9 Maggio 2009
Stella Morra

8. La nuova Gerusalemme

Commento a: Ap 21, 1-8


Premessa

E’ un po’ strano fare una lectio che conclude il percorso di lectio e insieme apre “Fede con arte”; non so bene se è una lectio finale o iniziale, ma anche questo mi sembra  in clima con il modo di approcciare le cose tipico dell’Atrio, per cui ogni cosa che finisce apre sempre un’altra cosa.

La lectio di oggi si pone come punto di arrivo, per quanto provvisorio, dell’itinerario compiuto quest’anno, legato al tema della doppia cittadinanza, dell’essere cittadini del mondo e del cielo, cioè della necessità di tenere le cose concrete, le preoccupazioni  ordinarie e reali, la vita com’è insieme con le cose che speriamo, amiamo, che ci sembrano più grandi, ma a volte anche meno concrete, o più astratte, o non concretizzabili. Come abbiamo visto in questi ultimi mesi, l’ultima parte del percorso cercava, attraverso tre testi, -quello della prima lettera di Pietro, quello di Luca e l’ultimo, quello di oggi, dell’Apocalisse- di vedere il punto di vista specificatamente cristiano, su questa questione. Cioè, non solo una descrizione di come va che le nostre vite sono divise tra amori diversi, tra necessità diverse -cosa che accomuna tutte le donne e gli uomini che vivono, che abbiano più di sei anni e non riescono ad avere una sola cosa da fare, che era un po’ la prima parte del nostro percorso, l’esperienza di una vita che è plurale, che è divisa- mentre questi ultimi tre testi volevano concentrarci sulla buona notizia che, su questa divisione, ci viene dall’esperienza credente.

Uno dei motivi per cui la fede cristiana è così faticosa da spiegare, da accogliere, per le donne e gli uomini di questo tempo, è che spesso non riusciamo più a sperimentare che sia una benedizione per la nostra vita. Spesso, anche quando ci crediamo, l’unica esperienza che facciamo è che la fede è l’ennesimo impegno di agende già molto piene. Uno già deve impegnarsi per campare, deve impegnarsi per arrivare alla fine del mese, per andare d’accordo con quelli con cui vive, cui vuole bene -che di solito richiede una certa dose di pazienza-, deve investire energie per far attenzione a se stesso e agli altri esseri umani…e poi sembra che essere cristiani -oltre a tutti questi impegni che hanno tutti, che vengono dalle cose, che non puoi evitare- voglia solo dire che in più devi anche andare a messa, ricordarti di pregare, di adempiere a tutta una serie di cose, hai anche il dovere di essere buono. Alla fine, forse perché sono ossessionata dalla mia agenda, a me viene un po’ questa immagine: non vorrei che la fede diventasse l’ennesimo impegno nell’elenco di agende che già hanno dentro migliaia di cose. E da questo punto di vista è molto duro spiegare poi come sia una buona notizia, nel senso che pensiamo che una buona notizia dovrebbe essere un impegno in meno, non uno in più. E se la buona notizia è solo che un giorno riceverò un premio, dico, sì, va be’, però intanto non riesco a vivere….Di per sé qui c’è proprio un problema –e lo dico, come al solito, in modo apparentemente semplificato, ma la questione è molto seria: quando noi diciamo che la fede è una buona notizia, dovremmo riuscire a capire come può accadere che viviamo la fede come qualcosa che nei fatti benedice la nostra vita, che è un impegno in meno o che alleggerisce tutti gli impegni che occupano la nostra esistenza, non che è un impegno in più, perché diciamo che è una buona notizia, e dopo non agiamo questa buona notizia.

Da questo punto di vista gli ultimi due incontri, più quello di questa sera, cercavano di farci vedere cosa vuol dire che, rispetto alla divisione delle nostre vite, all’essere qui, molto presi dal presente, dalle cose da pensare, dall’ingiustizia del mondo -la nostra e quella altrui-, dai rischi di violenza, dall’incapacità di avere un mondo bello, buono e fiorito o almeno riposante, come ci piacerebbe, molto presi da queste cose e dall’essere contemporaneamente sempre portatori di desideri più grandi –è come se gli esseri umani fossero perennemente degli insoddisfatti; abbiamo comunque sempre un altro orizzonte. Sulla divisione che questo crea, come si manifesta la fede come una buona notizia?

Da questo punto di vista il testo di questa sera è stato scelto –e spero di riuscire a offrirvelo come tale- come un happy end, cioè una fine un po’ gloriosa che ci fa tenere il gusto buono, ci fa venire il sospetto che, forse, davvero la fede è una buona notizia, che ci dà un’immagine densa di benedizione e di una vita non tanto riunificata, quanto di una vita plurale divertente, che è diverso da riunificata. Non è che bisogna amare una cosa sola, ma imparare a divertirsi amandone due. Questo è un po’ il quadro dentro cui si pone la lettura di oggi.

Mi corre l’obbligo di un’altra premessa che molti di voi hanno già sentito in altre occasioni; il libro dell’Apocalisse a me piace molto; spesso dico che gode di cattiva fama presso i cristiani, come libro difficile, libro che non si capisce, solo perché mancano due o tre premesse minime per coglierne la bellezza, la ricchezza. E’ un libro molto moderno: l’Apocalisse dovremmo guardarlo come un film, non come un testo di storia –questa è una premessa. Quando leggiamo un testo di storia ci si chiede se si capisce o meno una frase o l’altra; se si legge l’Apocalisse così si diventa matti perché, sette mostri, sette candelabri, sette di questo, sette di quello, dodici diaspri…., già non te li ricordi, fai confusione fra i vari simboli, poi ti chiedi se lo capisci o meno …rimane un libro totalmente oscuro, una cosa strana. In realtà, invece, come più volte ho detto, l’Apocalisse funziona come un film. Giovanni, che tradizionalmente è considerato l’autore dell’Apocalisse, non aveva a disposizione il film -non era ancora stata inventata la riproduzione per immagini- ma aveva una testa che oggi diremmo cinematografica, cioè puntava a creare atmosfere, immagini, scene grandiose e, così come in un film, se a un certo punto sentiamo una porta scricchiolare, c’è musica in crescendo, e un uccellaccio nero passa per il cielo, non sto a chiedermi che razza di uccello sia, ma semplicemente entro dentro l’effetto che quella scena fa: sta arrivando qualcuno di cattivo e dunque il cuore mi sale in gola, aspetto di vedere cosa succede, perché entro nella simbolica –e non vuol dire che la capisco! Tutta la cultura visiva gioca su questo fatto. Il novanta per cento delle immagini, delle combinazioni suono immagine che hanno un effetto su di noi, non le sappiamo spiegare, alcuni non li vediamo neppure, non memorizziamo di avere visto quello, ma funzionano, ci fanno effetto; non li capiamo, ma funzionano: creano rilassatezza o ansia… Il libro dell’Apocalisse si pone così. Ci sono molti studi sul perché Giovanni abbia scelto un simbolo o l’altro, su cosa indicava o qual era il riferimento culturale, perché, certo, lui prende a man bassa dalla cultura in cui abita, una cultura molto distante dalla nostra, per cui alcuni simboli che avevano un effetto immediato sui suoi contemporanei, a noi non dicono niente, semplicemente perché sono passati molti secoli e ci siamo persi quell’effetto. Alcuni invece funzionano benissimo anche su di noi; basta vedere certi film –mi viene in mente “Il settimo sigillo” di Bergman che utilizza la simbolica dell’Apocalisse, ed è chiaro che sceglie esattamente i simboli ancora parlanti per noi- ed ha assolutamente effetto; il mare di fuoco, i draghi che sputano fiamme a noi fanno un po’ l’effetto favola, però ci danno anche l’idea di qualcosa di pericoloso.

L’Apocalisse, dunque, va un po’ ascoltata come un film –per questo anche l’esperimento di domani di leggerla tutta- perché leggendone sempre dei pezzetti, uno sta lì a chiedersi che cosa vuol dire ‘i sette diademi’… Se senti tutto il racconto, alla fine ha una sua logica, un filo, un ritmo, che nei pezzetti non avrà mai, perché è come vedere solo degli spezzoni di un film, invece che vederlo tutto intero.

Il secondo elemento di cui bisogna tener conto leggendo il testo dell’Apocalisse, è che è pensato come un film, o meglio, diremmo noi oggi, come un libro interattivo, cioè non è pensato per essere conservato, bensì per essere, in qualche modo, “dialogato”. E’ pensato in funzione di una comunità di ascolto, noi diremmo, pensato in chiave liturgica, non per essere letto da uno solo, ma per essere ascoltato. Nel medioevo era molto spesso rappresentato, era messo in scena e si prestava bene con tutte queste fantasmagorie, perché è appunto un libro che presuppone una platea, non è da leggere da soli ed ha una struttura liturgica in cui inizia con un’invocazione liturgica e quasi un formulario di botta e risposta, e finisce con un’invocazione liturgica ed  un botta e risposta ed in mezzo ha di nuovo una cesura liturgica. Cioè presuppone una comunità viva che lo ascolta e, in qualche modo, lo dialoga.

Brevi note sul libro dell’Apocalisse

Per tutti quelli che si sono persi le lezioni precedenti, faccio una breve sintesi dei contenuti dell’Apocalisse. Vi riassumo la trama per consentirvi di godervi il film; sapendo già come va a finire, potrete concentrarvi sul film. L’Apocalisse è un testo molto ricco, non tanto di contenuti –dice quattro cose, come tutti i testi della scrittura. Se io dovessi trasformarli in concetti, e non ripetere due volte lo stesso, in tre pagine ci starebbe tutto. E questo non perché sia un libro povero, ma perché la sua preoccupazione non è di trasmettere concetti, bensì di narrare storie, che è un’altra questione.  La Scrittura vuole farci cascare dentro un mondo, una storia, una logica, un ritmo, vuole farci scattare immedesimazioni e proiezioni; per dirci la stessa cosa vuole toccarci con mille registri diversi, in modo che, prima o poi nella vita, uno di quei registri ci riguardi. Una cosa viene detta in forma di lode, poi di imprecazione, poi di canto di gratitudine, poi con la narrazione di un miracolo … in modo che, prima o poi nella vita, ti ci ritrovi in tutti, o per lo meno in due o tre. Dunque, da questo punto di vista, non è un libro di contenuti, cioè la sua preoccupazione non è quella di insegnarci una serie di contenuti.

L’Apocalisse non parla della fine del mondo; il suo problema non è la fine del mondo, ma il mondo, cioè cosa succede tra adesso e la fine del mondo. Nella lettura, poi, l’accento si è spostato sulla fine del mondo, perché tutti ne avevano un po’ paura. Il tema dell’Apocalisse è su che cosa succede tra il momento in cui Gesù è venuto ed ha compiuto tutto e il dopo; perché c’è ancora della storia dopo? Tradotto come lo diremmo noi oggi: che ci stiamo a fare a questo mondo? Perché dobbiamo ancora vivere se ciò che doveva essere fatto, cioè la salvezza, attraverso Gesù è già stato fatto? Che ci sia l’Antico Testamento si capisce: bisognava preparare la storia a Gesù; la storia è stata pronta, la pazienza di Dio è colmata, Gesù è venuto, è morto e risuscitato, tutto è stato fatto, quindi tutto è compiuto …basta! Se c’è ancora del tempo rischiamo solo di confondere le cose, di sbagliare; meglio che ci sia poco tempo! Invece il tempo c’è ancora, e venti secoli dopo c’è ancora tempo. Forse finirà domani, ma fino a domani non lo sappiamo, c’è ancora tempo! La domanda dell’Apocalisse è questa e ci riguarda in un modo terribile, perché questo è il  libro più specifico che ci sia riguardo a noi. Che c’è da fare? Tradotto in modo ancora più concreto: cosa deve fare nel tempo che ha, uno che vuole essere discepolo di Gesù? E fino al momento in cui il tempo durerà! Quando il tempo finisce, il regno è di Dio e se ne occupa Lui, ma fino a che c’è del tempo, sono affari nostri, dobbiamo decidere da che parte ci mettiamo.

In secondo piano, in Gesù Cristo sappiamo già il finale, sappiamo già come va a finire, non c’è suspence nel piano di Dio. La storia finisce bene. Non il destino di ognuno, ma la storia. Il male non sarà l’ultima parola; alla fine ci sarà una storia positiva, cioè: questo mondo, che nella storia non funziona, funzionerà! Bisognerà capire se ciascuno di noi farà parte del mondo che funziona, o no, se starà da quella parte lì o dall’altra. Tradizionalmente si diceva ‘al paradiso o all’inferno’, cioè se noi staremo dalla parte di un mondo ricostituito nella sua capacità di funzionare, oppure no. Un mondo ricostituito sarà un mondo dove tutte le cose che non funzionano – ingiustizia, violenza, il fatto che sembra prosperare chi è cattivo, mentre chi è buono deve sempre pagare- saranno rigirate; sarà un mondo secondo le beatitudini.

Terzo: la morte di Cristo segna appunto la sconfitta definitiva del male, ma non elimina tutti i malvagi. L’Apocalisse fa una distinzione molto forte tra il male e i malvagi. Il male è sconfitto, ma i malvagi ci sono ancora e c’è questa battaglia in corso: la storia è una battaglia. Questa è la tesi dell’Apocalisse. E bisogna decidere di mettersi da una parte o dall’altra, in questa battaglia, non si può non scegliere; non scegliere è già un modo di scegliere; non facendo niente uno va già a finire da una certa parte. E questa è la questione dei cristiani, ma non rispetto a Dio – non si sceglie su Dio- bensì rispetto alla vita: che tipo di vita vuoi e vivi, che desiderio hai sulla tua esistenza? Questo ti fa mettere da una parte o dall’altra. Vedremo alla fine del nostro brano: nello specifico fa il riassunto di come sono organizzate le due schiere, quindi capiremo meglio. Da questo punto di vista il testo dell’Apocalisse ci dice che la vittoria finale non si realizza in modo magico; è una vittoria certa, ma è una vittoria che richiede una collaborazione liturgica, sacerdotale.

Ultimo punto dell’Apocalisse, Giovanni dice: dalla storia non si esce da soli, la storia è una faccenda collettiva, non si decide come singoli di stare da una parte o dall’altra, o meglio, ciascuno decide per sé, ma poi se ne esce insieme, si deve far squadra, si deve avere uno spirito di gruppo, una comunità, perché altrimenti non ce la si fa. Ognuno da solo non può farcela in questa battaglia, benché nessuno possa scegliere al posto di un altro; quando poi hai scelto, devi imparare a giocare di squadra, perché se no non se ne viene fuori. Questi sono i contenuti minimi.

 

Cielo e terra riconciliati … e donati

Il testo di oggi è la prima parte dei due capitoli conclusivi. Questa sera commentiamo solo i primi otto versetti, anche se faccio fatica a trattenermi e dirò qualcosa sui versetti seguenti. Vi consiglio di leggere i due capitoli in interezza, se ne avrete voglia.

In questi versetti lo scenario è da finale di film holliwoodiano: luci, colori, crescendo musicale, la città che scende dal cielo. Dopo si dirà che le fondamenta delle mura, ciò che sta sotto terra e nemmeno si vede, sono adornate di ogni specie di pietre preziose –dodici strati di pietre preziose, sottoterra, che nemmeno si vedono: il primo di diaspro, il secondo di zaffiro, il terzo di calcedonio, il quarto di smeraldo, ecc. Fa un elenco di tutto ciò che c’è di più luccicante che si possa immaginare. Ma questo, che è il finale, l’orizzonte, l’happy end, è incastonato –abbiamo ormai imparato che i primi versetti e gli ultimi di una pericope sono spesso significativi perché costruiscono una parentesi, una struttura- da questo versetto:”Vidi poi un nuovo cielo e una nuova terra, perché il cielo e la terra di prima erano scomparsi e il mare non c’era più”. E dall’altra parte: “Ma per i vili e gl’increduli, gli abietti e gli omicidi, gl’immorali, i fattucchieri, gli idolatri e per tutti i mentitori è riservato lo stagno ardente di fuoco e di zolfo. E’ questa la seconda morte”.

C’è questa incastonatura: da una parte una novità: i cieli e la terra sono rinnovati, il mare non c’è più, sparisce. Per la cultura ebraica il mare era un problemaccio; avevano un pessimo rapporto con il mare, cultura desertica, piedi ben piantati nella terra. Nella Gerusalemme celeste, dopo, si dirà più volte che Gerusalemme ha i fiumi dove si può bere; per gente che sta nel deserto, sarà un posto molto ricco di acque, ma di acque piccole, perché il mare grande è un altro problema per gli ebrei, fa paura; c’è il ricordo antico dell’Esodo, del passaggio del mar Rosso inseguiti dagli egiziani; il mare è pericoloso. E poi ci sono tutti i sapienziali, dove il mare è la sede del leviatano, dei mostri, di tutte le cose cattivissime, quindi, il mare, via; nelle cose nuove il mare non c’è più; si ristrutturano alto e basso; non c’è più niente di ciò che ci preoccupa, si risistema l’organizzazione del mondo, c’è un nuovo cielo e una nuova terra; alto e basso. Il cielo è il luogo degli dei, la terra il luogo dei demoni; tutte le culture hanno questo archetipo: alto, basso. Nel Tao si dice che la pace universale si scrive con un carattere in cui sopra sta il simbolo della terra, e sotto il simbolo del cielo, perché, dice il Tao, siccome il cielo tende a salire e la terra, che è pesante, tende a scendere, se stessero come stanno nel mondo si allontanerebbero sempre di più. La pace universale è quando sono scambiati: la terra scende, il cielo sale e si incontrano. E’ chiaro che questa idea di alto e basso riconciliati, incontrati, abbracciati, è un’idea di tutti noi. Ciò che sta in alto in noi, le nostre aspirazioni migliori, i nostri desideri più belli, quelli di cui siamo orgogliosi, quelli che ci sembrano raccontabili che, se riusciamo a realizzarli ci danno vanto, ma insieme tutta la nostra parte più terrestre, più legata al basso, i bisogni e i desideri non così nobili, le  necessità… Qui ci viene detto: un nuovo cielo e una nuova terra, quelli di prima erano scomparsi. Ciò che sparisce è il mare, cioè un’entità estranea, esterna, mentre tutto ciò che ci riguarda è ristrutturato, alto e basso si ri-incontrano, vanno al posto giusto, sono nuovi. E a quel punto la città santa, la nuova Gerusalemme scende dal cielo, da Dio.

Già l’ho citato tante volte, finalmente posso commentarlo, la Bibbia si apre con un giardino, si chiude con una città. Si apre con il giardino dell’Eden, il paradiso terrestre; e il giardino, la natura incontaminata è totalmente dono di Dio; nel racconto dell’Eden il giardino viene da Lui; l’uomo non fa niente per meritarselo, anzi è creato tra gli ultimi; prima Dio mette tutto in ordine, poi arriva l’uomo a cui viene regalata questa terra. Ma Giovanni ci dice che, quando finirà la storia, ciò che scende dal cielo è una città; e la città, secondo le culture antiche, è frutto dell’uomo, non della natura, è la nostra opera, ciò che abbiamo costruito, è ciò che gli uomini hanno fatto, l’artefatto, è ciò che non spunta da solo, è ciò che viene elaborato, in qualche modo. E  c’è questo paradosso incredibile, che a me, personalmente, consola sempre tantissimo: la città santa, la nuova Gerusalemme, scende dal cielo. Ciò che abbiamo fatto noi ci viene reso, come un dono. Non altro; Dio non ci regala un’altra cosa; fa scendere dal cielo ciò che noi abbiamo fatto, adorno come una sposa. Dio compie, rende bellissimo ciò che noi ci siamo affannati a fare mettendo insieme tre pietruzze, un microbo di zaffiro che siamo riusciti a radunare nella nostra vita. Viene messo tutto insieme e diventa questa città con dodici strati di pietre preziose come fondamenta! Una sovrabbondanza ed un lusso mostruoso. Ma non è estraneo: ognuno di noi potrà riconoscere il suo sassolino, le tre pietruzze che ha messo lui, magari un po’ storte. Ci viene reso come una città adorna come una sposa per il suo sposo. Non so se riesco a rendere la forza di questa faccenda.

Gli esclusi

Dall’altra parte abbiamo il versetto otto: “Ma per i vili e gl’increduli, gli abietti e gli omicidi, gli’immorali, i fattucchieri, gli idolatri e per tutti i mentitori è riservato lo stagno ardente di fuoco e di zolfo”. Lì c’è proprio la tipologia: come si fa a stare fuori da questa faccenda? Per questi è riservato lo stagno ardente di fuoco e di zolfo, il contrario della città, dunque tutte le immagini dell’inferno, che è sempre una fornace, vengono di qua. L’inferno è sempre rappresentato con il fuoco, l’immagine dei demoni che bruciano e fanno bruciare. Il caldo, il fuoco, ciò che brucia è veramente il peggio che ci possa essere per chi vive nel deserto, sempre sottoposto ad alte temperature.

Come può accadere che uno non riceve la città adorna come una sposa, ma si ritrova invece nello stagno ardente di fuoco e di zolfo? E’ abbastanza importante sapere questa cosa. Che cosa bisogna fare o non fare durante la vita per evitare lo stagno ardente? E’ questa la questione. Giovanni qui costruisce una tipologia interessante; se prendete le categorie che indica, sono molto precise, non generiche; non dice i cattivi, i peccatori. Sono i vili, gli increduli, gli abietti, gli omicidi, gli immorali, i fattucchieri, gli idolatri, i mentitori. Sono tre, uno; tre, uno –se volete poi vi spiego tutti i ragionamenti letterari; sono due gruppi corrispondenti, due facce della stessa questione e due sintesi, anche loro corrispondenti.

Da una parte ci sono i vili, quelli che hanno paura, sono dominati dalla paura. Della paura abbiamo parlato a lungo l’anno scorso. La paura è l’anticipazione di ciò che non esiste, che ci paralizza oggi  in funzione di ciò che ancora non c’è, e quindi è veramente il peggio del peggio della stupidità possibile, perché è ciò che ‘su nulla’ condiziona il nostro oggi in funzione di qualcosa che potrebbe anche non accadere, per cui uno si trova, qualche volta nella vita, ad aver sprecato una buona paura inutilmente. I vili sono coloro la cui vita è dominata dalla paura. Questa è la prima categoria. Il modo certo per ritrovarsi nella fornace di fuoco e di zolfo è lasciare che la propria vita sia dominata dalla paura. Oggi siamo meno moralisti, dunque facciamo una serie di ragionamenti e la chiamiamo con nomi più soft: ansia, e cose simili, necessità di governo della propria vita, devo sapere cosa mi succede; abbiamo una terminologia di livello più psicologico, ma il problema è sempre lo stesso: è vile colui che lascia che la sua vita sia decisa dalla sua paura, cioè chi non si fida che la storia finirà bene. Non che finirà bene in astratto, ma le cose che accadono non possono mai essere così gravi. Certo è normale avere paura; non è vile chi ha paura; è vile chi lascia che la sua vita sia dominata dalla paura. E’ diverso: tutti abbiamo paura; l’importante è avere un briciolo più di coraggio rispetto alla paura che hai, per cui hai paura e poi ti fai coraggio e fai un altro passo, magari non subito, magari dopo esserti guardato un po’ in giro; questo è umano, non è ancora essere vili. Essere vili, secondo la scrittura, è  permettere che la propria vita sia paralizzata, spenta dalla paura.

Se contate: vili, poi uno, due, tre, quattro, vedete che ai vili, nella seconda terna, all’estremo opposto, corrispondono gli idolatri, che è il nome religioso della viltà, di chi si fida non di Dio ma di altro. Noi potremmo dire chi conta di più sulla propria assicurazione sanitaria che su Dio; sui propri calcoli per la pensione che su Dio; su tutto ciò che ci rassicura, che sembra darci controllo sulla nostra esistenza; sul fatto che uno mangia sano, fa ginnastica, non fuma, dunque dovrà vivere in eterno, si assicura del governo del proprio futuro. Idolatri non sono questa strana cosa pagana che, dice, adoravano baal invece di Javhè. Sì, certo, nella scrittura è detto così, per cui diciamo, dato che nessuno di noi adora baal, non ci riguarda. No, noi possiamo essere molto idolatri. E l’idolatria è la figlia primogenita della viltà. Chi non riesce a pensare che la propria vita è fornita da Dio di tutto ciò che le serve per andare avanti un giorno dopo l’altro, anche sopportando la propria fatica, che Dio non fa ingiustizie, non ci dà una vita troppo stretta rispetto al desiderio che abbiamo, si affida agli idoli, cioè cerca di affidare la propria vita su altre cose.

La seconda coppia sono gli increduli. Chi sono gli increduli? Sono quelli che non hanno fiducia nella propria esistenza, che rimangono permanentemente al di sotto della soglia della propria felicità possibile, che non osano mai giocare la propria esistenza, avere fiducia nel fatto che la vita tira su la sua testa, che la nostra vita è più grande di noi, non è solo ciò che noi scegliamo, ciò che vogliamo e decidiamo, la nostra vita ha una sua potenza, più forte di ogni depressione. Il corrispettivo agli increduli sono i fattucchieri. Fa un po’ sorridere. Chi è il fattucchiere? Colui che affida alla magia, -ogni sorta di magia, non necessariamente la magia nera- il governo e la fiducia della propria vita; ciò che teme di non poter fare da sé, lo fa fare a qualche simulacro, scaramanzia di ogni genere e grado. Spesso noi, quando psicologicamente siamo molto insicuri, diventiamo rituali, cioè facciamo una serie di gesti e di cose rassicuratorie. Per esempio, io prima di fare una relazione, che mi dà sempre un po’ di ansia, faccio due o tre azioni in successione, sempre quelle. Va be’, fino lì si può sopportare, è una forma per calmare l’agitazione, serve a diminuire la mia insicurezza di parlare in pubblico. Quando però queste cose cominciano a diventare troppo dilaganti, a condizionare l’esistenza per cui tutto ciò che facciamo, viviamo, l’incontro con gli altri, la realtà viene decisa dai nostri magici rituali, da ciò che ci aspettiamo che funzioni perché funziona, non perché noi ci siamo dentro, ma che funzioni perché ho fatto tutti i passaggi che servono… La magia è figlia primogenita dell’incredulità.

La terza coppia è gli abietti e gli immorali. Anche qui, secondo me bisogna ritornare a dirsi le cose in modo molto semplice e come stanno: un abietto è  uno che non è una persona per bene. Molto semplicemente, ciascuno di noi sa esattamente che cosa vuol dire essere una persona per bene, nelle cose molto concrete della propria esistenza, ma non per motivi religiosi, cristiani, no. Nella nostra vita, quando incontriamo delle persone, sappiamo esattamente che quella persona lì avrà tutti i difetti di questo mondo, ha il suo carattere – sono cose che si dicono, è fatta com’è fatta- ma è una persona per bene; ti puoi fidare; se dà una parola è quella, se prende un impegno; fa di tutto per mantenerlo; non parla gratuitamente male degli altri; è una persona per bene, non gode del male altrui, è contenta se gli altri stanno bene e anche se lei sta bene.

A fronte di questi ci sono gli immorali che sono i figli primogeniti dell’abiezione, cioè del non essere persone per bene Il male è uno scivolo incredibile. Ognuno di noi ha fatto l’esperienza che se racconta una piccola bugia iniziale per non dare una spiegazione, poi dice tre bugie per coprire la prima, poi cinque bugie per coprire le tre bugie … e alla fine si avvoltola in una logica di menzogne da cui non sa più come uscire, e certe volte per niente. Se c’è in ballo qualcosa di veramente serio, può essere una fatica utile, ma certe volte succede solo perché uno non aveva voglia di mettersi lì a chiare una questione che in mezz’ora di disponibilità di cuore si sarebbe chiarita e allora l’ha tagliata corta e si è risparmiato mezz’ora di dialogo, di ascolto dell’altro, anche delle sue ragioni, del muso dell’altro che non aveva voglia di ascoltare, sapendo dentro di sé che quell’altro aveva ragione a fargli il muso, ma per evitare la situazione ha deciso di aggiustare un po’ la situazione. L’immoralità è questo: non prendere sul serio la propria e l’altrui esistenza, scatenando una valanga che poi diventa difficilissimo fermare.

In mezzo, tra queste due cose, ci sono i due elementi solitari, ma anche loro si corrispondono: gli omicidi e i mentitori, che sono veramente delle sintesi. Vili, increduli, abietti … omicidi; immorali, fattucchieri, idolatri … mentitori. Rispetto all’omicidio c’è in gioco la vita, la totalità della vita. L’omicida è colui che toglie la vita. Nel caso del mentitore, è in gioco la verità.

Secondo questo testo ci sono due cose veramente imperdonabili: negare la vita e raccontarsi delle bugie. Io credo che queste questioni siano molto chiare e serie. Se noi neghiamo la nostra e l’altrui vita, se la banalizziamo, se la semplifichiamo, se non siamo capaci di benedirla, se la vita altrui, o la vita mia, diventa uno strumento, non un fine in sé, se la vita viene tolta, spenta, abbassata, -non solo la vita nascente o la vita finale, questioni serissime! – ma in mezzo tra le due c’è la vita, quella che dura tutti i giorni, il mio lavorare, alzarmi, divertirmi, ammalarmi, incontrare le persone, avere una famiglia, tutte le cose di ogni giorno, che fanno di una vita …una vita.

 

Abitare insieme

In mezzo ci sono sette versetti dedicati all’happy end e uno solo dedicato a chiarire chi resta fuori gioco. Per essere così determinati nel male ci vuole una bella intelligenza; non si finisce in questa logica per distrazione! Non è che uno diventi improvvisamente un vile senza accorgersene; si può essere fifone, per distrazione, ma non un vile. Per essere vili bisogna avere una buona determinazione. Questo testo ci dice che la bilancia pende dalla parte positiva; se ci distraiamo un po’ finiamo dalla parte buona, perché siamo già dentro la salvezza di Cristo, però, certo, se diamo una mano alla battaglia è meglio! Cioè, se anche noi portiamo il nostro contributo, invece di distrarci troppo, bene accetto.  Ma il quadro di questa nuova Gerusalemme funziona così: “Ecco la dimora di Dio con gli uomini! Egli dimorerà tra di loro ed essi saranno suo popolo ed egli sarà il ‘Dio –con-loro’”. L’abitare insieme, avere casa insieme. Anche qui mi fa sempre molto effetto perchè l’happy end della scrittura è bello, ma molto umano. Dice cioè simultaneamente la bellezza, ma anche l’ambiguità di alcune situazioni. Nella vita c’è poco di più bello dell’intimità quotidiana condivisa, dell’avere casa insieme, quando è bello; siamo capaci di rendere il nostro vivere insieme un inferno. Qui ci viene detto che avere casa insieme, l’intimità condivisa tra noi e con Dio sarà solo più bello. Così come c’è poco di più gioioso che le cose siano fatte nuove, ma la novità ci dà sempre anche un po’ di ansia. Qui ci viene detto, la novità che viene da Dio, il nuovo cielo e la terra nuova, fare nuove tutte le cose, sarà solo e sempre bello, senza bisogno di ansie. Ecco la dimora di Dio con gli uomini… e perché sia chiaro che una intimità condivisa nella forma migliore che riusciamo ad immaginare … “E tergerà ogni lacrima dai loro occhi; non ci sarà più la morte, né lutto, né lamento, né affanno, …”. Si comincia dal grave: non ci sarà più la morte, ma nemmeno il lutto, non il lamento, e nemmeno l’affanno, proprio niente che disturbi questa intimità condivisa, “…perché le cose di prima sono passate. E Colui che sedeva sul trono disse: ‘ Ecco, io faccio nuove tutte le cose’; e soggiunse: ‘Scrivi…” cioè, questo è un impegno solenne,  è un contratto firmato, non è così per dire, è qualche cosa che sta nero su bianco  “…tergerà ogni lacrima; non ci sarà più morte, né lutto, né lamento, né affanno …”  “Ecco sono compiute!” . Fino a qui è usato il futuro, poi improvvisamente si torna al presente: sono compiute! Nel tempo della storia ancora sotto il segno dell’ambiguità ci sono intimità bellissime, ma anche intimità faticose; c’è sempre anche un prezzo da pagare. Ma già sono compiute; noi sappiamo bene di cosa si parla. Non si parla di un’altra cosa, di un’altra vita, si parla di questa vita, e di questa vita quando sarà compiuta, fuori dal tempo.

“Io sono l’Alfa e l’Omega, il Principio e la Fine. A colui che ha sete darò gratuitamente acqua della fonte della vita”. Se leggerete o ascolterete il resto dei due capitoli, troverete che questi otto versetti vengono squadernati, aperti, ripetuti, sono ridondanti; come in un film i simboli vanno ripetuti, perché non è detto che tutti gli spettatori li notino la prima volta. C’è una sovrabbondanza che parte innanzitutto dai simboli che ci collegano alla città, a Genesi. A Giovanni viene mostrato che la città è attraversata da un fiume di acqua viva e c’è l’albero della vita. E’ chiaro che è l’albero del racconto di Genesi; questa città ricomprende anche il giardino, ma è di più del giardino; è il giardino più tutta la storia. Così come si lavora tanto su due temi che vorrei brevemente richiamare. Primo, il tema della luce: “Non avranno più bisogno di luce di lampada né di luce di sole, perché il Signore Dio li illuminerà”. Per noi questa è una questione simbolica strana, per noi la penombra è la rassicurazione riposante, rilassante, perché viviamo in un mondo pieno di luce artificiale, che ci stressa. Per i popoli primitivi era esattamente il contrario, la penombra era sempre pericolosa; la luce piena era un dono dal cielo; il buio poteva essere interrotto con una fiaccola, con una candela, ma questo era sempre costoso, e comunque poco efficace, si vedeva poco e male. Il sogno di una luce piena sempre, di vedere sempre, di non aver paura di ciò che sta nell’oscurità, per il mondo antico era un sogno messianico. Noi abbiamo capovolto il simbolo al contrario; se uno va a fare un massaggio, per prima cosa abbassano la luce, perché per rilassarti non devi avere una luce troppo chiara. Qui, invece, l’immagine è: non vi sarà più la notte con i suoi pericoli, con il non vedere. Vedremo, sapremo, staremo nella pace, vedremo tutto ciò che ci servirà vedere.

Il secondo è il tema del nome: porteranno il nome di Dio sul volto. Nel racconto di Genesi Adamo viene invitato a dare il nome agli animali; alla fine siamo noi che siamo segnati con il nome di Dio, siamo sua proprietà, diventiamo suo bene prezioso. A noi fa un po’ effetto perché non ci piace essere la proprietà di un altro. Per un antico, invece, questo era molto chiaro: un signore si dava molto da fare per garantire che gli schiavi, che erano la sua proprietà, cioè il suo capitale, fossero protetti, sicuri, nutriti, perché era un investimento, mica una cosa da poco! Noi diventiamo proprietà di Dio, siamo il suo investimento; non ci lascerà perdere tanto facilmente, non si distrarrà troppo perché siamo un capitale prezioso; non perché noi siamo belli, ma perché siamo il suo investimento, dunque non ha nessuna intenzione di sprecare il proprio capitale.

Fossano, 09 maggio 2009

(testo non rivisto dal relatore)

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