore nasce dalla paura. La paura è il primo sentimento ed è sempre nell’ordine del male. È un’esperienza che produce male sempre, perché la paura non esiste, è l’anticipazione di qualcosa che non c’è, è un non essere nel tempo in cui sei. Quando sono in una difficoltà sento dolore, fatica, confusione o molte altre cose ma non ho più paura, perché la paura è sempre previa, ho paura di qualcosa che accadrà. L’incapacità di stare nel luogo dove si è, l’anticipazione, genera paura intorno a qualcosa che non c’è e questa anticipazione è sempre origine di un male.
Balak, figlio di Sippor, era in quel tempo re di Moab. 5Egli mandò messaggeri a Balaam, figlio di Beor, a Petor, che sta sul fiume, nel territorio dei figli di Amau, per chiamarlo e dirgli: “Ecco, un popolo è uscito dall’Egitto; ha ricoperto la faccia della terra e si è stabilito di fronte a me. 6Ora dunque, vieni e maledici questo popolo per me, poiché esso è più potente di me. Forse riuscirò a batterlo, per scacciarlo dalla terra; perché io lo so: colui che tu benedici è benedetto e colui che tu maledici è maledetto”.
Balak fa un’operazione saggia, chiama uno straniero, Balaam, che sta nel territorio dei figli di Amau, perché la sua visione del mondo è un po’ strana e sa che da solo non ce la può fare a capire meglio. Un popolo è uscito dall’Egitto, ha ricoperto la faccia della terra e si è stabilito di fronte a me. Ha ricoperto la faccia della terra è un po’ esagerato e voi sapete che la parola “ebreo”, con cui vengono classificati questi nomadi che in parte escono dall’Egitto, viene da ”ivri” che vuol dire polveroso, cencioso, poveraccio, quindi proprio questa immagine di potenza non dovevano darla. La cosa che Balak chiede a Balaam è “maledicili”, perché se tu li maledici io riuscirò a batterli, perché io lo so: colui che tu benedici è benedetto e colui che tu maledici è maledetto.
È molto interessante questo pezzo perché da una parte Balaam doveva essere un profeta di una certa fama, un mago, uno stregone di qualche tipo, perché Balak ne ha stima e lo manda chiamare. Si rivolge a qualcuno di potente. Mi verrebbe voglia di fare una lettura in chiave di Balak e Balaam di quello che è successo a Davos, ma evito per carità di patria, come dire non è che queste dinamiche solo perché hanno un tono un po’ antiquato e magico non esistano. Il potente cosa bisogna fare ammansirlo o maledirlo? Mettersi dalla sua parte e dire come nel ‘33, ma diamogli questi Sudeti, in fondo chi se ne frega dei Sudeti, Hitler è fissato con loro, poi magari si calma. L’idea che il potente va placato secondo il più antico mito diamo la vergine al drago così sarà placato, solo che poi il drago vuole cinque vergini perché il dolore genera dolore.
Da una parte abbiamo Balaam, che doveva essere un profeta piuttosto stimato. La storia che si presenta a Balak, che è esattamente la stessa operazione che facciamo noi, la storia che ci si presenta è quella lì, un popolo è uscito dall’Egitto, ha ricoperto la faccia della terra e si è stabilito di fronte a me, cioè di fronte a tutto quello che succede noi potremmo dire: “cavolo, io vorrei un mondo in pace, un mondo più giusto, un mondo più attento ai poveri, nel mio piccolo cerco anche di fare quello che posso, ma questi qua…quello è pazzo, è un violento, ragiona solo in termini di denaro, quello che non cede di fronte a lui, lui lo compra e se non lo compra lo combatte, cosa possiamo fare?”.
Dall’altra parte c’è la potenza della maledizione e della benedizione di fronte al potere della realtà. Balak è posto di fronte a una realtà e quello che chiede non è un incantesimo per far paralizzare tutti gli ebrei, quello che chiede è che il profeta maledica. C’è un potere della parola maledire o benedire che è terribile e anche qui bisognerebbe riflettere un bel po’. Il Novecento ci ha insegnato che le parole possono curare, che ascoltare, rimandare, può curare. Ci siamo dimenticati di segnarci sul taccuino che però le parole possono anche uccidere.
7Gli anziani di Moab e gli anziani di Madian partirono con in mano il compenso per l’oracolo. Arrivarono da Balaam e gli riferirono le parole di Balak.
Gli anziani partono con il compenso, Balak è uno ragionevole no? Niente per niente, quindi va bene, mandiamo le persone più sagge e stimate della nostra corte a pagare Balaam per questo servizio.
8Balaam disse loro: “Alloggiate qui stanotte e vi darò la risposta secondo quanto mi dirà il Signore”. I capi di Moab si fermarono da Balaam.
Qui è interessante perché Balaam dice “non decido io cosa faccio”, se volete “non sono acquistabile” perché non faccio quello che voglio ma faccio quello che vuole il Signore, per questo funziona e quindi rimanete qua, vediamo cosa mi dice il Signore e di conseguenza vi risponderò. Anche qui evitiamo le letture moralistiche, chissà cosa vuole Dio da me, ecc. La questione non è questa, è che lo straniero più straniero che a ciascuno di noi può dare davvero una via di verità è solo Dio, come che dicevamo prima. La premessa necessaria è farsi dire da uno straniero, ma lo straniero più radicale è Dio, ed è l’unico irriducibile che non sarà mai uguale. Quindi, bisogna imparare a decrittare i segni per riuscire a mettersi sulla lunghezza d’onda di questo straniero estremo che probabilmente è inquietante perché lascia sempre una posizione un po’ strampalata. Diciamo che l’AT era più comodo perché Dio faceva sognare. L’ultimo che sogna è Giuseppe, lo sposo di Maria, poi non sogna più nessuno nella Bibbia, fino all’ultimo giorno in cui Giovanni a Patmos non sogna ma viene rapito in estasi; però in mezzo, nel tempo della storia che è quello che abitiamo noi, non si sogna più.
Avrebbe una certa comodità perché un paio di sogni chiarificatori di questi tempi farebbero comodo a tutti noi, per capire come ne veniamo fuori. Balaam è ancora sotto il regime dei sogni quindi chiede agli anziani di fermarsi.
9Ora Dio venne da Balaam e gli disse: “Chi sono questi uomini che stanno da te?”.
Questo Dio che domanda è una meraviglia. Sottovalutiamo sempre il fatto che in tutta la scrittura Dio fa sempre quello che non sa, domanda e così Gesù con lui, domandano sempre, ma non perché non sanno, ma perché stabiliscono una relazione. La domanda è l’unico dialogo vero perché chiede una risposta, non è solo un’affermazione gentile. È la richiesta che tu ci sia, che tu straniero di fronte a me dica la tua.
10Balaam rispose a Dio: “Balak, figlio di Sippor, re di Moab, mi ha mandato a dire: 11“Ecco, il popolo che è uscito dall’Egitto ha ricoperto la superficie della terra. Ora vieni, maledicilo per me; forse riuscirò a batterlo e potrò scacciarlo””. 12Dio disse a Balaam: “Tu non andrai con loro, non maledirai quel popolo, perché esso è benedetto”.
È interessante: Dio domanda, Balaam racconta, entra nella relazione, risponde e narra che cosa è successo e Dio dice no, gli Israeliti hanno un privilegio, sono un popolo benedetto e non lo puoi maledire. Qui nasce la figura della vittima, da qui in poi Moab è destinato a essere una vittima, perché Israele è benedetto.
13Balaam si alzò la mattina e disse ai prìncipi di Balak: “Andatevene nella vostra terra, perché il Signore si è rifiutato di lasciarmi venire con voi”. 14I prìncipi di Moab si alzarono, tornarono da Balak e dissero: “Balaam si è rifiutato di venire con noi”.
Qui la storia è chiara, Signore dice no, Balaam va dagli anziani e dice no, quelli vanno dal re e dicono no. E sembra finita lì, sembra che il resto sia affidato alle guerre tra gli uomini. Ma Balak mandò di nuovo dei principi, in maggior numero e più influenti di quelli di prima.
15Allora Balak mandò di nuovo dei prìncipi, in maggior numero e più influenti di quelli di prima. 16Vennero da Balaam e gli dissero: “Così dice Balak, figlio di Sippor: “Nulla ti trattenga dal venire da me, 17perché io ti colmerò di grandi onori e farò quanto mi dirai; vieni dunque e maledici per me questo popolo””. 18Ma Balaam rispose e disse ai ministri di Balak: “Quand’anche Balak mi desse la sua casa piena d’argento e oro, non potrei trasgredire l’ordine del Signore, mio Dio, per fare cosa piccola o grande.
Balak insiste e da parte sua fa tutte cose giuste, non fa nulla di cui può essere accusato anche se questo lo costringerà a diventare una vittima. Balak insiste promettendo di più e mandando persone più influenti, cioè secondo le logiche del potere e Balaam dice no, guarda, non è la questione di quanto mi date, potete anche darmi tutto, ma io non posso, no non posso trasgredire l’ordine del Signore.
Che cosa cambierebbe nel nostro modo di vivere le cose se ci lasciassimo interpellare dalle domande degli stranieri e la nostra risposta fosse “io non posso trasgredire l’ordine che attraverso gli stranieri mi è arrivato”.
19Nondimeno, trattenetevi qui anche voi stanotte, perché io sappia ciò che il Signore mi dirà ancora”.
C’è una bella disponibilità, cioè qui ognuno sta facendo del suo meglio ma capite l’incastro? Sembrano le trattative attualmente in corso, è un incastro impossibile.
20La notte Dio venne da Balaam e gli disse: “Questi uomini non sono venuti a chiamarti?”
Ancora una domanda da parte di Dio.
Àlzati dunque, e va’ con loro; ma farai ciò che io ti dirò”. 21Balaam quindi si alzò di buon mattino, sellò l’asina e se ne andò con i capi di Moab.
Anche qui viene da dire ma questo Dio che vuole? Prima la vuole cotta poi la vuole cruda, non andare, vai… vedete che l’attenzione si sposta dalla paura alla parola, alla maledizione o benedizione alla sua sofferenza e alla sua potenza.
22Ma l’ira di Dio si accese perché egli stava andando.
Rieccoci… ma che vuoi? Traducendo, siamo stati tutti abituati al catechismo a dire che il male e la sofferenza dipendono dall’essere umano, dalle sue scelte sbagliate, Dio è buono, fa solo il bene e non si sbaglia mai, Dio non c’entra niente con il male o con il dolore. Ma Dio c’entra o non c’entra? E anche qui sta preparando il NT, nel nostro percorso, perché Numeri è molto distante, ma sta preparando il NT. Dio c’entra o non c’entra con il male? Abbiamo il coraggio di dire fino in fondo che davvero Dio non si capisce e che non è detto che la sua volontà sia uguale a benessere, è il suo Figlio ne è la dimostrazione. Colui che ha fatto la sua volontà è morto in croce, che non è proprio una cosa da niente.
Poi inizia un pezzo a cui io sono affezionatissima.
l’angelo del Signore si pose sulla strada per ostacolarlo. Egli cavalcava la sua asina e aveva con sé due servitori. 23L’asina vide l’angelo del Signore che stava ritto sulla strada con la spada sguainata in mano. E l’asina deviò dalla strada e cominciò ad andare per i campi. Balaam percosse l’asina per rimetterla sulla strada. 24Allora l’angelo del Signore si fermò in un sentiero infossato tra le vigne, che aveva un muro di qua e un muro di là. 25L’asina vide l’angelo del Signore, si serrò al muro e strinse il piede di Balaam contro il muro e Balaam la percosse di nuovo. 26L’angelo del Signore passò di nuovo più avanti e si fermò in un luogo stretto, tanto stretto che non vi era modo di deviare né a destra né a sinistra. 27L’asina vide l’angelo del Signore e si accovacciò sotto Balaam. L’ira di Balaam si accese ed egli percosse l’asina con il bastone.
28Allora il Signore aprì la bocca dell’asina ed essa disse a Balaam: “Che cosa ti ho fatto perché tu mi percuota già per la terza volta?”. 29Balaam rispose all’asina: “Perché ti sei beffata di me! Ah, se avessi una spada in mano, ti ucciderei all’istante!”. 30L’asina disse a Balaam: “Non sono io la tua asina, sulla quale hai cavalcato da quando hai iniziato fino ad oggi? Sono forse abituata ad agire così?”. Ed egli rispose: “No”.
Questa scena con l’asina la trovo veramente meravigliosa, racconta di come la vita si organizza e di come ci incazziamo inutilmente o soffriamo per cose per cui non vale la pena di soffrire. Balaam parte, va sull’asina e a un certo punto, senza ragione apparente perché Balaam non vede l’angelo, l’asina va nei campi e Balaam invece di chiedersi che cosa sta succedendo percuote l’asina. Usa la stessa struttura di potere e ne ricava che il suo piede viene schiacciato. Poi ne ricava che l’asina dice “vabbè, basta così” e si accascia. Balam non ne ricava niente da questo dolore, si arrabbia e basta, come gli adolescenti quando dicono “non è gggggiusto!”, con sette “g”.
Alla fine, alla terza pestata, il Signore fa parlare l’asina e quest’asina che parla dice a Balaam “ma perché mi meni?”, perché anche tu entri in questa logica di potere che produce solo dolore, che produce vittime? Balaam invece di dire “ah cavolo, un’asina che parla”, invece di agitarsi risponde con tutta calma “perché mi hai preso per i fondelli, ma come sarebbe che te ne vai per i cavoli tuoi, il padrone sono io che guido”. Cioè, Balaam riafferma la logica di potere, non ne ha un’altra, nessuno straniero riesce a fargli vedere un’altra logica, dice anche all’asina Ah, se avessi una spada in mano, ti ucciderei all’istante!. L’estremo dell’uso del potere è l’annientamento della vita dell’altro. Un asino che ci parla è uno straniero di un bel livello ma Balaam non si sposta e l’asina gli risponde su un piano apparentemente tutto sbagliato.
Non gli dice non ti permettere perché ho visto un angelo, vedo più io il Signore di te, sei un pirla devi ascoltare la voce che ti arriva d’altrove perché ti dice qualcosa da parte di Dio. No, non fa nessuno di questi ragionamenti. L’asina gli dice: “Non sono forse io la tua asina? Non mi conosci da sempre? Mi sono mai comportata così?” cioè mette sul tappeto una cosa fondamentale, una relazione e una fiducia possibile. L’affidamento possibile a uno straniero, straniero alla razza umana perché è un’asina che parla quindi doppiamente straniero, e che si fa forza su un’unica cosa non è maledicilo o benedicilo, che io lo possa abbattere, hanno occupato tutta la terra, ma è “hai fiducia in me?”. Balaam ha un pregio solo, molto importante: è sincero. Quando l’asina gli dice “ma mi sono mai comportata così?” Balaam risponde “no, è vero, sei degna di fiducia”.
31Allora il Signore aprì gli occhi di Balaam ed egli vide l’angelo del Signore che stava ritto sulla strada, con in mano la spada sguainata. Balaam si inginocchiò e si prostrò con la faccia a terra.
È bellissimo perché l’asina parla, che di per sé non sarebbe proprio l’attitudine degli asini, e Balaam finalmente vede e, vedendo si prostra e non vede più.
31Allora il Signore aprì gli occhi di Balaam ed egli vide l’angelo del Signore che stava ritto sulla strada, con in mano la spada sguainata. Balaam si inginocchiò e si prostrò con la faccia a terra. 32L’angelo del Signore gli disse: “Perché hai percosso la tua asina già tre volte? Ecco, io sono uscito a ostacolarti, perché il tuo cammino contro di me è rovinoso. 33L’asina mi ha visto e ha deviato davanti a me per tre volte; se non avesse deviato davanti a me, certo ora io avrei già ucciso proprio te e lasciato in vita lei”.
Perché? Perché l’asina fa l’asina, non fa il profeta e quindi non ha la responsabilità. Se l’asina non avesse visto non c’era problema ma è Balaam che non vede e lì il problema c’è. L’asina finisce per diventare il profeta del profeta, colei che dà la vista a Balaam.
34Allora Balaam disse all’angelo del Signore: “Ho peccato, perché non sapevo che tu ti fossi posto contro di me sul cammino; ora, se questo è male ai tuoi occhi, me ne tornerò indietro”. 35L’angelo del Signore disse a Balaam: “Va’ pure con questi uomini; ma dirai soltanto quello che io ti dirò”. Balaam andò con i prìncipi di Balak.
36Balak udì che Balaam arrivava e gli uscì incontro a Ir-Moab, che è sulla frontiera dell’Arnon, all’estremità del territorio. 37Balak disse a Balaam: “Non avevo forse mandato a chiamarti con insistenza? Perché non sei venuto da me? Non sono forse in grado di trattarti con onore?”.
È rimasto due passaggi indietro, si è perso le parole dell’asina e la conversione di Balaam. È rimasto nella logica precedente.
38Balaam rispose a Balak: “Ecco, sono venuto da te; ma ora posso forse dire qualsiasi cosa? La parola che Dio mi metterà in bocca, quella dirò”. 39Balaam andò con Balak e giunsero a Kiriat-Cusòt. 40Balak immolò bestiame grosso e minuto e mandò parte della carne a Balaam e ai prìncipi che erano con lui.
41La mattina Balak prese Balaam e lo fece salire a Bamòt-Baal, e di là vide un’estremità del popolo accampato.
Da lontano si vede. Un’estremità, nemmeno tutto. La parola di maledizione e benedizione passa per la bocca dell’asina e diventa la capacità di vedere. Quando diciamo “accettare il punto di vista dello straniero, dell’altro” diciamo “accettare un’asina che parli”, per imparare a vedere.
Vi lascio sulla suspence di come va a finire la guerra tra Israele e Moab ma la questione di partenza, che è una questione di potere, alla fine non c’è più. Si tratta di vedere da lontano e di vedere attraverso un sacrificio. Balaak fa un sacrificio, immola bestiame grosso e minuto.
Mi fermerei qua perché mi sembra che questo testo ci metta bene di fronte a una pluralità di problemi che in qualche modo ci possono accompagnare. È troppo facile parlare di male in modo astratto, il male nasce dalla paura e dal non vedere. Una voce straniera che può arrivare da ovunque, compreso da un’asina, ci raggiunge ma chiede di essere presa sul serio perché ci sia possibile vedere. Balaam parla con l’asina come se fosse la cosa più normale del mondo, come se tutti i giorni chiacchierasse con le asine, perché effettivamente è l’unico modo per prendere sul serio una voce straniera. Sentire la voce è smettere di pensare che è straniera.
Forse c’è ancora tanto male nel mondo perché noi abbiamo atteggiamenti benevoli verso gli stranieri che parlano, ma non riusciamo a farci carico di una voce quando è straniera. Sono due cose un po’ diverse. La seconda è molto più radicale della prima. Tu sei così diverso ma io ti stimo e ti rispetto, non cerco di cambiarti, pensa che buono che sono, ma la questione è tu che sei così diverso che cambiamento stai chiedendo a me? Che cosa stai dicendo a me perché sia diverso io? È un po’ un’altra cosa e questo mi sembra una piccola gemma dell’asina di Balaam.
Fossano, 24 gennaio 2026
Testo non rivisto dall’autore
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