Stella Morra
6. Tra dramma (dal bene al male) e tragedia (dal male al bene)
Buonasera a tutti,
come ricordate il nostro percorso riguarda la questione della speranza e della possibilità, “non sarò confuso in eterno”, abbiamo preso la conclusione del Te Deum un po’ per introdurci e vivere in qualche maniera questo Giubileo. Abbiamo fatto un percorso un po’ diverso dal solito siccome normalmente trattiamo per primi quattro testi dell’Antico Testamento, perché sono più descrittivi della situazione umana e tendenzialmente antropologici, e poi quattro testi del Nuovo Testamento, più cristologici. Invece, quest’anno siamo partiti da Lc 24, il testo di Emmaus, per darci un quadro di interpretazione, una cornice, dentro cui mettere gli altri passi. Era un po’ una doppia cornice, la cornice della speranza come affidamento all’eccedenza, la possibilità e la capacità di vivere sopra ciò che non governiamo direttamente, da un lato, e dall’altro lato quelle tensioni che nel testo di Lc venivano fuori tra vedere e non vedere, tra spiegare e restare e tra guarire e curare, come un po’ le tensioni portanti di un movimento di speranza. Poi, siamo tornati indietro sull’AT con il capitolo 24 di Giosuè: l’alleanza di Sichem, quella che viene fatta a conclusione prima dell’ingresso nella terra promessa, con l’idea che la speranza è nutrita da una legge e che la legge stabilisce libertà, non è un vincolo, come si pensa da adolescenti. La Legge è la possibilità di avere un riferimento oggettivo, per cui anche il Re è sottoposto alla legge. Poi abbiamo visto il testo di Is 35, le sue parole di speranza, “consolate il mio popolo”, Ger 1 col discorso sui segni, quasi sui sacramenti, sempre che fanno sperare, gesti quasi senza parole, apparentemente perturbanti, e la volta scorsa Rom 8, un testo complesso, abbastanza attorcigliato. Il tema era diventare quello che ancora non siamo, perché tutto concorre al bene. Il genere letterario è quello tipico di Paolo ai Rom, non è non immediatamente lineare, non ha una narrazione, una storia, quindi un po’ difficile da seguire.
La lectio di oggi
Oggi torniamo indietro di nuovo e cambiamo completamente genere letterario. Torniamo al capitolo 3 del libro della Gen, che è un racconto narrativo in cui si capisce il racconto ma, come vedremo leggendolo, non si capisce bene di cosa parla. È la narrazione del cosiddetto peccato originale e il problema è proprio che tutti conosciamo il racconto, ma dove si mette questa cosa rispetto alla nostra capacità di sperare? Nel nostro realismo rispetto alle situazioni del mondo in cui viviamo? Come ci direbbe una lettura moralistica, tutto il male è solo frutto del fatto che siamo segnati dal peccato originale. Cioè, in qualche modo, dopo parole, segni e domande che fanno sperare, ci dobbiamo anche chiedere da dove viene ciò che fa di-sperare: il male. Non nel senso del male assoluto, non è una domanda di tipo filosofico, ma l’esperienza di male dentro cui noi stessi siamo e che comunque incrociamo: come la possiamo capire? Com’è che anche il male, e il caso classico e il più evidente è la morte di Cristo in croce, preso sul serio, diventa un luogo di speranza. È solo perché uno sa contarsela un po’, o ha un bel carattere, e dunque si consola dicendo: “no, vedrai che qualcosa di buono esce anche dal male…”. E’ solo così o c’è dell’altro? Non so se sono riuscita a spiegarmi bene, ma mi sembra che questo sia il grande nucleo, perché è il grande nucleo del dramma che c’è tra vittime e carnefici. Il cristianesimo si propone come un luogo dove c’è posto sia per le vittime, ed è un posto privilegiato, ma lo è anche per i carnefici. E come ce li mettiamo i carnefici in un posto dove bisognerebbe sperare che la giustizia diventi la legge della nostra vita comune? Da dove viene il male che anche ciascuno di noi sperimenta dentro di sé?
Io credo che nella vita adulta ognuno di noi abbia provato una voglia profonda di far male a qualcuno, senza poi magari darle seguito. Il desiderio di restituire un male ricevuto o di fare un male per il danno che questa persona stava facendo, non tanto a lui ma a tanti, ad esempio. Allora questa esperienza da qualche parte bisogna metterla, perché possiamo solo sperare di non essere provocati fino al punto da sentire voglia di fare male. Allora la speranza sarebbe “io speriamo che me la cavo”? Quale sarebbe la speranza rispetto all’esperienza del male?
Il testo: Gen 3,1-24
3 1Il serpente era il più astuto di tutti gli animali selvatici che Dio aveva fatto e disse alla donna: «È vero che Dio ha detto: «Non dovete mangiare di alcun albero del giardino»?». 2Rispose la donna al serpente: «Dei frutti degli alberi del giardino noi possiamo mangiare, 3ma del frutto dell’albero che sta in mezzo al giardino Dio ha detto: «Non dovete mangiarne e non lo dovete toccare, altrimenti morirete»». 4Ma il serpente disse alla donna: «Non morirete affatto! 5Anzi, Dio sa che il giorno in cui voi ne mangiaste si aprirebbero i vostri occhi e sareste come Dio, conoscendo il bene e il male».
6Allora la donna vide che l’albero era buono da mangiare, gradevole agli occhi e desiderabile per acquistare saggezza; prese del suo frutto e ne mangiò, poi ne diede anche al marito, che era con lei, e anch’egli ne mangiò. 7Allora si aprirono gli occhi di tutti e due e conobbero di essere nudi; intrecciarono foglie di fico e se ne fecero cinture.
8Poi udirono il rumore dei passi del Signore Dio che passeggiava nel giardino alla brezza del giorno, e l’uomo, con sua moglie, si nascose dalla presenza del Signore Dio, in mezzo agli alberi del giardino. 9Ma il Signore Dio chiamò l’uomo e gli disse: «Dove sei?». 10Rispose: «Ho udito la tua voce nel giardino: ho avuto paura, perché sono nudo, e mi sono nascosto». 11Riprese: «Chi ti ha fatto sapere che sei nudo? Hai forse mangiato dell’albero di cui ti avevo comandato di non mangiare?». 12Rispose l’uomo: «La donna che tu mi hai posto accanto mi ha dato dell’albero e io ne ho mangiato». 13Il Signore Dio disse alla donna: «Che hai fatto?». Rispose la donna: «Il serpente mi ha ingannata e io ho mangiato».
14Allora il Signore Dio disse al serpente: «Poiché hai fatto questo, maledetto tu fra tutto il bestiame e fra tutti gli animali selvatici! Sul tuo ventre camminerai e polvere mangerai per tutti i giorni della tua vita. 15Io porrò inimicizia fra te e la donna, fra la tua stirpe e la sua stirpe: questa ti schiaccerà la testa e tu le insidierai il calcagno».
16Alla donna disse: «Moltiplicherò i tuoi dolori e le tue gravidanze, con dolore partorirai figli. Verso tuo marito sarà il tuo istinto, ed egli ti dominerà».
17All’uomo disse: «Poiché hai ascoltato la voce di tua moglie e hai mangiato dell’albero di cui ti avevo comandato: «Non devi mangiarne», maledetto il suolo per causa tua! Con dolore ne trarrai il cibo per tutti i giorni della tua vita. 18Spine e cardi produrrà per te e mangerai l’erba dei campi. 19Con il sudore del tuo volto mangerai il pane, finché non ritornerai alla terra, perché da essa sei stato tratto: polvere tu sei e in polvere ritornerai!».
20L’uomo chiamò sua moglie Eva, perché ella fu la madre di tutti i viventi. 21Il Signore Dio fece all’uomo e a sua moglie tuniche di pelli e li vestì. 22Poi il Signore Dio disse: «Ecco, l’uomo è diventato come uno di noi quanto alla conoscenza del bene e del male. Che ora egli non stenda la mano e non prenda anche dell’albero della vita, ne mangi e viva per sempre!».
23Il Signore Dio lo scacciò dal giardino di Eden, perché lavorasse il suolo da cui era stato tratto. 24Scacciò l’uomo e pose a oriente del giardino di Eden i cherubini e la fiamma della spada guizzante, per custodire la via all’albero della vita.
Commento:
Questo racconto lo conosciamo tutti benissimo, è nel nostro immaginario dalla scuola materna in poi, con tutti i problemi che questo implica: conosciamo il racconto e quindi non lo sentiamo più e lo conosciamo nella forma edulcorata di una favoletta per bambini. Ma questo di per sé è una grandissima struttura simbolica, perché come tutti i miti, come le favole, funziona nel profondo, mette in moto una serie di meccanismi pre-razionali, si immagina, oppure non li mette più in moto se sono troppo agricoli e distanti da noi, e quindi, da questo punto di vista, crea problemi e storia delle interpretazioni. Per di più un testo scritto più o meno 3,000 e rotti anni fa, quindi è un testo che ci è distante nella simbolica e che ha una storia di interpretazioni molto potente. Non prendo neanche in considerazione tutte le letture misogine e anti femministe che sono state fatte, soprattutto nell’opposizione polare tra Eva e Maria, creando le due figure, quella delicata di Maria, falsa, che non fa giustizia a Maria, e quella maledetta e dannata di Eva, tentatrice, seduttoria, ecc.
Lascio da parte questa questione perché qualsiasi esegeta, qualsiasi articolo che trovate anche su internet, vi spiega benissimo che qui il testo ebraico non fa una distinzione di genere, la distinzione è descrittivamente di genere perché alla donna si attribuisce la fatica di partorire la vita e all’uomo la fatica di lavorare in una cultura in cui la tecnologia faceva lavorare fisicamente per procurare il cibo ai maschi e l’unico modo di generare dei figli era attraverso le donne. Dunque, è semplicemente una descrizione, non un’interpretazione di destino. Se volete due cose le aggiungiamo, ma la questione è la costruzione simbolica, cioè qui si risponde alle domande che facevo prima e cioè ma com’è andata che Dio ha creato un mondo buono e poi qualcosa deve essere successo, se noi ci troviamo in una grande battaglia in cui, appunto, la struttura agonica dell’Apocalisse, di battaglia, di guerra nei cieli e sulla terra, tra il drago, i cavalieri, tutte quelle immagini pazzesche, se la guerra ci attraversa e la speranza è così faticosa, che cosa è successo? E lo racconta appunto con una forma mitica pescando, guarda caso, dall’immaginario simbolico che gli è vicino, disponibile, che ha per mano. La prima figura che ci viene presentata è il serpente, spesso il demonio è rappresentato in forma di serpente o a volte di drago, che è l’immagine dell’Apocalisse, ma di per sé la questione non è che il diavolo è il serpente o il diavolo è il drago, ma la questione è che ci sono degli animali pericolosi. Recentemente a Napoli ho trovato e conservato una miniatura bellissima, secondo la classica iconografia di San Giorgio che sconfigge il drago, ma è Marta che sconfigge il drago, Marta quella di “Marta, Marta tu ti agiti”, infatti si agita e fa secco il drago. Mi sembra una bella idea per il bene comune.
Il serpente e il drago rappresentano ovviamente un animale pericoloso, viscido, sfuggente. Nell’antichità in particolare il serpente ha un collegamento stretto con il tema della sapienza, ricordate che i due serpenti arrotolati tipo elica del DNA stanno nel simbolo di Esculapio, il medico, per dire la doppia faccia di ogni cura, che ogni farmaco, ogni medicina può essere anche un veleno. C’è una ambivalenza del serpente che è viscido, non a caso diciamo viscido per dire di una persona che non è chiara, che non è limpida.
3 1Il serpente era il più astuto di tutti gli animali selvatici che Dio aveva fatto e disse alla donna: «È vero che Dio ha detto: «Non dovete mangiare di alcun albero del giardino»?». 2Rispose la donna al serpente: «Dei frutti degli alberi del giardino noi possiamo mangiare, 3ma del frutto dell’albero che sta in mezzo al giardino Dio ha detto: «Non dovete mangiarne e non lo dovete toccare, altrimenti morirete»». 4Ma il serpente disse alla donna: «Non morirete affatto! 5Anzi, Dio sa che il giorno in cui voi ne mangiaste si aprirebbero i vostri occhi e sareste come Dio, conoscendo il bene e il male».
C’è tutta una simbolica e non a caso si dice la caratteristica che si dà è che il serpente era il più astuto di tutti gli animali selvatici, il serpente è molto correlato al sapere, al conoscere, infatti la sua tentazione è sull’albero della conoscenza del bene e del male, non sull’albero della vita. È correlato al sapere e lo è in modo assolutamente manipolatorio, per cui finge di non sapere e poi quando Eva abbocca, lui sa più di Eva e le domanda: “è vero che Dio ha detto non dovete mangiare di alcunalbero?”. Questa è un’antica tattica, la manipolazione inizia sempre con un’esagerazione, perché l’esagerazione ti fa sentire bravo ed equilibrato, tu dici: “No, no, non è così, è molto meno, Dio ci ha detto che di tutti gli alberi possiamo mangiare tranne di questo e ci ha detto che non dobbiamo mangiare né toccare perché altrimenti moriremo.”
È interessante perché in realtà alla fine il testo si contraddice e Dio caccia l’uomo e la donna dal giardino per evitare che tocchino l’albero della vita e dunque non muoiono più, quindi vuol dire che di per sé era possibile morire prima di toccare l’albero della vita, ma non solo che però il morire non era niente di particolarmente strano in quella condizione e quindi che razza di punizione è? Vedete come c’è la retroproiezione, noi facciamo del male che ci attanaglia, noi lo retroproiettiamo, allora morire funziona come una punizione perché l’esperienza del morire non è una bella esperienza, ma poi c’è l’esigenza di renderlo neutro e diventa di nuovo neutro e il serpente a quel punto si propone come quello che sa più di Eva e gli dice non morirete affatto, anzi Dio sa che il giorno in cui voi ne mangiaste si aprirebbero i vostri occhi e sareste come Dio conoscendo il bene e il male. E qui ci sono due impliciti, esattamente come è implicito che il morire sia una punizione, due impliciti, due non detti e cioè sarete come Dio, che è dato come un valore positivo, come meglio, vuole impedirvi di essere come lui perché essere uguali a lui sarebbe bello e conoscereste il bene e il male e anche questo conoscere il bene e il male è dato come un meglio. In tutti i due i casi noi sappiamo, essendo adulti, che non è vero, che essere tutti uguali non è meglio, anzi, è una noia mortale, e che distinguere il bene e il male, che è quello che un bambino di 4 anni non sa fare, sarebbe un gran riposo perché se uno potesse permettersi di non distinguere il bene e il male non è imputabile.
La domanda che si fa sempre per verificare se qualcuno è imputabile è: “ma era consapevole che questa cosa che stavano facendo era un male per qualcun altro?”, perché se non sei in grado di distinguere bene e male non hai nessuna responsabilità, un’eterna fanciullezza. Chi ha detto che sia una buona idea? Questa è la grande abilità, la dico così, il grande esercizio di potere del sapere, farci apparire come qualcosa di auspicabile ciò che non necessariamente lo è.
6Allora la donna vide che l’albero era buono da mangiare, gradevole agli occhi e desiderabile per acquistare saggezza
Tre aggettivi fondamentali: buono, gradevole e desiderabile. Sono sempre questi i motivi per cui scegliamo il male. Il primo è sempre che ci raccontiamo che in fondo è buono o c’è un aspetto di bontà, in fondo è buono. Poi è gradevole, cioè meno faticoso, meno brutto, mi vergogno di meno, ed è desiderabile, cioè da qualche parte agisce un desiderio. Il male non è, come dicevano velocemente i catechisti in seconda elementare, frutto dell’esercizio della libertà, perché a quel punto la libertà sarebbe veramente una mannaia. Il male è frutto dell’autoinganno su ciò che è buono, gradevole e desiderabile ma in modo molto semplice. Che utilità ha per me fumare? Nessuna, è una netta dipendenza per la quale spendo un casino di soldi, però è buono, gradevole e desiderabile. L’esperienza di male che rischia di mettere in gioco la nostra speranza è l’esperienza dell’ambiguità del mondo, cioè quella in cui siamo, il fatto che il mondo non funziona come un fumetto di cowboy indiani, in cui uno dice: “Ok, ho capito, questi sono i buoni, questi sono i cattivi e quindi io mi metto dalla parte dei buoni.” Perché il mondo non funziona così, poiché è complesso, è ambivalente, ambiguo, il male trova spazio. E quando noi diciamo: “vorrei solo capire qual è la cosa giusta”, eh, hai detto poco, sarebbe tutto capire qual è la cosa giusta. E ancora una volta, sta dalla parte della conoscenza, della sapienza.
E poi c’è questa scena meravigliosa:
prese del suo frutto e ne mangiò, poi ne diede anche al marito, che era con lei, e anch’egli ne mangiò. 7Allora si aprirono gli occhi di tutti e due e conobbero di essere nudi; intrecciarono foglie di fico e se ne fecero cinture.
Sbagliarsi su buono, gradevole e desiderabile, provoca sempre la ricerca di complici. Come anche avere ragione, scegliere bene, cose buone, gradevole, desiderabile, cerca complici e dunque si moltiplica. Viviamo tutti nella comunione dei santi, ma anche tutti nella comunione dei peccatori.
Ma il primo risultato di questo sapere è la consapevolezza della nudità. Certo, conoscono il bene e il male, dunque la prima cosa che conoscono è che sono nudi. È una cosa di sé e questa cosa è elemento di vergogna, come dirà subito dopo Adamo, per cui intrecciarono foglie di fico se ne fecero cinture, non sopportano di vedere sé stessi nella verità, perché, al di là delle ossessioni di lettura sessuofobiche, la nudità nei racconti antichi è sempre questo, è la pura verità. Essere consapevoli di sé in modo assoluto, senza la mediazione al pubblico che i nostri vestiti sono.
Accorgersi di essere nudi è accorgersi di non avere nessuna mediazione rispetto all’esterno, di essere esposti, e questo è molto scocciante, ma questa è la prima conoscenza del bene e del male che loro hanno. Hanno il risultato che il serpente gli aveva proposto e che era sembrato loro buono, gradevole e desiderabile. Improvvisamente scoprono che non è né così buono, né così gradevole, né così desiderabile.
Cioè la conoscenza del bene e del male è effettivamente raggiunta ma non è un gran risultato, gli tocca mettersi a lavorare, a fare delle cinture dalle foglie di fico ben prima della maledizione del lavoro, a costruire una maschera, una mediazione, per poter sopportare la verità di sé.
Per questo noi passiamo tutta la vita, quando ci va bene, quando siamo persone per bene, a cercare di ricostruire la verità di noi stessi, con tutta la fatica che questo implica. E anzi, è opera della grazia se riusciamo a morire un po’ più veri di quando siamo nati, con più spazio dentro. Nessuno che abbia compiuto i vent’anni non sa quanta fatica sia fare un po’ di verità di sé e poi casomai mostrarlo all’esterno, ma intanto farla, anche sotto le foglie di fico, se non ce la facciamo di più.
E qui c’è un bel casino, e vedete che qui ritorna la stessa espressione di Lc 24, gli occhi si aprono sempre nel momento sbagliato. In Lc 24 i loro occhi si aprono quando Gesù sparisce e qui i loro occhi si aprono quando l’hanno fatta un po’ grossa e volevano far finta di niente, invece improvvisamente acquistano una consapevolezza che non avevano nessuna voglia di avere.
8Poi udirono il rumore dei passi del Signore Dio che passeggiava nel giardino alla brezza del giorno, e l’uomo, con sua moglie, si nascose dalla presenza del Signore Dio, in mezzo agli alberi del giardino.
E la cosa interessante è che odono il rumore dei passi del Signore Dio che passeggia. Adamo dirà abbiamo udito la tua voce ma Dio non ha parlato, hanno udito i passi, ma il rumore di un altro, per chi conosce, è riconoscibile come una parola e la loro reazione immediata, nascosta dalla presenza del Signore, in mezzo agli alberi del giardino. La consapevolezza di sé provoca vergogna e questo, credo, lo sappiamo tutti. Bisogna essere molto narcisisti per essere consapevoli di sé e vantarsi di ciò che si è, davvero molto narcisisti, altrimenti l’esperienza media è che speriamo che gli altri non si accorgano proprio di tutto e qualche piccola foglia di fico ce la lascino lì, appiccicata, a coprire almeno alcune cose.
9Ma il Signore Dio chiamò l’uomo e gli disse: «Dove sei?»
C’è chiaramente una vocazione. Dio non chiede “cosa fai”, chiede “dove sei”. Noi identifichiamo sempre le vocazioni con cosa fai ma il problema, come in ogni amore, è dove sei. Sei qui con me? Sei qui in questa relazione? Ci sei o non ci sei? Questo fa la differenza, dove sei?
10Rispose: «Ho udito la tua voce nel giardino: ho avuto paura, perché sono nudo, e mi sono nascosto».
Questo è il ragionamento di chi non ha speranza. Ho udito, ho preso atto della consapevolezza di me, questo mi dà una responsabilità, dunque essendo nudo non reggo la mia responsabilità e mi sono nascosto. Abbiamo detto all’inizio che la speranza è accettare il rischio di vivere su quella parte eccedente di noi che noi non governiamo. Adamo qui fa esattamente il contrario, prendendo atto della responsabilità non la regge e dunque si nasconde. Non bastano le foglie di fico, si deve proprio nascondere tutto.
11Riprese: «Chi ti ha fatto sapere che sei nudo? Hai forse mangiato dell’albero di cui ti avevo comandato di non mangiare?».
Dio sa bene il collegamento che c’è tra conoscere e la vergogna, lo conosce benissimo e dunque gli dice “hai forse mangiato dell’albero?” E qui comincia il meccanismo meraviglioso del contagio nel male:
12Rispose l’uomo: «La donna che tu mi hai posto accanto mi ha dato dell’albero e io ne ho mangiato».
Abbiamo una grande esperienza in questo periodo storico e politico di rigirare le frittate. Chi offende dice “no, ma sono io che sono stata offesa” e così via. Però questo meccanismo è antico come Adamo ed Eva.
12Rispose l’uomo: «La donna che tu mi hai posto accanto mi ha dato dell’albero e io ne ho mangiato». 13Il Signore Dio disse alla donna: «Che hai fatto?». Rispose la donna: «Il serpente mi ha ingannata e io ho mangiato».
Il serpente non dice più niente, è l’ultimo della catena, quello che resta col cerino in mano, anche perché secondo il racconto non c’è nessun altro, quindi non può scaricarlo su qualcuno. Ed è interessante perché ci sono le tre maledizioni che sono un crescendo.
14Allora il Signore Dio disse al serpente: «Poiché hai fatto questo, maledetto tu fra tutto il bestiame e fra tutti gli animali selvatici! Sul tuo ventre camminerai e polvere mangerai per tutti i giorni della tua vita. 15Io porrò inimicizia fra te e la donna, fra la tua stirpe e la sua stirpe: questa ti schiaccerà la testa e tu le insidierai il calcagno».
Rispetto al serpente Dio dice che sarà maledetto nelle relazioni, porrò inimicizia tra te e la donna.
16Alla donna disse: «Moltiplicherò i tuoi dolori e le tue gravidanze, con dolore partorirai figli. Verso tuo marito sarà il tuo istinto, ed egli ti dominerà».
Rispetto a Eva dice c’è l’esperienza del dolore nel partorire e nell’amare.
17All’uomo disse: «Poiché hai ascoltato la voce di tua moglie e hai mangiato dell’albero di cui ti avevo comandato: «Non devi mangiarne», maledetto il suolo per causa tua! Con dolore ne trarrai il cibo per tutti i giorni della tua vita. 18Spine e cardi produrrà per te e mangerai l’erba dei campi. 19Con il sudore del tuo volto mangerai il pane, finché non ritornerai alla terra, perché da essa sei stato tratto: polvere tu sei e in polvere ritornerai!».
Dopo queste tre maledizioni ci sono due gesti. Adamo dà un nome a Eva e la chiama Hawa, che in realtà vuol dire “vita”. Il nome Eva lo dobbiamo a Girolamo che non sapeva tanto bene l’ebraico e quindi a orecchio decide che Hawa è un nome proprio perché dice Adamo la chiamò Hawa e quindi sarà Eva. In realtà è una parola ebraica che vuol dire vita, anche perché sennò non si capisce quello che viene dopo.
20L’uomo chiamò sua moglie Eva, perché ella fu la madre di tutti i viventi.
Cche vuol dire? ma la chiamò Vita perché fu la madre di tutti i viventi ha senso. E questo è il primo gesto di tenerezza. Lo scaricabarile diventa il reciproco scambio della vita.
21Il Signore Dio fece all’uomo e a sua moglie tuniche di pelli e li vestì. 22Poi il Signore Dio disse: «Ecco, l’uomo è diventato come uno di noi quanto alla conoscenza del bene e del male. Che ora egli non stenda la mano e non prenda anche dell’albero della vita, ne mangi e viva per sempre!».
E devo dire io c’ho sempre l’immagine un po’ buffa di questo vecchio con la barba bianca e il cappello triangolo che cuce delle tuniche di pelle e fa le prove e poi gli mette dei vestitini, cioè che prova a riparare il danno. Da qui in poi la storia della salvezza sarà Dio che ripara i danni con le tuniche di pelle, con il diluvio, con la confusione delle lingue alla torre di Babele, fino a Gesù. Poi manda Gesù, prova a riparare i danni e non si stanca. Continua a cucire tuniche di pelle per coprire la nostra vergogna, per dire ok, sapete, ma non è il caso di ostentare proprio tutto. Va bene, vi siete già rovinati avendo la conoscenza del bene e del male che vi ha dato un sacco di responsabilità, cerchiamo di parare i colpi.
23Il Signore Dio lo scacciò dal giardino di Eden, perché lavorasse il suolo da cui era stato tratto. 24Scacciò l’uomo e pose a oriente del giardino di Eden i cherubini e la fiamma della spada guizzante, per custodire la via all’albero della vita.
Allo stesso modo la cacciata dal giardino non è affatto una punizione, la cacciata dal giardino è una protezione. Se li lascio qua, prima o poi mangeranno anche l’albero della vita, non moriranno più. Come possono sopportare questa cosa? Come si può sopportare di essere immortali? Tutti abbiamo una specie di sorriso dicendo no, ma magari, quelli che ami che non muoiono mai, tu che non muori mai.
C’è un bellissimo racconto di David Maria Turoldo che si chiama “In morte dell’ultimo teologo” e racconta di un’isola dove a un certo punto si smette di morire, tutti invecchiano e vivono per sempre, non c’è più la morte. Questa cosa mano a mano cancella anche la vita, non si nasce nemmeno più. Come non si muore non si nasce e tutti diventano matti, non ne possono più. Aspettano che dal mare giunga qualcuno che muoia o che nasca e scrive, con una delicatezza come solo David Maria Turoldo sa fare, il dramma del non morire mai.
C’è anche un telefilm su Netflix di uno che non muore mai, che tutte le volte che si trova in una situazione pericolosissima l’affronta e poi rinasce dall’acqua e ricomincia tutto da capo e quanto è ossessionato da questa cosa. Non sarà che funziona come il conoscere il bene e il male e il non morire mai, che sembra un guadagno, alla fine sarebbe una maledizione? Dio protegge l’essere umano da questa possibile maledizione e per questo mette i cherubini con le spade fiammeggianti a impedire il ritorno all’albero della vita, che ci sarà restituito solo quando non morire mai sarà una gioia e cioè con la Gerusalemme celeste. A quel punto lo troveremo e sarà qualcosa di bello, ma solo a quel punto. Forse la speranza è essere cacciati come protezione, forse la vera speranza che non confonde è avere la fatica a misura delle nostre spalle, non superiore a quello che siamo in grado di reggere.
Fossano, 22 marzo 2025
Testo non rivisto dall’autore
Lectio 2024/2025
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