4 Marzo 2017
Stella Morra

5. Uscire ed entrare

Commento a: Lc 19, 1-10


Nel percorso fatto finora i primi tre testi che sono stati oggetto delle nostre lectio sono stati il racconto di Davide che vuole costruire il Tempio, il testo di Elia e la vedova di Zarepta e il Salmo 26, che insieme ci hanno dato un po’ quella che tecnicamente si chiamerebbe una fenomenologia dell’abitare, cioè una descrizione di alcune dinamiche antropologiche fondamentali.

In breve, detto con tre parole, rispetto al primo testo abbiamo riflettuto sul tema dell’ambiguità dell’abitare, cioè sul desiderio di tutti di avere un luogo, una protezione, un’intimità e contemporaneamente la pericolosità di questo desiderio che può significare chiusura, che può significare astrarsi, tirarsi fuori da ciò che succede sulla strada, da quello che succede nella vita di tutti, che è condiviso, quindi l’ambiguità del tema dell’abitare.

Poi la questione di un abitare sbilanciato con il tema dell’ospitalità, che è sempre costosa: la vedova, Elia e l’ambiguità della morte del figlio, ecc. e il tema del salmo 26, che è la terza parola un po’ descrittiva di alcune dinamiche comuni, che riguardano tutti, e cioè che l’abitare pone una domanda sul dentro e sul fuori, uscire dentro – entrare fuori, sul come funziona questa dinamica: un muro, lo sappiamo per l’immaginario sociale – politico contemporaneo, un muro non si sa mai se tiene fuori gli altri o se tiene prigionieri noi, cioè è sempre un po’ una questione che dipende da dove si guarda.

A questo proposito nel mondo degli psichiatri circola da sempre un piccolo racconto: una volta uno di loro passava davanti al cancello di un manicomio, e una delle persone ricoverate che era appoggiata al cancello rivolgendogli la parola gli disse: da quanto tempo sei ricoverato lì dentro? È chiaro che la percezione di chi è dentro e chi è fuori è abbastanza relativa.

E quindi abbiamo visto un po’ questi tre temi: l’ambiguità, lo sbilanciamento, il dentro e il fuori come grandi temi descrittivi dell’abitare, sia dell’abitare materiale, sia dell’abitare simbolico, cioè dell’abitare presso sé stessi, nella propria interiorità, nell’avere una propria costruzione interiore.

Poi la volta scorsa abbiamo fatto il passaggio al Nuovo Testamento, che ci ha cominciato a porre di fronte ad una domanda meno descrittiva e più provocatoria che è la domanda cristologica, cioè la domanda sulla novità portata da Cristo che non cancella la legge, non cancella la struttura umana fondamentale, ma l’assume e in qualche modo la chiama a trasformarsi.

E siamo partiti con un brano determinante, col Prologo di Giovanni, cioè una pericope dalla struttura fondamentale che rovescia le logiche umane. Dicendolo con la simbolica dell’abitare che stiamo usando in questo percorso, è chiaro che potremmo dirlo con tantissime altre immagini, se si pensa alla parola casa il movimento immediato è quello di immaginare il diventare proprietari di  una casa, l’avere una casa, abitare una casa, la bellezza della mia casa, i limiti della mia casa e così via ed invece di per sé Dio fa un’altra cosa: “venne ad abitare”, cioè l’unico che di per sé sarebbe il legittimo proprietario di questa casa che è il mondo, e che Lui ha creato, non agisce da proprietario, viene da ospite, viene in visita, il testo del prologo dice che Gesù viene e se ne va dal punto di vista materiale della sua vita e del suo corpo, perché muore e il suo corpo glorioso ascende al cielo.

Dunque viene in visita proprio come un ospite, che è il pensiero che non ci viene spontaneo, perché se io dico casa l’idea è la mia casa con tutti gli annessi e connessi, invece quando Dio dice casa, dice la vostra casa, lo sto dicendo in modo un po’ sintetico, ma ciò che si vuole dire è proprio il rovesciamento di logica, perché di per sé la sfida nell’essere cristiani è passare dall’idea di proprietari all’idea di amministratori, ospiti, invitati, figli adottivi, tutto quello che volete, cioè i cristiani sono quelli che non considerano propria la casa che abitano; in tutte le immagini quali il pellegrino, l’uscita, il cammino, il deserto, il movimento tipico del cristiano sarebbe quello dell’espropriazione, ma non dell’espropriazione per farsi del male, ma della consapevolezza che in questa vita siamo in affitto, poi siamo ricchi di famiglia, possiamo pagare l’affitto per tutto il tempo che serve, non abbiamo problemi, ma non ci deve venire l’ansia di diventare proprietari, abitiamo noi stessi in affitto, “quello che siete non è stato ancora svelato” (1Gv 3,2b) e dunque siamo nella condizione ideale, perché non paghiamo di nostro, l’affitto è pagato da qualcun altro e non abbiamo i guai dei proprietari, che comunque un po’ di pensieri, le tasse, la manutenzione, ce l’hanno, devono pensarci. La manutenzione attiene a Dio, le spese attengono a Dio, le tasse attengono a Dio che è il proprietario e l’affitto è già pagato, ed è anche una situazione abbastanza piacevole da un certo punto di vista, ma è un’altra logica, è proprio un’altra logica.

E quindi sono partita con quel testo molto conosciuto, molto potente, perché mi interessava molto, per questo mi ci soffermo e insisto, evidenziare ancora una volta che ciò che Cristo propone dicendo, facendo, mostrando, rendendo visibile per noi quello che Dio fa, è un’azione, se presa sul serio, sconvolgente, molto radicale, è una questione su cui si potrebbero fare tantissimi esempi, perché rapportarsi a tutte le cose della propria vita, ai gesti quotidiani, alle preoccupazioni, alle fatiche, a qualsiasi cosa, ragionando da non proprietari ma da ospiti, fa una grande differenza, e non è un problema morale, è proprio un’altra questione, si può fare del bene anche da proprietari non si discute, ma è proprio un’altra logica e in qualche modo è una logica molto radicale, di grande libertà, dicevo prima l’affitto è pagato, le spese non ci competono, quindi è una logica di grande libertà, ma è anche una logica di grande leggerezza, cioè di lasciar cadere un sacco di cose, di spostamento di accenti, di punti di vista diversi che consentono molto.

Introduzione

Il testo di oggi è ancora una volta un testo molto conosciuto, è l’inizio del capitolo 19 di Luca, è l’episodio di Zaccheo, che più o meno tutti abbiamo nelle orecchie come vicenda, come piccola storia, per averlo ascoltato, meditato, riflettuto, pensato mille volte.

È un testo che qui leggiamo per riflettere su questo aspetto che dicevo e cioè qual è il cambiamento di logica visto dalla parte nostra, perché a me fa sempre un po’ effetto pensare il cambiamento di logica da parte di Dio, che non sta lì ad aspettare che qualcosa succeda e poi alla fine tira la riga, fa la somma, e dice: “tot azioni buone, tot azioni malvagie, tot leggi rispettate, tot leggi non rispettate, il bilancio è positivo, hai abbastanza punti, vieni a casa mia, tu invece non hai abbastanza punti vai all’inferno”, perché Dio non ragiona così,  Dio, il Padre di Gesù Cristo, è colui che viene ad abitare, che si mette in gioco dalla parte nostra, per mostrarci come si vive da ospiti.

E poi la domanda successiva è cosa vuol dire per noi questo cambio di logica, come funziona in un altro modo, e allora mi sembra che questo brano ci aiuti un po’ a vedere questa questione, infatti il titolo che avete trovato sul programma è “Uscire ed entrare”, cioè quello che ci riguarda non è per forza vivere sulla strada senza una casa, ma è imparare ad uscire ed entrare, cioè non diventare stanziali, non mettere radici in un posto solo, imparare ad uscire dentro ed entrare fuori, cioè a rovesciare il punto di vista rispetto alla parte del muro da cui si sta, a ricordarsi che le case non servono a proteggere me dall’esterno, ma servono a salvaguardare l’esterno da me, se proprio c’è qualcuno da salvaguardare, a consentirmi alcune cose per poter vivere.

E spero che ragionando sul brano questa cosa si veda.

Intanto vorrei fare una piccola considerazione di ordine un po’ più generale perché il brano è molto conosciuto, ma viene sempre un po’ letto, giustamente, in modo ritagliato, cioè soltanto l’episodio: Gesù che entra a Gerico, il sicomoro, Zaccheo, poi Gesù che va a casa di Zaccheo e dopo questi si converte, e sembra un po’ una favoletta con un happy end, cioè che bravo questo Zaccheo, era un gran peccatore però aveva questo desiderio, questa curiosità di vedere Gesù e Gesù lo tocca con la sua presenza, lui si converte, dà tutto ai poveri, è il contrario del giovane ricco che Luca ha appena raccontato, il giovane ricco se ne va triste e invece Zaccheo è tutto contento, che è vero, è così, c’è questa dimensione, ma detta così sembra troppo povera, perché rischia di risultare una cosa vagamente moralistica per cui le domande che ci facciamo sono un po’ del tipo: tu vuoi davvero vedere Gesù quando passa? sei sicuro di ascoltarlo? quando lo ascolti sei sicuro di essere in grado di decidere di dare la metà dei tuoi beni ai poveri? cioè tutte domande centrate su di noi, in cui ciascuno continua a guardare il muro dalla propria parte, lui è dentro e gli altri fuori e tu decidi chi sei tu, cosa hai fatto, ecc.

Per vedere meglio questo testo dobbiamo metterlo dentro il contesto in cui Luca lo scrive, considerando che Luca, come tutti gli evangelisti, non scrive semplicemente una storiella, poi i testi dei vangeli, lo sappiamo tutti, hanno una lunga storia di tradizione, di traduzioni, di redazione, con pezzi aggiunti, pezzi tolti, trasmissione di comunità, ecc.,  più il pizzico finale per cui attraversando una lunga storia di più di mille anni ed essendo testi manoscritti sono stati danneggiati, sono stati rosicchiati dai topi, i copisti hanno fatto degli errori, hanno in certi punti anche inventato e magari manomesso delle frasi.

In realtà Luca ha una notevole costruzione architettonica, e soprattutto a volte più che una lettura troppo letterale, appunto perché qualche frase può essere stata travisata, si deve guardare soprattutto all’architettura, alla struttura generale che normalmente è stata conservata.

Questo brano è collocato in un’unità letteraria che va dalla fine del capitolo 18 a tutto il capitolo 19 che è un’unità letteraria molto particolare, molto costruita. Se cominciamo a leggere dal versetto 31 del capitolo 18 e andiamo avanti scopriamo che c’è, fino alla fine del capitolo 19, una grande inclusione che contiene episodi diversi, narrazioni diverse, che sembrano messe una attaccata all’altra, ma facendo attenzione ad alcune parole si vede che appunto c’è una grossa inclusione. Il versetto 31 del capitolo 18 dice che “Gesù prese con sé i dodici e disse loro: ecco, saliamo a Gerusalemme, e si compirà tutto ciò che fu scritto dai profeti riguardo al Figlio dell’uomo …”, e alla fine del capitolo 19 si dice: “ogni giorno insegnava nel tempio. I capi del popolo e gli scribi cercavano di farlo morire e così anche i capi del popolo”.

E quindi c’è questa salita di Gesù a Gerusalemme che attraversa tutto il Vangelo di Luca, che non è solo la salita finale verso la croce, ma è tutta la sua vita pubblica al completo, e l’inclusione è tra l’invito di Gesù ai suoi ai quali dice: “andiamo a Gerusalemme”, andiamo verso un destino chiaro e la decisione di scribi e farisei che “cercavano di farlo morire”. Il nostro brano è incastonato dentro questa grande parentesi, e si vede che è già un po’ meno happy end, è infatti la parentesi della passione.

Dentro a questa prima unità letteraria ce n’è un’altra e cioè nei versetti successivi al versetto 31 sempre del capitolo 18 è contenuto il terzo annuncio, da parte di Gesù, della passione e della risurrezione e poi dal versetto 35 c’è un piccolo episodio del quale abbiamo varie versioni perché è raccontato dagli evangelisti in modo molto diverso, per degli scopi diversi, che molto probabilmente è un episodio reale, ed è la guarigione del cieco di Gerico.

In tutti i quattro vangeli sono contenute delle guarigioni di ciechi: la cecità era una malattia molto diffusa nell’antichità, perché legata alla denutrizione, ma contemporaneamente è una malattia molto simbolica, Giovanni la usa per far discutere i discepoli su di chi è la colpa se dello stesso cieco nato o dei suoi genitori… ogni evangelista la usa in modo un po’ diverso.

Luca qui la usa in un modo molto carino: il cieco vicino a Gerico strilla, e nonostante gli dicano “stai zitto, non disturbare il maestro”, quello strillava ancora più forte.

Questa seconda unità letteraria si conclude subito prima del discorso dei sacerdoti che vogliono far morire Gesù; a cominciare dal versetto 28 del capitolo 19, c’è il racconto dell’ingresso di Gesù in Gerusalemme con le acclamazioni dei suoi discepoli che a gran voce acclamavano: “Benedetto colui che viene, il re, nel nome del Signore”, con il rimprovero dei farisei scontenti per le acclamazioni: “Maestro, rimprovera i tuoi discepoli”, e con la risposta di Gesù: “Io vi dico che, se questi taceranno, grideranno le pietre” (Lc 19,40).

Allora c’è una doppia inclusione, la prima, già vista, che comincia col discorso sulla morte (18,31) e si conclude con l’essere arrivati a Gerusalemme e con la decisione di scribi e farisei di far morire Gesù (19,47), e poi c’è una seconda inclusione che è vedere per parlare, per dire, per rendere esplicito, chiaro, che è come una necessità talmente insopprimibile che se stanno zitte le persone, se le persone diventano cieche (18,35-43) e anche mute, come in altri racconti di Luca, saranno le pietre a gridare (19,40), cioè è qualcosa che non si può non vedere e non sentire.

Ecco, questa è la doppia parentesi dentro la quale si trova l’episodio di Zaccheo, immediatamente seguito dal racconto abbastanza particolare che fa Luca con la parabola dei talenti (19,11-27) raccontata un po’ diversamente da quella più classica di Matteo, e che non viene mai letta nella liturgia domenicale, e dall’ingresso di Gesù a Gerusalemme sul dorso di un’asina, che ricorderemo nella domenica delle Palme.

Quindi è una costruzione interessante perché si dice che questa scelta di Dio di venire ad abitare in mezzo a noi non fa un buon effetto, non è ricevuta, si diceva già nel prologo: le tenebre non l’hanno accolto, è una scelta costosa, mettiamola così, ha un costo, ma questa scelta costosa chiede occhi e orecchie e perché li chiede? per motivi morali? No, perché se no le pietre prenderanno il nostro posto.

Guardate che questo ruolo delle pietre è molto bello, infatti sarebbe interessante fare una lettura della presenza e del funzionamento delle pietre in tutti i Vangeli, in tutta la Bibbia la parola pietra occorre 158 volte, le pietre sono interessanti: ci sono le pietre dell’adultera, ci sono quelle dalle quali Dio può suscitare figli ad Abramo, quelle usate per le tentazioni di Gesù, quelle da mettere al collo per l’affogamento in mare di chi da scandalo ai piccoli, quelle scagliate per il martirio di Stefano, ci sono tante pietre … perché le pietre sono il pesante, l’inerte, quello che non si muove, quello che non ha un’anima, quello che non ha occhi, non ha orecchie, non ha braccia, non ha piedi, la pietra è un oggetto negativo, è un’idea pesante, insomma ci sono tante belle figure intorno alle pietre, ma qui si dice che se uno non vede e non parla viene sostituito da una pietra. E qui lascio ad ognuno di voi l’approfondimento.

All’interno c’è l’episodio di Zaccheo, seguito, come si è detto, dalla parabola dei talenti che presi insieme sarebbero la traduzione dell’essere disposti a pagare il costo di questo rovesciamento di Dio, come a dire: se volete vedere e parlare dovete fare come Zaccheo e come quelli che hanno ricevuto le dieci monete d’oro, cioè non dovete fare delle cose religiose, dovete riorientarvi rispetto ad alcune questioni fondamentali: ciò che avete e ciò che siete, ciò che avete e quindi Zaccheo ciò che siete e quindi i talenti. Si vede l’architettura in questo modo o no?

Il testo

1Entrò nella città di Gerico e la stava attraversando, 2quand’ecco un uomo, di nome Zaccheo, capo dei pubblicani e ricco, 3cercava di vedere chi era Gesù, ma non gli riusciva a causa della folla, perché era piccolo di statura. 4Allora corse avanti e, per riuscire a vederlo, salì su un sicomòro, perché doveva passare di là. 5Quando giunse sul luogo, Gesù alzò lo sguardo e gli disse: «Zaccheo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua». 6Scese in fretta e lo accolse pieno di gioia. 7Vedendo ciò, tutti mormoravano: «È entrato in casa di un peccatore!». 8Ma Zaccheo, alzatosi, disse al Signore: «Ecco, Signore, io do la metà di ciò che possiedo ai poveri e, se ho rubato a qualcuno, restituisco quattro volte tanto». 9Gesù gli rispose: «Oggi per questa casa è venuta la salvezza, perché anch’egli è figlio di Abramo. 10Il Figlio dell’uomo infatti è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto».

Il racconto è molto lineare, molto semplice, non c’è niente di particolare da capire, fin troppo istantaneo, tutto succede in fretta, che è uno dei motivi, tra l’altro, per cui a noi questo testo fa una strana impressione perché ci viene da pensare: “Zaccheo si era comportato da ladro fino all’altro ieri e improvvisamente vede Gesù in faccia e Gesù non gli fa neanche la paternale, non c’è un discorso, non c’è una guarigione, non c’è un miracolo, non succede niente, l’unica cosa che c’è è la maldicenza degli altri, ed il dubbio che viene è: ecco ha fatto quella scena per tacitare la maldicenza degli altri, per dire io sono buono.

È uno strano racconto, in realtà è una stilizzazione, è il racconto di un processo, di un processo non in senso giuridico ma nel senso di un percorso che viene stilizzato in un episodio, e in cui gli elementi sono quelli decisivi; funziona un po’ secondo la logica dei sogni dove le dimensioni spazio temporali sono strane, non è che c’è tutto il tempo, gli episodi si sovrappongono, si passa da un luogo all’altro senza continuità, funziona secondo la dinamica della profondità umana.

La prima cosa è che entrò nella città di Gerico, questa è la conferma in qualche modo del metodo precedente: è sempre Dio che prende l’iniziativa, che fa il primo passo, è Lui che entra nella città, nel luogo nelle case degli uomini, entra nella città e poi entra nelle case, non in qualsiasi casa, in genere almeno nel racconto di Luca, Gesù entra sempre nelle case dei peccatori, con l’eccezione della suocera di Pietro, normalmente entra in case malfamate.

L’altro giorno riflettevo, pensando anche a questa lectio, sul tema della città che nel mondo antico, da Babele in poi, è l’immagine dell’opera dell’uomo, e di un’opera dell’uomo sempre un po’ da sospettare, perché la città è intesa un po’ malvagia, mentre facciamo tutta la poesia sulla natura che parla di Dio, della bellezza …, e dicevo il pensiero antico contrapponeva città a campagna. In fondo tutti noi viviamo in una specie di cristianesimo che è stato pensato per il mondo rurale, è stabile, non sopporta le città, che dice è normale che la frequenza alla Messa nelle grandi città sia più bassa, che la funzione sociale del parroco in città è poco rilevante…  nei paesi il parroco è il parroco, la sua parola è rispettata, invece in città … e c’è una bellissima omelia di Bergoglio di quando era cardinale, che potete trovarla facilmente in rete, che si chiama “Dio nella città” in cui lui parte proprio da questa considerazione e dice: che buffa cosa! Perchè i casi sono due: o Dio è malvagio e dunque si trova e si incontra solo in campagna e non si trova e non si incontra in città, o siamo noi che non abbiamo capito qualcosa, anche considerando il fatto che sempre più la gente si urbanizza e anzi nel futuro le grandi città saranno degli agglomerati incredibili. Allora siccome Dio sta dove stanno gli uomini, è venuto ad abitare in mezzo a noi, cita proprio il prologo, è quindi venuto ad abitare in città, sarà che siamo noi che non lo vediamo in città, perché come potrebbe abbandonarci?

Io trovo che da questo punto di vista il cristianesimo ci metterà molto tempo a fare pace con le città, forse il giorno che ci farà pace sarà definitivamente inaugurata la Gerusalemme celeste, avremo finito il tempo.

Gesù entra nella città senza avere diffidenza, Gerico tra l’altro è una strana città, ha una lunga storia, per il popolo di Israele non è una città qualsiasi, è la prima città conquistata al ritorno dalla schiavitù, i cui muri sono stati fatti crollare e la città viene conquistata dal popolo ebraico, che era una sorta di banda di straccioni, che erano stati quarant’anni nel deserto, che non avevano armi, non avevano niente, e girando intorno alla città tre volte suonando il corno, le mura crollano e loro possono conquistare la città di Gerico, cioè è una città un po’ magica.

Anche il poveraccio che viene aiutato dal buon samaritano scendeva da Gerusalemme a Gerico, cioè andava in città, andava nella città degli uomini.

Gesù entra nella città, la tentazione è di abitare tutti a Gerusalemme, di non entrare mai in città, solo che Zaccheo per incontrare Gesù deve correre avanti, deve andare ancora più dentro la città.

E secondo me questo testo di Zaccheo ci mostra una cosa molto bella: in città non abita brava gente è vero, abita gente come Zaccheo, pubblicano e ricco, ma per incontrare Gesù bisogna passare per le città, non si può abitare solo la propria casa, con il sogno che la propria casa sia un’isola felice separata da tutto il resto del mondo, in aperta campagna, la nostra casa interiore deve avere dei vicini, deve far parte di un palazzo, deve essere in città.

e la stava attraversando quando un uomo di nome Zaccheo, capo dei pubblicani e ricco, cercava di vedere Gesù ma non gli riusciva a causa della folla perché era piccolo di statura,

Ciò che ci viene detto è che c’è una particolarità che è la stessa cosa che viene detta dopo nella parabola dei talenti, e cioè Zaccheo è uno specifico, non è un generico, ha un nome, è piccolo, poteva essere alto, la storia avrebbe avuto un altro svolgimento, poteva essere grasso e non salire sulla pianta perché era troppo grasso, cioè è uno specifico, è un particolare, non è tutto, non è uno qualsiasi, non è chiunque, è uno molto collocato ed è uno che traffica quello che è, è pubblicano e ricco ed è piccolo, dato che è piccolo deve salire su un albero, dato che è ricco regala i soldi, cioè quello che qui ci viene detto non è che è meglio essere ricchi e pubblicani, poveri, alti, bassi, ma quello che qui ci viene detto è che uno deve sapere cos’è, conoscere la propria particolarità e trafficarla, cosa che viene poi ripetuta subito dopo nella parabola dei talenti, devi sapere quanti ne hai e decidere cosa ci fai.

Per associazione pensavo, sono sempre delle associazioni un po’ strane, capisco, però pensavo alla canzone di De Andrè “Il giudice”, che della propria piccolezza fa uno strumento di condanna, ne fa una rabbia fondamentale per condannare chiunque.

Ognuno di noi è qualcosa nel bene e nel male, è ricco, è povero, è piccolo, è alto, è bello, è brutto, il problema è sapere della propria particolarità, cioè sapere di non essere tutto e nemmeno cercare di esserlo, ma sapere cosa si fa con la propria particolarità.

Lo traduco con un piccolo episodio: abbastanza recentemente ho parlato a lungo con alcuni amici che hanno un difficile momento nella loro storia familiare, nel loro matrimonio in particolare, e che si stanno molto accapigliando. Sono persone oneste, che si vogliono bene, intelligenti, che cercano di fare del loro meglio, ecc., e stanno litigando su delle cose che sono proprio le loro caratteristiche di fondo, su cui 15 anni dopo essersi sposati hanno capito fino in fondo che l’altro è fatto in quel modo, e che quello è un costo e questo succede in tutte le storie di vicinanza, nei matrimoni come nelle amicizie, cioè ci si mette molto tempo di affetti scambiati per capire che alcune cose dell’altro sono proprio così, su qualcuna dici pazienza, poi magari c’è quel punto su cui ti urti e questi mi dicevano: forse abbiamo fatto proprio un grande errore a sposarci; al di là del fatto che dire questa frase è sempre abbastanza brutto perché comunque ci sono 15 anni di storia, una delle cose che io gli dicevo è che il problema non è se hanno fatto un errore o no perché a questo punto è un po’ tardi per chiederselo, sono passati 15 anni, hanno dei figli, hanno una storia condivisa, forse sì, può essere, il problema è, adesso, con questa particolarità di ciascuno dei due che cosa ci volete fare? Perché questi 15 anni di storia hanno costruito delle realtà, nel senso che hanno costruito anche l’esasperazione di certe loro particolarità, forse se uno aveva un altro matrimonio cambiava in meglio o in peggio anche a seconda delle situazioni, ma voi siete oggi comunque il frutto di questa storia e non siete tutto, uno ad un certo punto deve rassegnarsi che il proprio non è un matrimonio perfetto, forse diventa il momento in cui uno si sposa davvero, in cui uno è molto grato e felice e smette di dire che forse non dovevamo sposarci nei momenti di difficoltà e dice: questa è la mia vita e non riesco ad immaginarmene un’altra e quindi questa è benedetta. Ma non per rassegnazione ma perché io sono qui, io abito qui, e posso pure dire in 5 minuti di nervoso: basta me ne vado e dopo però mi dico dove vado? davvero vorrei essere in un altro luogo? Riesco a pensare me stesso in un altro luogo? poi è chiaro bisogna decidere con quella particolarità, col non essere tutto, col non essere la perfezione che cosa faccio?

E Zaccheo decide di fare una cosa, di salire su un albero e restituire il proprio denaro.

Sono 100 mila le cose che poteva fare: da piangersi addosso perché sono piccolo e non riuscirò mai a vedere Gesù, una delle reazioni più comuni dell’universo, cioè esperimento che c’è una piccolezza in me di qualsiasi genere, a mi siedo per terra e comincio a dire, ecco non è giusto, perché proprio io? perché a me? ecc., ecc., da lì fino a miliardi di cose, poteva usare in mille modi la sua particolarità.

corse avanti e per riuscire a vederlo salì su un sicomoro perché doveva passare di lì

Zaccheo era piccolo, ma agile, correva ed era in grado di salire su un albero.

Quando dico uscire ed entrare dal proprio abitare presso sé stessi, intendo questa cosa e cioè una consapevolezza di quello che siamo, di qual è la nostra casa, di come è fatta, delle sue bellezze, dei suoi limiti, del suo essere com’è, e la decisione di cosa farci con quegli spazi, in questo modo: si può sempre uscire ed entrare dalla propria casa e lasciare uscire e lasciare entrare coloro che ci circondano.

Zaccheo la prima cosa che fa, dato che è piccolo, sale su un albero. È ragionevole, usa la sua piccolezza e cerca di vedere Gesù.

Perché doveva passare di là

L’abbiamo già detto tante volte questo verbo “doveva”, soprattutto in Giovanni, ma anche in Luca, quando dice ad es. doveva salire a Gerusalemme, ecc., è un verbo molto particolare perché indica sempre la decisione divina.

Ad esempio Giovanni, all’inizio del racconto della samaritana, dice che Gesù lasciò la Giudea per recarsi in Galilea e perciò “doveva” passare attraverso la Samaria. Quella non era la strada più breve, e allora perché il testo dice “doveva” fare proprio la strada più lunga? “Doveva” nel senso che c’era quell’appuntamento, quello che gli evangelisti ci dicono è che non è casuale, c’è un luogo, un tempo, uno spazio in cui la nostra particolarità incontra la decisione di Dio di venire ad abitare in mezzo, cioè la decisione di Dio di doverci aspettare ad un certo punto.

Tra l’altro Dio è uno molto testardo, perché se non lo notiamo la prima volta, si mette in un altro angolo, poi si mette in un altro angolo ancora, cioè si fa notare ad un certo punto, trova il modo di, perché Gesù doveva incontrarci, e quindi c’è questo appuntamento che Zaccheo non conosce, ma attenzione: ci è detto che Zaccheo sa di sé e traffica quello che ha, perché questa è in qualche modo la condizione previa, quella che garantisce la nostra libertà, non è l’essere buoni, l’essere disponibili … ma sapere di noi e trafficare quello che siamo, vivere fino in fondo noi stessi, questa è la condizione per cui Dio ci può aspettare da qualche parte.

Quando giunse sul luogo Gesù alzo lo sguardo

Questa è un’altra cosa su cui varrebbe la pena di fare una bella ricerca sui Vangeli, e sugli Atti in particolare, perché nei momenti clou, nei momenti in cui la narrazione diventa forte c’è qualcuno che alza lo sguardo: questa è una struttura antica, una questione antropologica, guardarsi sui propri piedi è una cosa, alzare gli occhi, alzare lo sguardo, guardare lontano è un’altra, guardare in su è un’altra cosa, dice di un’altra anima, di un’altra casa interiore, dice quello che Padri della Chiesa anche commentando questo testo parlano di makrothymia, la capacità di guardare in lontananza, inventano questa parola makrothymia, che è una bella parola, che viene tradotta in latino, riducendone il significato, con magnanimità, anima grande, perché la makrothymia è più che un’anima grande, la spiegano infatti così: la capacità del contadino di seminare, bagnare, coltivare, aspettare, senza nessuna assicurazione sul frutto che verrà, il contadino sa che se non semina è sicuro che non spunta niente, certo, quindi non ha scelta, deve seminare e deve fidarsi, deve guardare lontano, deve organizzarsi per aspettare il tempo, alzare lo sguardo e guardare lontano, considerando che non potrebbe spuntare nulla.

Gesù alza lo sguardo e vede Zaccheo.

È buffo perché nel nostro immaginario Dio sta in alto e l’uomo in basso, qui è il contrario, ancora una volta il rovesciamento cristologico è fortissimo, è l’uomo che sta in alto e Dio sta in basso, ed è Dio che deve guardare in su per trovare l’uomo e quando gli apostoli alla fine del Vangelo di Luca, all’inizio degli Atti, guardano in alto perché Gesù è salito al cielo, appare un angelo che gli dice: “perché cercate in cielo, cosa state a guardare in su”?

Alza lo sguardo e gli disse: “Zaccheo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua”.

Scendi! Che è la stessa operazione che Gesù ha fatto, è sceso dal cielo, fai come me scendi, non ti mettere in alto, mettiti dalla parte del basso perché così posso fermarmi a casa tua, vieni giù.

Vedendo ciò tutti mormoravano: “è entrato in casa di un peccatore”.

Ed ecco tutta l’ambiguità, lo sbilanciamento, il dentro e il fuori che entrano in gioco. L’accusa è: è entrato in casa di un peccatore, perché il dentro compromette, perché lo sbilanciamento di Gesù sbilancia tutti gli altri, perché l’ambiguità di entrare in una casa di uno che è conosciuto come un peccatore segnerebbe anche Gesù, e tutti dicono: ah, è entrato nella casa di un peccatore.

E poi è curioso perché si dice:

Zaccheo, alzatosi,

qui veramente c’è la possibilità che sia saltato un pezzo di testo, che il topo si sia mangiato tre righe, e si può supporre che fossero seduti a tavola, in altri racconti si dice stavano seduti a tavola e dunque alzatosi vuol dire alzarsi da tavola.

Comunque questo gioco è bello, Zaccheo scende per alzarsi, è bello perché è esattamente la paradossalità di quello che ci succede, perché siamo noi, siamo particolari, forse siamo piccoli, se traffichiamo rischiamo di sentirci bravi, perché appunto abbiamo trafficato, perché siamo riusciti persino ad arrampicarci su un albero e dunque a dire: vedi con i miei limiti ho fatto delle cose fantastiche, ed invece ci viene detto: scendi, datti una calmata e a quel punto possiamo alzarci.

La dinamica dell’alto e del basso è molto interessante in questo testo.

E Zaccheo disse al Signore: ecco, Signore, dò la meta di ciò che possiedo ai poveri e se ho rubato a qualcuno restituisco quattro volte tanto.

La dice lunga su quanto era diventato ricco. Se la metà di quello che ha lo regala ai poveri, e se con la restante metà da quattro volte tanto a ciascuno a cui aveva rubato, ma quanto aveva trafficato? Perché se ho rubato 10 e ho ancora 10 non posso dargli 40, per di più se ho rubato 10 e tengo soltanto la metà che fa 5 ancora meno posso dargli 40. Doveva aver rubato parecchio, aveva fatto proprio un bel lavoro fino di arricchimento e qui, appunto, quello che mi viene da dire è che vivere alla grande è anche sbagliare alla grande se serve.

Nell’Apocalisse, nella lettera alle sette chiese, e precisamente alla chiesa di Laodicea, proprio i tiepidi, sono trattati con molta durezza: “Ma poiché sei tiepido, non sei, cioè, né freddo, né caldo, sto per vomitarti dalla mia bocca” (Ap 3,16).

Trafficare la propria vita vuole necessariamente dire sbagliare, ma non c’è rischio troppo grande, non c’è rischio che non si possa prendere in questa logica.

Gesù gli rispose: “oggi in questa casa è venuta la salvezza, perché anche egli è figlio di Abramo. Il Figlio dell’uomo, infatti, è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto”.

Questi due versetti vengono letti sempre un po’ troppo velocemente perché ci si ferma molto su Zaccheo, ma di per sé se è vera l’inclusione di cui ho parlato all’inizio, il protagonista di questo brano non è Zaccheo, la questione non è quella moralistica di Zaccheo, che da peccatore si converte, la questione è come si fa ad entrare e uscire? Si fa come Zaccheo e va bene, perché? Perché oggi in questa casa è venuta la salvezza. E qual è la salvezza che è venuta in quella casa? Raramente, quando si sente un’omelia su questo testo, ci si chiede cosa vuol dire “oggi in questa casa è venuta la salvezza”. Cosa vuol dire? Perché di per sé l’unico motivo per cui questo brano è bello è capire questa frase.  Che cosa è successo in quella casa? Zaccheo non è ancora andato in paradiso, perché non è morto, quindi non può essere la salvezza dopo la morte. Qual è la salvezza che oggi è entrata in questa casa?! La risposta devota è Gesù è la salvezza. Bene, cioè? Che vuol dire questa cosa? Che salvezza è per Zaccheo? Perché è una salvezza?

Commento prima il versetto successivo poi torno su questa domanda. Il versetto successivo dice:

“Il Figlio dell’uomo infatti è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto”.

Nella nostra testa suona troppo il linguaggio ecclesiastico: le donne perdute, la pecorella smarrita, i peccatori cattivi, ecc., ecc., Gesù incontra i pubblicani e quindi non incontrerà mai noi che andiamo sempre in parrocchia e andiamo a Messa la domenica, non siamo mica la donna perduta o il pubblicano.

In molti dialetti c’è un proverbio per descrivere quando si cerca una cosa senza trovarla, si dice: “la casa nasconde, ma non perde”, che è vero, se siamo sicuri che una cosa è a casa prima o poi in genere salta fuori, magari dopo mesi, però prima o poi la troviamo, perché per strada le cose si perdono, qualcun altro le trova, si distruggono, se sono in casa prima o poi vengono fuori, le case nascondono ma non perdono.

Il Figlio dell’uomo è venuto a darci una casa che nasconde, ma non perde, che a volte mette le nostre vite in strane situazioni, che non le troviamo più, non sappiamo più dove esattamente sono, ma niente è perduto, assolutamente niente è perduto, tanto meno il nostro dolore e la nostra fatica, niente è perduto, perché questa grande casa che è di proprietà di Dio nasconde ma non perde.

La salvezza che è entrata nella casa di Zaccheo è la salvezza dal potere, per esempio, usare in un altro modo il suo denaro, non avere più dentro di sé il bisogno di accumularlo, poter restituirlo, non aver più bisogno di rubare, è la grande libertà di non essere più un proprietario, che come dicevo all’inizio offre soltanto vantaggi, quando la salvezza entra nella nostra casa, quando scopriamo che la casa nasconde ma non perde, facciamo l’esperienza che per esempio se ci si preoccupa meno si campa meglio, lo sappiamo tutti razionalmente, cioè che maggior leggerezza è un modo migliore di vivere per me e per gli altri: è una salvezza.

La salvezza che è entrata nella casa di Zaccheo, certo occasionata dall’incontro con Gesù, causata dal dono di Gesù, si realizza nell’azione di Zaccheo: metà di ciò che possiedo lo dò ai poveri e se ho rubato restituisco quattro volte tanto, Zaccheo non ha più la smania del possesso, è più libero, ha un bagaglio meno ingombrante.

La logica è fidarci che la nostra vita è una casa di proprietà di Dio, perché Dio è venuto ad abitare in mezzo a noi e dunque la nostra vita nasconde ma non perde, ci sono pezzi della nostra esistenza che a volte sono scuri e molto faticosi, in cui trafficare le nostre vite, le nostre relazioni, l’accettazione degli altri, la quotidianità, le preoccupazioni è un traffico faticoso, ma niente va perduto perché il Figlio dell’uomo è venuto a cercare ciò che era perduto, a rimettere in gioco, a rimettere in vista ciò che sembrava perso, e quindi possiamo perdere tutto, perché Dio farà così, Dio perderà la propria vita. Luca al capitolo 9, versetto 35 dirà: “chi perde la propria vita la troverà, chi cerca la propria vita la perderà”, la logica è questa, la logica è rovesciata, appunto non da proprietari, ma da coloro che possono entrare e uscire.

Ogni tanto ormai, parlando con alcune persone, capita di sentire che a causa di certe situazioni abitative sono come costrette a non poter lasciare la casa, non possono ad esempio partire, fare un viaggio, andare via per dei giorni, perché la casa vuota potrebbe essere preda dei ladri. E viene da dire: è bello avere una grande casa, una bella casa che però diventa una prigione? Che non consente più di andare via per cui magari bisogna trovare qualcuno che stia a far da guardia perché se no poi vengono i ladri?

È esattamente il contrario di Zaccheo: possiamo perdere, possiamo andare via, possiamo regalare, non siamo i proprietari e dunque c’è un entrare ed un uscire possibile che si moltiplica.

Fossano, 4 marzo 2017

(testo non rivisto dall’autore)

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