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3 Febbraio 2024
Stella Morra

5. Quarto sigillo: la forza, quale

Commento a: 2 Cor 12, 5-15


Riprendiamo il nostro percorso, ormai siamo arrivati a metà dei nostri incontri. Il testo di oggi è, dal mio punto di vista, è un passaggio chiave, nel senso di un punto di rottura, che nel preparare questo percorso mi sta particolarmente a cuore. Non so bene quanto sarò in grado di condividere con voi questo passaggio fino in fondo, ma ovviamente ci proverò. Il testo di oggi è della seconda lettera ai Corinzi. Riprendiamo il filo del ragionamento, siamo partiti da Apocalisse, che era il punto d’arrivo della riflessione precedente sul potere e che era centrata un po’ sulla questione del potere che fa vivere, del potere come possibilità non per sé ma per far vivere gli altri, il mondo, la vita comune e poi dunque anche se stessi. Poi, abbiamo letto il secondo libro di Samuele, l’episodio di Davide e Uria l’Ittita, con il tema della forma di potere un po’ più conosciuta, cioè del fatto che quando diciamo “potere” normalmente il retropensiero in automatico va alla forma di potere di chi può realizzare i propri desideri senza chiedersi i costi ed il funzionamento per gli altri, la giustizia o meno. Poi, abbiamo visto due testi evangelici, Matteo e Marco. Matteo con la questione dei Magi dove si comincia a delineare un’altra, o delle altre forme possibili del potere rispetto alla questione che l’universalità nasce dalla parzialità, cioè che, contrariamente a quello che sembrerebbe scontato, l’universalità nasce dall’essere più possibile uguali e onnicomprensivi. Invece al contrario in qualche modo la vera esperienza di universalità nasce dalla consapevolezza di una parzialità che si relaziona all’interno di uno spazio definito, di sapere di sé, di essere una parte. All’interno di questo abbiamo visto il testo di Marco, che era quello della guarigione della figlia di Gairo con incastonato l’episodio dell’emorroissa, con la questione della parzialità di uomini e donne, della loro rispettiva forma del rapportarsi al potere proprio o altrui. Gairo, di cui conosciamo il nome, che era un notabile, quindi, aveva un suo potere che lui stesso richiama dicendo “se io dico uno dei miei va e gli va”, e invece la posizione dell’emorroissa, della sua radicale parzialità di donna impura.

La lectio di oggi

Il testo di oggi nella nostra metafora dei sette sigilli è il quarto sigillo ed è un testo del capitolo 12 della seconda lettera ai Corinzi.  Ho scelto questo brano perché raccoglie in un numero limitato di versetti molti dei punti su cui mi piacerebbe riflettere con voi. Di per sé, fa parte di un blocco che sono i capitoli 10, 11, 12 e l’inizio del 13, un blocco molto lungo che non potevo prendere tutto per oggi, ma che vi raccomanderei di leggere, se avete voglia e se la riflessione vi intriga, dal capitolo 10 in poi. Un testo, tra virgolette, difficile, nel senso che, come accade alle lettere di Paolo, normalmente non è un testo narrativo, sono pochissimi i brani narrativi nei testi di Paolo, che raccontano episodi per esempio nello stile evangelico.
Le lettere sono proprio lettere, raccontano brevi sprazzi di episodi autobiografici, o riferiti alla comunità a cui scrive, normalmente si tratta di discorsi. I commentari sono in genere già abbastanza incasinati di loro perché, appunto, non sono discorsi pensati per l’insegnamento; quindi, non sono riorganizzati ma sono lettere e sono scritti non dico di getto, perché nessuno nell’antichità scriveva di getto data la complicazione dello scritto e del fare arrivare le missive, ma scritti all’interno di problemi, di fronte ad alcune necessità, quindi che hanno delle preoccupazioni anche molto concrete e sono già dei discorsi un po’ complessi. Per di più fanno spesso riferimento a situazioni concrete che noi non conosciamo, di cui non abbiamo la percezione esatta rispetto a cosa Paolo si riferisca, o ne abbiamo percezione parziale a grandi linee ma non sappiamo esattamente, quindi ovviamente ci incuriosiscono.

Nel caso della seconda lettera ai Corinzi c’è un’ulteriore complicazione perché pare, almeno alcuni esegeti sono di questa ipotesi, che mentre la prima ai Corinzi sia effettivamente una lettera scritta da Paolo alla comunità di Corinto, la seconda sia una specie di zibaldone, un’unione di varie lettere scritte alla comunità di Corinto successive alla prima, e che qualcuno, qualche discepolo di Paolo o qualcuno della comunità di Corinto, ha poi preso e messo insieme, anche saltando dei pezzi, e quindi non si è del tutto sicuri che sia uno scritto in sé completo. L’epoca di composizione di queste lettere è abbastanza interessante perché dovrebbe essere la metà degli anni 50 dell’era cristiana, 55-56, quindi un tempo molto vicino a quella che per tradizione è la data della morte di Gesù, vent’anni dopo, quindi con molti testimoni ancora vivi, molti di quelli che avevano vissuto la vicenda di Gesù erano ancora in circolazione.

Tutto questo da una parte, dall’altra ci sono le comunità che fanno riferimento a Paolo e che invece sono per il 99% comunità cosiddette di neofiti, principalmente di origine pagana ma anche di origine giudaica, ma quasi sempre di neofiti che non avevano vissuto in Palestina ai tempi di Gesù, che vivevano altrove, che forse ne avevano sentito parlare, a seconda dei luoghi e delle situazioni, ma restavano estranee alla vicenda terrena di Gesù e dei suoi. Dietro alle lettere Corinzi ci sta esattamente questo momento di passaggio molto delicato che è dal mio punto di vista molto paragonabile al passaggio che stiamo vivendo noi in questo tempo. Ci sono una serie di tradizioni stimate, in primo luogo quelle che vengono dalla tradizione giudaica e che sono tradizioni religiose già assodate come la circoncisione, il ritmo della preghiera, il tempio, i discorsi su purità impurità, eccetera. C’è questa tradizione ma ci sono molte altre piccole tradizioni che fanno già parte della comunità cristiana, per esempio i nomi di Pietro, Giacomo e Giovanni sono già noti alle nascenti comunità cristiane e vengono infatti indicati nel racconto evangelico non come i tre capi, ma come i tre riferimenti della nuova missione evangelica, sono quelli che vanno con Gesù nel monte della trasfigurazione, quelli che lo accompagnano nell’orto degli ulivi. Non sono scelte casuali, dicono che c’è già una tradizione interna che dà particolare rilevanza a questi, per esempio, quindi c’è già una serie di tradizioni che in qualche modo arrivano dal passato, mentre dall’altra parte ci sono situazioni totalmente nuove perché ci si trova di fronte a problemi mai affrontati, perché non c’è ancora stato il tempo di affrontarli visto che sono passati solo vent’anni dalla morte di Gesù, dall’altra parte mai affrontati perché non si sta più parlando di Galilea dove determinate abitudini culturali sono scontate, un tipo di implicita immagine di Dio, di legame, eccetera.

Se voi leggete qualsiasi introduzione alla lettera ai Corinzi, leggerete che la comunità di Corinto era un disastro, era una comunità rissosa che discuteva, non gli andava bene niente, piantavano casino su tutto, cambiavano gli insegnamenti di Paolo, ecc. Non lo so a voi che effetto fa, ma a me quando studiavo queste cose mi era venuto da pensare: “com’è possibile che lì a Corinto si sono proprio trovati tutti più scassati del posto?”. Ci sono varie teorie degli esegeti che dicono che Corinto era una città con un grande porto, quindi, con gente che andava e veniva, pessima gente: marinai, prostitute, una situazione morale molto ambivalente. Sono tutte letture ed è chiaro che Corinto era una grande città per l’epoca, non era certo paragonabile a né a Betlemme ma nemmeno Gerusalemme, sotto alcuni punti di vista Corinto era un’altra Roma, era New York e Firenze. Certo Firenze ha una grande storia, ma non è mica New York, sono mondi differenti. Certo Gerusalemme aveva un peso, soprattutto nella tradizione ebraica, ma Corinto era un posto super vitale di traffici, di gente. Tutti gli scalmanati stavano lì, ma di tutti gli scalmanati che stavano lì, sono entrati tutti nella comunità cristiana a rompere a Paolo? Come è questa storia? In realtà no, semplicemente la comunità di Corinto è una delle prime comunità, appunto, totalmente estranea al mondo giudaico. Non dimenticate che anche Roma è una comunità nuova, ma c’è comunque una radice giudaica molto antica su cui si appoggia, e poi Roma ha un altro atteggiamento rispetto ai temi religiosi. Corinto è la classica città cosmopolita che non ha nessun legame o quasi col mondo ebraico culturale, ci saranno stati anche lì degli ebrei perché giravano dappertutto ma Corinto non ha un significativo apporto da parte della comunità ebraica.

Quindi Paolo si trova veramente in un mondo nuovo e questo è uno dei motivi per cui la comunità di Corinto, lo dicono tutti e lo dice lui stesso, gli sta particolarmente a cuore. Ha litigato un sacco per formare una comunità cristiana a Corinto, ha combattuto un bel po’, non gli è andata liscia (per questo potete leggere la prima lettera ai Corinzi). Gli stava a cuore perché è chiaro che era un laboratorio per la misura dell’annuncio evangelico, noi diremmo “fuori il mura”, in un contesto diverso, e gli stava a cuore anche per sé per mostrare, dopo lo smacco di Atene del discorso all’Aeropago, che era in grado di parlare con dei mondi nuovi, con delle culture altre. Francesco scrive in Evangelii Gaudium “lì dove si producono le nuove narrazioni che configurano la vita del futuro”. Esattamente lì dove si producono nuove narrazioni, questo è il motivo per cui Corinto alle orecchie e agli occhi di comunità provenienti dal giudaismo che discutevano animatamente su più o meno qualsiasi cosa, secondo l’antico proverbio dove ci sono due ebrei, ci sono tre sinagoghe, quindi, discutevano assolutamente su tutto ma sempre in modo molto ordinato, con un riferimento su tutto, al Talmud o alla Torah. Secondo canoni di riconoscimento di riconoscimento di autorità comuni, il maestro tale e il maestro tal altro, in modo molto ordinate. I Corinti no, sono completamente fuori da questa logica. Per esempio, i Corinti hanno un grosso tema che abbiamo anche noi e cioè, chi ha diritto di dirci cosa dobbiamo fare? Chi è l’autorità? Questo è un problema che per chi proveniva dall’ebraismo non dico che era scontato perché ci sono un sacco di discussioni tra i cristiani, ma ha già dei parametri di confronto perché c’è l’Alleanza, c’è la Legge, allora si discute del rapporto tra la Legge e la nuova legge di Cristo. Sì, ma perché hai già un punto di confronto condiviso da tutti che è la legge di Mosè, invece questi qua non hanno niente di comune, sono solo intorno alla nuova legge di Cristo e allora, chi è che decide?

Questo è uno dei problemi per cui una delle cose gravi contro cui Paolo si trova a dover discutere è la questione di quelli che lui stesso chiama i super apostoli, cioè quelli che secondo Paolo vanno lì in nome di Cristo e insegnano cose sbagliate. E anche qui se usciamo un attimo del genere letterario Bibbia vediamo che è esattamente la situazione in cui noi siamo oggi. Uno dice va bene che l’autorità del Papa nel mondo cattolico non si discute tanto, si sa che è più autorevole di altri però a me Francesco piace, a me non piace, a me piace una volta sì una volta no, mi piace però su alcune cose ragazzi piglia delle cantonate, ma sta cosa di impicciarsi sui due stati di Israele che manca ancora poco che il rabbinato di Roma pianta su non si sa cosa, ma è proprio necessario? Ma davvero si può dire che nessuna guerra ha un senso, ma bisogna proprio dirla questa cosa qui? Ma allora per esempio chi ha fatto la guerra partigiana contro il fascismo ha sbagliato? La domanda esiste e non abbiamo più dei riferimenti così comuni o questi sono molto flebili, anche perché, per esempio, Francesco non interpreta il ruolo papale dicendo: “Io sono il Papa e quindi decido io”, lui non fa così per cui non è che ci rimanda l’immagine tosta di alcuni altri papati, anzi, ci rimanda un’immagine a volte incerta quindi da questo punto di vista, secondo me, la questione è molto interessante perché noi siamo proprio dentro questo a questo inghippo.

La seconda cosa che volevo dire, in termini un po’ generali, è che vedrete come torna tanto il tema del vantarsi, dell’avere vanto di sé, dire quanto sono figo. Allora, che Paolo avesse un grandissimo ego è abbastanza provato da tutti gli studi esegetici, e il fatto che ripeta così tanto che non si vanta è una di quelle cose che ti fa venire il dubbio che invece si sta vantando, altrimenti non dovrebbe ripeterlo così tanto, però è chiaro che questo è un tema. Vantare per noi ha immediatamente un suono morale, ma qui il problema è in quello che vi stavo dicendo adesso, cioè Paolo dice su quale criterio si stabilisce l’autorità, e dunque il potere, chi ha il potere di dirvi che questa cosa è giusta o sbagliata, quali sono i criteri, chi ha il potere di dirvi che questo viene da Gesù Cristo e questo no, che questa è un’invenzione di questi super apostoli di cui non dovete fidarvi e che questo invece è ciò che il Signore vuole da voi. Questo è il quadro dentro cui si mette questo testo e vorrei pescare qui e là solo due o tre versetti del capitolo 10 e 11 per introdurre, poi andiamo avanti sul testo che vediamo oggi.

Il capitolo 10 inizia così

1Ora io stesso, Paolo, vi esorto per la dolcezza e la mansuetudine di Cristo, io che, di presenza, sarei con voi debole ma che, da lontano, sono audace verso di voi

Questo inizio dice già abbastanza tutto, Paolo viene accusato di decidere troppo o di decidere troppo poco, cioè di essere un debole o di essere un autoritario. Dice, io forse da lontano sono più duro quando scrivo e quando sono con voi sono più umano, può essere che sia così, ma per la dolcezza e la mansuetudine di Cristo vi supplico di non costringermi, quando sarò tra di voi, ad agire con quell’energia che ritengo di dover adoperare contro alcuni, i quali pensano che noi ci comportiamo secondo criteri umani. In realtà noi viviamo nella carne ma non combattiamo secondo criteri umani e questo è il punto. In tutti questi tre capitoli Paolo si sforza di dare dei criteri che superino rispetto all’uso del potere, alla forza, alla debolezza, alla possibilità, dei criteri che chiariscano ai Corinti come riconoscere il potere che viene da Dio. Questa è tutta l’operazione che fa e la fa dicendo non tanto i contenuti ma concentrandosi sulla relazione tra forza e debolezza

 

Il testo: 2Cor 12, 5-15

12 5Di lui io mi vanterò! Di me stesso invece non mi vanterò, fuorché delle mie debolezze. 6Certo, se volessi vantarmi, non sarei insensato: direi solo la verità. Ma evito di farlo, perché nessuno mi giudichi più di quello che vede o sente da me 7e per la straordinaria grandezza delle rivelazioni.
Per questo, affinché io non monti in superbia, è stata data alla mia carne una spina, un inviato di Satana per percuotermi, perché io non monti in superbia. 8A causa di questo per tre volte ho pregato il Signore che l’allontanasse da me. 9Ed egli mi ha detto: «Ti basta la mia grazia; la forza infatti si manifesta pienamente nella debolezza». Mi vanterò quindi ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo. 10Perciò mi compiaccio nelle mie debolezze, negli oltraggi, nelle difficoltà, nelle persecuzioni, nelle angosce sofferte per Cristo: infatti quando sono debole, è allora che sono forte.

11Sono diventato pazzo; ma siete voi che mi avete costretto. Infatti io avrei dovuto essere raccomandato da voi, perché non sono affatto inferiore a quei superapostoli, anche se sono un nulla. 12Certo, in mezzo a voi si sono compiuti i segni del vero apostolo, in una pazienza a tutta prova, con segni, prodigi e miracoli. 13In che cosa infatti siete stati inferiori alle altre Chiese, se non in questo: che io non vi sono stato di peso? Perdonatemi questa ingiustizia!
14Ecco, è la terza volta che sto per venire da voi, e non vi sarò di peso, perché non cerco i vostri beni, ma voi. Infatti non spetta ai figli mettere da parte per i genitori, ma ai genitori per i figli. 15Per conto mio ben volentieri mi prodigherò, anzi consumerò me stesso per le vostre anime. Se vi amo più intensamente, dovrei essere riamato di meno?

 

Commento:

12 5Di lui io mi vanterò! Di me stesso invece non mi vanterò, fuorché delle mie debolezze. 6Certo, se volessi vantarmi, non sarei insensato: direi solo la verità. Ma evito di farlo, perché nessuno mi giudichi più di quello che vede o sente da me 7e per la straordinaria grandezza delle rivelazioni.

Allora, il suo primo argomento è estremamente interessante, dice di me stesso non mi vanterò fuorché delle mie debolezze. Già qui c’è il rovesciamento, che cosa vuol dire vantarsi delle proprie debolezze? Questa, personalmente, mi sembra la domanda delle domande in questo tempo. Che cosa vuol dire usare la propria vulnerabilità e debolezza come una risorsa? In un tempo come questo di grandi scontri tra poteri, piccoli e grandi. Sicuramente vuol dire innanzitutto riconoscere la propria vulnerabilità e debolezza, cioè, chiedersi qual è quella vera, non quella che per retorica di buona educazione possiamo discutere con altri, ma qual è la mia parzialità vera e dunque la mia vulnerabilità, la mia debolezza? E come e perché questa è una risorsa che fa vivere? Perché questa è la questione posta dalla croce di Cristo, Paolo lo spiegherà subito dopo. Se siamo discepoli di un Signore che ha vinto la morte, il mondo e il peccato, non uccidendo ma assumendo la morte, stiamo sotto una logica di un potere che si esercita a partire dalla debolezza. Il che significa innanzitutto sapere qual è e secondo sapere come usarla, perché non può essere semplicemente ostentata. Se io semplicemente dico ok questa è la mia vulnerabilità, mi disegno un bersaglio e tutti possono sparare lì, non è questo il modo, ma devo sapere qual è e sapere come usarla.

12 5Di lui io mi vanterò! Di me stesso invece non mi vanterò, fuorché delle mie debolezze. 6Certo, se volessi vantarmi, non sarei insensato: direi solo la verità. Ma evito di farlo, perché nessuno mi giudichi più di quello che vede o sente da me 7e per la straordinaria grandezza delle rivelazioni.

Poi c’è questa frase molto da Paolo, Certo, se volessi vantarmi non sarei insensato: direi solo la verità, non è che questo è perché non ho niente di cui vantarmi, volendo ne avrei e sarebbe anche vero ma evito di farlo. È interessante qui perché non c’è nessuna lettura moralistica, Paolo evita di farlo perché nessuno mi giudichi più di quello che vede o sente da me e per la straordinaria grandezza delle rivelazioni. Dunque, ci sono due criteri di giudizio, quello che ciascuno di noi sperimenta, vede o sente dell’altro, e la grandezza della rivelazione, cioè la grandezza del suo contenuto, di ciò che mi trasmette, di ciò che mi testimonia. Quindi realismo, la realtà che si può vedere e capire, se tu non la capisci vuol dire che io non mi spiego e quindi sono cavoli miei, devo spiegarmi a parole o nei fatti, e per la grandezza di quello che ti dico, per la nobiltà, la profondità, la serietà, la verità di quello che ti dico, nel senso perché quello che ti dico, faccio o testimonio incontra in te una parte vera. Guardate che questo è il rovesciamento di un milione dei nostri ragionamenti medi, per esempio noi tendiamo a privilegiare permanentemente l’intenzione, non avevo l’intenzione di offenderti, ok ma ciò che hai detto, ciò che io vedo e sento da te è offensivo. Ma non ne avevo l’intenzione… eh spiegati meglio la prossima volta, cioè, proviamo a capire se riesci a spiegarti meglio. È un rovesciamento molto radicale ed è vero che è una struttura che dà potere a questo, cioè riuscire a basarsi solo su questi due elementi, che ciò che io passo a te nella relazione: parole, gesti, esperienza, tocchi una parte vera di te sia una grande relazione e ciò che tu vedi e che tu puoi capire e sentire di me, che queste due cose siano il criterio dà un grande potere: ha ragione Paolo.

Per questo, affinché io non monti in superbia, è stata data alla mia carne una spina, un inviato di Satana per percuotermi, perché io non monti in superbia. 8A causa di questo per tre volte ho pregato il Signore che l’allontanasse da me. 9Ed egli mi ha detto: «Ti basta la mia grazia; la forza infatti si manifesta pienamente nella debolezza». Mi vanterò quindi ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo.

Su questa spina nella carne di Paolo sono stati scritte intere biblioteche e abbiamo migliaia di ipotesi su cosa sia, se si riferisca a un malanno fisico, a uno stato d’animo, a una depressione cronica. Va bene, ma sono tutti campati per aria perché l’unico elemento che abbiamo è questo versetto. Perciò mi è stata data una spina nella carne, il cui significato è molto chiaro, c’è qualcosa che lo tormenta, come una spina nella carne, che non lo fa stare tranquillo, che non lo fa sentire così soddisfatto di sé. Cosa sia realisticamente non lo sappiamo, però è qualcosa evidentemente per lui di molto significativo, ma la cosa che a me colpisce di più non è tanto questo, perché questa è un’esperienza che in qualche modo facciamo tutti a seconda dei tempi della nostra vita. Di avere qualcosa che ci tormenta che può essere grande o piccolo agli occhi degli altri ma che per noi diventa un chiodo fisso, una cosa intorno a cui continuiamo a sbattere il naso e non riusciamo a smontarlo. Va bene, questa è un’esperienza molto comune, ma la cosa è il tono con cui Paolo dice A causa di questo per tre volte ho pregato il Signore che l’allontanasse da me. E uno dice, ti sei sforzato tre volte? È poco o è tanto? Perché noi abbiamo sviluppato un’idea molto devozionale, bisogna pregare, no? Già solo i sette primi venerdì del mese sono già sette, non già più di tre. Non so come dire, cioè, la nostra idea quantitativa è molto forte, per tutta una serie di motivi storici. Paolo usa un tono come per dire che esagerazione, a causa di questo per tre volte ho pregato il Signore che lo allontanasse da me. Trovo questo versetto molto carino perché ci dice che davvero di fronte al Signore ognuno ha le sue misure e che è una misura devozionistica, basata sulla moltiplicazione degli atti religiosi può andare va bene, se ti aiuta fallo pure, ma non è niente di richiesto. Non so come dire, abbiamo un ritmo molto più umano, sano, ed è vero che quando noi diciamo qualcosa di importante a qualcuno a cui vogliamo bene, diciamo cavolo, ma te l’ho già detto tre volte e sono tante tre volte, se me lo fai ripetere tre volte non mi stai proprio a sentire. Non avremmo mai l’idea di dire “ti ho pregato tutti i giorni per duemila volte” ma uno, due, tre e poi basta. Così anche e dopo tre volte che ha pregato il signore che l’allontanasse allontanasse questa spina nella carne.

9Ed egli mi ha detto: «Ti basta la mia grazia; la forza infatti si manifesta pienamente nella debolezza»

Questa frase, come molte altre di questo testo, ha la potenza di uno slogan. Sono quelle frasi che tutti citiamo, ti basti la mia grazia è molto famoso, si trova nelle immaginette delle Paoline, però fuori contesto può prendere tanti colori. Qui è molto chiaro quello che Paolo ci sta dicendo, dice sono consapevole che la mia esperienza di debolezza e vulnerabilità è tenuta viva da un tormento, perché se no rischierei di dimenticarmene, ho detto al Signore “basta anche così” e il Signore mi ha detto “ti basta la mia grazia”, cioè tieniti sto tormento perché non devi dimenticarti della tua debolezza, non è un criterio qualsiasi quello della vulnerabilità della debolezza anche per uno con un ego abbastanza abbondante come Paolo. È un criterio decisivo che fa la differenza.

Mi vanterò quindi ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo. 10Perciò mi compiaccio nelle mie debolezze, negli oltraggi, nelle difficoltà, nelle persecuzioni, nelle angosce sofferte per Cristo: infatti quando sono debole, è allora che sono forte.

Il corrispettivo verbo greco di compiaccio è un verbo molto forte, non è semplicemente sopporto con pazienza ma è proprio penso che sia giusto. Quando sono debole è allora che sono forte, qui appunto, come molte frasi un po’ slogan del Vangelo rischiamo di ripeterla senza guardarla per ciò che esattamente è. Non so quanti di noi potrebbero dire con convinzione profonda infatti quando sono debole, è allora che sono forte, non augurandosi di essere comunque un po’ più forti. Poi ci sono un po’ di versetti che io trovo meravigliosi in cui prende la mano l’ironia. Il primo criterio che dà è l’unico luogo della nostra forza è vantarsi della propria debolezza, cioè proprio compiacersi, sapere come usare la propria debolezza e vulnerabilità. Il secondo criterio è l’identificazione della forza nel luogo della debolezza. Il terzo criterio viene fuori da questi versetti in cui diventa un po’ cattivo e ironico.

11Sono diventato pazzo; ma siete voi che mi avete costretto. Infatti io avrei dovuto essere raccomandato da voi, perché non sono affatto inferiore a quei superapostoli, anche se sono un nulla. 12Certo, in mezzo a voi si sono compiuti i segni del vero apostolo, in una pazienza a tutta prova,

Non so se Paolo avesse davvero una pazienza a tutta prova…

con segni, prodigi e miracoli. 13In che cosa infatti siete stati inferiori alle altre Chiese, se non in questo: che io non vi sono stato di peso? Perdonatemi questa ingiustizia!

14Ecco, è la terza volta che sto per venire da voi, e non vi sarò di peso, perché non cerco i vostri beni, ma voi.

Corinto è una comunità ricca, in altri luoghi delle lettere Paolo insiste molto con Corinto, una comunità ricca e di ricchi, perché donino per la colletta per Gerusalemme. Quindi che dietro ci fosse il sospetto da parte loro che Paolo volesse usare le loro ricchezze lui lo vuole chiarire, dice:

Infatti non spetta ai figli mettere da parte per i genitori, ma ai genitori per i figli. 15Per conto mio ben volentieri mi prodigherò, anzi consumerò me stesso per le vostre anime. Se vi amo più intensamente, dovrei essere riamato di meno?

Questo in qualche modo è il terzo criterio, la pazzia di Paolo di voler più bene una comunità di disgraziati, cioè lui applica nella relazione ai Corinti e al loro essere una comunità tendenzialmente disgraziata e ingovernabile, lui applica esattamente quello che gli dice nei primi due criteri. È nella loro debolezza che loro sono forti e per questo lui li ama di più di altre comunità di meno difficile gestione. Cioè, il terzo criterio è la qualità della relazione e della reazione che a questo esercizio del potere si accompagna.

Ripeto i tre criteri: il primo criterio è su che cosa ci si vanta, cioè qual è il punto su cui si fa forza in sé stesso per esercitare il potere e Paolo dice che è il conoscere la propria vulnerabilità e sapere come usarla. Il secondo criterio è l’identificazione della forza con la debolezza secondo il modello cristologico e il terzo criterio è il tipo di relazione che ne nasce, che cosa succede dopo questo esercizio di potere? Che a Paolo stanno più a cuore i Corinti di altre comunità meno faticose. Sono diventato pazzo; ma siete voi che mi avete costretto è la tipica espressione da innamoramento, mi fai impazzire perché mi costringi ad uscire dai miei schemi, da quello che mi sembra ragionevole e ordinato, che io ho diritto di aspettarmi e di chiederti.

Nell’ultimo pezzettino del capitolo 13 dove si conclude tutta questa apologia di Paolo alla difesa di se stesso, dice una frase che mi sembra veramente la conclusione di questi criteri.

13 3dal momento che cercate una prova che Cristo parla in me, lui che verso di voi non è debole, ma è potente nei vostri confronti. 4Infatti egli fu crocifisso per la sua debolezza, ma vive per la potenza di Dio. E anche noi siamo deboli in lui, ma vivremo con lui per la potenza di Dio a vostro vantaggio.

Questi due versetti del capitolo 13 sono la chiave di lettura di tutti i tre capitoli precedenti, la figura di questo potere è cristologica e la figura cristologica è che Cristo non è debole verso di voi ma è potente per la potenza di Dio e avendo accettato di essere crocifisso per la sua debolezza vive. Così anche noi che siamo deboli in lui vivremo con lui per la potenza di Dio a vostro vantaggio perché anche voi possiate vivere. È chiaro che dal punto di vista storico, concreto, esistenziale, nostro, dell’oggi e qui, la grande domanda è il primo criterio, “cosa vuol dire?”, la grande prima domanda perché poi diventano significative anche le altre, ma il primo passo da fare è qual è la vulnerabilità e la debolezza che riconosciuta può essere usata da me o da quelli che siamo per diventare una risorsa, una forza possibile. E quindi la domanda di questo quarto sigillo, qual è la forza? Questa è in qualche modo la domanda, qual è la forza di questo potere?

Momento di domande e risposte

Enrico fa la domanda da un milione di dollari e chiede di che cosa parliamo quando parliamo di vulnerabilità e debolezza. Dei nostri limiti, del nostro peccato, di che cosa parliamo? Credo che questa sarebbe una bella questione su cui ragionare insieme. Da un punto di vista di abitudine culturale credo che per prima cosa ci venga in mente il nostro peccato, per una certa tradizione moralistica. Se siamo un po’ più moderati ci vengono fuori i nostri limiti, ma di per sé la debolezza e la vulnerabilità non sono necessariamente né limiti né peccato. Possono esserlo e diventarlo, evidentemente, ma sono i punti dove tu riconosci che c’è un punto oltre il quale non vai o non vai ancora, in cui non puoi farci niente. C’è una condizione di realtà che ti blocca in qualcosa che non ti va, oppure c’è una condizione tua, soggettiva, di impossibilità.

L’esperienza della debolezza è l’esperienza di un desiderio e di una realtà che non si incontrano e per ognuno di noi questa cosa qua è un’esperienza di vulnerabilità, mi sento in balia della vita, per dirlo con parole grandi, mi sembra che non posso procurarmi la mia felicità da solo, con l’impegno, con lo studio, con un miglior lavoro, più soldi, avere più amici, avere più serenità, eccetera. Perché l’esistenza ha una sua dinamica in cui a un certo punto, semplicemente, c’è qualcosa che non va come volevo io. Questa cosa qui è sempre un’esperienza di debolezza e, di per sé, dal punto di vista credente è costitutiva. Dopodiché questa può diventare un male morale? Sì, può diventarlo. Se tu abiti questa frustrazione, per esempio, faccio degli esempi banalissimi, facendola diventare rivalsa, invidia, vendetta o furto nei confronti di qualcun altro per prenderti quello che vuoi, allora diventa un male morale, ma non è detto che obbligatoriamente tu reagisca in questo modo. Può diventare un limite antropologicamente insuperabile? Sì. Può accadere che noi viviamo questi smacchi che la vita ci dà come qualcosa che non è proprio giusto, non doveva succedere, come dai 14 anni che urli al mondo non è giusto. È vero, non è giusto ma una volta che l’hai urlato al mondo cosa facciamo?

L’esperienza della debolezza di per sé è un’esperienza che tutti facciamo nell’esistenza, in un modo o in un altro, con una profondità o con un’altra, e che dipende da come la abitiamo. Il classico ragionamento un po’ banale è quello che viene fatto per persone che magari si trovano in una particolare situazione di mancanza di salute o di handicap e si dice vive il suo problema con una serenità, creatività… quella poesia lì. Non è che uno se l’è cercata quella situazione, gli è capitata e quella persona prova a vivere la sua debolezza, cioè quella cosa che di per sé non si augurava ma che fa parte della realtà, prova a farci conti e viverla. C’è un sacco di gente che vive ogni malanno con un’incazzatura bestiale, lamentandosi come un pazzo. Ognuno di noi lo sa, credo anche perché ciascuno di noi a volte si piglia un raffreddore e sta incazzato due giorni, perché dice no, proprio adesso doveva venirmi il raffreddore, questo è il momento peggiore, ti incazzi come una belva e poi dici calma, il raffreddore passa, non abbiamo potere su tutto quello che ci riguarda. Però diciamo che l’idea di Paolo, e in questo, secondo me, è molto interessante, è che dal punto di vista cristologico non avere potere su tutto quello che ci riguarda è da augurarsi, è la nostra forza.

Dom: Quindi questo riguarda la modalità di esercizio del potere?

Risp: Non tanto la modalità di esercizio del potere ma la sua forma, che è un po’ diverso, perché non è solo questione etico morale, di modalità, ma è proprio a che tipo di modello di potere guardi

Dom: Per esempio una forma democratica è un tentativo di andare in questo senso?

Risp: Una forma democratica nelle sue intuizioni profonde è un tentativo di andare in questo senso perché nel principio di realtà del contenuto prova a garantire, o per lo meno così nasce l’idea democratica, prova a garantire i più deboli. È fatta per garantire le minoranze, non le maggioranze. Dopodiché, giustamente, l’esercizio della democrazia la trasforma, però il principio è questo, E da questo punto di vista una forma democratica è più cristologica che altre forme, non per motivi genericamente etici ma perché esattamente si basa su una forma in cui, almeno nel suo principio o per come dovrebbe essere applicata, non è che chi vince piglia tutto, ma chi vince governa per tutti, quindi anche per coloro che hanno perso, garantendo coloro che hanno perso in qualche modo.

Dom: Questo sembrerebbe in contraddizione con la forma di governo della Chiesa Cattolica?

Risp: Sì e no, come in tutte le cose storiche in cui non c’è niente che è tutto in sintonia. Sì, nel senso che la forma del potere nella Chiesa Cattolica ha mutuato molto dalla forma del potere imperiale, cioè si è conformata prima delle democrazie e come tale quindi è tendenzialmente paternalista, cioè si affida all’autoregolazione di un potere presunto buono discenderebbe direttamente da Dio, quindi per forza deve essere buono e quindi per forza si autoregolamenta. Solo che non è del tutto vero, cioè evidentemente storicamente non funziona così. Diciamo che attualmente una delle grandi questioni poste dalla svolta sinodale è questa, perché la svolta sinodale, l’idea di Francesco non è un altro modo di governo ma è una ricomprensione dei bilanciamenti del potere, cioè, uscire da un paternalismo del potere per andare verso un potere che favorisca nelle pratiche concrete la tutela di tutti, specie dei più fragili. E che questa cosa abbia bisogno di un bel po’ di tempo è assolutamente evidente nella Chiesa Cattolica, non sarà cosa di breve periodo. Dall’altra parte c’è un problema molto significativo, cioè che non esiste una teologia del potere. La riflessione teologica su questi temi sta cominciando adesso, solo dopo Vaticano II e invece avremo un bel po’ bisogno di riflettere ma non di riflettere sul potere in sé come potere degli altri, degli Stati, ma proprio sul potere come forma di esercizio delle relazioni umane e quindi anche dentro la Chiesa. Ci sarebbe un bel po’ da dire…la teologia del potere che abbiamo è sostanzialmente quella medievale, da cui poco ci siamo mossi, è quella della potestas, che però è ovvio che è totalmente insufficiente oggi.

Fossano, 3 febbraio 2024

Testo non rivisto dall’autore

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