8 Novembre 2008
Stella Morra

2. Amministratori infedeli e possidenti prudenti

Commento a: Lc 16, 1-13


Premessa

La lectio di quest’anno è sui temi dell’essere cittadini di due città, dell’amare contemporaneamente Dio e la terra, le cose della vita quotidiana. Nell’incontro di ottobre ci siamo soffermati, con il testo di Genesi, sull’origine della duplicità. Ricordate i versetti finali, con il racconto dell’uccisione di Abele e la discendenza di Caino, in cui ci  saranno un costruttore di flauti, un capostipite dei fabbri … Il mondo diventa complicato.

           Dalla lectio di oggi in poi, la scelta è stata di affrontare dei temi concreti. All’interno della Bibbia si potrebbe fare una riflessione molto teorica su: ‘stare dalla parte di Dio, o stare dalla parte del mondo’. Invece la scelta è stata di affrontare delle cose concrete, cioè che cosa vuol dire stare dalla parte di Dio e usare il denaro; che cosa vuol dire stare dalla parte di Dio e la questione delle affettività, del possesso legato all’affetto – sarà il tema della prossima volta ;  che cosa vuol dire stare dalla parte di Dio e l’autonomia di giudizio. E’ stata fatta la scelta di prendere dei temi concreti, che ovviamente non possono essere affrontati con profondità, perché un’ora consente appena un inizio. Ci sembrava comunque più utile mettere la pulce nell’orecchio su qualche tema, invece di perderci in cose generiche. Come avete già visto dal programma, ci siamo dati un tempo un po’ più lungo a metà del percorso, nel mese di febbraio, in cui riprendere con calma alcuni di questi temi, partendo sempre dalla scrittura, ma ragionando poi un po’ fra di noi, e vedere se c’è qualche criterio comune o, se vogliamo, immaginare il seminario estivo su uno di questi temi.

Il tema di questa sera è esattamente quello del denaro, dell’economia, delle cose viste da molti punti di vista. Viene a fagiolo perché, appunto, all’inizio di dicembre ci sarà l’incontro con Piana. Siamo tutti un po’ presi dalla crisi finanziaria, dalla recessione – poco o tanto, indipendentemente da quanto in realtà rischiamo – e noi quest’estate, quasi con preveggenza, avevamo dedicato il seminario estivo a questo tema. E’ stata un’esperienza notevole; ed abbiamo scelto di riprendere la questione mettendo a fuoco questo tema nelle lectio di quest’anno, per non lasciar cadere l’interesse.

Perché il denaro? Per due motivi – dico delle cose che, per chi era al seminario, sono un richiamo, ma è meglio dirlo per tutti. Il primo motivo è antropologico, riguarda la nostra vita; il secondo è un motivo storico religioso. Il primo: sempre più ci stiamo avviando ad una vita, una cultura, una società che, indipendentemente da quanto denaro abbiamo, utilizza il denaro come l’unico mediatore universale; non c’è più nessun valore condiviso, niente che abbia un valore così universale come il denaro. Questo dovrebbe farci riflettere: forse quando la scrittura parla di idoli, parla di qualcosa del genere. Eppure socialmente, psicologicamente, il denaro è diventato l’unico mediatore universale. Da una parte giustamente, perché è diventato uno strumento che garantisce la vita; tutto ciò che ci riguarda, ormai necessita un po’ di denaro. Anche rilassarsi, magari poco, meno di quanto si immagina la società dei consumi, ma un pochino serve, perché non ci si può rilassare se uno non ha saziato la fame, perché tutti coloro che sono sotto il minimo per sopravvivere – ed è ahimè tre quarti del mondo – non possono nemmeno cominciare ad affrontare gli altri problemi. Ma anche per chi, come noi, non sta sotto la soglia della fame, qualsiasi movimento della nostra esistenza richiede questa mediazione. E dunque, essendo così universale, è anche profondamente simbolico, ci misura; non solo ci misura perché uno crede nella ricchezza, mentre se uno crede nella povertà non è misurato; ci misura perché, per esempio, ci definiamo ricchi o poveri in base al denaro, perché scegliamo di non averne, o di usarlo in un modo invece che in un altro per dire una cosa di noi. Ci misura perché, per esempio, misuriamo anche in denaro il riconoscimento che ci viene dato. L’immagine che si ha di una professione passa anche attraverso quanto in quella professione si viene pagati.

Il denaro mediatore universale – questo non sta nei testi della scrittura perché a quei tempi non era così, questo è un elemento tutto nostro – ma su cui credo dovremmo riflettere un po’ perché ho la sensazione che ogni tanto consideriamo il denaro come un fato perenne: c’è, c’è sempre stato, è così, non se ne può fare a meno, e non ragioniamo sul fatto che può diventare l’unica lingua che tutti capiscono. L’altro giorno ridevo perché, sfogliano dei saggi, delle statistiche che vengono pubblicate sullo stato del mondo – è una cosa che mi diverte –  ho visto che, in mezzo a cose raffinatissime di economia – la maggior parte di noi che non faccia economia, non capisce neppure di che cosa si parli – i sociologi, per tradurre per il pubblico non esperto, alcuni indici di vita, hanno introdotto un nuovo ‘sistema metrico’, che è il costo di un panino ‘big mac’. Misurano i paesi in base a quanto un ‘big mac’ costa lì. Capite che è l’associazione tra un prodotto, un bene globalizzato, che non ha niente a che fare con ciò che si produce lì, non dice niente di quel posto, della tradizione; è un valore in denaro. E questo descrive la ricchezza di un paese, semplicemente perché nel novanta per cento dei paesi del mondo puoi comprare un panino ‘big mac’, e lo compri con denaro, quindi diventa un indice descrittivo a livello quasi universale. Pochi paesi resistono all’invasione del Mac Donald. Questo per dire il motivo umano.

Dall’altra parte c’è un motivo più religioso, di storia del modo di vivere il cristianesimo, che ci ha inquietato: la demonizzazione, verbale, del denaro. Il fatto che diciamo: … i ricchi nel vangelo sono trattati male; si dice beati i poveri; non si può servire a Dio e mammona, quindi… brutta cosa il denaro. Ma dicendolo così, non è vero, perché è un mediatore universale. Dunque diciamo: la ricchezza è peccaminosa, non si deve vivere per la ricchezza, non può essere l’unica cosa… ma poi tutti spendiamo l’ottanta per cento del nostro tempo per procurarci il denaro sufficiente per vivere; e questo meccanismo, cioè la demonizzazione, provoca alla fine un uso acritico. Poiché è demonizzato, non vale nemmeno la pena di pensare come ci si deve comportare, per cui molti tra i peggiori sfruttatori del mondo si dicono tranquillamente cristiani. Molti di noi usano violentemente il denaro, senza nemmeno rendersene conto. Per questo ci siamo detti: è possibile che siamo presi tra Scilla e Cariddi? Da una parte un mondo che sembra essere totalmente indifferente alle nostre scelte, in cui hai l’impressione che il denaro non conti niente – fosse per me vivrei con pochissimo, ma poi i ragazzi rimarrebbero traumatizzati, per cui cerco di dire no alla roba firmata, no questo, no quello, però poi una cosa ogni tanto gliela devi concedere, perché se no si sente diverso dai compagni di classe – tutti quei ragionamenti che dicono,…poi le grandi crisi mondiali, mica dipendono da me, io al massimo le patisco…

Siamo schiacciati, da una parte, dal fatto che questo mediatore universale è fuori da ogni regola, da ogni controllo, nessuno di noi potrebbe farci niente e, dall’altra, dal fatto che, dal punto di vista etico, il principio che ci siamo dati è: il denaro fa schifo, dipende da come lo si usa, però, dato che fa schifo, non si può che usare male, e dunque non fa niente come si usa …questo circuito che slitta … Ci siamo perciò detti: possibile che non ci sia alternativa tra queste due posizioni estreme? E su questo abbiamo provato a farci una domanda diversa. Prima di iniziare a ragionare sull’uso buono o cattivo su come, su quanto, su dove si situa il rapporto con il denaro – perché a sentire: beati i poveri … io ci entro; nessuno di noi dice di sé, io sono ricco; tutti diciamo, normale, io sono normale … ma cosa vuol dire, quant’è normale? Prima di farci la domanda per così dire, morale,     – che poi chiederemo a Giannino Piana -;  prima di entrare nel merito di una questione morale, chiederci – e lo dico con i termini teologici, tecnici – che posto ha il denaro nella storia della salvezza?  E’ figlio del peccato originale? Lo dico come una favoletta: se non c’era il peccato originale stavamo ancora al baratto, stavamo tutti meglio, senza problemi, un po’ più sobri, un po’ più poveri, oppure è una cosa che s’è inventata l’uomo – perché non è che Dio abbia creato il denaro! ma ce la siamo inventata dentro una storia  della salvezza, dentro ad un progetto cui Dio non è estraneo, poi certo, la nostra libertà…? Così come diciamo: certe scoperte della scienza che guariscono le malattie, che ci fanno vivere meglio, sono frutto dell’intelligenza che Dio ci ha dato, sono i talenti, fanno parte della storia della salvezza, Dio ci dà una responsabilità; se uno è intelligente, se ha una dote non può non usarla, deve metterla a servizio; il denaro fa parte di queste cose, è un talento, dunque bisogna ragionare come si usa, oppure è davvero una cosa alternativa, demonizzante, che… o Dio o il denaro? Questa è la domanda che ci siamo posti in parte al seminario e che ci poniamo stasera riprendendo l’inizio del capitolo sedici di Luca, testo che ha fatto da sfondo al seminario, ma di cui allora non avevamo fatto la lectio, l’abbiamo tenuta buona per questa occasione. E’ un testo abbastanza inquietante, fa parte di quei testi a favoletta, che tutti conosciamo, ma non torna tanto secondo il nostro modo di capire e ragionare, per cui alcuni versetti li dimentichiamo, altri li teniamo secondo quanto ci pare che torni.

L’amministratore infedele

“C’era un uomo ricco che aveva un amministratore, e questi fu accusato dinanzi a lui di sperperare i suoi averi. Lo chiamò e gli disse: Che è questo che sento dire di te? Rendi conto della tua amministrazione, perché non puoi più essere amministratore. L’amministratore disse tra sé: Che farò ora che il mio padrone mi toglie l’amministrazione? Zappare, non ho forza, mendicare, mi vergogno. So io cosa fare perché, quando sarò stato allontanato dall’amministrazione, ci sia qualcuno che mi accolga in casa sua. Chiamò uno per uno i debitori del padrone e disse al primo. Tu quanto devi al mio padrone? Quello rispose: Cento barili d’olio. Gli disse: Prendi la tua ricevuta, siediti e scrivi subito cinquanta. Poi disse a un altro: Tu quanto devi? Rispose: Cento misure di grano. Gli disse: Prendi la tua ricevuta e scrivi ottanta”.

Ed ecco il versetto critico:

“Il padrone lodò quell’amministratore disonesto, perché aveva agito con scaltrezza. I figli di questo mondo, infatti, verso i loro pari sono più scaltri dei figli della luce. Ebbene, io vi dico:      si esce dalla parabola, sono di nuovo le parole di Gesù –  Procuratevi amici con la disonesta ricchezza, perché quand’essa verrà a mancare, vi accolgano nelle dimore eterne”.

L’amministratore diceva: adesso che smetto di fare l’amministratore chi mi accoglierà? So io cosa fare perché qualcuno mi accolga. Gesù dice: “Procuratevi amici con la disonesta ricchezza, perché quand’essa verrà a mancare vi accolgano nelle dimore eterne. Chi è fedele nel poco, è fedele anche nel molto; e chi è disonesto nel poco, è disonesto anche nel molto. Se dunque non siete stati fedeli nella disonesta ricchezza, chi vi affiderà quella vera? E se non siete stati fedeli nella ricchezza altrui, chi vi darà la vostra?”.

Credo che letto così, con attenzione alle parole, faccia un po’ impressione, perché da alcuni punti di vista non torna per niente. L’amministratore è uno che frega, che, come soluzione ai propri problemi, ha trovato solo quella di fregare il padrone; nella parabola viene lodato dal padrone, e viene lodato anche da Gesù che dice: così bisogna fare, procuratevi amici con la disonesta ricchezza, perché vi accolgano nelle dimore eterne. Poi ci sono i tre versetti conclusivi, un’aggiunta successiva, ma che noi riceviamo in questo testo, in cui si dice: chi è fedele nel poco è fedele nel molto, chi è fedele nella disonesta ricchezza è degno di amministrare quella vera, chi è fedele nella ricchezza altrui … se non riusciamo a far funzionare la ricchezza altrui come faremo a far funzionare la nostra? Secondo me è ben inquietante! Ma certo non ha niente di demonizzante,  non dice che bisogna usare il denaro per fare il bene, è un uso molto egoistico del potere; non solo, ma è un uso del denaro altrui per i propri fini. Non c’è niente di demonizzante e si riconosce il valore di mediatore universale del denaro, si riconosce che il denaro ha un valore di scambio, che serve a obiettivi molto precisi, che salvaguarda la vita.

Per leggerlo con calma dobbiamo fare ancora una piccola premessa, poi passiamo all’analisi. Questo brano è la porta di chiusura di una stanza, in cui la porta di apertura è il capitolo dodici. C’è una prima porta, che è il capitolo dodici, poi c’è la stanza rappresentata dai capitoli tredici, quattordici, quindici, e infine c’è questa porta, il capitolo sedici, per cui si esce da un’unità letteraria. Il capitolo dodici contiene un brano che normalmente rimuoviamo perché è inquietante: la discussione di due fratelli sull’eredità: due fratelli litigano sull’eredità e ognuno chiede a Gesù di dire al fratello di dargli ciò che gli spetta. Gesù risponde: non sono mica venuto per risolvere questioni di eredità!!! E’ una discussione sul denaro, sul possesso dei beni. I capitoli in mezzo sono quelli che noi amiamo moltissimo, dimenticandoci della porta di ingresso e di quella di uscita, sono le parabole della misericordia: la pecorella smarrita, il figliol prodigo, in cui si dice che Dio è misericordioso; e infine di nuovo questo testo sul denaro. All’inizio ci viene detto che c’è una questione orizzontale tra fratelli sul possesso delle cose; si parla di eredità, dunque si parla di un padre morto, un padre assente; una gestione in cui i due fratelli non hanno un terzo a cui appellarsi, se la devono sbrigare tra di loro. L’ultimo brano, l’uscita della ‘stanza’ ci presenta un padrone con un amministratore. Ci viene detto che le questioni riguardo al denaro sono quelle in cui non bisogna chiamare in causa Dio: sono questioni a padre assente, o sono di un amministratore, in cui il padrone paga un amministratore che sbrighi le faccende. La prima cosa che ci viene detta è che queste sono questioni nostre, o meglio, sono le nostre questioni, cioè sono ciò che abbiamo da fare in questo tempo. Dobbiamo occuparci di cose religiose, pie? No, dobbiamo occuparci delle cose, del denaro, dell’amministrazione, del trafficare, del crescere, del migliorare; poi bisogna vedere come ce ne dobbiamo occupare, ma questa non è un’altra cosa. Noi diciamo: purtroppo dobbiamo piegarci alle leggi del mondo,…ma che bello sarebbe un mondo senza denaro!! No, questo è ciò che dovete fare: vivere, salvaguardare la vita e salvaguardarla tra fratelli, a padre assente.

Amministrare nella carità

Non solo, ma, e qui c’è il dato geniale, la parola chiave di tutta la faccenda è ‘amministratore’. Cioè dobbiamo occuparci delle cose, dei beni, non come possidenti, ma come amministratori. C’è un testo di Luca in cui si parla dell’uomo che ammassa nei granai, poi non gli bastano, costruisce altri granai, e infine dice, ‘riposati anima mia’ … è l’accumulatore, e il vangelo ci dice ‘stolto, nella notte morì’. Lì si parla di accumulo, invece qui, sia in questo testo dell’amministratore, che in quello dei fratelli, c’è una circolazione, non l’accumulo, non è il mettere da parte per.. è un invito a far girare. Si dice: che cosa avete da fare? Avete da vivere; i beni, le cose, il denaro servono per vivere. Bisogna ricordarsi che bisogna vivere e il denaro serve per vivere, non è un fine; ma detto questo, vivere è ciò che dobbiamo fare, e riceviamo un’eredità, amministriamo del ‘non nostro’, non siamo possidenti. In fondo, a noi sembra sapiente il possidente che accumula tutto, e ci sembra stolto l’amministratore che sperpera. Nel vangelo l’immagine è rovesciata. Colui che è padrone e può decidere di accumulare, è stolto; colui che è amministratore, dunque non amministra soldi suoi – cosa gli importa di diminuire i debiti, non sta giocando del suo, è roba del padrone – è detto sapiente. E’ sapiente perché occupa il posto giusto: si ricorda di essere un amministratore.

La cosa interessante è l’apertura: c’era un uomo ricco che aveva un amministratore e questi fu accusato di fronte a lui di sperperare i suoi averi; cioè è uno che già non fa tanto bene il suo mestiere. Questa non è una condizione eccezionale, è il posto dove siamo noi: niente di ciò che possediamo è nostro, tutto viene dalle mani di Dio, che è il creatore. Non basta dire: ho lavorato, mi hanno pagato, questi soldi me li sono sudati. Il vangelo dice che è qui la  radice del problema: io ho lavorato, ho guadagnato, ma quelli non sono soldi miei, vengono da Dio… perché: ‘stolto, potresti morire stanotte!’. Non sono mai tuoi! E tutti noi siamo permanentemente accusati dinanzi a Dio di sperperare i suoi beni, perché chi ci accusa è il grido dei poveri.

Quando leggo questo testo mi viene sempre in mente l’inizio del libro dell’Esodo, dove si dice che morì il faraone che conosceva Giuseppe, gli ebrei furono ridotti in schiavitù, perché sorse un faraone che non aveva conosciuto Giuseppe, e gridarono dalla loro schiavitù, e il loro grido giunse fino a Dio. Noi abbiamo sempre un solo, unico accusatore: il grido che i poveri fanno a Dio, che ciascuno di noi, quando è povero di qualche cosa, rivolge a Dio; e che tutti i poveri della terra, sicuramente più poveri di noi, rivolgono a Dio. Questa è l’accusa dello sperpero dei beni.

Quando Paolo sesto scrive la “Populorum Progressio” – penso che potrebbe essere un interessante passaggio nella nostra riflessione sul denaro; potremmo trovare il tempo per rileggere questa enciclica – dice testualmente, in un passaggio che vorrei citare – ora è di moda citare i papi, ma alcuni passi nessuno li cita, perché se li prendi sul serio, poi è un problema… – “La proprietà privata non è un diritto assoluto fino a che sulla faccia della terra esiste qualcuno che non ha il minimo per vivere”. Lo dice un Papa in un’enciclica; traduce in linguaggio moderno questa cosa: i poveri ci accusano; fino a che c’è un povero sulla terra, siamo accusati davanti al padrone di stare sperperando i beni della terra, perché i beni sono dati per tutti i fratelli, è l’eredità da dividere con i fratelli.

L’uomo ricco chiama e dice: rendi conto. Queste tre cose: essere un amministratore, il grido dei poveri e il rendere conto, sono il tutto: E’ quello che ci hanno detto tante volte sulla totalità  della nostra vita cristiana, soprattutto ce l’hanno detto da bambini: noi siamo creature, siamo sulla terra per vivere la carità e ci sarà il giudizio finale. Ve lo dico in linguaggio ottocentesco, ma è la stessa cosa. Ad un certo punto tutti facciamo l’esperienza – la facciamo, credo, varie volte nella nostra esistenza – che, anche prima del giudizio finale, ci sono alcuni rendiconti nella vita, alcuni momenti in cui qualcosa che abbiamo fatto paga, qualcosa che non abbiamo fatto presenta il conto, perché c’è un quadro generale di un padrone che ha cura del suo mondo e noi siamo amministratori, e c’è un punto in cui rendere conto. Anche qui, negli ultimi trent’anni, l’idea del giudizio è una di quelle che non ci piacciono, non ci torna. Dopo un secolo di insistenza su Dio giudice, Dio che guarda, che controlla – un’ossessione – abbiamo ripreso l’idea molto più sana biblicamente, che Dio è Padre, è misericordioso.

In mezzo alle due porte ci sono i testi del Dio misericordioso. Ma dire che Dio è Padre, non vuol dire che Dio è fesso. Il rischio è che a forza di … ‘va tutto bene’ … non c’è mai un punto critico, un momento in cui uno dice: tiriamo la riga e facciamo il conto. Da questo punto di vista le cose, il denaro, sono un subdolo veleno, perché tutti abbiamo fatto l’esperienza che, se guadagni un tot e tiri avanti, poi per qualche motivo, per un anno ti danno trecento euro al mese di più, improvvisamente ti riassesti e non ti sembra possibile che riuscissi a campare con trecento euro di meno, ti sembra impossibile. E ti pare che trecento euro in più siano assolutamente il minimo; se devi tornare indietro non ce la fai più, perché l’avvelenamento è quotidiano. Su questa cosa, un principio critico, è fondamentale ricordarsi che c’è un punto in cui rendere conto.

Dicevo che in mezzo a queste due porte ci sono le parabole della misericordia, e non sono messe lì a caso! Questa struttura ci dice che i fratelli litigano, che noi stiamo sperperando i beni, e il grido dei poveri ci accusa, … però basta alzare la testa dalle carrube, e dire ’tornerò da mio padre e gli dirò ho sbagliato’. In quelle parabole è detto anche di più, perché quando il figlio torna da suo padre dicendogli: pigliami come tuo schiavo – perché in casa di mio padre gli schiavi mangiano più di quanto io mangi lontano da quella casa – gli viene ammazzato il vitello grasso, ci guadagna. Ci guadagni sull’atto di fiducia dell’esserti alzato e tornato da tuo padre; ci guadagni perché hai accettato la logica di essere un amministratore e non un possidente. Ci guadagni per esserti messo dalla parte di coloro che non decidono di sé e delle cose in quanto sé, ma che decidono in quanto figli, e fratelli. Accettata quella logica, alla fine ci guadagni pure. Ma fidarsi di quella logica è una delle operazioni più difficili che possano accaderci nella nostra vita, perché da adulti siamo abituati a non fidarci, su queste cose.

Poi c’è un’altra parolina chiave, piuttosto interessante: “Che farò ora?” e due versetti dopo dice “Scrivi subito”. C’è un fattore tempo. L’amministratore ha sperperato i beni del padrone, viene accusato, deve decidere cosa fare, e dice: ora so che cosa fare. Come ci hanno spiegato tante volte, c’è un tempo favorevole, un kairòs; bisogna arrivare fino lì, fino a una resa dei conti, perché sia possibile. Noi abbiamo tempi in cui abbiamo bisogno di sperperare denaro, abbiamo tempi in cui forse dobbiamo essere egoisti, ma c’è un tempo, che prima o poi deve arrivare nella nostra vita, in cui dobbiamo dirci: ora so che cosa fare. E poi forse di nuovo abbiamo bisogno di ri-abitare il nostro rapporto con il denaro in tanti modi diversi, di esagerare… Quello che ci viene detto è: il denaro non è un valore eterno, non si può usare ideologicamente; è un valore storico, ci sono degli ora. Non possiamo decidere una volta per tutte, con una condizione standard, secondo un formulario in cui dici: se hai 52 anni, non sei sposato, non hai figli, per essere povero… No, perché non è la finanza che necessariamente deve stabilire dei tetti condivisibili dentro un certo paese. Il denaro ci pone una domanda tutti i giorni della nostra vita, perché ogni cosa che usiamo, la più piccola e la più grande – e non è più chiara la risposta, se uno dice: ho una villa con duecento stanze, quattro campi da tennis, due piscine…si capisce che non va bene; oppure ho un piccolo appartamento…quello va bene – no, ogni volta la domanda è: ora che cosa devo fare? Non c’è un criterio che ci dia in assoluto la risposta, una specie di metro che mettiamo sulle cose e ci dice: fino qui va bene. E questo è uno degli aspetti difficili, perché da una parte il denaro ci assuefa e dall’altra ogni volta dobbiamo ri-decidere.

Denaro e condivisione

“Che farò ora che il mio padrone mi toglierà l’amministrazione?”. Ci viene da dire: sei messo male; “ zappare non ho forza, mendicare mi vergogno…” … ce l’hai tutte! Ma è chiaro che la posizione di questo amministratore è la nostra, siamo proprio noi. Di per sé nessuno di noi vuole cambiare, tutti noi tendiamo ad avere dei motivi per stare così come siamo. Diciamo: dobbiamo essere più poveri, pregare di più, dovremmo avere più fede… Se non l’abbiamo ancora fatto è perché, in genere, non abbiamo voglia di farlo. Ci va un rendiconto, un giudizio, per metterci alle strette. E lui, l’amministratore, ci rappresenta proprio, è tenerissimo, dice: adesso dove vado, cosa faccio? C’è questa bella trovata. Ma la domanda che lui si pone è: come faccio ad avere qualcuno che mi accolga? La dipendenza che non abbiamo accettato nei  confronti del padre – non avere il coraggio di dire: tornerò da mio padre – siamo costretti ad accettarla nei confronti dei fratelli. Dobbiamo costruirci, con la ricchezza di questo mondo, qualcuno che ci accolga, da cui diventiamo dipendenti. Mettiamola in positivo: Dio è buono, per cui, dalla carità che riceviamo dai fratelli, ci insegna come fare a fidarci di lui. Perché anche fidarci a ricevere la carità dei fratelli per noi è dura! Tutti noi saremmo molto più contenti di poter dire: questo l’ho fatto io, non devo dir grazie a nessuno – frase terribile!  Ci viene detto, per esempio, che il denaro è contro il disegno di Dio, quando noi di una cosa diciamo: di questo non devo dir grazie a nessuno, perché me lo sono conquistato. Invece il denaro è un valore circolatorio, non nel senso che bisogna spenderlo, ma nel senso che crea dipendenze reciproche, perché fa sì che amare ed essere amati non è più solo una scelta di sentimenti, è anche una scelta di necessità, è un legame stabile. Io credo che questo si vede molto bene con i figli. Quando i bambini sono piccoli è molto difficile accettare – e poi è altrettanto difficile abbandonarla – l’idea che ci sia qualcuno che dipenda totalmente da te. All’inizio ti dà un’ansia bestiale, ma poi, quando comincia ad avere la propria indipendenza, e tende a dipendere un po’ meno da te, ti senti morto, perché il fatto che dipendesse totalmente da te ti ha detto di te, ti ha detto chi eri, cosa facevi, come stavi al mondo. E in genere, quando uno si è fatto tutti i ragionamenti, fa una bella fatica emotiva a ritrovare un suo equilibrio di fronte all’altro che ha trovato la sua autonomia. Dio ci dice che il denaro, come tutte le cose della nostra vita, serve a fare in modo che tutti sperimentiamo che tutti dipendiamo da tutti e che tutti dipendono da noi, cosicché possiamo imparare a mettere la nostra vita  nelle mani di Dio, a dipendere da lui. E, dunque, ciò che l’amministratore non aveva accettato, accettando di essere un amministratore, è costretto ad accettarlo come via di ripiego, nel trovare qualcuno che lo accolga.

E lo fa esattamente usando il denaro, creando una dipendenza: io ti faccio un favore, e tu…Non solo, ma lo fa, paradossalmente, mettendosi al posto giusto. E’ un amministratore, i beni non sono suoi, riconosce di essere un amministratore, che i beni non sono suoi; non solo, ma fa esattamente l’operazione che, secondo le parabole della misericordia, il padre voleva: li condivide. Ciò che non è suo viene condiviso. E non condiviso con la carità, come tante volte abbiamo detto: io che sono buono, io che ho i soldi, ti do qualcosa… No; è paradossale, ma è bellissimo: io che riconosco finalmente che non ho niente e sto per finire sulla strada, io che sono più povero di voi, che siete debitori del mio padrone,  condivido con voi i beni che non sono i miei.

“Il padrone lodò quell’amministratore disonesto”. A questo punto si comincia a capire e si capisce anche il versetto nove: “Vi dico: Procuratevi amici con la disonesta ricchezza, perché quand’essa verrà a mancare, vi accolgano nelle dimore eterne”.  Questo versetto ci fa risuonare, al di là dell’esegesi: “Peccatori e prostitute vi precederanno nel regno dei cieli”. Questi, che sono più disonesti dell’amministratore perché accettano il trucco, ci accoglieranno nelle dimore eterne.

Io capisco, almeno su di me, l’effetto di questo brano: rovescia tutti i quadri. Non è che io sia corretto e, in base a quanto guadagno, faccio delle valutazioni, che cosa è giusto che io mi tenga, quanto do in carità, ecc., come se io fossi il soggetto decisionale, che, possedendo, può disporre, – perché è esattamente questo che l’evangelo dice, che è l’atteggiamento di colui che ha costruito granai, ha messo via le cose, perché, certo, io ti regalo qualcosa, io non condivido, ti regalo. Qui è esattamente il contrario: nel momento in cui l’amministratore scopre la propria povertà, scopre di non possedere niente, ma di avere per le mani tutto – questo è il mistero della nostra vita: noi non possediamo niente, ma abbiamo tra le mani tutto! Quando si dice: Dio non lascia i suoi figli che sono nel bisogno, è assolutamente quello che ci accade: nulla è nostro, ma per le mani ci passa tutto quello che ci serve, l’intelligenza, il tempo, i dolori, l’elaborazione dei lutti, la psiche, le nevrosi, ciò che ci serve; tutto quello che ci serve per essere viventi.

E allora qual è l’operazione? Procurarsi amici con la disonesta ricchezza, cioè compiere il disegno del padre che è la condivisione, non per il diritto dell’eredità, ma perché, povero come te, quando mi passa per le mani tutto, posso donarti tutto. Se pensate ai grandi santi della carità, si sono sempre comportati tutti così. Dicevano che non avevano fatto niente, era la provvidenza; i soldi erano arrivati di qua e loro li avevano versati di là. L’atteggiamento era proprio questo: cosa ci entravano loro? Mi hanno dato delle cose, proprio quando lì c’era qualcuno che ne aveva bisogno; io le ho prese e gliele ho date! E l’hanno fatto con questo senso della circolazione dei beni che costruiscono legami di fiducia, dell’essere accolti nella casa di un altro, perché costruiscono legami di dipendenza. E credo che qui ci sia il problema radicale per noi e per la nostra cultura, quello serio, che è la nostra incapacità a sopportare – ognuno secondo la propria biografia, con il proprio modo, il proprio carattere, ma culturalmente in modo molto diffuso – di dipendere da qualcuno, la nostra perenne ricerca di autonomia, di bastare a noi stessi. Sempre di più persino l’amore ci fa paura, perché è una forma di dipendenza, di fiducia, del fatto che io metto la mia possibilità di essere contento, di stare bene nelle mani e nella faccia di un altro; se poi solo mi guarda sorto io sto già male! E dunque anche lì non riusciamo più a fare questo gesto di affidamento.

Essere affidabile …o …sapersi affidare

In questo senso ci sono gli ultimi tre versetti: “Chi è fedele nel poco è fedele anche nel molto”. Qui fedele, secondo i commenti che ho letto, è la retroversione ebraica di fede come fiducia, di affidarsi; chi si affida nel poco, si affida anche nel molto. Perché se no, chi è fedele nel poco – ma prima lo fregava, poi lo frega pure…- non è nel senso di affidabile. Di fronte a un ragionamento così, l’amministratore, ecc… la nostra domanda è: è affidabile? Nel vangelo invece la domanda è: si sa affidare? Che è un’altra domanda. Il problema del vangelo non è l’affidabilità, ma il sapersi affidare. Qui dice: chi si sa affidare nel poco, nelle cose che oggi ci sono, e domani potrebbero anche non esserci, si saprà affidare anche nel molto. E lo stesso i versetti seguenti. “Se dunque non siete stati fedeli nella disonesta ricchezza – se non siete stati capaci di affidarvi quanto alle cose di questo mondo, alle cose che passano, alle cose di cui a volte si può fare a meno, alle cose non così indispensabili – chi vi affiderà la ricchezza vera? Come sarete in grado di affidarvi alla ricchezza vera? E lo stesso: se non siete stati fedeli nella ricchezza altrui, chi vi darà la vostra?

In questo noi ragioniamo esattamente al contrario: se uno non sa fare gli affari suoi, con i soldi suoi, non gli affideremo mai i soldi degli altri da amministrare! Ma qui, molto saggiamente, dice: uno dovrebbe avere meno paura a gestire i soldi degli altri perché, se li perde, li perde un altro. Quindi dice: se tu non sei capace di affidarti nemmeno con i soldi degli altri, immaginiamo con i tuoi!

Credo che questo testo ci metta in un’altra ottica, rispetto al denaro; cioè: qui il problema è che il denaro – e più in generale secondo la scrittura che non vive in una società così monetarizzata come la nostra, anche le cose, i beni, il possesso – richiede ai cristiani due sole cose, ma fortemente radicalizzate: uno, ricordati che niente è tuo; che tu sei un amministratore, perché tutto è di Dio, letteralmente, non in senso metaforico; dunque io ce l’ho in uso ma non è mio e dunque lo posso scialacquare, lo posso regalare senza patire, perché non sto regalando del mio; e, secondo, ricordati che il denaro serve a stabilire circolazione, le cose sono un bene d’uso. Quando serve arriva, come insegnano i santi; arriva tutto, o una parte; quando serve arriva, ma altrettanto, quando serve va dato, va via, perché è un bene di circolazione, che crea legami  e che meno circola, più inacidisce, come la manna.

Credo che sarà una bella occasione, sarà stimolante sentire Piana, per chi potrà esserci, e penso anche che possiamo cominciare, da qui in poi, a segnare su un foglio ciò di cui ci piacerà parlare in quella lectio di metà anno in cui potremo forse leggere insieme alcuni passi della “Populorum Progressio”, o ragionare più a dialogo su queste cose.

Domanda – Volutamente non hai inserito la frase: “nessun servo può servire a due padroni”, che nella Bibbia normalmente è la conclusione di questo testo?

Non l’ho inserito volutamente per due motivi, uno di ordine storico critico e l’altro di contenuto. Quello storico critico è che quel versetto nei sinottici vaga; in Luca sta qui, in altri testi sta in altri capitoli quindi è uno di quei versetti aggiunti, un po’ in luoghi diversi ed è difficile capire a cosa si lega; in secondo luogo perché è uno di quei versetti che citiamo sempre, in cui diciamo: non si può servire a due padroni, non si può servire Dio e il denaro… punto. E’ l’unico che conosciamo già, ma che non ci porta da nessuna parte, mentre questo ragionamento ci dà un’idea diversa.

Domanda – Si serve Dio e il denaro?

Si serve Dio attraverso il denaro; si serve sempre un padrone solo, l’unico che è davvero padrone; noi siamo amministratori. E’ chiaro che lì comincia il problema: come, per fare che ? E poi di volta in volta, a seconda del luogo che abitiamo, del tempo, quanto, cosa… Lì comincia il fatto che non hai più un criterio obiettivo, che devi esercitare una vigilanza, e una coscienza ecclesiale, dei luoghi dove uno possa dire, chiamando le cose col loro nome: io ho fatto questo ragionamento, ho deciso così, voi cosa ne dite? Io credo che, per esempio, sia uno di quegli argomenti di cui è difficilissimo parlare nelle nostre comunità ecclesiali; non si parla mai di denaro. In genere l’unico che ne parla è il parroco, che chiede soldi per delle cose, ed è vissuto da tutti come una cosa sgradevole. Di per sé dovrebbe essere il contrario: lui dovrebbe essere l’unico a non parlarne, perché per noi dovrebbe essere naturale sovvenire alle necessità, procurare ciò che serve per far andare avanti la baracca. Dovrebbe venirci in mente automaticamente che l’energia per illuminare o riscaldare le stanze costa, perché a casa nostra lo sappiamo che costa. Noi rimuoviamo la questione e quindi il parroco deve parlarne, e noi abbiamo sempre il dubbio che un po’ ci marci. E noi, tra di noi, tra battezzati – comprendendo anche il parroco, se vuole – non abbiamo il modo di parlare tra di noi di queste cose, confrontandoci sulla parte che comincia dopo aver messo il denaro al posto giusto, sulla concretezza del denaro che, poiché concreto, cambia continuamente. Cambia secondo le stagioni della nostra vita, secondo il posto in cui viviamo, secondo mille fattori che possono influenzare delle valutazioni. Per esempio l’assenza totale dell’attenzione a questi discorsi è uno dei problemi drammatici, ma nessuno di noi ne parlerebbe. Non abbiamo un linguaggio, un’abitudine, una libertà su questo argomento.

Fossano, 08 Novembre 2008

(testo non rivisto dal relatore)

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