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10 Maggio 2025
Stella Morra

8. Nuotare per sperare

Commento a: At 27, 13-26.33-44


Siamo stasera alla conclusione di un passaggio bello importante per quanto riguarda le nostre Lectio, la conclusione di questo percorso sulla Speranza – anche qui appunto, cogliendo il kairòs di un nuovo Papa. Come in ogni cambiamento, ci serve la speranza che il cambiamento faccia crescere ancora e non sia un ritorno indietro, o, peggio, un fermarsi. Quindi, questa logica di riflettere sulla speranza oggi dovrebbe trovare un po’, spero, un suo capo. Richiamo molto velocemente: siamo partiti da Emmaus, con l’idea di sperare per l’eccedenza e, in qualche modo, adesso tiriamo il filo dall’altra parte, ri-concludiamo con un testo di Atti (che sarebbe sempre dello stesso autore: Luca) e che in qualche modo prosegue e completa esattamente quella visione.

Il testo da cui siamo partiti a Emmaus era in qualche modo l’attrezzatura che l’evangelista voleva dare alla comunità nel momento in cui Gesù è morto e viene sperimentato come risuscitato; ma si è proprio agli inizi e, dunque, la domanda di tutti è: “Ok, di questa cosa che è successa che dobbiamo fare? E adesso?” Che è quasi la stessa domanda che abbiamo noi: e adesso? E Luca costruisce quel racconto di Gesù che incontra i due viandanti di Emmaus, spiega le scritture, spezza il pane e poi loro lo riconoscono quando sparisce, quando non c’è più, come l’indicativo del fatto che adesso bisogna abitare un’eccedenza, cioè, trovare i modi (che saranno poi definiti secoli dopo sacramentali e esistenziali) per rendere presente colui che sembra assente e organizzare la propria vita su questa sporgenza su un’assenza; quindi, un ragionamento abbastanza complesso. Nel mezzo abbiamo visto una serie di altri brani, un po’ nella speranza di sbrogliare questa idea iniziale di Luca. Stasera arriviamo a tirare il filo, cioè, consideriamo la conclusione del libro degli Atti – mentre il racconto di Emmaus è la conclusione del Vangelo di Luca.

Sapete che l’opera lucana (chiunque sia Luca, ma insomma l’opera di quell’autore rispetto a quella comunità) è divisa in due parti (o almeno noi la recepiamo in due parti, forse era scritta come una cosa sola): una parte che racconta la storia di Gesù fino alla sua Ascensione, e poi una parte che ricomincia dall’Ascensione; quindi il tema dell’assenza non è occasionale per Luca. Luca ha chiaro che il problema non è Gesù, cosa ha fatto e cosa ha detto; il problema è che non è più qui, che non è più sperimentabile e incontrabile, e che, dal fatto che non sia più sperimentabile e incontrabile, comincia un’altra storia. E l’altra storia che comincia, i cosiddetti Atti, sono divisi a loro volta in due parti: i primi circa undici capitoli riguardano Pietro; poi Pietro un po’ sparisce dall’orizzonte e comincia a svettare la figura di Paolo, che, dal capitolo undici, più o meno, arriva fino alla fine degli Atti. E Atti si conclude in un modo strano – infatti molti studiosi hanno anche supposto che si fossero perse delle pagine, cosa che con i manoscritti antichi era possibile, se ti saltano le ultime pagine del plico o l’ultima parte del rotolo si danneggia perché è la più esterna, ti perdi l’ultimo pezzo – perché ha un finale abbastanza strano.

Di per sé, attualmente, gli esegeti dicono che sembra molto probabile che Atti finisse proprio così, cioè che il corrispettivo alla conclusione del Vangelo, che era l’Ascensione, sia questo finale sospeso di Atti, che leggiamo oggi. Così come la storia di Gesù finisce con l’angelo che dice: “Perché state a guardare il cielo, colui che è salito al cielo?” Datevi una mossa, fate qualcosa! E gli Atti è l’esempio di cosa vuol dire darci una mossa – traduzione in lingua corrente. Alla fine ci sarebbe – e io sono abbastanza d’accordo a livello di studi – ci sarebbe la stessa cosa trasportata da Gesù ai discepoli.

Negli Atti non si racconta più la storia di Gesù, ma la storia dei due grandi discepoli tipologici del discepolo: Pietro, provenienza giudaica, familiare di Gesù fin dall’inizio; Paolo, provenienza giudaica, ma anche un’anima meticcia rispetto ai gentili e ai rapporti con i pagani, con i romani, noi diremmo, molto più liberal, meno conservatore di Pietro, sicuramente. Paolo che non ha conosciuto Gesù direttamente, ma che l’ha conosciuto nella famosa visione che tutti abbiamo sentito raccontare – la caduta da cavallo sulla via di Damasco – Paolo convertito. Non come Pietro, diretto discepolo, ma Paolo figura di tutti i convertiti, cioè di quelli che vengono dopo e che in qualche modo incontrano Gesù a un certo punto. Quindi le due figure tipologiche, Pietro e Paolo, e la conclusione però è esattamente la stessa: è una conclusione di assenza, che è il grande tema su cui fare i conti nel tempo della storia.

Allora, da un certo punto di vista questa è un po’ la conclusione: all’inizio ci siamo detti: cosa vuol dire sperare? Sperare vuol dire sbilanciarsi su un’eccedenza, su una cosa che io non governo, su qualcosa che non è nelle mie mani, e che è sempre una roba complicata, più si è adulti più è complicato. Qui in qualche modo la domanda diventa: che cosa speriamo? Non “come”, ma “che cosa”? E mi sembra la risposta è: speriamo per il Regno di Dio – con tutta la complessità di questo termine. Speriamo nemmeno per la nostra salvezza, per la salvezza di altri, per il Regno di Dio. Perché il mondo ce la possa fare a girarsi in un altro modo, a diventare qualcosa di meno tragico e drammatico di quanto oggi è. E mi sembra che questo è il caso.

La lectio di oggi

Il capitolo che leggiamo, il capitolo 27 degli Atti è la conclusione. Non lo leggiamo tutto, salto alcuni pezzi perché è molto lungo, ma provo in qualche modo a riassumere. I primi 12 versetti, che non leggiamo, sono pieni di riferimenti geografici, nomi di città, di porti. “Fu deciso”, inizia così.

“Quando fu deciso che…” Inizia sotto il segno di una decisione. Lo faccio notare perché tutto il capitolo poi ha molto forte questo tema della decisione, lo rivedremo. È proprio l’esatto contrario di Lc 24, è il contrario dell’eccedenza, è l’ambito del mio progetto, della mia decisione, della mia scelta, come si dice oggi, buona anche o brutta, a volte sbagliata, a volte giusta, l’ambito della scelta però. Cioè, dove c’è un soggetto che dice: “Ok, questi sono motivi per sì, questi sono motivi per no; decido”. E poiché decido, faccio, attuo quello che ho deciso.

Allora, i primi 12 capitoli dicono che c’è questa decisione e la decisione è di portare Paolo insieme a altri prigionieri a Roma. Qui viene sempre spiegato che Paolo aveva la cittadinanza romana, benché fosse giudeo di nascita, e avendo la cittadinanza romana aveva il diritto di essere giudicato da un tribunale romano, quindi poteva essere giudicato a Roma, se lo voleva. E lui lo chiede, non per salvarsi, non è quello il suo problema, ma perché così qualcuno lo porta a Roma e lui può annunciare il Vangelo, cioè può arrivare in un altro posto più lontano, dove non sarebbe forse arrivato in quel momento con le sue sole forze.

E quindi Paolo deve essere portato a Roma con questa nave e la nave comincia il suo viaggio, e comincia male. Partono tardi, partono male, il vento non va nella direzione giusta, ci sono tempeste, hanno sbagliato il tempo dell’anno, per cui sono in un periodo di tempeste dove normalmente non si navigava. Dunque, questo viaggio comincia male: c’è una decisione e la decisione sembra infelice, pericolosa e dannosa, dice Luca. E Paolo comincia a dire: ma lasciate perdere, forse fermiamoci, passiamo l’inverno in un porto, poi vediamo, poi proseguiremo…

E ovviamente tutti fanno il pensiero più normale del mondo, che è: questo qua non vuole essere processato, quindi dice no, ma dai, fermiamoci qua, stiamo un po’, no? E quindi, sempre in questi 12 versetti, il centurione dà ascolto al pilota e al capitano della nave più che alle parole di Paolo. Non sta a sentire Paolo e sente il capitano e il pilota, due figure di governo, no? Il pilota guida la nave, il capitano ha l’autorità sulla nave. C’è proprio l’immagine di un governo e di un non ascoltare né la realtà, né le parole di alcuni come Paolo.

Vi inviterei a riflettere un momento su una cosa su cui io, per esempio, non ho mai riflettuto, finché non ho letto un commento di Balthasar (che poi vi leggo e lo metteremo magari sul sito) che dice Luca quando qui usa l’immagine della nave, della barca, non sta facendo un esempio qualsiasi o semplicemente una cronaca perché Paolo doveva essere portato a Roma. Questa è la barca di Pietro, che è diventata la barca di Paolo, che era la barca della tempesta sedata, cioè è una figura ecclesiologica molto chiara, no? Se io dico la barca di Pietro, tutti in automatico, o quasi, pensano alla Chiesa, nel senso che è raffigurata, sta nei dipinti. Ed è chiaro che il passaggio di queste barche è la tempesta sedata con Gesù che dorme.

La barca di Pietro, che il risorto incontra, che porta a casa la pesca miracolosa, tutte quelle cose lì… E qui diventa la barca di Paolo, in cui però Paolo è prigioniero, cioè: nel frattempo non è migliorata la situazione, tendenzialmente è un po’ peggiorata, perché prima era una barca dove erano in molti ed era la barca di uno che era tornato a fare il suo mestiere, ma non gli diceva granché bene. Qui è la barca di un prigioniero, di uno che sembra che la realtà smentisca, che gli tolga la possibilità di fare ciò che dovrebbe fare o vorrebbe fare. Ma è molto chiaro che Luca conclude con questa immagine con la consapevolezza che si tratta di un’immagine escatologica. In Pietro e in Paolo e in tutta la loro storia: l’adeguarsi ai pagani, che è il passaggio che fa Pietro, il concilio di Gerusalemme, che si conclude dicendo: “Lo Spirito Santo noi abbiamo deciso questo”… e poi leggi il versetto seguente (che nella liturgia non si legge mai) che dice e Paolo e Barnaba, non essendo d’accordo né tra di loro né con gli Apostoli, decisero di andare uno da una parte e uno dall’altra. Che uno dice: “Beh, fantastico! Il primo concilio della Chiesa prende una decisione super solenne e due di quelli più centrali non solo stanno litigati tra di loro dopo aver fatto tutto insieme, ma anche non sono d’accordo con gli Apostoli e quindi se ne vanno uno da una parte e uno dall’altra!”

Dopo quel passaggio, tutto va in mano a Paolo: i discorsi di Paolo, l’Areopago, il tentativo di dialogare con la cultura greca, Paolo che fa addormentare uno che sente la sua predica che quindi cade dalla finestra e muore, allora lo risuscita – perché dice: cavolo, è morto di noia letteralmente! – e così via. Alla fine Pietro è prigioniero, la Chiesa prega per lui, l’angelo lo libera; Paolo è prigioniero, va sulla barca e questa barca non funziona: primo, è prigioniero, e, secondo, non va avanti. L’immagine è escatologica. È avvenuta tutta la storia sotto il segno dell’assenza di colui che è asceso al cielo. E come si conclude la storia?

Il testo: At 27,13-26.33-44

27 13Appena cominciò a soffiare un leggero scirocco, ritenendo di poter realizzare il progetto, levarono le ancore e si misero a costeggiare Creta da vicino. 14Ma non molto tempo dopo si scatenò dall’isola un vento di uragano, detto Euroaquilone. 15La nave fu travolta e non riusciva a resistere al vento: abbandonati in sua balìa, andavamo alla deriva. 16Mentre passavamo sotto un isolotto chiamato Cauda, a fatica mantenemmo il controllo della scialuppa. 17La tirarono a bordo e adoperarono gli attrezzi per tenere insieme con funi lo scafo della nave. Quindi, nel timore di finire incagliati nella Sirte, calarono la zavorra e andavano così alla deriva. 18Eravamo sbattuti violentemente dalla tempesta e il giorno seguente cominciarono a gettare a mare il carico; 19il terzo giorno con le proprie mani buttarono via l’attrezzatura della nave. 20Da vari giorni non comparivano più né sole né stelle e continuava una tempesta violenta; ogni speranza di salvarci era ormai perduta.

21Da molto tempo non si mangiava; Paolo allora, alzatosi in mezzo a loro, disse: «Uomini, avreste dovuto dar retta a me e non salpare da Creta; avremmo evitato questo pericolo e questo danno. 22Ma ora vi invito a farvi coraggio, perché non ci sarà alcuna perdita di vite umane in mezzo a voi, ma solo della nave. 23Mi si è presentato infatti questa notte un angelo di quel Dio al quale io appartengo e che servo, 24e mi ha detto: «Non temere, Paolo; tu devi comparire davanti a Cesare, ed ecco, Dio ha voluto conservarti tutti i tuoi compagni di navigazione». 25Perciò, uomini, non perdetevi di coraggio; ho fiducia in Dio che avverrà come mi è stato detto. 26Dovremo però andare a finire su qualche isola».

33Fino allo spuntare del giorno Paolo esortava tutti a prendere cibo dicendo: «Oggi è il quattordicesimo giorno che passate digiuni nell’attesa, senza mangiare nulla. 34Vi invito perciò a prendere cibo: è necessario per la vostra salvezza. Neanche un capello del vostro capo andrà perduto». 35Detto questo, prese un pane, rese grazie a Dio davanti a tutti, lo spezzò e cominciò a mangiare. 36Tutti si fecero coraggio e anch’essi presero cibo. 37Sulla nave eravamo complessivamente duecentosettantasei persone. 38Quando si furono rifocillati, alleggerirono la nave gettando il frumento in mare.
39Quando si fece giorno, non riuscivano a riconoscere la terra; notarono però un’insenatura con una spiaggia e decisero, se possibile, di spingervi la nave.
40Levarono le ancore e le lasciarono andare in mare. Al tempo stesso allentarono le corde dei timoni, spiegarono la vela maestra e, spinti dal vento, si mossero verso la spiaggia. 41Ma incapparono in una secca e la nave si incagliò: mentre la prua, arenata, rimaneva immobile, la poppa si sfasciava sotto la violenza delle onde. 42I soldati presero la decisione di uccidere i prigionieri, per evitare che qualcuno fuggisse a nuoto; 43ma il centurione, volendo salvare Paolo, impedì loro di attuare questo proposito. Diede ordine che si gettassero per primi quelli che sapevano nuotare e raggiungessero terra; 44poi gli altri, chi su tavole, chi su altri rottami della nave. E così tutti poterono mettersi in salvo a terra..

Commento:

Allora il testo su cui volevo ragionare dice così:

27 13Appena cominciò a soffiare un leggero scirocco, ritenendo di poter realizzare il progetto, levarono le ancore e si misero a costeggiare Creta da vicino.

Vedete che torna il tema del progetto, no? Devono farcela, devono fare quello che hanno deciso, quindi seguono una via prudenziale, non si avventurano in mare aperto, rimangono vicini a una costa, ma sono a Creta. Creta è abbastanza isolata nel mare, comunque devi fare un bel balzo poi in mare aperto, soprattutto per le navi di allora, per poter di nuovo costeggiare la Grecia e poi andare verso Roma.

14Ma non molto tempo dopo si scatenò dall’isola un vento di uragano, detto Euroaquilone.

Sembra una presa per i fondelli dell’Unione Europea, comunque si chiama Euroaquilone questo vento, ed è “dall’isola che si scatenò un uragano”; cioè, il progetto è sensato: rimaniamo vicini alla terra, casomai succedesse qualcosa. Ma è proprio dalla terra che si scatena l’uragano, che gli viene il pericolo: da quello che doveva funzionare come protezione; cioè, questo progetto proprio non funziona, non c’è modo di funzionare.

15La nave fu travolta e non riusciva a resistere al vento: abbandonati in sua balìa, andavamo alla deriva. 16Mentre passavamo sotto un isolotto chiamato Cauda, a fatica mantenemmo il controllo della scialuppa.

Ed è proprio il peggio! C’è un progetto, si sta rischiando la vita per mettere in atto quel progetto, e il risultato è che la nave va alla deriva, cioè, va dove decide lei, o il vento, o le onde, proprio sulla cosa centrale. Ora io credo che – l’esempio è quasi infantile, ma è un classico – ci intestardiamo in progetti e diciamo che nessuno ascolta il nostro bisogno di speranza, perché la nave va alla deriva, senza renderci conto che ciò che abbiamo insistito come un progetto è ingovernabile rispetto alla realtà; che c’è un dato di realtà: che è inverno, il mare è tempestoso e ci sono gli uragani.

16Mentre passavamo sotto un isolotto chiamato Cauda, a fatica mantenemmo il controllo della scialuppa.

E attenzione: qui cominciano tre versetti assolutamente decisivi:

17La tirarono a bordo e adoperarono gli attrezzi per tenere insieme con funi lo scafo della nave.

Allora il primo passaggio di fronte alla difficoltà che ci pone il reale è: proviamo a tenere insieme i pezzi, a salvare la nave e il progetto. Delle funi aggiustano un po’.

Quindi, nel timore di finire incagliati nella Sirte, calarono la zavorra e andavano così alla deriva.

Nelle navi antiche la zavorra era dei pesi in eccesso che venivano utilizzati per equilibrare la nave, spostarle tutti da una parte o dall’altra per tenerla in equilibrio. Allora, la zavorra non è indispensabile al progetto, ma certo aiuta a governare la nave. Buttare la zavorra significa mollare un po’ di controllo, ma anche buttare il superfluo. La zavorra non conta niente, però intanto si comincia a mollare un po’ del controllo.

18Eravamo sbattuti violentemente dalla tempesta e il giorno seguente cominciarono a gettare a mare il carico;

Il terzo step: prima si prova a tenere insieme tutti i pezzi, poi si butta la zavorra, poi si comincia a buttare il carico, che era uno dei motivi del viaggio e soprattutto il motivo di guadagno. Non è qualcosa di inerte, di superfluo, si spostavano le merci da un posto all’altro per guadagnare sul trasporto, oltre ai prigionieri si doveva guadagnare sul carico – e viene buttato a mare.

19il terzo giorno con le proprie mani buttarono via l’attrezzatura della nave.

Quando non si può più governare né così bene la nave – perché non c’è più zavorra -, né il guadagno futuro – perché non c’è più carico -, si abbandona completamente il governo della nave e si butta via l’indispensabile, l’attrezzatura, quello che serve a farla navigare.

20Da vari giorni non comparivano più né sole né stelle e continuava una tempesta violenta; ogni speranza di salvarci era ormai perduta.

Il quarto tentativo non è una scelta loro, ma è la perdita del sole e delle stelle che per i naviganti antichi, non esistendo i radar, i GPS e tutti quegli altri accidenti di attrezzatura tecnologica, erano assolutamente fondamentali per sapere dove erano e dove stavano andando.

C’è una progressione impressionante! Prima si prova a tenere insieme quello che c’è, poi si butta l’inutile, poi si butta l’utile, poi si butta l’indispensabile. Balthasar nel suo commento – ma poi lo vediamo – dice che, in qualche modo, è come il processo che è avvenuto a cavallo di Vaticano II fino ad oggi. Prima di Vaticano II si è provato a tenere insieme alcuni problemi, tappando un po’ dei buchi, poi si è capito che non era più così e dunque Vaticano II prova a buttare la zavorra. Togliamo tutte le cose che si erano raggruppate sulla chiesa ma che in qualche modo non servono. Poi la prima fase dopo Vaticano II; la sensazione e la paura che ha preso molti è: cavolo ma stiamo buttando via il carico, cioè stiamo buttando il motivo per cui siamo in viaggio! E, dopo ancora, la grande crisi degli anni Ottanta, l’idea di dire: no ma qui stiamo buttando via l’attrezzatura! E siamo arrivati fino a Francesco, che ci ha ridato speranza, dicendo quello che dirà Paolo dopo: tranquilli. E poi adesso siamo di fronte a un nuovo passo che forse bisognerebbe prendere con lo stesso tipo di speranza, non lo so, vediamo.

“Non ci sono più né sole né stelle”, ci sembra di non avere un punto di riferimento. Ogni speranza di salvarci è ormai perduta, dice Paolo, dice il racconto degli Atti. Sì, questa frase non credo che meriti troppe parole, è chiara così. E credo che tutti in un modo o in un altro, in un frangente o in uno diverso della nostra vita ci siamo passati.

Qui inizia una parte strana, sempre di questo testo strano, qualche versetto – che uno dice: ma come? Sei in ‘sto cavolo di situazione e come ti viene in mente? ”Da molto tempo non si mangiava”. E uno dice: vabbè, state per morire!

21Da molto tempo non si mangiava; Paolo allora, alzatosi in mezzo a loro, disse: «Uomini, avreste dovuto dar retta a me e non salpare da Creta; avremmo evitato questo pericolo e questo danno. 22Ma ora vi invito a farvi coraggio, perché non ci sarà alcuna perdita di vite umane in mezzo a voi, ma solo della nave. 23Mi si è presentato infatti questa notte un angelo di quel Dio al quale io appartengo e che servo, 24e mi ha detto: «Non temere, Paolo; tu devi comparire davanti a Cesare, ed ecco, Dio ha voluto conservarti tutti i tuoi compagni di navigazione». 25Perciò, uomini, non perdetevi di coraggio; ho fiducia in Dio che avverrà come mi è stato detto. 26Dovremo però andare a finire su qualche isola».

Allora è come se (scusatemi l’esempio, che è ovviamente molto legato a questo tempo) mi sembra che è come se Francesco, dopo gli anni difficili delle varie fasi di ricezione del Concilio, fosse arrivato a farci questo discorso di Paolo, a dire: “Oh, ma non si può non mangiare! Bisogna avere forza, fatevi coraggio!” Non: “Abbiate speranza” – lui parla per sé, dice: “Io ho fiducia” – ma: “fatevi coraggio”. C’è una certa differenza! Darsi coraggio.

“Fatevi coraggio, perché non ci sarà alcuna perdita di vita umana solo la nave”. Ribadisco: Luca era consapevole di cosa stava parlando: cioè, la nave di Pietro, la Chiesa si sfascerà – pazienza, perché non ci sarà alcuna perdita di vita umana, perché si rimette al centro il fatto che si vive e ci si salva. Bisogna però farsi coraggio e mangiare. Qui ci sono una serie di versetti che sono il racconto della prima reazione dei marinai a queste parole, che è la disperazione; non se ne danno conto, questo ragionamento di Paolo non gli scalda il cuore e quindi continuano a provare a trovare di chi è la colpa e a mettere in atto il progetto. Cercando di salvarsi, buttano anche le scialuppe – dei geni – le buttano a mare!

33Fino allo spuntare del giorno Paolo esortava tutti a prendere cibo dicendo: «Oggi è il quattordicesimo giorno che passate digiuni nell’attesa, senza mangiare nulla. 34Vi invito perciò a prendere cibo: è necessario per la vostra salvezza. Neanche un capello del vostro capo andrà perduto». 35Detto questo, prese un pane, rese grazie a Dio davanti a tutti, lo spezzò e cominciò a mangiare. 36Tutti si fecero coraggio e anch’essi presero cibo.

C’è questa scena che io spero che nelle vostre teste ormai la consuetudine con la parola vi abbia messo un po’ di apertura, di immagini che si sono svegliate. Prima dicevo il riferimento a Luca 24 e Gesù che spezza il pane, loro lo riconoscono: lì è chiaramente eucaristico; qui è un esempio eucaristico, è una figura eucaristica – in senso stretto forse no, ma è sicuramente una figura indirettamente eucaristica: si benedice, si spezza il pane e si mangia un pane necessario per la salvezza e che dà coraggio. Elia che si addormenta dopo aver sconfitto i profeti di Baal e a cui compare il corvo, l’angelo che gli porta il pane e gli dice: “Mangia perché è lungo il cammino verso l’Oreb.” Elia mangia, poi si addormenta, viene svegliato, gli portano un altro pane: “Mangia uomo di Dio perché è lungo il cammino verso l’Oreb”. Questo cibo che dà coraggio. Che non è semplicemente l’eucaristia in senso sacramentale. Certo, per chi è credente lo è in prima battuta, è ovvio. Ma non è solo quello – per cui se vai in chiesa e fai la comunione allora hai coraggio, non funziona così. È una struttura eucaristica che dà coraggio.

Papa Francesco, alla faccia della durezza dei tempi, ci ha dato coraggio. E quando è morto tutti ci siamo sentiti un po’ orfani, almeno emotivamente, un po’ più soli. E sì, perché no? È stato per noi un pane che ci ha dato coraggio. E tutti, o molti di noi, avevamo la sensazione che da tanto tempo non ne mangiavamo. Da quattordici giorni digiunavamo in attesa. E che “lunga è la strada per l’Oreb”!

Ripeto, non è necessario che sia immediatamente un riferimento eucaristico devoto, nel senso di dire: allora da domani andate tutti i giorni a Messa per avere coraggio. Non fa male alla salute andare a Messa per la comunione, anzi: aiuta, nutre, ci sostiene. Ma anche no e anche non è tutto lì. Ci sono molti modi di essere pane per gli altri. Pensate a Etty Hillesum, che dice: “Anche oggi provo a spezzare il pane del mio affetto per i miei compagni di prigionia. Perché no? Sono così affamati”. Allora, ci sono tanti modi di spezzare il pane. Ma solo un pane spezzato da coraggio. Non il pane riservato, quello che io mangio di nascosto, alle spalle degli altri. Solo il pane spezzato da coraggio.

37Sulla nave eravamo complessivamente duecentosettantasei persone. 38Quando si furono rifocillati, alleggerirono la nave gettando il frumento in mare.

Quando si sono rifocillati, alleggeriscono ancora la nave: è una lunga purificazione quella di questa barca di Pietro, poi di Paolo. È una lunga purificazione. Perché doveva essere una bella barca, una roba… 276 passeggeri, doveva essere una signora nave, insomma, per l’antichità. E dunque necessita di una lunga purificazione, di essere molto alleggerita.

Fino a qui il racconto, la storia si capisce abbastanza bene, trovo. È molto efficace. E poi c’è una conclusione che anche alcuni padri della Chiesa commentano dicendo: “Forse s’era distratto Luca qua”. Gli sono uscite due frasi che non c’entravano tanto perché cambia un po’ registro, si capisce un po’ meno bene. È un po’ strano perché uno dice: ok, hanno alleggerito la nave, hanno mangiato, hanno fatto tutto il percorso, ma adesso falli arrivare da qualche parte. No, perché la nave deve ancora sfasciarsi. E la cosa bellissima è quel versetto, il versetto 39, che è impressionante.

39Quando si fece giorno, non riuscivano a riconoscere la terra; notarono però un’insenatura con una spiaggia e decisero, se possibile, di spingervi la nave.

O la riconoscono e vedono l’insenatura, o non la riconoscono e non vedono neanche l’insenatura. È proprio Emmaus: allora i loro occhi si aprirono, lui sparì alla loro vista. “Allora i loro occhi si aprirono e lo riconobbero”. Riconoscono quello che non riconoscevano e che non c’è. È proprio il paradosso della vita credente.

Trovare un porto, che non è mai un porto, che non è mai il posto, finché non sarà Dio, dove mi posso fermare. Che chiederà altre navi, altri viaggi, altre prigionie, altro coraggio. Io trovo quel versetto 39 bellissimo, no? Come i discepoli di Emmaus, uno dice: ma com’è che lo riconoscono se non c’è più? Così qui vedono l’insenatura e la spiaggia, cioè il posto dove arrivare, non riconoscendo la terra. Come se ci fosse solo quello che aspetta loro e basta, nient’altro.

40Levarono le ancore e le lasciarono andare in mare. Al tempo stesso allentarono le corde dei timoni, spiegarono la vela maestra e, spinti dal vento, si mossero verso la spiaggia. 41Ma incapparono in una secca e la nave si incagliò: mentre la prua, arenata, rimaneva immobile, la poppa si sfasciava sotto la violenza delle onde.

E cosa fanno per spingervi la nave? Mollano tutto il governo, tolgono le ancore, allentano le corde dei timoni, che avevano legato per tenerli in una direzione, alzano le vele con il vento, mollano il controllo, non c’è più un progetto. Che il vento porti la nave, dove la deve portare. E dove la deve portare? Su una secca. Fantastico! La trovo meravigliosa questa cosa, no? Eroica, eroico finale! Hanno fatto di tutto per tenere duro col loro progetto e finiscono incagliati!

42I soldati presero la decisione di uccidere i prigionieri, per evitare che qualcuno fuggisse a nuoto; 43ma il centurione, volendo salvare Paolo, impedì loro di attuare questo proposito. Diede ordine che si gettassero per primi quelli che sapevano nuotare e raggiungessero terra; 44poi gli altri, chi su tavole, chi su altri rottami della nave. E così tutti poterono mettersi in salvo a terra..

E ancora c’è un tentativo di governare. I soldati vogliono uccidere i prigionieri perché hanno paura che a nuoto scappino. C’è ancora un controllo, un controllo della forza dell’abitudine, del dovere ricevuto, anche giusto. I prigionieri sono affidati a te, poi vai nei guai tu, devi controllare i prigionieri. In quel cavolo di situazione!

43ma il centurione, volendo salvare Paolo, impedì loro di attuare questo proposito. Diede ordine che si gettassero per primi quelli che sapevano nuotare e raggiungessero terra;

È il centurione che si apre a questa eccedenza e dice: “Eh no, basta così! Salviamo le vite”. “Ma fa brutto, perdiamo i prigionieri, perdiamo la nave!” “Fa uguale, salviamo la pelle!” E così si salvano tutti.

44poi gli altri, chi su tavole, chi su altri rottami della nave. E così tutti poterono mettersi in salvo a terra..

Balthasar conclude dicendo che “egli, l’uomo che ha confidato in Cristo, egli troverà la tavola di salvezza che lo porterà a riva. E queste saranno forse le spalle di uno che sa nuotare”. Non c’è più una grande barca, ma ci possono essere spalle di qualcuno che sa nuotare.

Proprio in quest’ultima settimana riflettevo molto su questa conclusione di Balthasar perché mi sembra che la questione di fronte a cui siamo posti – anche amando questa nave e provando a fare in modo che continui a navigare un po’, fin dove riesce, come riesce, partecipando alla fatica di farla navigare – sia che forse, nel frattempo, conviene imparare a nuotare. Cioè, conviene essere in grado di portare sulle spalle coloro che non sanno nuotare. Perché forse questo ci troveremo a dover fare. E perché forse, semplicemente, quando il mondo si fa complicato, ci sono tanti modi di arrivare a riva, non tutti così ortodossi. “Zitto e nuota”, della mitica Dory, mi sembra un buon motto per questo tempo. Cioè, non sappiamo esattamente cosa dobbiamo fare, ma cerchiamo di farlo al nostro meglio. Questo mi sembrerebbe una soluzione piena di speranza, tutto sommato. E quindi mi fermerei qua.

Domanda: Avendo questo parallelismo tra ciò che racconta Luca negli Atti a proposito del viaggio di Paolo, in questo momento, mi sembra una lettura assolutamente contemporanea.

Diciamo che rispetto alla scrittura succede spesso. Cioè, come dire, la scrittura ci presenta delle figure, dei passaggi paradigmatici, per cui, a seconda della prospettiva da cui li leggiamo, spesso ci ritroviamo esattamente lì, proprio nel punto in cui quello sta raccontando. Cioè, la situazione che viviamo storicamente, tutto in un altro tempo, è esattamente quel passaggio lì, perché sono i grandi passaggi paradigmatici.

Domanda: Marco (intervento online) diceva che appunto a conclusione di questo percorso gli veniva in mente un versetto che gli è molto caro, un versetto di Geremia, che gli sembrava che appunto raccogliesse un po’ tutta una serie di cose della storia di Geremia, in cui Geremia sta proprio al culmine del disastro, sapete che ha una serie di disgrazie, una peggio dell’altra, è prigioniero e compra un campo. Dice: che compri il campo a fare? comprare un campo vuol dire seminare, aspettare di raccogliere, cioè è un’operazione assolutamente in perdita nella condizione in cui era Geremia. E il versetto dice: “si udranno ancora voci di giubilo e di gioia, si udrà la voce dello sposo e la voce della sposa”.

Sì, è esattamente questo il senso, mi sembra che siamo posti con molta radicalità su questo tema, che per noi oggi è molto difficile, della non totale governabilità. Tutti lo sappiamo che da qualche parte la vita ci fa degli scherzi come gli pare, lo sappiamo perché, se abbiamo più di 15 anni l’abbiamo tutti sperimentato, anche più volte, che poi la vita fa un po’ come vuole: tu fai, ti organizzi, ti prepari, cose piccole, cose grandi, e poi succedono delle cose che scombinano e che non dipendono da te. Va bene, lo sappiamo razionalmente, però non ci passa questo desiderio permanente di governare. E per noi è un esercizio difficilissimo, mollare. E infatti, ad esempio, nelle relazioni, negli affetti, nelle amicizie, negli amori, facciamo una gran fatica, perché in una relazione non puoi mai governare tutto, non puoi governare la reazione dell’altro, l’altro è fatto come è fatto, e anche se ti vuole bene, anche se ti conosce bene, ha le sue reazioni, ha il suo modo di stare in quella relazione. E quindi, questo è uno dei motivi per cui fatichiamo così a tenerle vive e vitali, perché c’è sempre una quota in cui bisogna mollare il controllo. Da questo punto di vista, “per sentire ancora voci di giubilo e la voce dello sposo e della sposa”, quindi preannuncio di un futuro, bisogna, come dire, in qualche modo mollare la nave, smettere di governare tutto.

Domanda Sono molto colpita da questa scena storica e piena di emozioni; hai sottolineato il fatto che sia un’immagine escatologica quella della nave, e quindi la nave, di fatto, si sfascia, ma le vite umane sono salvate. Quindi, quanto questa lettura appartiene alla Chiesa? La Chiesa, come la conosciamo, si sfascia, ma le vite sono salvate. Quindi, quanto c’è nel popolo di Dio questa consapevolezza di vivere in questa dimensione? Nel brano, mi sembra che proprio a tenere il controllo siano gli altri, i pagani, i romani, mentre all’interno siamo spesso noi, Chiesa, che siamo arroccati a tenere questa forma di Chiesa.

Allora, questa lettura che io vi ho proposto è molto influenzata da questo testo di Balthasar. Balthasar non era certo un anti-ecclesiastico, né uno progressista – si direbbe in questi giorni sui giornali – antistituzionale per niente; era uno tendenzialmente conservatore, abbastanza di destra, però un teologo fine e un grande ascoltatore della Parola di Dio.

Lui ha scritto una grossa opera che si chiama Gloria, in vari volumi, e questa pagina, dove commenta così questo racconto degli Atti, proprio inizia dicendo: «Le compagini delle istituzioni temporali si allentano, esse sono veramente temporali, il tempo le divora e le logora», riferendosi alla Chiesa proprio, la Chiesa nella sua forma istituzionale. Questa lettura viene da lui, quindi, se tu mi chiedi quanto il popolo di Dio è consapevole di questa cosa, non lo so, nel senso che ovviamente ci sarà chi più consapevole e chi no. Però un regalo che Vaticano II ci ha fatto è reimparare la distinzione tra Chiesa e Cristo, e mettere la Chiesa in un ruolo secondo, soprattutto la sua forma storica, la sua forma storica attuale. Può darsi che noi abbiamo semplicemente bisogno di un’altra forma, che nemmeno riusciamo in questo momento a immaginare quale sia. Da mille anni ragioniamo per parrocchie in Italia, diocesi e una struttura geografica; non siamo nemmeno in grado di immaginare un altro modo di funzionare. Però ci sono tante terre dove non si è mai potuta adottare la struttura geografica per motivi vari, per mancanza di preti, e si sono adottati altri principi organizzativi, altre forme, che forse noi stessi non riconosceremmo come Chiesa.

Io credo che questo sia appunto uno dei grandi regali di questo tempo di sedimentazione di Vaticano II. Vaticano II ha intuito questa cosa, che bisognava assumere grande libertà rispetto alla zavorra, e poi chiaro, quando devi buttare gli attrezzi e ti viene paura. E non è incomprensibile questa paura, cioè a noi può sembrare non motivata, possiamo pensare che non si fidino di Dio, sì, però, detto ciò, non è senza motivo, perché c’è da aver paura. Però c’è anche da farsi coraggio e da capire quale sarà la nuova forma. Quindi non so quanto sia diffusa, però credo che sia appunto un paradigma necessario in questo tempo post-Vaticano II.

Più sfiziosa, secondo me, è la questione se sono gli altri che si fidano del progetto. Qui la contrapposizione è Paolo e tutti gli altri, e la contrapposizione non è più, come nei primi capitoli degli Atti, tra chi viene dal mondo ebraico e i pagani gentili, oppure nel mondo ebraico tra i farisei e i discepoli di Gesù.

Qui è tra l’uomo di fede e tutti gli altri, con quella che tecnicamente si chiamerebbe “partecipazione periferica legittima”. Il centurione è un uomo di fede, è uno che non ci crede subito, però poi prova, poi quando i soldati dicono che devono uccidere i prigionieri, dice: “No, vabbè, no!” e in questo va a finire dalla parte di Paolo, anche se subito non ci ha creduto. E mi sembra che questo dica anche molto bene alcune cose, appunto la difficoltà di classificare in cowboy e indiani, buoni e cattivi, conservatori, progressisti, di destra e di sinistra, moralmente ineccepibili, moralmente incasinati. Qui se volete, inauguro con un commento mio alla nomina dell’uomo Papa, che io conosco molto poco però. Solo un commento al volo, che io penso davvero che per questo tempo serve un uomo capace di assumere mondi complicati.

Questa persona, che è stato eletto Papa, solo da guardare la sua biografia è un bel meticcio, a tanti livelli, dagli studi in matematica (e poi studiare diritto canonico) alle provenienze geografiche, a dove ha esercitato il suo ministero in chiese molto diverse, se è questo non lo so, perché poi lì ci sono i tanti misteri della vita umana, ma di per sé un buon elemento di possibilità che uno così meticcio, proprio uno che divide buoni e cattivi, cowboy indiani, bianco e nero, non dovrebbe essere, perché ha troppa storia da tenere insieme dentro di sé per riuscire a far tutto troppo facile. Quindi questo è già un buon elemento: abbiamo bisogno di centurioni complicati, che forse all’inizio non capiscono tanto, poi capiscono un po’ e poi vediamo.

Fossano, 10 maggio 2025

Testo non rivisto dall’autore


Riportiamo il commento di Hans Urs von Balthasar sul naufragio della nave di Paolo, citato da Stella Morra nella Lectio.

“[…] Può accadere talvolta che le compagini delle istituzioni temporali si allentino; esse sono veramente temporali, il tempo le divora e le logora, molte cose arrugginiscono, marciscono, devono essere sostituite; addentellati in apparenza solidi si staccano, lasciano intravedere la luce o anche il buio.

Gli Atti degli apostoli si concludono con un naufragio raccontato in modo diffuso e quasi divertito: il naufragio della nave di Paolo. Luca è perfettamente cosciente del simbolismo del suo racconto. La nave viene afferrata dal vento marino «e, non potendo più resistere al vento, abbandonati in sua balia, andavamo alla deriva» (At 27,15). La nave viene prima fasciata con le gomene, poi si butta in mare il carico, infine i marinai smontano l’attrezzatura e la gettano anch’essa in acqua (27,17ss.). «Ogni speranza di salvarci sembrava ormai perduta». Paolo ha in sogno un avvertimento da trasmettere: «Non ci sarà alcuna perdita di vite in mezzo a voi, ma solo della nave». Infatti questa si schianta, la prua si incaglia in una secca e la poppa si sfascia sotto la violenza delle onde. Chi sa nuotare si tuffa, gli altri si salvano su tavole o in spalla ai nuotatori (27,41-44). La situazione è esattamente escatologica: la struttura come forma esterna va in frantumi, ci si può salvare solo guadagnando terra sui rottami… «Salvaci, Signore, siamo perduti!», gridavano anche i discepoli nella barca di Pietro (Mt 8,25). L’uomo saggio che ha costruito la sua casa sulla roccia – «cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa» (Mt 7,24s.) – è l’uomo che ha confidato sulla roccia che è Cristo. Egli troverà la tavola di salvezza che lo porterà a riva, e questa saranno forse le spalle di uno che sa nuotare”

U. von Balthasar, Gloria, vol. VII, Nuovo Patto, Jaca Book, Milano, 1977, 483ss

Lectio 2024/2025

DataTitoloCommento a:
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