13 Dicembre 2008
Stella Morra

3. Del sesso degli angeli?

Commento a: Mt 22, 23-33


Premessa

Il testo di oggi è un po’ strano: l’avevo scelto fin dall’inizio un po’ provocatoriamente, poi più lo rileggo, più mi sembra provocante e interessante su alcune questioni. È tratto dal capitolo 22 di Matteo. Il titolo è una domanda: “Del sesso degli angeli?”, vedremo poi perché nel testo.

Vorrei innanzitutto richiamare il percorso in cui siamo, il tema su cui ci stiamo interrogando quest’anno è intitolato: “Amare la strada quanto la meta: Il mondo e Dio, in un cuore indiviso”, cioè l’idea della doppia cittadinanza dei cristiani, del fatto che in qualche modo siamo tutti presi dall’essere qui tra le cose di questo mondo, lavorare, fare, voler bene, ammalarsi, vivere e contemporaneamente siamo provocati ad avere uno sguardo altrove, cioè a non essere solo qui. Nel vangelo di Giovanni si dice: “Siete nel mondo, ma non siete del mondo” e nella “Lettera a Diogneto”: “Vivono come tutti, però sono come pellegrini in questa città, si considerano stranieri ed ospiti”. Come sappiamo nella storia del cristianesimo, dei modi in cui uomini e donne hanno vissuto e hanno tentato di vivere la sequela del Signore nel corso della storia, questa faccenda è sempre stata un po’ complicata. È una delle grandi costanti del cristianesimo che secondo varie epoche si articola in un modo o in un altro, però è sempre stato un equilibrio difficile evidentemente. Da un lato possiamo essere tutti troppo spesi qua, troppo implicati nel senso di essere troppo uguali al mondo in cui viviamo. Usare gli stessi metodi, gli stessi scopi, gli stessi criteri o anche molto implicati nel senso di attenderci che la salvezza, il Regno di Dio, siano già visibili qui, dunque lottare e combattere fino all’attesa che tutto si realizzi con un equilibrio, una giustizia, una pace messianica. L’altro rischio evidente è quello di essere per noi stessi o più spesso per gli altri, talmente proiettati sul futuro, sull’aldilà, sulla vita eterna, su Dio, da pensare che qui tutto è irrilevante, che essere ricchi o poveri non fa differenza, anzi in certi secoli si è anche detto meglio essere poveri, soprattutto lo dicevano i ricchi ai poveri, cioè si è anche strumentalizzata la questione. Questa oscillazione è una caratteristica costante della storia del cristianesimo perché l’equilibrio è difficile.

Nella prima lectio ci siamo interrogati sul testo di Caino e Abele, ma non tanto sulla parte dell’omicidio, quanto sulle due discendenze, le due figure; fin dall’inizio c’è una duplicità: il pastore e l’agricoltore, le loro discendenze che costruivano flauti, tutti i possibili mestieri, l’origine della pluralità. In qualche modo quel testo ci ha condotti a vedere che questa differenziazione, questa tensione, questo essere implicati nel mondo non è un male in sé. È presente fin dalle origini. È un perenne rischio di male, cioè è un luogo dove dovendo scegliere, dovendo esercitare la propria libertà e la propria responsabilità si possono fare degli errori, anche gravi, ma comunque non è un male in sé. È l’unico luogo che noi abbiamo per vivere la fede, non ce n’è un altro.

Nella seconda lectio abbiamo ragionato sul testo dell’amministratore infedele – che avevamo già visto quest’estate al seminario sul denaro (cfr. luglio 2008). Cioè “Del denaro e dei beni”, nei termini proprio della questione non morale, ma innanzitutto storico-salvifica: cioè che luogo hanno il denaro, i beni, che sembrano essere l’unica esperienza di simbolica condivisa, l’unico linguaggio che tutti capiscono. Sia a favore, quando ritengono che bisogna fare più denaro, perché questo dice che hai successo, sia in senso opposto, quando diciamo povero la prima cosa che pensiamo è senza denaro, senza cose, cioè i beni, le cose, la materialità risultano essere veramente l’unica simbolica che tutti capiscono. Abbiamo visto come il tema evangelico ci invitava a un passo indietro, a non ragionare sui beni in sé, quanto sull’essere possidenti o amministratori dei beni. Il Vangelo è molto chiaro: si può essere buoni o cattivi amministratori, ma bisogna essere amministratori, non proprietari. Questo era il criterio che emerge.

In questo incontro proseguiamo mettendo a tema un altro aspetto. L’idea che sta alla base del nostro percorso non è di fare una riflessione teorica sull’appartenere alle due città, ma di visitare alcuni luoghi storici. Ora, l’altro aspetto inevitabile, quasi universale come simbolica, è quello del corpo e delle relazioni primarie con gli altri. Primarie, ma anche sociali. Cioè non tanto del cuore degli uomini, di quello che io provo per un altro, della carità, ma di mariti e di mogli, di leggi, di ruoli e relazionalità che passano attraverso i corpi.

La prossima volta si parlerà della responsabilità, del decidere, o se volete del potere, quindi le cose, le relazioni e il potere, che sono i tre grandi segnali dello nostro stare al mondo, del nostro essere qui. Infine affronteremo tre testi che ci conducono dal punto di vista di Gesù, al suo modo di stare al mondo non essendo del mondo.

Testo – Mt 22, 23-33

23In quello stesso giorno vennero a lui dei sadducei, i quali affermano che non c’è risurrezione, e lo interrogarono: 24«Maestro, Mosè ha detto: Se qualcuno muore senza figli, il fratello ne sposerà la vedova e così susciterà una discendenza al suo fratello. 25Ora, c’erano tra noi sette fratelli; il primo appena sposato morì e, non avendo discendenza, lasciò la moglie a suo fratello. 26Così anche il secondo, e il terzo, fino al settimo. 27Alla fine, dopo tutti, morì anche la donna. 28Alla risurrezione, di quale dei sette essa sarà moglie? Poiché tutti l’hanno avuta». 29E Gesù rispose loro: «Voi vi ingannate, non conoscendo né le Scritture né la potenza di Dio. 30Alla risurrezione infatti non si prende né moglie né marito, ma si è come angeli del cielo. 31Quanto poi alla risurrezione dei morti, non avete letto quello che vi è stato detto da Dio: 32Io sono il Dio di Abramo e il Dio di Isacco e il Dio di Giacobbe? Ora, non è Dio dei morti, ma dei vivi». 33Udendo ciò, la folla era sbalordita per la sua dottrina.

Dicevo all’inizio che è un testo scelto provocatoriamente, perché sicuramente oggi all’interno dell’oscillazione del pendolo di cui parlavo prima, siamo in una nuova fase. Dopo tutto l’ottocento che ci ha portato a svalutare la vita di quaggiù, a svalutare il corpo, la sessualità, a pensare tutto in termini di peccato, siamo decisamente in una fase opposta di rivalutazione: il corpo come fondamentale modo del nostro essere al mondo, la sessualità come dato positivo. Voglio subito mettere in chiaro che sono completamente d’accordo con questo, ma mi sembra che stiamo esagerando dall’altra parte, cioè che stiamo proiettando sul dato cristiano il rapporto disturbato della nostra cultura con il corpo. Invece se c’è una cosa in cui il cristianesimo ci può servire, è un po’ fare da sentinella alle culture in cui siamo, cioè relativizzare ogni volta la cultura in cui viviamo. Noi siamo uomini e donne di questo tempo, ma il cristianesimo, e in questo vale il nostro tema poiché siamo cittadini di due città, ci dovrebbe tenere un po’ svegli, attenti a non dare troppo per scontato ciò che appare ragionevole, doveroso, giusto, vero, chiaro, evidente, a tenere una sana distanza, un po’ d’ironia, un non prenderci troppo sul serio.

Da questo punto di vista, questo testo oggi si legge pochissimo perché sembra capzioso, antiebraico, con questa affermazione: “30Alla risurrezione infatti non si prende né moglie né marito, ma si è come angeli nel cielo”, che suona così: tutto ciò che ci ha attraversato, le passioni, la nostra corporeità, l’essere maschi e femmine… tutto cancellato in un botto. Quindi questo testo viene scartato, mentre per illustrare il tema della corporeità, della nostra relazionalità attraverso i corpi vengono scelti altri testi. Testi di guarigione per esempio, dove Gesù tocca, non ha paura di sporcarsi, fa del fango, si lascia toccare dall’emorroissa, spezzano le regole di purità, e così via.

Io invece ho scelto questo testo innanzitutto perché è un testo che mi piace in quanto ha delle dimensioni insospettabili che non emergono ad una lettura troppo veloce, in seconda battuta perché appunto lo trovo un po’ provocatorio rispetto al rincorrere troppo le mode del tempo, a pensare che sia tutto facile, scontato, sciolto, dal momento che non abbiamo più il senso di peccato dell’ottocento e siamo tutti più liberi. Il che non è vero per niente evidentemente, perché ci mettiamo un’intera vita ad abituarci al nostro corpo e quando quasi ci siamo abituati moriamo. Il nostro corpo muta con noi, è la faccia che gli altri vedono, è ciò che tentiamo di manipolare, organizzare, di rendere consono a noi stessi, ma poi ha le sue leggi: il naso ce l’abbiamo come ce l’abbiamo, e la faccia ce l’abbiamo come ce l’abbiamo ed abbiamo settant’anni e non cinquanta o venti, e gli anni sono quelli. E così ognuno se ne inventa sempre una nuova per tentare di dominare questo corpo che ha una sua autonomia: fa ginnastica, mangia sano… Fino alle forme patologiche, come l’anoressia, uno dei disturbi più diffusi, il tentativo di avere il controllo del proprio corpo e dei propri bisogni fisici, come manifestazione della necessità di sparire, di non avere un peso che si imponga a me, perché io sarei solo quell’io interiore che nessuno può vedere.

Dunque il testo di Mt 22,23-33 mi sembra sufficientemente provocatorio rispetto a questa mentalità così da aiutarci a riflettere. Prima di entrare nell’analisi del testo, vorrei ancora fare due osservazioni relative al contesto generale e al contesto immediato. Sono molto importanti per la comprensione di un testo che – non essendo un racconto narrativo, ma molto legato alla legislazione antica, alla questione dei sadducei, dei farisei, a molti temi che lo rendono difficile da leggere – non è di facile fruizione.

Contesto generale: il discorso escatologico

Questo testo fa parte di un capitolo, il capitolo 22, ma più precisamente di un gruppo di capitoli, quelli dal 20 al 26, che nel vangelo di Matteo preparano il racconto della passione. È come se “rotolassero” verso il racconto della passione di Gesù e funzionano con un crescendo escatologico. Nell’idea di Matteo la passione, la morte in croce e la resurrezione di Gesù segnano la fine dei tempi, non in senso materiale, ma nel senso che spesso ci siamo detti: quando Gesù muore e risuscita, tutto quello di serio che doveva succedere nella storia è già successo, di importante non può succedere più nient’altro. In questo senso in Matteo il racconto della passione terrà insieme la pienezza del tempo, ma anche la fine. Non nel senso dei testimoni di Geova, delle fissazioni apocalittiche, ma nel senso che il grosso della storia è qui, il resto sono appendici, cosette, tempo, ma non è così importante. Matteo ha questa concezione, perché scrive per una comunità che proviene dall’ebraismo, che ha alle spalle l’alleanza con Dio, la Legge, una lunga attesa del Messia… Matteo vuole mostrare che nella nascita, ma soprattutto nella morte e resurrezione di Gesù, tutta l’attesa si compie, tutto quello che doveva andare a posto, va a posto. Per lo stesso motivo Matteo è abbastanza polemico con i sadducei e i farisei. Traduco con altrettanta polemica: sarebbe come se noi oggi, a fare la figuraccia, la parte dei più tonti, di quelli che non capiscono niente, che sono antipatici, mettessimo in un racconto i vescovi, i cardinali, le congregazioni religiose, la chiesa come apparato politico… cioè tutti coloro che riteniamo appartenenti al mondo della religione, ma sulla cui fede personale in fondo non abbiamo una grande fiducia. Cioè non il prete mio amico, né la comunità cui io faccio riferimento, né il monastero che frequento, che mi sembrano realtà vere. Matteo fa esattamente così. Prende l’aspetto più pubblico, più distorto, a volte più esasperato e più litigioso al proprio interno, del mondo ebraico, e infatti ci racconta sempre che sadducei e farisei non vanno per nulla d’accordo, uno dice una cosa e l’altro la contraddice. Questo brano è un tipico caso. C’è una discussione con i sadducei e nel versetto immediatamente successivo (22,34) si dice: “Allora i farisei, udito che egli aveva chiuso la bocca ai sadducei”, cioè avendo capito che gli aveva dato una dura steccata, “si riunirono insieme ed uno di loro, un dottore della legge, lo interrogò”, forse pensando che Gesù fosse “uno dei nostri”. Questo racconto calca la mano sull’aspetto più deleterio della legge ebraica, anche se non corrisponde del tutto al vero, perché ovviamente Matteo ha un’intenzione anche polemica.

In questo senso questi capitoli sono tendenzialmente escatologici, cioè parlano della fine del mondo, di cosa succede nell’aldilà, o parlano di altre cose in termini escatologici. Cioè sono un punto di vista dalla fine del racconto, come se Matteo si mettesse sul bordo finale della storia a guardare all’indietro a cosa è successo prima. E qui c’è una bella questione, molto rilevante, che esprimo così: che rapporto c’è tra ciò che succederà alla fine e ciò che accade adesso? E’ proprio la domanda che fanno i sadducei: “Alla risurrezione, di quale dei sette essa sarà moglie? Poiché tutti l’hanno avuta”. Questa è una domanda molto forte per il tema del nostro percorso di lectio: che rapporto c’è tra tutto ciò per cui oggi mi spendo, fatico, che mi addolora, che mi arricchisce – il bello ed il brutto della mia esistenza insomma (come per esempio la fatica di adeguare il mio corpo a me stesso, di imparare ad essere me nel mio corpo) – e quanto accadrà dopo? E’ domanda che tutti avevamo da bambini: quando c’è la resurrezione dei corpi, io come risorgo? A che età? A cinquant’anni o a venticinque, nel pieno delle forze? E’ una domanda reale, anche se ci fa sorridere… Che cosa ne sarà di noi, dello spessore di tutto ciò che ci ha segnato, delle rughe sulla faccia (le rughe non sono carine, ma il passato è l’unica vita che abbiamo avuto…).

Contesto immediato: essere adeguati al tempo e al luogo

Nel contesto stretto, il brano sta in mezzo a tre questioni-brani interessanti.

Il capitolo inizia (vv. 1-14) con il racconto del banchetto nuziale: un invitato viene visto senz’abito nuziale e viene buttato fuori.

Poi c’è l’episodio del tributo a Cesare (vv.15-22), quello della famosa frase “Rendete a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio”. Anch’essi quindi, come noi (cfr. seminario estivo luglio 2008), hanno ragionato prima sul denaro.

Segue il nostro testo (vv. 22-33).

Infine c’è il testo (vv. 34-40) in cui alla domanda del dottore della legge su quale sia il più grande dei comandamenti, Gesù, citando a sua volta la legge antica, dà la famosa risposta: “Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. Questo è il più grande e il primo dei comandamenti. E il secondo è simile al primo: Amerai il prossimo tuo come te stesso. Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti”.

Dunque, nel contesto immediato il nostro brano, che si occupa di una questione concreta (il matrimonio), sta subito dopo un altro esempio concreto, quello delle tasse. Il tutto inserito in una cornice in cui da una parte c’è il tema escatologico del banchetto e del fatto che bisogna trovarsi con l’abito giusto (cioè si deve essere adeguati alla fine del mondo, altrimenti si viene buttati fuori). E dall’altra una legge – una delle poche che percepiamo come molto concreta per l’aldiquà -, che è “amerai il Signore Dio ed amerai il prossimo”.

Provo a esplicitare il senso della parabola del banchetto di nozze “traducendola” nel linguaggio contemporaneo. La questione che viene posta nel racconto è: quando arriva l’ultimo giorno dove ti vuoi trovare? In certe giornate della nostra vita a tutti capita un momento in cui ci chiediamo: “Se per qualche motivo dovessi morire oggi, di me cosa resterebbe? Sarei contento di come è andata? Mi resterebbe ancora tanto che vorrei fare?”.

La questione è: che vestito mi trovo addosso nel momento in cui non ci sono più tempi, luoghi e possibilità per cambiare le cose? Quando non potrò più dire: “Quello che ho realizzato oggi non mi piace, ma domani posso provare a fare un’altra cosa… Oggi è stata una giornata pesantissima, ma speriamo domani vada meglio e poi tra una settimana ci sono le vacanze…”? Quando non potrò più dire “tra una settimana”, perché non c’è un’altra settimana per me e resto solo con la stanchezza di stasera? È una questione molto seria. Noi oggi campiamo tutti sbilanciati sul futuro, “quando avrò finito di pagare il mutuo”, “quando arriveranno le vacanze”, quando… Incontrando qualcuno ci accade spesso di dire: “è tanto tempo che non ci vediamo! No guarda, lasciamo passare questa settimana che è un po’ complicata, e poi ci vediamo”. Ma questa settimana del “poi”, che non è complicata, non arriva mai. Questa veste bianca del banchetto non c’è mai.

Dopo il nostro testo c’è un dato molto concreto: il senso, il cuore della Legge è “amare Dio e amare il prossimo”. E cioè, per dirla citando il famoso “padre della Chiesa” Franco Battiato: “L’ultimo giorno ti chiederanno se sai l’inglese?”, no, non te lo chiederanno. Ci sarà qualcuno che piangerà per te? Qualcuno sarà grato del fatto che tu sei esistito? Qualcuno potrà dire: “Mi dispiace che se n’è andato/a perché con lui/lei il mondo era più ricco e campare era un po’ meglio?”…

Questo farà la differenza! Questo è il senso ultimo di “amerai Dio e amerai il prossimo”. Non si tratta di un dato astratto, una specie di filantropia universale. È qualcosa di molto concreto!

Incastonati al centro della cornice, ci sono due esempi concreti che, vedi caso, riguardano il denaro e il matrimonio. Siamo perfettamente in linea anche con la logica generale.

Commento

23In quello stesso giorno vennero a lui dei sadducei, i quali affermano che non c’è risurrezione, e lo interrogarono”. La faccenda già comincia male, nel senso che la domanda nasce da un pregiudizio, proprio nel senso di pre-giudizio, giudizio previo. La domanda, il riconoscere la visibilità di Gesù, il chiedergli la soluzione ad una questione, nascono dal voler dimostrare qualcosa in cui io già credo prima di domandare. Ciò che io ho in testa, ciò che io penso di me, ciò che so del mondo e degli altri e che penso sia giusto, diventa il punto che non si discute; la domanda parte da questo presupposto e serve a poterti dire che comunque sbagli. Qui e nel versetto successivo c’è un metodo che uccide i corpi, perché parte non dal reale, ma dal pre-giudizio.

In che senso uccide i corpi? Perché è la negazione del reale e i corpi innanzi tutto sono un principio di realtà. Molto prima che un principio di sessualità, i corpi sono un principio di realtà e solo in quanto sono un principio di realtà sono anche un principio di sessualità. Un principio di realtà vuol dire che “si fanno gli affari loro”, cioè che “se ne fregano di cosa io penso”.

Se io comincio a mangiare schifezze, com’è nel mio caso, a sedici anni e non smetto più, il corpo ingrassa; ora, se avessi mangiato un po’ più sano negli ultimi quarant’anni forse avrei una resistenza maggiore, una capacità di muovermi migliore, ma di per sé non avrei radicalmente cambiato il mio corpo. Infatti pure ai magri viene mal di schiena e pure a chi mangia sano viene il mal di denti. Perché il mio corpo in fondo ha un suo margine di autonomia, è una realtà. Peraltro è praticamente l’unica realtà, l’ultima realtà, di cui abbiamo percezione, perché di tutto il resto riusciamo ad essere come i sadducei: prima pensiamo e poi guardiamo la realtà, prima abbiamo deciso come gira, come funziona, e poi domandiamo.

Il corpo è il limite ultimo, perché è il punto in cui ci viene impedito di avere un’idea a priori; con il suo star bene o star male, con il suo ribellarsi, si dice a noi stessi e al mondo. Noi possiamo essere convinti di tutto quello che ci pare, ma lui ce lo dice lo stesso. Non è un caso che nella nostra cultura siamo tutti ormai preda di malattie di carattere psicosomatico (allergie, malattie della pelle…), che si chiamano così proprio perché tentiamo di avere un controllo sul nostro corpo. Le tipiche malattie psicosomatiche sono quelle della pelle, perché sono esattamente il punto dove il mio corpo si incontra con l’esterno, oppure quelle legate dell’alimentazione, che riguardano l’esterno che entra nel mio corpo. Guarda caso le malattie della pelle e dell’alimentazione sono i due disturbi più diffusi nei paesi ricchi in questo secolo, segno che abbiamo un rapporto conflittuale con il corpo.

In questo episodio i sadducei ci mostrano dunque quello che non va fatto.

“…i quali affermano che non c’è risurrezione, e lo interrogarono: 24«Maestro, Mosè ha detto: Se qualcuno muore senza figli, il fratello ne sposerà la vedova e così susciterà una discendenza al suo fratello.” Qui c’è il secondo elemento di questo metodo sbagliato. Che cosa si invoca di fronte alla realtà che non vogliamo riconoscere, ma che leggiamo come pregiudizio? Una tradizione, un’autorità. Questo per esempio noi lo facciamo spessissimo nel mondo cattolico, ci viene facile, non è vero? “Il papa ha detto”, “il parroco ha detto”, “nel Vangelo sta scritto”… Dunque qualsiasi sia la nostra idea, a priori siamo in grado di trovare un versetto che conferma la nostra idea, perché nel Vangelo sta scritto tutto.

Questo è un ulteriore elemento grave rispetto alla realtà perché è chiaro che ciò che sta alle nostre spalle, cioè la tradizione, conta, sostenuto com’è dall’autorevolezza e dall’autorità di chi prima di noi ha pensato, detto, scritto delle cose. Ma il problema del vivere sta davanti, non dietro di noi. Per l’appunto nel linguaggio diciamo che il passato è dietro di noi, non è più agibile, non lo possiamo smontare. In questo “dualismo” fra tradizione e tendenza escatologica, più volte abbiamo ribadito una questione chiave del cristianesimo: cioè che la vita eterna è davanti a noi, che i nostri corpi gloriosi sono ancora da realizzare, non sono quelli che abitiamo più o meno faticosamente. Per usare uno slogan: il meglio deve ancora venire.

La questione è che i sadducei non sono interessati alle risposte; pongono una domanda, ma non stanno cercando davvero niente.

25Ora, c’erano tra noi sette fratelli; il primo appena sposato morì e, non avendo discendenza, lasciò la moglie a suo fratello. 26Così anche il secondo, e il terzo, fino al settimo”. La domanda che pongono a Gesù circa la storia dei sette fratelli concerne il corpo sociale di un matrimonio, che è regolamentato.

Un matrimonio funziona come un corpo, è il corpo di due invece che di uno. È ciò che si vede, non l’amore dei due. Il matrimonio è il patto, il contratto sancito da comportamenti, leggi, ecc, che si vede all’esterno. Infatti tutti sappiamo benissimo che dietro la parola matrimonio ci sono le cose più diverse, mille tipi di matrimonio, mille stagioni in ogni matrimonio. “Alti e bassi” come si diceva una volta, cioè di tutto e di più. Perché il matrimonio non è l’amore, come il corpo non è il mio io. Il matrimonio è il corpo, è il principio di realtà di un amore. Come si dirà nel brano successivo “il primo comandamento è questo […] ama il prossimo tuo”, gli amori possono avere molti corpi. L’importante è che ne abbiamo uno, che non siano un’astrazione o una teoria. Come amare non ha come unico corpo il matrimonio, così anche la relazionalità dei corpi non ha come unica possibilità il matrimonio. Qui la questione centrale è la discendenza. Un uomo sposa una donna e se non gli dà discendenza il fratello ha diritto a prenderla in moglie per assicurare una discendenza. Questa cosa culturalmente ha “rovinato” la vita ai cattolici perché ha collegato strettamente la solidità del matrimonio alla procreazione. Oggi ci sentiamo molto moderni ad affermare che non è questo il problema: pensiamo che la fecondità dei figli, se possibile, è importante, però poi ciò che conta è l’amore tra i coniugi. Anche lì, accettiamo dei principi di non realtà.

Corpi e relazioni per la discendenza, un dato molto legato alla cultura del tempo: tutte le culture antiche infatti hanno la preoccupazione di salvaguardare la specie, di fare in modo che ci sia una discendenza. Poiché anticamente non c’erano né le pensioni, né le assicurazioni sulla vita, mettere al mondo dei figli era un modo molto banale di garantirsi una vecchiaia, una sopravvivenza, una “pensione sociale”. Per una serie di ragioni culturali oggi non è più così, ma in questo fatto, se non siamo troppo materialisti, è in gioco una questione decisiva e abbastanza radicale. E cioè quando parliamo di corpi, di matrimoni come corpi di amore, come corpi sociali riconoscibili, parliamo di qualcosa che ha il proprio fine fuori di sé, non dentro di sé.

Un esempio: ognuno di noi ha un corpo e il mio corpo è offerto allo sguardo del mondo. Per non farmi vedere devo nascondermi. Il mio corpo dunque non è per me, anzi quanto a me di solito è abbastanza d’impiccio. Spesso interiormente mi sento in modi molto diversi dal mio corpo, ma il mio corpo esiste perché il suo fine è al di fuori, perché gli altri possano raggiungermi, toccarmi, schiaffeggiarmi o accarezzarmi… Non siamo senza un corpo, come l’uomo invisibile, mito di tutte le letterature per ragazzi. Qual è il fascino dell’uomo invisibile? È che nessuno sa mai dove sei, nessuno ti becca mai. Noi ormai stiamo diventando tutti uomini invisibili, nel senso che il corpo è divenuto l’oggetto del narcisismo al cubo, non al quadrato. Ognuno vive il proprio corpo per sé, si veste e si maschera per esprimere sé, non per essere adeguato al mondo. Forse nell’ottocento, quando c’era un abito per ogni occasione e non si poteva vestire che così, si esagerava. Oggi però, in cui ognuno ha come unico e diretto imperativo l’espressione e la manifestazione di sé, siamo all’eccesso opposto. Se chiedete ad un adolescente perché va in giro con la pancia di fuori, le mutande che spuntano dai calzoni, vi risponderà “perché mi piace”, e per lui è assolutamente una ragione sufficiente. Ora probabilmente a sedici anni è anche ragione sufficiente, ma il problema è che tutti noi stiamo ragionando così. I nostri corpi li esibiamo, non li offriamo. Non siamo più in grado di percepire che c’è un fine nella realtà, che non si è uomini e donne invisibili, perché altrimenti nessuno ci potrebbe mai raggiungere e noi non potremmo raggiungere alcuno. Invece esibiamo i nostri corpi come espressione assoluta di noi stessi, di chi, avendo tutti i diritti, ha anche quello di esprimersi sulla faccia del mondo. Senza minimamente preoccuparci, come gli adolescenti, se prendiamo a cazzotti le persone, magari dicendo: “Scusa, non volevo”. E chissenefrega se non volevi, mi hai dato una sberla!

Da questo punto di vista la questione della discendenza rispetto al corpo, come quella del matrimonio rispetto a un amore, dice che il criterio non è nell’amore, ma in ciò che produce al di fuori. E noi da questo punto di vista siamo diventati, invece, della gente senza più realtà; per cui “ti amo ti sposo”, “non ti amo più ti lascio”. Il criterio finisce per essere tutto interno, basato com’è sullo star bene, sul “sentirsi” bene.

Ma uno non è mica al mondo per stare bene e basta. Certo, se sta anche bene è meglio: la cura di sé è uno degli aspetti della vita che non bisogna trascurare perché se uno non si cura di sé alla fine fa danno anche agli altri. Ma non è l’unico criterio o l’unica cosa di cui occuparsi al mondo. Ci sono discendenze da compiere, nei mille modi in cui gli esseri umani possono avere discendenze: libri da scrivere, passioni da abitare, ideali da perseguire, battaglie da combattere, professioni da vivere… Ci sono discendenze da segnare e questo gli antichi – che noi tacciamo di essere sempre dei primitivi, solo perché, per i motivi culturali e sociali detti prima, ponevano un grosso investimento sui figli -, l’avevano capito bene perché non erano così ripiegati sul proprio ombelico.

27Alla fine, dopo tutti, morì anche la donna.”. È interessante perché l’unica cosa di cui non si parla è l’unica significativa, cioè che prima o poi si muore. Che muoiono i sette fratelli e che muore anche la donna. Cioè che c’è un punto in cui anche se abbiamo governato, manipolato, adeguato il nostro corpo a ciò che di noi stessi percepiamo, in tutti i modi possibili ed immaginabili, c’è un punto in cui non lo possiamo più manipolare, in cui accade un evento oggettivo e non soggettivo e cioè che moriamo.

Da questo punto di vista, trovo insopportabile il modo in cui oggi il nostro cristianesimo un po’ progressista e pacificato con il mondo moderno, rende tutto una poltiglia. Con questa scusa della resurrezione e della vita eterna, bisogna avere un atteggiamento lieto rispetto alla morte, ridotta a un “passaggio”. No! La morte è il caso serio della nostra esistenza. Il che non vuol dire non credere nella vita eterna, che il meglio deve ancora venire, ma il problema è che il meglio non avrà più la faccia che aveva prima di quel caso serio, perché lì interviene un evento oggettivo su cui la mia soggettività non può un accidenti.

Non è un caso che oggi stiamo molto dibattendo nella nostra cultura sulle questioni dell’origine e della fine della vita. Personalmente credo che il problema non stia nelle giustificazioni molto artefatte basate sul concetto di legge naturale. In realtà noi dovremmo avere il coraggio di dire che se neghiamo la realtà anche della morte siamo finiti come civiltà. Che se non riusciamo nemmeno a sopportare che la morte sia una parola oggettiva al di là della nostra intenzione, desiderio, programmazione e governo, e che dobbiamo governare anche quello, è veramente troppo.

28Alla risurrezione, di quale dei sette essa sarà moglie? Poiché tutti l’hanno avuta”. La cosa che mi è venuta istintivamente da osservare, di fonte a questa domanda è: “In vita di chi è stata moglie?”. Della soggettività di questa donna non si dice niente. Perché essi pongono una questione in modo totalmente pregiudiziale, a partire cioè da quello che vogliono dimostrare. Spessissimo anche noi abbiamo delle domande così sulla realtà, domande che sono false, irrisolvibili, perché la corporeità del reale, cioè il fatto che il reale abbia le sue leggi, non ci sfiora, non siamo in grado di tollerarlo. E dunque ci mettiamo dentro un ginepraio in cui costruiamo una meravigliosa domanda che alla fine semplicemente ci conferma in quello che già pensavamo, non imparando niente dal reale.

Invece, il cristianesimo – lo celebreremo tra poco nella festa del Natale – è una religione incarnata, perché ha stima del reale, dal reale impara, lascia che il reale abbia le sue leggi. A tal punto che addirittura Dio si è sottomesso alle leggi di un corpo e ha permesso di non avere un corpo adeguato a sé. Questo i Vangeli ci dicono: i pastori vanno a trovare un bambino posto in una mangiatoia… ma costui non è il figlio di Giuseppe il falegname… ma cosa può mai venire di buono da Nazareth.

Da questo punto di vista, la domanda posta dai sadducei E noi facciamo mille domande di questo genere) è veramente peccaminosa, perché nega qualsiasi realtà. La vera domanda è: “che ne è stato dei corpi di questa donna e di questi uomini nella vita”, non “che cosa ne sarà nella risurrezione”. Come sono stati docili a ciò che era visibile per il mondo, cioè i loro corpi; che docilità hanno avuto alla realtà, per esempio alla realtà di non avere figli.

29E Gesù rispose loro: «Voi vi ingannate…”. Gesù è raramente così duro, spesso infatti nei dialoghi evangelici invece di rispondere pone un’altra domanda. Quasi sempre quando è duro, esplicitamente o implicitamente, si riferisce ad un autoinganno, al non voler vedere la realtà. È come se volesse dire: “Ti stai raccontando delle storie”. È misericordioso, morbido, dolce, perdonante con tutti gli espliciti peccatori, quelli che sbagliano come l’adultera, Zaccheo, pubblicani e prostitute (che “vi precederanno nel Regno dei Cieli”), ma è durissimo con chi cerca di manipolare la verità su se stesso, con chi non fa i conti con le cose come stanno.

“…vi ingannate, non conoscendo né le Scritture né la potenza di Dio”. Gesù ci indica due criteri importanti: da una parte la Scrittura, dall’altra l’agire di Dio nella storia, nel reale. Per non ingannarsi bisognerebbe usare questi due binari: la Scrittura e in parallelo il reale in cui agisce la potenza di Dio.

30Alla risurrezione infatti non si prende né moglie né marito, ma si è come angeli del cielo. 31Quanto poi alla risurrezione dei morti, non avete letto quello che vi è stato detto da Dio: 32Io sono il Dio di Abramo e il Dio di Isacco e il Dio di Giacobbe? Ora, non è Dio dei morti, ma dei vivi»”. Le due risposte non sono separabili, una sola si sbilancia. Cioè dicono due aspetti della stessa questione: la prima è non si può avere un’idolatria, né del corpo, né della sessualità, né della discendenza, né del matrimonio come corpo di un amore, perché solo Dio è Dio, dunque “non si prende né moglie, né marito”. L’espressione non significa che la nostra vita conta un tubo, ma che saremo adeguati a noi stessi. Ciò che si vedrà sarà la stessa cosa che saremo noi. E dunque non si può avere idolatria di queste cose, perché queste cose mostreranno la verità altrove. Questo è il significato di “si è come angeli del cielo”. L’espressione vuol dire che non ci sarà più questa cosa della sessualità, che il nostro corpo visibile sarà lo stesso della nostra identità invisibile, che la realtà avrà fatto definitivamente la pace con noi.

Ma c’è l’altra risposta. Perché questa cosa funzioni e non ci sia idolatria del reale, occorre ricordare che Dio è Dio dei vivi e non dei morti. Cioè non c’è idolatria del reale, della corporeità, della sessualità, di ciò che si vede, se si ricorda che Dio non è solo il Dio di quello che succede dopo, ma è anche il Dio di quello che succede adesso. Che Egli abita la realtà, parla nella realtà. Che nei vivi agisce la sua potenza, che la gloria di Dio è l’uomo vivente, non l’uomo frammentato, depotenziato, in crisi.

Conclusione

33Udendo ciò, la folla era sbalordita per la sua dottrina”. Gesù non è conforme né alla Legge di Mosè, né alle polemiche dei sadducei, non ha una cultura anti corporale, piena di “pruderie”, di vergogne come quella dell’ottocento, ma non è nemmeno conformista rispetto a una cultura tutta apparentemente corporea come la nostra che in realtà nasconde una grande volontà di dominio del corpo. La gente è sbalordita perché non sa dove Gesù prenda tanta dottrina, come faccia a rimanere in equilibrio e a non essere idolatra di questa realtà. È chiaro che la radice della dottrina di Gesù si vedrà solo alla conclusione del Vangelo, sulla croce. Quando appunto darà il suo corpo in cibo, offrirà il suo corpo mortale, quel corpo che ha preso nell’incarnazione. Allora gli sarà restituito un corpo glorioso, non più lo stesso di prima. Infatti, nei racconti di resurrezione il corpo di Gesù passa attraverso i muri, i discepoli un po’ lo riconoscono e un po’ no… Però è lui, porta i segni dei chiodi, ma in un corpo glorioso, che vuol dire perfettamente accordato tra dentro e fuori, tra interiorità ed esteriorità, tra ciò che gli altri vedono e ciò che egli sente. Questo è il corpo glorioso e la fede insegna che risorgeremo così, con un corpo glorioso.

Ritorniamo così alla domanda di cui sopra: “Quando risorgerò avrò venticinque o cinquant’anni?”. Quando risorgeremo avremo tutte le nostre età, tutti i nostri amori e tutti nostri corpi perfettamente accordati, cioè in cui tra interiorità ed esteriorità, tra il mio sentire e quello che gli altri vedono e sentono, non ci sarà distanza alcuna. E quindi dipenderà molto da quello che abbiamo sentito nella vita, da come abbiamo vissuto. Se avremo tentato di accordarci per esempio ad una relazionalità che accarezza, che raggiunge e si lascia raggiungere, a una relazionalità corporea appoggiata fuori, saremo perfettamente accordati a questo. Dunque vivremo di carezze date e ricevute. Se avremo narcisisticamente vissuto, pensando che tutta la verità di quello che si vede fuori sta in me, saremo solo accordati a noi stessi, cioè molto poco.

Concludo riprendendo la considerazione iniziale. Questo testo è nello stesso tempo provocatorio ed intenso, perché non ci consente di fare discorsi melensi e chiacchiere, ma ci dice che l’essere al mondo, visibili al di fuori di noi, al di là di noi, in qualche modo al di là della nostra decisione, che è ciò che ci tocca in sorte in quanto creature, è il tessuto fondamentale della nostra eternità. Dunque, se noi non accompagniamo il dialogo tra noi e il nostro corpo, saremo accordati al livello più basso nell’aldilà. Più è alto il livello di accompagnamento reciproco tra noi, il nostro corpo e quello che lo definisce da fuori, come discendenza, come fecondità, tanto più nell’aldilà potremo essere perfettamente e armonicamente collegati tra queste tre cose.

Fossano, 13 dicembre 2008

(testo non rivisto dal relatore)

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