17 Dicembre 2016
Stella Morra

2. Bisogni, ospiti, case, parole

Commento a: 1 Re 17, 2-24


Riprendo la questione perché c’è stata una lunga pausa. Il tema su cui ci stiamo concentrando quest’anno è abitare abitarsi e lasciarsi abitare. Siamo partiti dalla parola abitare presa del convegno di Firenze, che poi è stata ripresa anche dal vescovo di Fossano-Cuneo nella sua lettera pastorale per quest’anno, ma al di là di questa occasionalità di chiamare in causa questa parola, questo è un tema tipico delle letture delle riflessioni dei percorsi dell’Atrio. L’idea della casa e dell’abitare è ovviamente non solo un’idea materiale, concreta, ma è anche un’idea simbolica, ha una valenza profonda e antica nella vita delle persone. Ognuno di noi potrebbe fare un piccolo elenco di che cosa l’idea di abitare mette in movimento come pensieri o associazioni perché è un’idea densa dell’esperienza umana, caratterizza in qualche modo il passaggio da ciò che si chiama il preistorico allo storico, dal nomadismo alla stanzialità, ma è anche il tema del possesso, del mio, della protezione, del privato. Ha tantissime dimensioni sia in senso materiale, concreto sia in senso simbolico, culturale, figurato. Quindi evidentemente nella scrittura ha una risonanza evidente sia in senso materiale che in senso figurato, come tutti i grandi temi antropologici: crescere, vivere, amare, mangiare, soffrire, ammalarsi, curarsi, che attraversano la scrittura come grandi temi archetipici che fanno poi la nostra vita concreta. Da una parte c’è questa lettura ma dall’altra parte, come ci siamo detti tante volte nell’esperienza dell’Atrio, abbiamo un po’ scoperto come questi temi sono talmente di fondo che rischiamo di dimenticarli, quindi non fa male ridirli ad alta voce perché hanno strutturato e strutturano l’esperienza umana prima, religiosa poi, ma fino al punto che il religioso diventata una cosa estranea a questi grandi temi per cui poi abbiamo sempre la domanda: come si fa a tenere insieme vita e fede? Non c’è niente da tenere insieme sono già insieme, solo che noi non lo vediamo perché ci sembra che riguarda altre questioni, come se il religioso fosse un settore specifico, che riguarda l’andare in parrocchia, andare a messa, un’interiorità di alcune preghiere, quindi poi ci domandiamo come si tengono insieme le due cose? Come si tiene insieme l’andare a messa la domenica e pagare il mutuo? Uno dei grandi temi dell’Atrio e proprio imparare a riguardare temi normali così come sono senza bisogno di battezzarli più di tanto, questa imparare ci fa vedere che non c’è bisogno di tenerli insieme, sono già insieme perché sono l’unico materiale dell’esperienza umana e dunque di fede.

Spesso, quindi, facciamo percorsi di lectio intorno a questi grandi temi, sia per ascoltare la scrittura, evidentemente, ma anche per reimparare a guardare questi grandi temi della nostra vita, quindi, al di là e prima di una loro lettura religiosa e di fede, si tratta proprio di descriverli, imparare a rivederne lo spessore che hanno di per sé, al di là di un nome religioso qualsiasi. Abitare è una cosa seria per gli umani e tutti lo sappiamo perché traslocare ci scompensa psichicamente, perché comprare casa è una decisione che giustamente viviamo come importante, e non solo per i soldi che si spendono, ma anche per il timore di fare giusto o di fare sbagliato, e così via. Abitare è una questione della nostra vita e reimparare a descriverla, capirla fino infondo, guardala con delicatezza ci aiuta a dare più spessore alla nostra esistenza e quindi, poi, non avere poi dei salti, delle differenze troppo forti tra un preteso spirituale che sarebbe astratto e un quotidiano che sarebbe invece tutto concreto. Il tema dell’abitare quindi ci sembrava significativo e abbiamo un po’ colto l’occasione sia della lettera pastorale che del convegno di Firenze per ragionarci un po’ su.

La prima lectio, quella di ottobre, era il testo di 2Samuele 6 ovvero l’episodio di Davide che vincitore vuole costruire un tempio, una casa (dice il testo ebraico), a Dio. Il racconto della storia di Davide è scritto ancora con delle parole precedenti alla divisione tra la vita ordinaria e religiosa. Noi siamo abituati a dire che i popoli antichi vivevano tutto in modo religioso, non è questa la questione, è che i popoli antichi vivevano tutto e dunque automaticamente il religioso era dentro le cose, non avevano il problema della separazione che abbiamo noi. Il linguaggio, infatti, che troviamo in 2Samuele è esattamente un linguaggio che tanto è laico quanto è religioso insieme, per questo noi non lo capiamo. Davide dice voglio fare una casa Dio, non dice voglio costruire una chiesa, neanche un tempio, che sarebbe stato il nome di un luogo religioso, ma dice voglio fargli una casa perché Dio possa abitare insieme al suo popolo. Questo per riprendere il tema dell’unificazione. Al testo di Davide che vuole fare una casa a Dio noi abbiamo dato il titolo con le migliori intenzioni perché nel racconto si vede che Dio si arrabbia molto di questa cosa, ed uno dice: come? Quello ti vuole fare un regalo, ti fa una casa, e tu ti arrabbi? L’arrabbiatura di Dio è perché non sei tu che devi fare una casa me, sono io che farò una casa per te, una discendenza. Nell’aramaico antico il termine per dire casa e discendenza è unico. Casa e discendenza sono lo stesso vocabolo. Quello che ricaviamo da questa lettura era: attenzione la casa e l’abitare hanno una loro ambiguità come tutte le cose umane, come tutte queste strutture archetipiche umane, ad esempio il mangiare è buona cosa ma mangiare troppo non è buona cosa, l’essere sani è buona cosa ma idolatrare la propria salute non è buona cosa, e così via. Tutte le cose umane non sono buone o cattive in sé, ma hanno una dose di ambiguità possibile, hanno molti volti. Il testo di Davide, da questo punto di vista, ci mostrava bene come l’idea di Davide fosse buona, ma non coglieva l’ambiguità di una precondizione. La precondizione radicale è che questo mondo, questa vita, questo spazio, per chi sta in un’alleanza con Dio, non sono di proprietà: tu non puoi fare una casa a me sono io che faccio una casa a te, dice Dio, perché ce l’ha già fatta, ci ha dato questo mondo. Da questo punto di vista se rileggiamo i primi numeri della Laudato sii si vede benissimo come abbia fatto arrabbiare sia i conservatori che gli ecologisti, poi tutti ne hanno parlato bene, ma si sono arrabbiati tutti, perché non è semplicemente la retorica ecologica ma è la comprensione profonda che questo mondo non è nostro, che siamo ospiti, non di proprietari. Questo era il primo passo. Secondo la consuetudine antica le prime tre lectio sono dell’Antico Testamento, quindi più su una descrizione della struttura antropologica, poi abbiamo delle lectio sul Nuovo Testamento che sono un po’ il passo in più centrato in Cristo. Quindi rimaniamo ancora sull’Antico Testamento dal primo libro dei Re il capitolo 17. È un testo abbastanza conosciuto ma nella liturgia compare diviso in due parti e non sempre vengono messe insieme nella nostra testa. Le due parti sono due episodi diversi. Siamo sempre nell’Antico Testamento e dunque sono testi che narrativamente sono abbastanza semplici, sono episodi brevi, sono storielle, si capisce abbastanza cosa succede. Contemporaneamente invece hanno un’architettura che ci mette in una logica un po’ più ampia dello stesso racconto e che ci fa vedere anche uno spessore diverso. Questi testi sono all’interno del ciclo di Elia, profeta in un tempo di transizione, di conformazione della fede yahwista di Israele, cioè un tempo in cui il popolo d’Israele sta cominciando un po’ a capire come funziona aver fede in Jaweh ed Elia rappresenta questo momento di passaggio. La storia di Elia è abbastanza violenta perché rappresenta la figura simbolica di quello che ha le idee giuste in un contesto che si confonde continuamente, rappresenta quello che tiene la barra dritta mentre tutti quegli altri sono un po’ nel vecchio un po’ nel nuovo. Consiglierei a tutti di rileggersi il ciclo di Elia in questi tempi in cui questa Chiesa è un po’ nel vecchio e un po’ nel nuovo e bisognerebbe riuscire a tenere la barra dritta cioè tenere fermo il punto di arrivo perché è molto facile per tanti motivi dire che il vecchio si capiva meglio, era più semplice, Elia invece rappresenta proprio quello che dice che bisogna dividere, discernere, tenere il nuovo e mollare il vecchio, inoltre in genere lo fa con un tono guerreggiante.

Il testo

Elia, il Tisbita, uno di quelli che si erano stabiliti in Gàlaad, disse ad Acab: «Per la vita del Signore, Dio d’Israele, alla cui presenza io sto, in questi anni non ci sarà né rugiada né pioggia, se non quando lo comanderò io».

2A lui fu rivolta questa parola del Signore: 3«Vattene di qui, dirigiti verso oriente; nasconditi presso il torrente Cherìt, che è a oriente del Giordano. 4Berrai dal torrente e i corvi per mio comando ti porteranno da mangiare». 5Egli partì e fece secondo la parola del Signore; andò a stabilirsi accanto al torrente Cherìt, che è a oriente del Giordano. 6I corvi gli portavano pane e carne al mattino, e pane e carne alla sera; egli beveva dal torrente.7Dopo alcuni giorni il torrente si seccò, perché non era piovuto sulla terra. 8Fu rivolta a lui la parola del Signore: 9«Àlzati, va’ a Sarepta di Sidone; ecco, io là ho dato ordine a una vedova di sostenerti». 10Egli si alzò e andò a Sarepta. Arrivato alla porta della città, ecco una vedova che raccoglieva legna. La chiamò e le disse: «Prendimi un po’ d’acqua in un vaso, perché io possa bere». 11Mentre quella andava a prenderla, le gridò: «Per favore, prendimi anche un pezzo di pane». 12Quella rispose: «Per la vita del Signore, tuo Dio, non ho nulla di cotto, ma solo un pugno di farina nella giara e un po’ d’olio nell’orcio; ora raccolgo due pezzi di legna, dopo andrò a prepararla per me e per mio figlio: la mangeremo e poi moriremo». 13Elia le disse: «Non temere; va’ a fare come hai detto. Prima però prepara una piccola focaccia per me e portamela; quindi ne preparerai per te e per tuo figlio,14poiché così dice il Signore, Dio d’Israele: «La farina della giara non si esaurirà e l’orcio dell’olio non diminuirà fino al giorno in cui il Signore manderà la pioggia sulla faccia della terra»».15Quella andò e fece come aveva detto Elia; poi mangiarono lei, lui e la casa di lei per diversi giorni. 16La farina della giara non venne meno e l’orcio dell’olio non diminuì, secondo la parola che il Signore aveva pronunciato per mezzo di Elia.

Risurrezione del figlio della vedova

7In seguito accadde che il figlio della padrona di casa si ammalò. La sua malattia si aggravò tanto che egli cessò di respirare. 18Allora lei disse a Elia: «Che cosa c’è tra me e te, o uomo di Dio? Sei venuto da me per rinnovare il ricordo della mia colpa e per far morire mio figlio?». 19Elia le disse: «Dammi tuo figlio». Glielo prese dal seno, lo portò nella stanza superiore, dove abitava, e lo stese sul letto.20Quindi invocò il Signore: «Signore, mio Dio, vuoi fare del male anche a questa vedova che mi ospita, tanto da farle morire il figlio?».21Si distese tre volte sul bambino e invocò il Signore: «Signore, mio Dio, la vita di questo bambino torni nel suo corpo». 22Il Signore ascoltò la voce di Elia; la vita del bambino tornò nel suo corpo e quegli riprese a vivere. 23Elia prese il bambino, lo portò giù nella casa dalla stanza superiore e lo consegnò alla madre. Elia disse: «Guarda! Tuo figlio vive». 24La donna disse a Elia: «Ora so veramente che tu sei uomo di Dio e che la parola del Signore nella tua bocca è verità».

Commento

L’architettura del testo è molto unitaria anche se nella liturgia i due episodi vengono letti in modo separato. Elia fa un’affermazione di grande potenza, il carattere decisivo in questi tempi di transizione e l’autorità. Lui dice non pioverà finché non lo comanderò io, scusa ma chi ti credi di essere? Ma come puoi comandare al vento, al mare, alla pioggia? Questa frase ricorda quando Gesù placa la tempesta sul mare di Galilea, la gente si chiede chi è costui che comanda al vento, al mare, alla pioggia? Questo tema dell’autorità è un tema importante e magari lo riprendiamo alla fine. In un momento di transizione serve una parola autorevole, una parola che dimostri in qualche modo la sua autorità. Ancora una volta questo è un tema ambiguo per l’esperienza umana perché è vero che non ci si può aspettare che ci sia sempre qualcuno a risolver, perché è molto rischioso affidarsi all’uomo sicuro, ma c’è una parola di autorità che serve senza la quale la vita non si muove. La vera domanda e come faccio io ad avere una parola autorevole rispetto a me stesso? Nelle nostre transizioni personali problema è lo stesso, bisogna avere una parola di autorità rispetto a se stessi perché altrimenti il principio di autogiustificazione è immediato.

Elia, il Tisbita, uno di quelli che si erano stabiliti in Gàlaad, disse ad Acab: «Per la vita del Signore, Dio d’Israele, alla cui presenza io sto, in questi anni non ci sarà né rugiada né pioggia, se non quando lo comanderò io».

Per un popolo che vive nel deserto questa cosa è una maledizione più maledizione che ci sia: la siccità è il grande nemico. Acab è il re, Elia, il cui nome simbolicamente vuol dire il mio Dio è El, è Jaweh, è quello che mantiene la barra dritta, quindi più simbolico di così si muore. Secondo il racconto in questo momento Elia è l’unico che è rimasto sacerdote di Jaweh, tutti gli altri sacerdoti si sono sconfusionati perché Israele è arrivato in mezzo a un culto molto solido che era quello dei Baal e che era anche un culto molto accattivante per cui tutti sono andati dietro ai Baal, è rimasto solo Elia. Elia è quelloche lancia la sfida ai sacerdoti di Baal, episodio che avete sentito mille volte, in cui lui sfida 450 sacerdoti a fare un sacrificio senza accendere il fuoco, facendo scendere il fuoco dal cielo e poi prende in giro questi 450 sacerdoti che suonano, pregano, danzano, e non succede niente ed Elia dice fate più forte, magari dorme, poi lui si inginocchia e dice a Jaweh io credo in te tu sei il mio Dio, accendi questo fuoco e il fuoco si accende. Dunque giustamente poi deve scappare, perché viene cercato per essere ucciso però chiede l’aiuto di Dio e uccide lui tutti i 450 sacerdoti, li sgozza. La storia proprio elementare nella sua struttura, ma dice di questa transizione, di questo passaggio.

2A lui fu rivolta questa parola del Signore: non ci viene detto come reagisce Acab.

3«Vattene di qui, ci scatta immediatamente l’associazione con esci dalla tua terra rivolto ad Abramo e l’invito al nomadismo, l’andare nel deserto, un tema grandissimo su cui tutti abbiamo fatto miliardi di poesia in tutti i ritiri: c’è sempre questo tema vattene di qui, lascia, vai, parti e anche qui c’è una grande ambiguità perché partire non è mai una storia poetica e nemmeno come oggi tentiamo di teorizzare, partendo un po’ più comodi e in genere per vacanza, che partire allarga la conoscenza. E’ un altro tema ambiguo, partire è importante, ci sono alcuni passaggi della vita in cui partire è necessario, bisogna lasciare qualcosa indietro, distaccarsi, ma altrettanto partire è sempre traumatico, ha un costo altissimo e ci chiede per esempio un discernimento sul bagaglio, un discernimento sulle energie, un discernimento su verso dove, che è un’operazione ben complicata. Tutte le volte che nell’Antico Testamento Dio vuole segnare uno stacco, una rottura piglia uno, chi si sia, egli dice: parti. Rompe con una staticità e in genere piglia quello con la parola autorevole. Ci va una parola autorevole per partire? Altra cosa abbastanza interessante è che non decidono mai loro di partire ma è la parola di Dio che viene da fuori che dice parti. Quando lo dice a Giona per esempio, lui tergiversa comincia dire: ma ti sembra proprio il caso, è strettamente necessario e Dio insiste allora Giona dice ok vado, ma Ninive è di qua e lui va di là. C’è tutta una dinamica nel restare e nel partire che andrebbe un po’ riflettuta.

dirigiti verso oriente; nasconditi

Gli dice “vattene” e poi “nasconditi”. Nella storia di Elia questo tema del nascondersi è costante e tutte le volte che Elia si nasconde c’è un corvo che fa qualcosa:

presso il torrente Cherìt, che è a oriente del Giordano. 4Berrai dal torrente e i corvi per mio comando ti porteranno da mangiare». 5Egli partì e fece secondo la parola del Signore; andò a stabilirsi accanto al torrente Cherìt, che è a oriente del Giordano. 6I corvi gli portavano pane e carne al mattino, e pane e carne alla sera; egli beveva dal torrente.

Gli orientali hanno interpretato bene questa cosa e nelle icone rappresentano sempre un corvo insieme ad Elia, ed il corvo è un po’ strano perché viene dipinto con le ali degli angeli ed è buffo perché per noi il corvo è nero, brutto, gracchiante, sgradevole, mentre gli angeli sono bianchi, che è il colore della purezza, della luce, sono leggeri e abbiamo sempre teorizzato che cantano benissimo perché ci sono le musiche celestiali e non sono sgradevole come corvi. Ma quelli che aiutano Elia sono sempre corvi, che immagino saranno stati l’animale totemico della tribù che aveva scritto questo testo, ma quello che ci arriva ci dice anche una cosa che è profondamente vera e cioè che a volte gli angeli ci sembrano dei corvi e che non si deve disprezzare troppo i corvi perché si rischia di perdere qualche angelo, può darsi che anche quelli stonati neri portino pane e carne al mattino e alla sera, che non è una brutta idea.

Non sempre il bene, il bello, il buono hanno la faccia che immaginiamo debbano avere, non sempre il nutrimento per la nostra vita, che non è solo il cibo come abbiamo ragionato per tutto un anno, viene da situazioni gradevoli e armoniose. Questo è sempre connesso al fatto che Elia è nascosto e ci si nasconde perché c’è un pericolo, un problema, una paura.

Nascondersi è una dinamica molto profonda, significa negarsi all’esterno. Parlando del cibo abbiamo a lungo riflettuto sul fatto che cibarsi è un atto di fiducia, è il primo atto di fede che impariamo a fare ovvero fidarci che ciò che ci viene da fuori ci nutre e non ci uccide, affidare la propria sopravvivenza a qualcosa che viene da fuori, che non sono io, altro da me. Per questo tutti gli psicologi insegnano l’importanza del rapporto con la madre che nutre, meglio allattare al seno…cioè impariamo a credere fidandoci del cibo.

In questo brano fidarsi di corvi è accoppiato al nascondersi che è esattamente il contrario ovvero non fidarsi dell’esterno. Nascondersi vuol dire che io vedo senza che gli altri mi vedano, che io sappia cosa c’è fuori senza che gli altri sappiano che io sono dentro, a volte è necessario, ma nascondersi può essere estremamente pericoloso specie quando il gioco è tutto interno: quando io mi nascondo a me stesso.

7Dopo alcuni giorni il torrente si seccò, perché non era piovuto sulla terra.

Elia fa quello che signore dice, i corvi lo nutrono, beve al torrente, ma dopo qualche giorno: la sua autorità si rivolta contro se stesso, ha minacciato la siccità, per sopravvivere deve bere al torrente, ma questo si secca. La nostra parola autorevole si rivolta contro noi stessi, anche quando è giusta. Allora il signore mette un secondo gradino:

Fu rivolta a lui la parola del Signore: 9«Àlzati, va’ a Sarepta di Sidone; ecco, io là ho dato ordine a una vedova di sostenerti».

Qui c’è un passaggio molto delicato della struttura della descrizione umana, antropologica di questo percorso, perché per passare a fidarsi non più delle cose, ma delle persone, bisogna sperimentare un bisogno, perché fidarsi delle persone è molto più pericoloso. Tutti noi lo sappiamo bene, infatti campiamo per il 90% della nostra vita affidati al denaro, non alle persone, ma a delle cose. Facciamo l’assicurazione, compriamo degli oggetti, riempiamo il frigo, perché siamo sicuri in questo modo che le cose non ci tradiscono. Questo è un primo atto di affidamento, di per sé non è male, è un esercizio di affidamento, ma bisogna sperimentare un bisogno per poter compiere un affidamento che passa dalle cose alle persone. La storia che segue mostra molto bene che le persone non funzionano come le cose, che i corvi portavano cibo e il torrente dava acqua e non parlavano, non avevano figli, non avevano sentimenti e non succedeva niente. Poi invece c’è una donna che prima gli chiede che cosa vuole da lei, poi va bene lo accoglie, poi però le muore il figlio, poi eccetera… Perché le persone sono vive, da questo punto di vista Dio sta insegnando al suo popolo di fidarsi di lui non dei suoi doni. L’altro elemento per cui racconto è molto delicato è l’espressione letteraria che dice io là ho dato ordine di sostenerti… L’immagine che a noi scatta e quella di un grande burattinaio, Dio che muove le fila, prende la vedova le dice adesso ti tocca fare quello, poi però quando la donna incontra Elia non sembra che sia stata avvertita. È chiaro qui, con il linguaggio letterario del tempo, che stanno cercando di dirci una cosa fondamentale: Dio regge il mondo è questo il vero motivo per cui ci si può fidare. Non ci si può affidare solo a delle cose che non tradiscono e nemmeno facendo uno sforzo di coraggio delle persone che potrebbero tradire, ci si fida di Dio. La vera parola autorevole è quella di Dio. Qui si apre uno squarcio e ci viene chiesto, per dirla con le parole della nostra riflessione, dove metti la tua casa? Qual’è la casa interiore che hai? Può essere una casa molto articolata ma sei capace di una casa che non sia la tua? Sei capace di decidere di andare ad abitare nella casa di Dio? Che è la casa di un altro e di farla tua casa interiore. Questa è la questione messa in gioco: la parola autorevole è quella di Dio.

10Egli si alzò e andò a Sarepta. Arrivato alla porta della città, ecco una vedova che raccoglieva legna.

Elia si fida e va a Sarepta, vede una vedova ed è interessante: non è una donna, non è una peccatrice, è una vedova, una condizione precisissima. Nel popolo d’Israele la condizione vedovile era assolutamente regolamentata (leggete il libro del Levitico oppure se avete in testa certe polemiche dei farisei con Gesù, la storia di uno che muore senza dare figli dunque sposa il fratello poi l’altro fratello, di chi sarà moglie) perché le vedove in quel tipo di società erano destinate a morte certa, non avevano nessuna possibilità di provvedere a se stesse senza un marito e dunque la condizione vedovile era molto regolamentata per garantire che potessero sopravvivere, inoltre si era in una società in cui morire giovani, cioè rimanere vedove in età ancora giovane, non era così raro, i pericoli erano molti, la vita media era breve. Una vedova, allora, è una persona in doppio bisogno, perché ha il bisogno di tutti, quello di mangiare sopravvivere, ma in più è anche una vedova, una condizione senza protezione, senza casa, senza dimora. Ed è curioso, un bisogno, il bisogno di Elia, la cui parola autorevole ha provocato che si è disseccato il torrente, incontra il doppio bisogno della vedova.

La chiamò e le disse: «Prendimi un po’ d’acqua in un vaso, perché io possa bere». 11Mentre quella andava a prenderla, le gridò: «Per favore, prendimi anche un pezzo di pane».

È la pretesa, sembra Gesù con la samaritana, dammi da bere! La risposta della vedova è la stessa della samaritana anche la samaritana è in un doppio bisogno, è una donna, una donna non particolarmente morale per di più samaritana cioè anche eretica, mentre questa è una donna piegata dalla carestia, dalla siccità e in più è anche vedova. Giovanni probabilmente aveva in testa questo episodio quando scrive l’episodio della samaritana, non è possibile che siano totalmente distaccati, perché la struttura è troppo simile. Elia come Gesù dice: dammi da bere! Ha una pretesa sulla vita dell’altra. Anche qui è interessante un bisogno incontra un altro bisogno, un povero incontra un povero più povero di lui e ha pure delle pretese, ma il diventare casa per gli altri funziona così: nasce dai bisogni e nasce da una logica che apparentemente non è una logica educata, edulcorata. La vedova semplicemente gli racconta la realtà:

 12Quella rispose: «Per la vita del Signore, tuo Dio, non ho nulla di cotto, ma solo un pugno di farina nella giara e un po’ d’olio nell’orcio; ora raccolgo due pezzi di legna, dopo andrò a prepararla per me e per mio figlio: la mangeremo e poi moriremo».

La vedova racconta ad Elia quello che sta facendo, raccoglie la legna per cuocere una focaccia per sé e per suo figlio e poi aspettare la morte. In un tempo di siccità e di carestia certo nessuno si occupa di una vedova e di un orfano. La mangeremo poi moriremo non è una frase di fatalità, ma è una cosa che non sappiamo più fare, è guardare in faccia il bisogno radicale ovvero che si muore, tutti moriremo, tutti dovremmo dire di fronte ad ogni atto che compiamo: faccio questo poi morirò. Se ragionassimo così un po’ di cose cambierebbero perché ci sarebbero molte occasioni in cui diremmo: ma devo proprio farla questa cosa? Però è vero che guardare in faccia proprio bisogno radicale è sempre una brutta esperienza e tutti cerchiamo di dimenticar che l’unica cosa certa della nostra vita è che moriremo, non ce n’è un’altra certa così.

13Elia le disse: «Non temere; va’ a fare come hai detto. Prima però prepara una piccola focaccia per me e portamela; quindi ne preparerai per te e per tuo figlio,14poiché così dice il Signore, Dio d’Israele: «La farina della giara non si esaurirà e l’orcio dell’olio non diminuirà.

Quello che succede è che diventare ospitale, cioè accogliere nella propria casa il profeta di Dio, fa sì che nessuno dei tre muoia. Su questo bisognerebbe un po’ riflettere perché al di là delle chiacchere credo che questo sia il nostro problema e non sto parlando in termini religiosi ma in termini antropologici della nostra esperienza di essere uomini e donne. Per quanto credo che a tutti noi sia capitato nella propria vita di averlo sperimentato non riusciamo quasi mai ad organizzare la nostra esistenza come un incontro tra bisogni, cioè a renderci conto che è solo dal bisogno dell’altro che io accolgo e dal bisogno mio che lui accoglie può nascere una possibilità di vita per tutti e due. Non siamo amati per i nostri meriti, ma per le nostre debolezze, la persona perfetta è odiosa. C’è capitato a tutti lo sappiamo, ne siamo convinti, ma non funziona, se uno fosse un po’ materialista dovrebbe dire è il peccato originale che ci ha segnato così, fai l’esperienza e te la dimentichi, fai l’esperienza e te la dimentichi… E continui ad immaginare che è la tua potenza e la tua forza, sono le tue capacità che ti rendano vivo. Si potrebbe ragionare per ore perché per esempio la logica delle Beatitudini ci dice in un altro modo che è solo dalla nostra fragilità che nasce la vita, da ciò che non abbiamo, da ciò che desideriamo.

fino al giorno in cui il Signore manderà la pioggia sulla faccia della terra»».15Quella andò e fece come aveva detto Elia; poi mangiarono lei, lui e la casa di lei per diversi giorni. 16La farina della giara non venne meno e l’orcio dell’olio non diminuì, secondo la parola che il Signore aveva pronunciato per mezzo di Elia.

La vita si riproduce, continua perché due bisogni si sono fatti casa l’uno per l’altro. La parola di Elia che smuove il racconto è non temere. Il nemico, il guaio, l’inghippo per cui dimentichiamo è la paura. Sulla paura abbiamo riflettuto tante volte, ma troppo poco. Io personalmente credo che il grande peccato dei cristiani sia la paura, è il peccato in assoluto più diffuso. La paura anticipa quello che ancora non c’è perché si ha paura prima, poi quando sei in ballo puoi avere dolore, ma sei in ballo non c’è più paura. La paura è questo meccanismo di anticipazione che ci fa immaginare l’immaginabile senza che siamo di fronte alla realtà. Il cristianesimo è realista per questo la paura è proprio il grande peccato, che ci fa sbagliare centomila volte. Anche per questo la grande parola del Risorto è non temete, non abbiate paura. Non temere è sempre la parola di svolta, perché se ciò che ci muove non è la paura allora tutto può succedere perché Dio ha cura di noi e del mondo, quindi può succedere che l’olio non finisca e la farina non si esaurisca o più semplicemente che si divida quella poca farina e quel poco olio, non necessariamente è un happy end. Se la paura è la consigliera non può succedere niente, la vita è uccisa dalla paura.

Arrivati a questo punto sembrerebbe che questa storia sia bella e già abbastanza densa, con un happy end in cui le case c’entrano poco se non l’ospitalità, Elia non si nasconde più, ma viene ricevuto in una casa. Il problema è che il brano non finisce qui. C’è un altro passaggio, un po’ inquietante e anche un po’ misterioso. Se si leggono le esegesi di questi testi si dice che queste sono saghe di tribù diverse, voi sapete che dire il popolo d’Israele in realtà si riferisce a un periodo storico molto più tardo di questo, ma tutto ciò che leggiamo da Abramo fino alla costruzione del Tempio di Gerusalemme sono racconti di diverse tribù che a mano a mano si raccolgono fino poi a identificarsi in un popolo chiamando se stessi popolo d’Israele. Queste memorie, queste saghe delle diverse tribù, questi eroi capostipiti vengono tutti raccontati in una storia unificata dove rimangono pezzi poco saldati, pezzi messi uno dopo l’altro. Abramo Isacco Giacobbe probabilmente non sono padre nonno figlio, ma sono tre capi tribù, vissuti in realtà diverse, ma che poi vengono messi in ordine cronologico per farne un’unica famiglia. Probabilmente c’è una tradizione letteraria su Elia e la sua storia coi corvi, una tribù che appunto aveva come animaletto totemico il corvo, quindi i racconti, da un punto di vista semplicemente letterario, sono tagliati giustapposti, di questo hanno preso le cose più importanti come la storia dei sacerdoti di Baal e la storia della vedova con il figlio e piazzati uno dopo l’altro. Questo è il meccanismo della lettura di fede. Noi rileggiamo ciò che è accaduto con una storia e dei legami che non sono del tutto materialmente spiegabili, perché appunto sono dentro una storia, come le nostre storie di famiglia che poi da adulto una scopre che tutta una serie di cose non erano affatto come lui le aveva capite da bambino, ma il problema è che una storia di famiglia tutte le volte che viene raccontata cambia un po’. Qui è esattamente la stessa cosa, ma l’architettura che ne risulta è che dopo questo happy end c’è una storia molto dura.

17In seguito accadde che il figlio della padrona di casa si ammalò. La sua malattia si aggravò tanto che egli cessò di respirare.

La reazione della donna ha la stessa schiettezza della samaritana. Chi è due volte povero o due volte peccatore non può permettersi il lusso di essere gentile va dritto al punto, e lei va dritta. E dice:

18Allora lei disse a Elia: «Che cosa c’è tra me e te, o uomo di Dio? Sei venuto da me per rinnovare il ricordo della mia colpa e per far morire mio figlio?».

Questo rinnovare il ricordo della mia colpa? Qual è la colpa? Non lo sappiamo ma la sua sostanza però si capisce bene, la donna dice ci hai fatto sopravvivere alla carestia solo perché mio figlio morisse? Era meglio morire prima, morivamo tutti due e non c’era dolore. Che vuoi da me un uomo di Dio?

La cosa particolarmente interessante è che Elia fa una cosa, non risponde e gli strappa il figlio dal seno.

19Elia le disse: «Dammi tuo figlio». Glielo prese dal seno, lo portò nella stanza superiore, dove abitava, e lo stese sul letto.20Quindi invocò il Signore: «Signore, mio Dio, vuoi fare del male anche a questa vedova che mi ospita, tanto da farle morire il figlio?».

Elia se la prende con Dio, questa traduzione è abbastanza edulcorata, ma nell’originale greco è molto più duro, Elia dice a Dio: come sarebbe questa storia? Questa vedova mi ospita, ha trovato spazio nella sua casa per me e tu fai morire il figlio? Ma come ti permetti?

L’altro ieri il Papa ha ricevuto il personale e i bambini ricoverati dell’ospedale Bambin Gesù, cercate il discorso su YouTube sono 10-12 minuti, molto bello secondo me, anche molto duro su alcune questioni come la corruzione, ma ad un certo punto qualcuno chiede al Papa perché Dio permette che questi bambini soffrano, il Papa mette giù i fogli e con una faccia che non si può spiegare a parole quasi urla nel microfono non lo so e poi aggiunge una cosa che mi ha veramente commosso e dice anche Dio ha guardato suo figlio soffrire. Questa dimensione della protesta rispetto Dio, ma anche di chi protesta senza andare via, non è la protesta muta che sbatte la porta e se ne va, è la protesta che resta lì: tre volte Elia si sdraia sul bambino e tre volte dice a Dio “fai tornare la vita in questo bambino”.

21Si distese tre volte sul bambino e invocò il Signore: «Signore, mio Dio, la vita di questo bambino torni nel suo corpo».

Estorce a Dio il miracolo, regge, abita dovremmo dire, una invocazione inascoltata. Alla fine il racconto non può rimanere sull’inascoltato: Elia può restituire il bambino a sua madre, ma la questione da mettere insieme è l’episodio della focaccia con l’abitare la mancanza di un happy end. Rimanere dentro una domanda inascoltata, un bisogno insoddisfatto non abitare solo la soddisfazione del bisogno, cioè come il nome di Elia dice, abitare sbilanciati è il contrario della paura, abitare sulla fiducia che ciò che deve accadere è un bene.

22Il Signore ascoltò la voce di Elia; la vita del bambino tornò nel suo corpo e quegli riprese a vivere. 23Elia prese il bambino, lo portò giù nella casa dalla stanza superiore e lo consegnò alla madre. Elia disse: «Guarda! Tuo figlio vive». 24La donna disse a Elia: «Ora so veramente che tu sei uomo di Dio e che la parola del Signore nella tua bocca è verità».

Molti di quelli che mi conoscono sanno che per me questo è il modo in cui oggi dovremmo spiegare che cosa significa salvezza. Io trovo che noi abbiamo una grande incapacità di spiegare che cos’è la salvezza, nonostante tutto ci scattano nella mente sempre immagini celesti, il cielo, il paradiso, poi quando ci si slancia un po’ diciamo no comincia già qua, ma poi non comincia qua, perché vivere è una bella rottura di scatole perché in fondo siamo tutti a nasconderci lungo fiume, combattendo un tempo di siccità, perché uno arriva la sera stanco morto. Sempre ieri nel discorso del Papa ad un certo punto lui dice quando la sera siete stanchi avete lavorato 12 ore e avete visto con i vostri occhi tante sofferenze, vi sentite sporchi e avete solo voglia di fare una doccia, ma cosa dite a voi stessi? Questa mi sembra una domanda seria, le nostre vite sono che arriviamo alla sera che abbiamo solo voglia di farci una doccia, il massimo di desiderio spirituale che riusciamo a concepire è di farci una bella doccia. Va bene così, vuol dire che ci siamo spesi lungo la giornata, abbiamo abitato il tempo degli incontri e delle cose da fare, dei doveri da compiere, ma cosa diciamo a quel punto noi stessi? Mi sembra che il contrario della paura, che sarebbe il grande peccato, è la salvezza, che sarebbe esattamente essere capaci di vivere ogni tempo, ogni giorno della propria vita sbilanciati sulla convinzione che il meglio deve ancora venire, quello che ci attende è benedizione. Si può abitare il tempo intermedio di una invocazione inascoltata perché il bene accadrà. C’è un’espressione dei Midrash ebraici che a me piace molto e dice che i maestri insegnano che ciò che tarda accadrà. E’ esattamente questa secondo me è l’esperienza della salvezza: non vivere paralizzati dalla paura, anticipando ciò che deve accadere, ma vivere sapendo che il meglio deve sempre ancora venire, che possiamo sporgerci sul futuro, fidarci del futuro che viene perché è un futuro di benedizione. Per questo motivo non abbiamo bisogno di chiuderci nelle nostre case, di abitare al chiuso, al protetto con la dispensa piena, con il granaio ricolmo, acquietati anima mia ora puoi riposarti, possiamo non chiuderci nelle nostre case perché possiamo abitare un’invocazione interrotta, possiamo abitare sbilanciati perché non siamo proprietari, non abbiamo da difendere uno spazio, ma possiamo abitare il tempo, sempre per citare Papa Francesco, cioè possiamo scommettere che il tempo è buono e quindi non abbiamo bisogno di difendere lo spazio che abbiamo già occupato, per questo come la vedova possiamo essere ospitali, per questo come Elia possiamo abitare un’invocazione anche se apparentemente non c’è risposta. Questo ci dice ancora una volta l’ambiguità dell’abitare, ma un’ambiguità molto positiva: si abita da ospiti, si abita su un bisogno e si abita sbilanciati, sempre con un piede sulla soglia, c’è una sapienza sul fatto che la celebrazione ebraica della Pasqua invita, anche se poi oggi non si fa più, a celebrare la Pasqua calzati e vestiti, pronti per un viaggio e in piedi, in fretta e c’è sempre la domanda dei rabbini che dice: ma come un mese prima gli dice mangerete in fretta, mangerete pane azzimo perché non c’è stato tempo di farlo lievitare, ma se glielo dice un mese prima il tempo c’è. I rabbini si chiedono come mai questa cosa ed effettivamente questo mi pare uno dei sensi possibili: la salvezza ci giunge sempre imprevista, arriva sempre nel momento meno opportuno, quando le mani bagnate suona il telefono, quando sei in una casa ma in viaggio, pronto a partire con un po’ di pane, ma non lievitato, perché non ha fatto in tempo, con qualcosa che comunque ti regge, ma anche con qualcosa che comunque non ti regge.

Fossano, 17 dicembre 2016

(testo non rivisto dall’autore)

Anno pastorale: 2016/2017

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