10 Gennaio 2009
Stella Morra

4. Del decidere di sé e del futuro?

Commento a: Mc 10, 35-45


Premessa

Riprendo un po’ velocemente, come sempre, il percorso che stiamo facendo per chi non c’era, o perché in mezzo sono passate tante altre cose. Il tema su cui stiamo ragionando è quello dell’essere cittadini di due città, dell’appartenere al mondo, alla storia, alle cose concrete, alle realtà che ci riguardano e contemporaneamente, come credenti, di tentare di tenere lo sguardo fisso su qualcosa che non è qui, che non si spende tutto qui, che non è necessariamente determinato dal successo o dall’insuccesso delle cose che si vedono… Preparando la lectio di oggi pensavo come questo tema, almeno per me che vado avanti in questo percorso, risulti sempre meno teorico-filosofico e sempre più concreto. Effettivamente, alla fine, questa è la grande fatica che ogni credente si trova a fare quotidianamente nella necessità di tenere insieme delle cose in cui crede -cose che ogni tanto rischiano di diventare dei valori a cui siamo molto affezionati, ma totalmente astratti- e le necessità della vita quotidiana – l’essere ragionevoli, più o meno autonomi in questo mondo, il pensare al proprio futuro con una certa dose di buon senso, non essere incoscienti rispetto a ciò che può accadere a sé, ai propri figli- in questa oscillazione in cui il rischio è di essere, da una parte, nostalgicamente insignificanti, cioè con dei buoni pensieri, delle belle frasi, poi in realtà si campa come tutti gli altri, in modo assolutamente indistinguibile, senza criterio di differenza, e dall’altra, di essere folkloristicamente fissati su due o tre questioni: uno non può tenere tutto sotto controllo, quindi si fissa su una cosa –a me viene in mente il commercio equo e solidale, o la giustizia sociale…- su quello fa tutta una serie di scelte, ma per tutto il resto funziona come tutti gli altri. Da questo punto di vista io credo che la questione sia molto significativa per ciascuno di noi, per riuscire, da un lato, a sentire se stessi come cristiani e, dall’altro, rispetto alla possibilità che offriamo – passatemi la parola grossa – al mondo intero di recuperare dei luoghi di visibilità e di vivibilità di che cosa vuol dire essere cristiani; la possibilità di incontrare da qualche parte qualcosa per cui uno possa fare un’esperienza semplice e concreta, non teorica, non di contrapposizione di schieramenti, di battaglie tra gruppi di potere, ma semplicemente di una vita quotidiana che uno misura come diversa e più benedetta, di una vita che benedice il meglio di ciascuno di noi. Questo presupporrebbe di incontrare dei cristiani che sanno ’benedire’ la propria e l’altrui vita.

In quest’orizzonte abbiamo cominciato con la lettura di Genesi, ragionando un po’ sull’origine di questo essere divisi tra due appartenenze, due mondi, due amori o due necessità, per proseguire poi con questi tre brani, di cui quello di oggi è l’ultimo, sulle questioni concrete. Ho fatto la scelta di non proporre una riflessione di tipo filosofico sui contenuti, la laicità dello stato o l’autonomia della filosofia, ma di esaminare tre luoghi molto concreti dove ciascuno di noi sperimenta questa doppia appartenenza. Il primo testo era sulla questione dei denari, dei beni, – il testo dell’amministratore infedele; il secondo, la volta scorsa, sulla questione dei corpi e delle relazioni; e il terzo, quello di oggi, sulla questione che potremmo chiamare delle scelte, della responsabilità, delle decisioni. Mi pare che questi tre luoghi rappresentino in modo molto concreto i tre assi su cui a ciascuno di noi, consapevole o no, con piacere o meno, tocca di diventare adulto. Ciò che abbiamo e amministriamo, le relazioni attraverso cui siamo e diventiamo, siamo amati e riconosciuti da qualcuno, riconosciamo e amiamo, e poi la progettualità, il fare – ho questo desiderio, faccio queste cose per realizzarlo, organizzo la produttività.

Mi veniva una piccola riflessione: negli ultimi venti, trent’anni, la questione dell’essere divisi tra due appartenenze tra i cattolici medi è tutto concentrato sul secondo livello, sulla relazionalità. Tutte le nostre riflessioni morali – lo dico con un termine generico – sono sull’amare o non amare il prossimo, reso tutto molto astratto, perché senza cose e senza produttività diventa totalmente astratto. Diciamo: anche sul posto di lavoro, se uno è cristiano deve amare gli altri. Sì, certo, ma cosa significa? Sul posto di lavoro o ci metti dentro le questioni di denaro, di produttività, di scelte, o amare gli altri è un puro dato generico. Abbiamo ristretto tutto su questo tema relazionale, come se, su questo tema, fosse più facile non sentirsi troppo divisi tra questo mondo e ciò che crediamo. Sul denaro è più difficile; in più siamo figli di una società borghese, di denaro non si parla, di produttività ancor meno. Io credo che questi tre luoghi ci aiutino un po’ a contornare una situazione concreta. Nel prossimo incontro avremo uno spazio un po’ più lungo di confronto su questi tre temi. Gli ultimi tre incontri, poi, dovrebbero farci incontrare con la notizia evangelica più fortemente espressa, con la misura che Gesù Cristo dà a questo suo essere cittadino di due città; e lui lo è in modo eminente, proprio perché noi crediamo che sia vero Dio e vero uomo. Quando diciamo di Gesù ‘vero Dio e vero uomo’ non consideriamo un ‘disastro’ il fatto che sia le due cose, anzi è il dato centrale del cristianesimo, ciò che è importante, ciò per cui vale la pena di essere cristiani, ma quando lo riferiamo a noi – di essere uomini e donne di questo tempo, e veramente figli di Dio – ci sembra un problema. E’ la nuova versione del problema di Calcedonia. Nell’antichità l’hanno discusso come problema su Gesù; noi, riguardo a Gesù, l’abbiamo ricevuto come soluzione: ‘Gesù Cristo vero Dio e vero uomo’ e siamo più o meno tranquilli sulla formula, ma abbiamo spostato il problema su di noi. Gli ultimi tre testi ci accompagneranno a vedere dal punto di vista di Gesù Cristo: come ha funzionato in lui, come lui ci ha detto che potrebbe funzionare anche in noi.

Oggi vediamo la questione su questo grappolo di parole su cui non sono riuscita a trovarne una sintetica. Nel titolo abbiamo messo ‘del decidere di sé e del futuro?’ ma anche qui la decisione dice solo una parte; è proprio un gruppo, una famiglia di questioni: decidere, progettare, desiderare in modo concreto, cioè volere qualcosa, esserne responsabili, essere capaci di produrre un certo risultato. Mi sembra già abbastanza indicativo il non aver trovato una parola sintetica, – non solo indicativo del mio essere incapace di trovarla – ma piuttosto indicativo del fatto che riguarda una dimensione di noi su cui, normalmente, si riflette poco nell’ambito dell’essere credenti. Ci sono dei motivi storici precisi: questo è, per esempio, un luogo della grande riflessione di molte delle chiese riformate, che sul tema del produrre, essere responsabili, del costruire nel mondo, hanno costruito una delle loro differenze, anche polemicamente, rispetto a Roma. I cattolici ci hanno riflettuto poco. C’è un famoso libro di Max Weber “L’etica protestante e lo sviluppo del capitalismo” (1905), in cui lui sostiene che nel mondo protestante il capitalismo si sviluppa meglio per questo motivo. E dunque, nei paesi del nord Europa sono più sviluppati che nei paesi del sud Europa, tradizionalmente cattolici, meno capitalisti; e il mondo cristiano è più sviluppato di altri che hanno altre matrici religiose, che sarebbero più passivi, più attendisti, come i mondi delle religioni orientali. Non è una questione solo di sentimenti, è una storia lunga. Ma è vero che oggi, ad esempio, in un tempo in cui l’unica simbolica universalmente riconosciuta sembra essere quella economica, cioè, l’unico elemento di riferimento veramente globalizzato sembra essere l’economia, e tutto è misurato in termini di denaro, l’affrontare una cultura di questo genere, quella in cui viviamo, senza una buona riflessione sul denaro e sulla produttività, ci mette in difficoltà.

Indignazione

Il testo di oggi è dal capitolo 10 di Marco. E’ un testo duro, che tende a lasciarci un po’ estranei, nel senso che uno dice: fossi stato io al posto di Giacomo e Giovanni di certo non avrei fatto una domanda del genere, non si chiedono queste cose! Come quando arriva un vassoio di paste la domenica e ce n’è una sola di un certo tipo, non ti avventi da maleducato su quella, aspetti che scelgano gli altri. E’ una questione di buona educazione.

Noi leggiamo questo testo attraverso gli occhi di una cultura borghese che fa della buona educazione l’approccio alla realtà del mondo, ma i vangeli sono precedenti alla cultura borghese. In particolar modo il vangelo di Marco, che è il più breve, forse il più antico, più secco nelle sue espressioni, non molto curato letterariamente, va al nocciolo duro delle questioni senza fare troppi giri, va giù secco, concreto, e mette in luce dei nodi, delle questioni – certo attraverso la cultura, la logica, le parole, le categorie del tempo – ma le mette in luce in bianco e nero, senza troppe sfumature, troppi grigi. Da questo punto di vista vi raccomando di leggere l’intero capitolo 10, un capitolo strano, perché sembrano tanti pezzettini messi lì uno dopo l’altro – non dico proprio senza logica, ma … Nell’ordine si trovano la questione che i farisei pongono sulla liceità del divorzio – ‘è lecito ripudiare la propria moglie…’; l’incontro tra Gesù e i bambini, con i discepoli che li invitano a non disturbare Gesù; l’episodio dell’uomo ricco, che noi conosciamo come il giovane ricco – nella versione di Matteo si dice che era giovane, qui si parla di un uomo; la questione delle ricchezze, del cammello nella cruna dell’ago; e ancora, la questione del centuplo quaggiù – ‘chi lascia padre, madre… avrà il centuplo’; un annunzio della passione; il testo che leggiamo oggi, e con questo finiscono tutte le parti di insegnamento – catechesi, diremmo noi; e infine c’è un episodio narrativo, la guarigione di un cieco, il figlio di Timèo che strilla lungo la strada e i discepoli lo invitano a star zitto, a non disturbare il maestro. Gli esegeti si sono impegnati a mettere insieme, a cucire i vari pezzi, a cercare riferimenti; io vi offro alcune sottolineature che non sono né le uniche né quelle che aveva in testa l’evangelista Marco, ma quelle che, in qualche modo, ci aiutano in una lettura credente del testo.

Colpisce molto che, in questo capitolo apparentemente così sconquassato, ci sia un filo di unità, e il filo di unità è dato dal termine ‘indignazione’. In tutti gli episodi, o quasi, c’è qualcuno che si indigna, che si secca, che si arrabbia o che sgrida qualcun altro. Anche nel brano che abbiamo appena letto, gli altri discepoli sono indignati. Gesù si indigna in un caso solo, quello dei bambini; si secca quando i discepoli gli tengono lontani i bambini. Questo filo mi sembra molto interessante per noi, perché la questione di cui Marco ci sta parlando –la traduco in linguaggio contemporaneo- è “Vale ancora la pena di scandalizzarsi? Per che cosa ci si deve indignare?”. Mi sembra interessante rispetto al nostro tema e alla nostra cultura.

In queste vacanze di Natale in cui sono girate molte e-mail di auguri, tra le tante mi è arrivata una storiella che anch’io una volta avevo girato perché molto carina, quella della ranocchia in cui si dice che se metti una ranocchia viva in una pentola d’acqua fredda e accendi sotto un fuoco lento, lei all’inizio pensa: che goduria, sono ai tropici, e si mette a sguazzare contenta; man mano che la temperatura sale lei ci si abitua, poi l’acqua comincia a diventare troppo calda, ma lei è talmente abituata e intontita dal caldo che non ce la fa più a saltar fuori e finisce bollita. Ma se metti una pentola, porti l’acqua a bollore e ci butti una ranocchia viva, quella, con un colpo di zampe, salta fuori e se ne va, perché sente immediatamente che l’acqua è troppo calda. Chi mi ha mandato questa storiella commentava così: forse a noi sta succedendo come alla ranocchia: siamo in una pentola d’acqua che si sta scaldando poco alla volta e non ci indigniamo più. Se vent’anni fa ci fossero successe davanti agli occhi alcune cose, così come ci succedono oggi, ci saremmo scandalizzati; invece, un po’ alla volta, ci siamo addirittura trovati bene, e non siamo più capaci di indignarci. La racconto perché a me sembra che questo filo di indignazione sia grande: non si parla di giudizio, ma di indignazione sì. C’è una differenza: il giudizio spetta a Dio, ma l’indignazione è il nostro lavoro. Qui ci viene detto che l’unico caso in cui si indigna Gesù -che sarebbe il nostro modello- è quando qualcuno si frappone fra lui e i piccoli, i poveri; quando qualcuno chiude delle porte, non consente di arrivare. Su questo ci sarebbero alcune riflessioni da fare.

La logica dei capi

La seconda questione che mi sembra interessante, è che ci sono alcune frasi praticamente identiche tra il testo di Gesù e i bambini e questo, di coloro che sono ritenuti capi; c’è la contrapposizione tra i bambini e i capi delle nazioni. Da una parte Gesù dice: “In verità vi dico: chi non accoglie il regno di Dio come un bambino, non entrerà in esso”. Dall’altra c’è questa progettualità di Giacomo e Giovanni che vogliono sedere uno a destra e uno a sinistra nella gloria. E’ chiaro, è un’immagine letteraria per dire: ci darai il potere che ci spetta, sovrintendenti del regno. Ma chi non accoglie il regno di Dio come un bambino non entrerà in esso. Questa contrapposizione è molto chiara.

C’è un’altra contrapposizione che vale anche per molti altri testi. Nel testo finale, del cieco, vengono riprese frasi da tutti i pezzi precedenti, dello stesso capitolo; in particolare, Gesù chiede al cieco: “Cosa vuoi che io ti faccia?” Qui il testo inizia con Giacomo e Giovanni che dicono: Maestro noi vogliamo che tu ci faccia quello che ti chiediamo …, mentre nell’altro è Gesù stesso che chiede al cieco: cosa vuoi che io ti faccia? Marco ci sta mettendo delle frecce per dire: questo racconto finale del cieco è il giusto, rispetto a tutti i precedenti sbagliati. Tutti i pezzi prima dicono un problema; ma allora come si dovrebbe fare? Secondo il modello del racconto del cieco!

Al cuore di questa faccenda c’è il segno, l’annuncio della passione. “Mentre erano in viaggio per salire a Gerusalemme, Gesù camminava davanti a loro ed essi erano stupiti; coloro che venivano dietro erano pieni di timore. Prendendo di nuovo in disparte i dodici, cominciò a dir loro quello che gli sarebbe accaduto: ‘Ecco, noi saliamo a Gerusalemme e il Figlio dell’uomo sarà consegnato ai sommi sacerdoti e agli scribi: lo condanneranno a morte, lo consegneranno ai pagani, lo scherniranno, gli sputeranno addosso, lo flagelleranno e lo uccideranno; ma dopo tre giorni risusciterà”. Il segno sotto cui è posta tutta questa faccenda, è quello dell’unica scelta che compete a Gesù, la scelta di accettare la croce. Stiamo salendo a Gerusalemme per questo.

Nel nostro testo di oggi partiamo da una domanda tutta sbagliata, non per motivi borghesi, non perché non si chiede quello che si vuole, ma per come è strutturata. “Maestro, noi vogliamo che tu ci faccia quello che ti chiediamo”. Pensate un attimo come funziona questa scelta. Quale sarebbe la scelta? Che noi abbiamo deciso che tu devi fare quello che noi desideriamo! E’ il modo in cui, per il novanta per cento dei casi, ci poniamo noi: io, che sono credente, dunque so quali sono i valori giusti, qual è la verità, ti spiego cosa devi fare! Questa è la struttura per cui io scelgo e spiego alla storia, al mondo, agli altri, come dovrebbe funzionare e sono indignato che, siccome ho fatto tutto ciò che dovevo fare e doveva andare giusto così –e mi sono anche impegnato, e sono anche cristiano, quindi ho anche fatto bene- le cose non funzionano così, la realtà mi smentisce, e io mi indigno: perché a me? Perché mi è andata storta questa cosa? Con sottodomanda, oggi molto di moda: chi è il colpevole? Il passaggio immediato non è più metafisico: perché il male del mondo? ma: di chi è la colpa? Se poi mi danno anche un colpevole sto un po’ meno male: so che è colpa sua. Così è impostata la domanda e, quindi, non solo non ci è estranea, ma è esattamente il modo in cui stiamo noi tutte le volte che diciamo: io ho scelto! Paradossalmente anche quando diciamo: ho scelto di credere. – Io voglio che ciò che ho capito, è così, è giusto, dunque tutta la realtà, Dio, il mondo….

Abbiamo una sola esperienza umana in cui ciò non funziona mai, e non riusciamo ad arrabbiarci troppo, e sono gli amori. Negli amori io scelgo, certo, ma l’unica cosa che posso davvero scegliere è di mettermi in gioco io per primo, tenendo le dita incrociate e sperando che la persona che sta di fronte a me pian piano, progressivamente, dentro una storia, faccia la stessa cosa, cioè metta in gioco sé, non faccia una cosa per me, ma metta in gioco sé. Tutto il resto funziona nella logica dei diritti e dei doveri. Siccome ora molti amori cominciano anche a funzionare nella logica dei diritti e dei doveri, molti matrimoni si sfasciano, perché è chiaro che se io importo questo metodo –io ho fatto, ho detto, ho ceduto, ho rinunciato e tu? – dopo un po’ non ci si capisce più, perché ognuno si sente indignato per aver messo in gioco tanto di sé, mentre l’altro non gli ha corrisposto ciò che era nel suo diritto avere. Gli amori felici funzionano in un altro modo. Riesco un po’ a spiegarmi sulla differenza di metodo?

Questo nasce esattamente dal fatto che il nostro ragionamento è, da una parte, come per tutti gli esseri umani -già succedeva al tempo di Gesù, a quelli che camminavano con lui– ci viene più istintivo ragionare così: io ho deciso che tu, che la realtà, che il mondo mi faccia questo; dall’altra è complicato dalla cultura contemporanea laddove, come dicevamo, l’unica legge ormai è quella del denaro, per cui tutti ragioniamo in termini di diritti e doveri, di rapporto tra investimento e risultato.

A me sembra bellissima la risposta di Gesù che non è: ‘ma che state dicendo? Ma come, sono con voi da molto tempo e non avete capito niente!?’. La sua risposta è innanzitutto una domanda: “Cosa volete che io faccia per voi?” . Se volete la dico in termini più spirituali, che forse si capisce meglio: come ci si oppone al male? Ponendo una domanda, mettendosi anche dalla parte di quello che noi dovremmo chiamare un metodo sbagliato. Gesù non si contrappone, non si mette a spiegar loro che hanno fatto una domanda assurda, ma dice: cosa volete che io faccia? Fa crescere da dentro la comprensione del perché quella domanda non funziona. Gesù pone una domanda sul merito della domanda: cosa? Non entra nel giudizio su di loro. Dire loro, ma cosa state domandando, significa dire: siete stupidi. Invece l’operazione che Gesù fa è: che cosa volete? Qual è davvero il tuo progetto? Qual è la tua scelta? Ragiona su qual è il tuo desiderio. Questo è l’unico metodo possibile per dei credenti. Quando subiamo un’ingiustizia, la vera domanda che dovremmo farci, dando per buono che emotivamente uno si incavola, ci sta male, soffre, si sfoga con gli amici – va benissimo, tutto questo ci sta– ma poi la domanda seria su cui arrivare, prima o poi, è: che cosa voglio veramente, io? Cosa andavo cercando e che cosa vulnera del mio desiderio questa eventuale ingiustizia, questa violenza che subisco? Nel novanta per cento dei casi quasi niente, perché la violenza è molto debole. Nella maggior parte dei casi ci viene tolta la parte più appariscente, ma la sostanza del mio desiderio può continuare tranquillamente, perché non siamo così in balia del mondo e delle cose. La domanda, cosa volete che io faccia per voi, è la vera domanda da farci: cosa vogliamo fare davvero? In questo, in questa cultura molto più che al tempo di Giacomo e Giovanni, noi siamo figli dell’idea che: ah, se potessimo, ah, se…. In fondo ci sentiamo tutti schiavi, condizionati di un mondo complicato, dei pochi soldi, delle poche possibilità, delle scelte già fatte che ci condizionano. Tutti abbiamo un retropensiero: se potessi davvero essere libero di fare veramente quello che desidero…. non ho potuto fare… L’impedimento viene sempre da fuori. Ma la domanda reale è: che cosa davvero voglio? E ripeto, in un’intera vita sono forse due o tre le occasioni in cui ciò che voglio si scontra veramente con un elemento della realtà che mi delude. Nel novanta per cento delle questioni quotidiane, ciò che davvero voglio trova la sua strada. Ma spesso io credo di volere delle altre cose.

“Gli risposero: Concedici di sedere nella tua gloria uno alla tua destra e uno alla sinistra”.

Oggi si direbbe, con una frase altrettanto gergale: dacci una sistemazione. Quello che vanno cercando è di sedere, di installarsi in questa immagine della gloria, che è un’immagine regale, di governo, di potere, uno alla destra e l’altro alla sinistra -da grande non voglio fare il re, ma il viceré sì. Credono di andar cercando il riconoscimento di un potere. E’ buffo, perché già qui il desiderio scricchiola; non desiderano nulla per l’oggi, ma qualcosa per il futuro. Qui entra la parola: ‘futuro’, che ci accompagnerà in seguito, perché la progettazione, la responsabilità, la decisione, la scelta, necessariamente è giocata, almeno in parte, sul futuro. Il rischio è che, come in questo caso, sia tutta sul futuro, e quando è tutta sul futuro, in genere è sbagliata.

“Gesù disse loro: ‘Voi non sapete ciò che domandate”. Scherzando potremmo dire che bisogna fare molta attenzione, come avevo detto nel primo ciclo di lectio di ormai quasi vent’anni fa, quello che poi è diventato “Come? Un itinerario del domandare a Dio” , la conclusione di quell’itinerario era stato che bisogna fare molta attenzione a domandare a Dio, perché caso mai ti prenda sul serio, ti auguri che non ti abbia risposto; invece sì. Cioè, bisogna veramente sapere che cosa si domanda o cosa si desidera, o che cosa si progetta perché fortunatamente Dio ci ha montati in un modo per cui non siamo mai del tutto consapevoli di quello che mettiamo in campo, perché se lo fossimo, forse saremmo totalmente paralizzati. I filosofi greci dicevano che l’oblio è un dono, cioè bisogna un po’ dimenticare e un po’ non sapere, perché se no non si vive più. E credo sia profondamente vero. Ma è vero anche che, almeno in una certa misura, bisogna sapere che cosa si desidera. Forse dobbiamo imparare a chiedercelo al contrario: se ciascuno di noi morisse questa sera, della propria vita cosa direbbe? Ha fatto quello che voleva fare, al di là delle chiacchiere, della forma? Certo, ci sono tante altre cose che vorremmo poter fare, e speriamo che Dio ci dia il tempo per farle, ma, nella buona sostanza, il tempo che abbiamo speso fin qui, ha risposto al nostro desiderio? Questa credo sia una delle matrici sane di tutta quella spiritualità sulla buona morte che è stata di moda nel fine settecento e ottocento, in cui si invitavano i cristiani a guardare le cose dal fondo, a provare a dirsi, fuori da astrazione, ‘ma in fondo – per citare il famoso ‘padre della chiesa Battiato’ – il giorno del giudizio ti chiederanno se sai l’inglese? Non credo. Allora, che cosa mi chiederò quando si tireranno le somme?

La logica dei bambini

Gesù dice:“Voi non sapete ciò che domandate”. E aggiunge: “Potete bere il calice che io bevo, o ricevere il battesimo con cui io sono battezzato?”.

E’ chiaro, sono due immagini che Marco riprende da tutto il gruppo di riflessione iniziale sulla passione di Cristo: il calice dell’ultima cena, il calice della vittima sacrificale, il calice della cena pasquale degli ebrei, dell’agnello immolato; è, evidentemente, l’immagine della passione. Potete passare attraverso a che cosa? A noi qui viene in mente immediatamente la sofferenza.

“Gli risposero: ‘Lo possiamo”, perché essere eroi per cinque minuti non è così difficile, ma vivere degnamente tutto il tempo che ci rimane da vivere è più complicato. Gesù non sta dicendo: potete essere crocifissi; forse a nessuno di noi, speriamo, sarà richiesto questo; ma possiamo vivere secondo quel modello? Siamo in grado di vivere una vita positivamente, così come viene detto alla fine, una pro-esistenza, per servire e dare la propria vita in riscatto di molti?

Rispondono: “Lo possiamo”. E Gesù dice questa frase un po’ antipatica, che ce lo fa apparire non troppo carino: “Il calice che io bevo anche voi lo berrete, e il battesimo che io ricevo anche voi lo riceverete. Ma sedere alla mia destra o alla mia sinistra non sta a me concederlo; è per coloro per i quali è stato preparato”. La risposta è dura. Gesù dice: ok, che lo possiate o no, se siete alla mia sequela vi capiterà, non avrete bisogno di cercare una croce, saranno le croci che vi troveranno. Se uno si mette a vivere come me, senza bisogno di grandi proclami, poi lo paga, perché la vita funziona così, perché il rendersi fragili agli altri ci mette in una posizione in cui i prezzi, almeno alcuni, si pagano. Ma non è uno scambio, non sta sotto la legge dell’economia; non è che, poiché anche voi pagherete, e berrete questo calice, allora vi spetta di andare alla mia destra o alla mia sinistra. Non è questa la logica. “Non sta a me concederlo; è per coloro per i quali è stato preparato”. Tradotto nel ragionamento che stiamo facendo, vuol dire: segue un’altra logica, la logica dei bambini: solo chi riceve il regno come un bambino lo può ricevere. Cosa vuol dire, come un bambino, al di là della poetica sui bambini? I bambini non pensano al futuro, campano sempre nel presente, non si chiedono se tra quindici giorni avranno la merenda, sono totalmente, inconsciamente affidati all’idea che qualcuno provvederà la merenda. Al massimo strillano: ho fame. Adesso. I bambini sono totalmente produttivi, senza calcolo. Quando giocano sono tutti presi dal loro gioco, che è assolutamente vero, capaci di risponderti: ho da fare, non posso venire. Sono totalmente investiti in quello che stanno facendo con una produttività dedita, come se qualsiasi attività compiano fosse ciò da cui dipende l’universo, ma totalmente incoscienti; non sanno nemmeno cosa vuol dire, tra quindici giorni. Sono capaci di chiedere molte volte al giorno quando arriva Natale. Puoi farglielo vedere sul calendario, fare crocette e ogni mattina ti chiedono, ma è Natale?

La logica del regno, del sedere nella gloria non segue la logica economica. E’ buffo. Gesù dice: non sapete quello che chiedete. Siete in grado di pagare il prezzo che pago io? Rispondono di sì e lui dice: va bene, il prezzo lo pagherete ma non comprerete questo bene, perché questo bene non si compra, è dato ai bambini.

Su questo mi pare ci sarebbe da chiedersi cosa vuol dire immaginare una produttività, delle decisioni, delle scelte che mantengano una dimensione di presente, una dimensione di bambini. Perché è troppo facile dire: bene, bisogna essere bambini, semplici, spontanei, liberi – che poi non è vero che i bambini sono così, sono complicati …- e poi dici: sì, ma devo andare a lavorare, devo essere competente, preparato, stare attento a casa mi succede intorno, cercare di non farmi buttar fuori …e quindi alla fine non si può. Invece qui la questione è ben più seria, e si può. I bambini – traduco nella questione culturale nella cui chiave leggo questo testo – vivono la produttività del presente, che non è mai autosufficiente, sempre ancorata, appoggiata a qualcun altro, non segue strettamente la legge dell’economia, dei diritti, ma è, per esempio, una capacità di dedizione radicale a quello che stanno facendo. Che cosa può voler dire scegliere, decidere, avere responsabilità in questo mondo, da adulti, per le cose che ci riguardano, la professione, la famiglia, l’opzione di come organizzare il nostro tempo, almeno con una componente alta di radicamento nel presente? Non tutto girato sul futuro, secondo una logica non economica, ma secondo una logica di dedizione totale al presente?

Ci sono poi gli ultimi versetti: “All’udire questo, gli altri dieci si sdegnarono con Giacomo e Giovanni”. Si sdegnano dopo che Gesù ha spiegato, non prima. Non si sdegnano all’udire la domanda, ma quando capiscono che quelli hanno fatto la figura da fessi.

Il bene comune

“Allora Gesù, chiamatili a sé, disse loro: ‘Voi sapete che coloro che sono ritenuti capi delle nazioni le dominano, e i loro grandi esercitano su di esse il potere. Fra voi però non è così …”. Qui mette il secondo criterio, dopo quello nel rapporto tra il presente e il futuro. Dice: le scelte, -che è il corrispettivo al metodo della domanda- le decisioni, i desideri, per i cristiani non sono in relazione al potere, ma alle cose. Traduco: ormai ci è molto chiaro, per come vanno le cose, che uno può stare nel proprio lavoro mettendo percentuali diverse di pensieri, energie, a fare il proprio lavoro o ad intrattenere i rapporti che servono a salvare il proprio lavoro. Posso occuparmi della cosa che devo fare o occuparmi di intrattenere tutti i rapporti di potere, che servono a tenere in piedi il fatto che io stia lì. Ci vuole tempo, energia, cuore.

Qui dice: “… coloro che sono ritenuti capi delle nazioni le dominano …” cioè, c’è un modo di stare nel mondo, nelle cose, nel tempo, nel lavoro, nella produttività occupandosi più del potere che questo crea, che non delle cose in sé. Fra voi non deve essere così, bisogna occuparsi delle cose, discorso che oggi sembra un po’ fuori moda, quello del bene comune. Provare ad immaginare che il lavoro che faccio, qualunque esso sia, può rendere migliore o peggiore, più benedetta la vita di quelli che mi incrociano. Che fare la cassiera al supermercato può rendere migliore o peggiore questo mondo, perché rende migliore o peggiore la giornata di quelli che incontro. La questione non è che cosa io ricavo da quello che faccio, ma quale benedizione io apporto al mondo con quello che faccio. Sembrerà banale, ma non è più tanto di moda girare la questione così e io credo che dovremmo cominciare tutti a prendere sul serio questo “fra voi però non è così”. Se ognuno dei progetti che faccio ha come primo criterio di occuparsi della cosa, non del mio futuro, di quello che accadrà, ma di quello che sto facendo e di come questo può rendere migliore il mondo, questo vuol dire molto concretamente: chi vuol essere il primo sia il servo di tutti. Non è un discorso genericamente morale, vagamente spirituale, dunque inapplicabile. E’ una cosa molto concreta, significa semplicemente rimanere sulla cosa, e non essere così impegnato ad occuparsi di tutto ciò che ci sta intorno, di ciò che verrà poi, di come io sarò giudicato –se faccio così poi mi pigliano per fesso- ma, se rispetto quella cosa, bisogna fare così; se poi mi pigliano per fesso peggio per loro, si sbagliano. Faccio un esempio terra terra per spiegarmi: mentre tutti, come la ranocchia, ci siamo lentamente abituati al fatto che le cose che facciamo sono sempre meno importanti: l’in sé della cosa, del progetto, della scelta conta sempre meno, poi caso mai si fa del volontariato, perché bisogna trovare il luogo in cui uno si occupa degli altri. Il problema è rimanere sulle cose; questo vuol dire farsi come colui che serve. Rimanere sulle cose, come criterio primo; rimanere sulle cose anche quando questo ha un costo per me, che sarebbe: servire e dare la propria vita in riscatto di molti.

Conosco pochi disponibili ad occuparsi del bene comune se non gli costa niente.

Conosco moltissimi che non sanno nemmeno di cosa si parla quando si dice rimanere sulle cose; automaticamente, ormai, qualsiasi cosa facciano, hanno un solo problema: che potere ne ricavo?

Conosco pochi che in fondo, se non gli arreca danno, perché no?

Conosco poi alcuni, e sono quelli che ho più gioia di conoscere, che si occupano delle cose, anche quando questo arreca loro un po’ di danno, chiede loro una fatica in più, li fa passare un po’ per fessi, li mette in cattiva luce.

La scelta che ci compete

A me sembra che questo ci dica molto rispetto a tutte le parole che dicevamo all’inizio: responsabilità, decisione, produttività, progettare. Aggiungerei un’ultima parola sulle scelte e la lego al testo finale, che è un po’ l’applicazione alla risposta positiva.

“E giunsero a Gerico. E mentre partiva da Gerico insieme ai discepoli e a molta folla, il figlio di Timèo, Bartimèo, cieco, sedeva lungo la strada a mendicare. Costui, al sentire che c’era Gesù Nazareno, cominciò a gridare e a dire: ‘Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!’ Molti lo sgridavano per farlo tacere, ma egli gridava più forte: ‘Figlio di Davide, abbi pietà di me!”. Nel genere letterario scritturistico questi è colui che coglie l’occasione, è speso nel presente, – il Kairos, si dice teologicamente. Lui è cieco, Gesù passa di lì adesso, non si sa se passerà ancora o no, non può farsi sfuggire questa occasione!

“Allora Gesù si fermò e disse: ‘Chiamatelo!’. E chiamarono il cieco dicendogli: ‘Coraggio. Alzati, ti chiama!’. Egli, gettato via il mantello, balzò in piedi e venne da Gesù. Allora Gesù gli disse. ‘Che vuoi che io ti faccia?’ E il cieco a lui: ‘Rabbunì, che io riabbia la vista!’. E Gesù gli disse ‘Va’, la tua fede ti ha salvato’. E subito riacquistò la vista e prese a seguirlo per la strada”.

Questo episodio è l’altra faccia di tutta la questione; e non a caso è un miracolo su un cieco. Siamo tutti così ciechi! Non vogliamo vedere. Questa è la grazia che ci raggiunge: Gesù ci rende vedenti. In questo c’è una decisione, un desiderio? Sì, il cieco desidera tornare a vedere e c’è la sua decisione, quella di urlare più forte, di stare lì, in quel presente, di fare in modo che Gesù lo senta. Questa è tutta la sua scelta. Non è la sua scelta che gli procura la guarigione, è la parola di Gesù, che gli dice: la tua fede ti ha salvato, non la tua scelta. Non è la sua scelta che risolve il dibattito con chi lo sgrida, è Gesù che lo chiama e allora quelli smettono di sgridarlo. Cioè mi sembra che, da questo punto di vista, abbiamo la necessità di scegliere per il bene comune, nella realtà, abbiamo il dovere di ricordarci che la grazia è più grande della nostra scelta, che le scelte sono necessarie, ma non ci salvano. Dunque, possono essere sbagliate, e non ci dannano, perché se non ci salvano, nemmeno possono dannarci. Le scelte ci appartengono, sono quello che ci compete, ma né le nostre ci salvano, né quelle degli altri ci dannano. Non stiamo nella prigione delle scelte. Forse siamo dei mendicanti, ma non dei prigionieri.

Fossano, 10 gennaio 2009

(testo non rivisto dal relatore)

Anno pastorale: 2008/2009

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