21 Gennaio 2017
Stella Morra

3. Dove l’inconscio vive

Commento a: Sal 27, (26)


Introduzione

Continuiamo il nostro percorso sul tema dell’Abitare intorno alla Scrittura. I primi due passi erano su testi narrativi, quindi abbastanza semplici. Il primo testo era quello della decisione di Davide di costruire un tempio, di dare una casa a Dio e ci ha aiutato a riflettere sull’ambiguità del termine “Abitare”, sull’idea di essere proprietario e sulla necessità di mantenere una dimensione affittuaria delle nostre case, sia quella esterne che quelle interiori, cioè di non lasciarsi prendere troppo dall’idea di possedere uno spazio che diventa un luogo di difesa.

Il secondo passo era il racconto di Elia e la vedova di Sarepta. In cui il tema di “abitare” appare sbilanciato: un abitare che accoglie un ospite perché si presenta come un uomo di Dio, ma sembra che porti solo disgrazie, il figlio muore e succedono altre cose. Alla fine una benedizione arriva, ma come tutte le benedizioni è sempre complicata: ha dentro degli aspetti buoni e degli aspetti cattivi. La Bibbia non funziona come nei film americani dove l’happy end è totale, non funziona così.

Questi primi due testi spero ci siano serviti per cominciare a introdurci all’idea che non è tutto così semplice come sembra, che c’è sempre un’ambiguità: ciò che ci protegge ci imprigiona, ciò che ci apre ci rende fragili e contemporaneamente ci rende raggiungibili. Il tema dell’abitare risente di questa ambiguità: è importante, necessario, utile, indispensabile al nostro esistere: avere una casa non solo materiale, ma una casa interiore. Contemporaneamente avere una casa è sempre un’operazione che può rivelarsi una prigione, un pericolo, un soffocamento e molti altri elementi negativi. In relazione a questo, il passo che volevo condividere con voi oggi è un salmo, il Salmo 26 (27). Sapete che i salmi hanno un problema di numerazione perché essendoci un salmo diviso in due nella versione ebraica, rispetto a quella greca, da un certo numero in poi, a seconda della numerazione che usi, sei un numero avanti o un numero indietro, quindi da un certo punto hai un doppio numero.

Il Salmo ci accompagna perché ci fa passare dai testi narrativi ai testi sapienziali. I salmi fanno parte del gruppo dei libri sapienziali, che si dice normalmente nati dall’incontro con la cultura greca, che aveva una filosofia elaborata. Quindi gli ebrei passano dalla storia narrativa (dal raccontare una favola) a fare considerazioni più “astratte”. Anche se questo non è del tutto vero, perché alcuni salmi sono più antichi dell’impatto con la cultura greca, però è vero che i libri sapienziali rappresentano la dimensione più teorica della riflessione. Hanno sempre dei riferimenti molto espliciti a cose successe: alla vita, a difficoltà, alla malattia, alla salute, però hanno anche un modo di parlare già più ricco di aggettivi, più teorico da un certo punto di vista.

In particolare il genere letterario dei Salmi ha un aspetto che colpisce sempre molto. I salmi come sapete sono nati per essere cantati; erano delle canzoni ma, non essendoci registratori all’epoca, ci sono pervenuti come testi. Con tutti i limiti di questo, nel senso che è come leggere i testi delle canzoni senza la musica: alcune sono comunque molto belle ma con la musica hanno un’altra pienezza. A questo si deve che alcuni salmi all’inizio hanno delle annotazioni. La prima, che hanno quasi tutti, è sull’autore, su quasi tutti c’è scritto “di Davide”, scritto dal re Davide che infatti è spesso rappresentato come un cantor. Ovviamente non li ha scritti tutti lui, forse non ne ha scritto nemmeno uno, ma sono attribuiti a lui esattamente per quell’episodio che abbiamo letto la prima volta, in cui si dice che Davide danza e canta davanti all’arca. In alcuni salmi, poi, ci sono delle altre annotazioni che in genere non capiamo bene a cosa si riferiscano, sono scritte in corsivo, sotto il titolo nella nostra Bibbia e non si leggono quando si recitano. Sono annotazioni di esecuzione musicale ma non sappiamo esattamente cosa volessero dire. Abbiamo ricostruito il nome di alcuni strumenti con quale il Salmo andava accompagnato e probabilmente corrispondono a annotazioni di esecuzione, come per noi “andante”, “allegretto”, ”adagio”.

I Salmi hanno una grande modernità nel tenere insieme l’interiorità e l’esteriorità o la soggettività e le cose. Sono un po’ “novecenteschi”, come un flusso di coscienza interiore, spesso raccontano “come uno si sente” non “cosa è successo”, fino al punto che certe volte ti fanno venire la curiosità di sapere cosa è successo perché quello si senta così! Dall’altra parte spesso i Salmi hanno un dato “pubblico”, rimandano a un luogo, per esempio i salmi delle ascensioni che venivano cantati nelle celebrazioni liturgiche per salire al tempio insieme. Era un modo per identificarsi, esattamente come noi che nella liturgia, per fare tutti la stessa azione e ragionare tutti sulla stessa cosa, cantando lo stesso tema.

Questi due aspetti: il dialogo interiore (l’autoriflessione, il flusso di coscienza, il dire “come mi sento”) e l’aspetto più “pubblico” sono uniti da una cosa che invece non è affatto novecentesca: l’invocazione. Per noi la questione interiore, la domanda, il desiderio, la fatica, la gioia interiore e il mondo pubblico sono in genere uniti da un esercizio di narcisismo, cioè a seconda di come io mi sento, io pretendo, io affermo cerco di convincere. Questo sta diventando addirittura un regime politico, un modo di governare la cosa pubblica in cui i sentimenti, la frustrazione, la delusione, il flusso di coscienza individuale, viene affermato come un criterio: da questo punto di vista il discorso del presidente Trump, dopo il suo giuramento, è stato esemplare. Il narcisismo tiene insieme pubblico e privato.

Nel Salmo quello che tiene insieme pubblico e privato è invece la struttura dell’invocazione. L’incontro tra pubblico e privato si fa domanda, diventa attesa, richiesta, espressione di un desiderio, perché ciò che è desiderato trovi una strada nella realtà, trovi giustizia. I Salmi sono pieni di “Fammi giustizia, o Dio”, non che il salmista si aspettasse che Dio aprisse le tende del cielo e venisse giù, non era quello. “Fammi giustizia” è “fai in modo che la giustizia si realizzi” e dunque anche “faccio in modo che la giustizia si realizzi”. L’invocazione ha sempre questo aspetto e che la tradizione cristiana ha integrato nell’idea dei sacramenti. Poniamo il nostro desiderio fuori di noi, in un movimento non narcisistico, perché il nostro desiderio raccolto dagli altri, da me e da Dio, possa diventare realtà, diventi il luogo dove tutti ci ritroviamo. Se voi sapeste il mio desiderio, se io ponessi il mio desiderio nelle vostre mani, io sono assolutamente convinta che vi dareste molto da fare perché quello che io desidero si realizzi.

Questo movimento fondamentale, da un punto di vista di struttura antropologica, si chiama invocazione e nella Scrittura, a causa dell’Alleanza, è sempre un’invocazione a Dio. Non vuol dire che uno sta lì, si siede e aspetta, ma vuol dire che pone questo movimento strutturale di uscita da sé, lo pone in pubblico, riconoscendo la signoria di Dio sulla storia, affidandolo a Lui perché Lui muova i cuori degli altri, ad esempio faccia capire agli altri cosa possono fare.

Questo movimento fondamentale per noi è diventato difficilissimo. Culturalmente chiedere è sempre molto difficile. Affidare il proprio desiderio ad altri è complicato perché ci rende dipendenti: è meglio “non farcela” da soli perché non devo essere grato a nessuno, non ho da restituire, perché la diffidenza, anche verso coloro che ci portano doni, è molto forte. Tutto questo per dire come funzionano i Salmi, una spiegazione antropologica, il salmo funziona così, la sua struttura è l‘invocazione e in questo tiene insieme un “come mi sento” che non è però narcisistico ma è un movimento interiore, il desiderio profondo, rielaborato, e il “momento pubblico”, la memoria della storia che è stata, il desiderio per la storia che sarà, la condivisione con altri. Ed è chiaro che sono arrivati sino a noi quei salmi che toccano delle questioni che riguardano tutti, in cui ci si può riconoscere. Dopo tremila anni restano quei salmi che ci dicono qualcosa di strutturale dei nostri desideri.

Non è dunque un caso che il tema dell’Abitare sia molto diffuso nei Salmi. È chiaro, nei Salmi si passa molto dalla casa come realtà materiale (la casa della vedova di Sarepta, la costruzione di un tempio materiale), alla casa come: casa interiore, come immagine, come simbolica della casa e di ciò che la casa significa. Tema questo molto caro alla storia dell’Atrio dei Gentili che fin dalle sue origini ha ragionato sull’avere una casa interiore, sull’avere una casa ingombra o libera interiormente, eccetera. Perché è chiaro che è un tema molto profondo: avere una casa interiore significa avere un luogo dove l’inconscio vive cioè dove i vari pezzi di noi moderni, così plurali, trovano una sistemazione adeguata. Ogni pezzo sta dove dovrebbe stare, c’è posto per tutti i pezzi di me, non ho bisogno di buttare via niente: c’è un posto per la mia gioia, per il mio dolore, per la mia forza, per la mia debolezza. Ci piacerebbe che nelle relazioni fosse riconosciuto che la nostra casa ha molte stanze dunque che io fossi amata non solo per la mia forza ma anche per la mia debolezza, non solo per la mia allegria ma anche per il mio dolore, non solo per le stanze appena ridipinte ma anche per quelle un po’ incasinate e così via. Questo è anche un po’ il senso del titolo “dove l’inconscio vive”, qui non è tanto una faccenda tecnicamente psichica ma si tratta di guardare alla casa e la casa esteriore è la visibilizzazione del luogo dove sto a mio agio, “in pantofole”, dove la mia anima non ha bisogno di maschere. Dove posso in qualche modo essere me e nessuno mi può cacciare perché quella è casa mia: se qualcuno non è d’accordo vada a casa sua! Cioè dove ho un luogo che mi accoglie e raccoglie.

Il Salmo 26 è molto conosciuto perché si usa nella liturgia funebre, ed alcuni suoi versetti li abbiamo trasformati in canti e ancora di più ci stanno nelle orecchie, ma forse ascoltato tutto intero ha un altro suono.

Il testo: Salmo 26 (27)

1Il Signore è mia luce e mia salvezza:

di chi avrò timore?

Il Signore è difesa della mia vita:

di chi avrò paura?

2Quando mi assalgono i malvagi

per divorarmi la carne,

sono essi, avversari e nemici,

a inciampare e cadere.

3Se contro di me si accampa un esercito,

il mio cuore non teme;

se contro di me si scatena una guerra,

anche allora ho fiducia.

4Una cosa ho chiesto al Signore,

questa sola io cerco:

abitare nella casa del Signore

tutti i giorni della mia vita,

per contemplare la bellezza del Signore

e ammirare il suo santuario.

5Nella sua dimora mi offre riparo

nel giorno della sventura.

Mi nasconde nel segreto della sua tenda,

sopra una roccia mi innalza.

6E ora rialzo la testa

sui nemici che mi circondano.

Immolerò nella sua tenda sacrifici di vittoria,

inni di gioia canterò al Signore.

7Ascolta, Signore, la mia voce.

Io grido: abbi pietà di me, rispondimi!

8Il mio cuore ripete il tuo invito:

«Cercate il mio volto!».

Il tuo volto, Signore, io cerco.

9Non nascondermi il tuo volto,

non respingere con ira il tuo servo.

Sei tu il mio aiuto, non lasciarmi,

non abbandonarmi, Dio della mia salvezza.

10Mio padre e mia madre mi hanno abbandonato,

ma il Signore mi ha raccolto.

11Mostrami, Signore, la tua via,

guidami sul retto cammino,

perché mi tendono insidie.

12Non gettarmi in preda ai miei avversari.

Contro di me si sono alzàti falsi testimoni

che soffiano violenza.

13Sono certo di contemplare la bontà del Signore

nella terra dei viventi.

14Spera nel Signore, sii forte,

si rinsaldi il tuo cuore e spera nel Signore.

Questo è il Salmo nella sua interezza. Sicuramente molti versetti vi hanno immediatamente evocato altre cose perché i Salmi nella storia di Israele (e ancora di più nella storia cristiana) sono sempre stati riutilizzati e ci sono immagini che si sovrappongono, che sono degli stilemi comuni. Nei Salmi succede come nelle canzoni dove alcune rime vengono ripetute: ad esempio l’immagine della roccia che compare in moltissimi Salmi.

Questo Salmo pone agli studiosi molti problemi di conservazione del testo cioè abbiamo manoscritti molto diversi gli uni dagli altri, non per un aggettivo, ma radicalmente, tanto che ci sono alcuni punti su cui gli esegeti si contraddicono reciprocamente. Io uso il testo ufficiale della Cei adottato nel 2008, ma vi farò notare un paio di questioni interessanti.

Il Salmo parte in modo molto sicuro:

1Il Signore è mia luce e mia salvezza:

di chi avrò timore?

Il Signore è difesa della mia vita:

di chi avrò paura?

E così tutta la prima parte “abitare nella casa del Signore“, “mi nasconde nel segreto“, “immolerò sacrifici di vittoria“, “inni di gioia“, sembra proprio di quando la gente dice: “La fede significa non avere dubbi”. È un partire in quarta, ma c’è un piccolo particolare, il versetto 7 dice:

7Ascolta, Signore, la mia voce.

Io grido: abbi pietà di me, rispondimi!

Quindi se deve ancora ascoltarti, tutto quello che ha detto prima non è ancora successo, c’è un problema! C’è una parte molto più problematica, molto più ambigua:

Il mio cuore ripete il tuo invito:

«Cercate il mio volto!».

…non respingere con ira il tuo servo.

C’è una specie di contrattazione, poi ai versetti 13-14, che sono quelli per cui questo salmo è incluso nella liturgia dei defunti, dice:

13Sono certo di contemplare la bontà del Signore

nella terra dei viventi.

14Spera nel Signore, sii forte,

si rinsaldi il tuo cuore e spera nel Signore.

Allora abbiamo capito: si è partiti in quarta, in realtà non era proprio così splendente, poi c’è una professione di fede ragionevole, che potremmo fare anche noi:

13Sono certo di contemplare la bontà del Signore

nella terra dei viventi.

Io ci conterei, spero di arrivare a una terra dei viventi:

14Spera nel Signore, sii forte,

si rinsaldi il tuo cuore e spera nel Signore.

Questi due versetti infatti, per me sono i più belli del Salmo: lo rigirano e diventa nostro, diventa comprensibile, reale; non una battaglia contro i cattivi, ma la capacità di dire a se stessi: “c’è una terra dei viventi“, lo riprendiamo dopo.

Per dirla in termini contemporanei, il Salmo esprime un processo: quando uno si incavola le prime parole sono forti, decise, fin troppo decise, poi uno comincia a ragionare, capisce un po’ più di sfumature e poi alla fine tira fuori il livello che non è più la sparata, ma è: “Ok, va bene, adesso mi sono sfogato, abbiate pazienza, ho ragionato un po’ e questo è il nucleo buono”. Non tenete il tono arrabbiato, ma quello ragionevole della fine. Come spesso succede nella Scrittura bisogna imparare a leggerla un po’ al contrario. Una delle cose che spesso dico è: “il quarto comandamento dice onora il padre e la madre”, non prescrive di amare ma di onorare e se lo prescrive è perché non viene spontaneo. Le prescrizioni o le affermazioni non indicano quella realtà ma indicano esattamente il suo contrario. Qui si dice “Di chi avrò timore? Di chi avrò paura?” che è esattamente dire: “Ho una paura che me la faccio addosso”. Il punto di partenza vero del Salmo è questo “C’è qualcosa da temere”, ma vediamo cosa.

Lo abbiamo già detto tante volte: la paura ha uno strano meccanismo, anticipa ciò che non c’è. Nelle difficoltà si può provare fatica, dolore e altri sentimenti ma quando sei in ballo, balli. È prima e a volte dopo, che hai paura. Perché la paura è uno spostamento nel tempo, riguarda il tempo, non la realtà. Il Salmo ci dice “È vero, la paura è un’operazione del tempo, cioè sui fantasmi, però esiste!”. Ci dice che anche la fatica che ci è data dall’anticipare quello che non c’è, è una fatica reale. Per questo abbiamo bisogno di una casa dove riposarci, dove non aver paura.

Il secondo versetto dice:
2Quando mi assalgono i malvagi
per divorarmi la carne,

sono essi, avversari e nemici,

a inciampare e cadere.

3Se contro di me si accampa un esercito,

il mio cuore non teme;

se contro di me si scatena una guerra,

anche allora ho fiducia.

Di cosa c’è da aver paura? Del contrario di quello che abbiamo letto in Elia. Non tutti gli ospiti sono Elia, non tutti dicono “Dammi da mangiare” e la farina e l’olio si moltiplicano, poi muore il figlio e lui lo resuscita. Ci sono ospiti che sono avversari, nemici, malvagi, che mi portano via l’ultima farina che ho, che sarebbero contenti di vedermi morto. Non tutti gli ospiti sono Elia ed è il grande segnale: se la casa è ospitale ma l’ospite non è Elia a volte è una perdita secca. Bisogna saperlo e dirselo perché se no succede che io faccio poesia sull’essere aperto agli altri, poi la prima esperienza, il primo ospite che non è Elia, mi prendo una bella fregatura e dico: “È giusto essere aperti agli altri, ma solo se se lo meritano!”. Ma il problema è: o sei aperto agli altri o non lo sei.

Questo è il grande punto di partenza del Salmo, ha un altro suono se letto così: “C’è di che aver paura perché gli eserciti, i nemici, i malvagi ci sono”. Vedremo dopo che quando arriva nel profondo del dubbio il salmista aggiungerà una questione ancora più grossa e dirà: “mio padre e mia madre mi hanno abbandonato” non solo gli eserciti, i malvagi, ma lo riprendiamo dopo.

“Sono essi, avversari e nemici a inciampare e cadere”.

Il sogno dei buoni è che i cattivi si distruggano con le loro mani. Il salmista deve dirci che “c’è di che aver paura, che non è sempre vero e non è sempre visibile che chi è malvagio cade, che chi vince ne ha un danno, a volte chi vince ne ha un gran guadagno”. Da questo punto di vista i Salmi sono una grande scuola di salute mentale: bisogna sapere che le cose non necessariamente funzionano come io penso che sarebbe giusto che funzionassero, perché la delusione non diventi il nostro padrone e il nostro criterio di vita. È interessante perché i dati che lui offre sono totalmente interiori “se contro di me si accampa un esercito” è un’immagine molto potente “il mio cuore non teme” verrebbe da dire: “il tuo cuore interiormente non teme… ma l’esercito vince!”. “Se contro di me si scatena una guerra anche allora ho fiducia”. I dati sono interiori, se letto un po’ al contrario dice: “Può capitare di perdere, é legittimo avere paura”.

E allora arriva:
4Una cosa ho chiesto al Signore,

questa sola io cerco

È questo il movimento dell‘invocazione: sapere che si può perdere, che le cose possono essere ingiuste e la storia può non darci ragione, anche se l’abbiamo, anche se abbiamo fatto del nostro meglio. Sapere questo può farci diventare cinici oppure può farci diventare gente che invoca. Il movimento corretto è quello dell’invocazione: del mettere in giro il proprio desiderio, perché questo desiderio posto nelle mani di Dio e dei fratelli é il motore che muove la storia.

E che cosa ha chiesto il salmista?

abitare nella casa del Signore

tutti i giorni della mia vita,

per contemplare la bellezza del Signore

e ammirare il suo santuario.

5Nella sua dimora mi offre riparo

nel giorno della sventura.

Mi nasconde nel segreto della sua tenda,

sopra una roccia mi innalza.

È pieno di parole che richiamano: casa, santuario, tenda, la roccia. La parola “roccia” è una parola molto importante nella scrittura, trasmigrerà nel Vangelo “l’uomo che costruisce la sua casa sulla roccia“. Gesù parla di sé come la roccia e la pietra d’inciampo. Sono un gruppo di immagini che stanno spesso insieme, che indicano tutte più o meno la stessa questione. Da cui è nata una prassi cristiana molto antica, durata fino a prima degli Stati moderni, l’idea che la Chiesa in quanto casa di Dio fosse terreno neutro, terra di nessuno. In tutto il Medioevo e nel periodo feudale rifugiarsi in chiesa voleva dire non poter essere arrestati. Le paci e le guerre degli imperatori si discutevano nei monasteri perché tutti lasciavano in portineria le armi ed entravano nello spazio di Dio come spazio neutro. Ci deve essere da qualche parte un luogo di protezione, di sacralità, di neutralità.

Noi non siamo più così “pubblici” e concreti come le generazioni credenti medioevali e dunque di questo abbiamo fatto un’interiorità: la sacralità della coscienza che nessuno deve poter violare, nemmeno il giudizio della Chiesa. Che è esattamente una casa interiore, una tenda, un santuario, la roccia. Su cosa costruiamo la nostra vita? Sulla nostra coscienza. È proprio questo spazio, uno spazio di “neutralità” che non vuol dire indifferenza ma dove le diverse istanze possono incontrarsi, dialogare, parlarsi, dove c’è il tempo di confrontare. Questi versetti sono una delle croci dei traduttori e degli esegeti, c’è tutta una serie di dibattiti che vi risparmio, rimane il dato: c’è un luogo che noi chiediamo di poter abitare, di essere ospitati. Dobbiamo chiedere agli altri di poter ospitare noi stessi. Spesso si dice “Come stanno insieme l’amore di sé e l’amore del prossimo?”. È una domanda molto moderna. La rinuncia di sé è legittima, ma fino a che punto? Se poi a forza di rinunciare divento nevrotico e alla fine non aiuto ma infliggo.

Qui c’è un criterio molto grosso: dobbiamo chiedere agli altri di poter diventare il santuario di noi stessi. È dentro le relazioni e non fuori da esse che riceviamo di poter ospitare noi e di avere una casa interiore. Rimane una casa in cui il dentro e il fuori continuano a entrare e uscire, non è una fortezza, perché dobbiamo continuamente chiedere, se non altro con gli occhi, cioè guardare gli altri, perché la nostra casa trovi la sua forma.

L’ultimo versetto di questa parte sulla casa dice:

6E ora rialzo la testa

sui nemici che mi circondano.

Immolerò nella sua tenda sacrifici di vittoria,

inni di gioia canterò al Signore.

“Rialzo la testa” introduce la seconda parte che usa un altro gruppo simbolico, passa dalla casa al volto e ancora una volta è modernissimo: dalle cose alle persone, dall’esterno all’interno, al soggetto che abita quella casa, il padrone di quella casa. Per poter incontrare quel soggetto che è il volto di Dio, bisogna rialzare la testa, essere un soggetto. Traduco: noi dobbiamo chiedere agli altri la possibilità di ospitare noi stessi ma gli altri chiedono a noi di poter ospitare loro stessi, anche se non lo sanno. Se noi non rialziamo la testa, non lo sapremo mai e il più grande regalo che si fa a un altro è aiutarlo ad abitare se stesso.

E qui vi dicevo incomincia la seconda parte del Salmo:

7Ascolta, Signore, la mia voce.

Io grido: abbi pietà di me, rispondimi!

È la parte che va verso il realismo: passare dalle cose alle persone implica riconoscere la fatica di questo passaggio. Non è difficile solo per i nemici abitare la propria casa, è difficile anche per chi ci prova, è una battaglia. La battaglia non è più all’esterno: la battaglia è tra il salmista e se stesso e tra il salmista e il suo Dio.

8Il mio cuore ripete il tuo invito:

«Cercate il mio volto!».

Il tuo volto, Signore, io cerco.

Questo versetto è un disastro, ma il fatto che sia un disastro esegetico è meraviglioso dal punto di vista del contenuto. “Cercate il mio volto!” è la versione Cei 2008, la precedente dice “il suo volto” perché c’è veramente un pasticcio sui pronomi, sia tra le versioni e sia nelle singole versioni, proprio non si capisce chi dice cosa e a chi. C’è una storia di congetture su chi dice “Di te dice il mio cuore: «Cercate il suo volto»“, che è la forma precedente che si usava in italiano, ed è di più facile comprensione però tutta inventata rispetto al testo, nel testo non c’è.

La forma attuale cerca di essere più rispettosa del testo ma i pronomi non quadrano. Può darsi benissimo che storicamente ci sia stato un problema in fase di copiatura, i motivi possono essere i più banali del mondo, ma l’esito che ne viene fuori, almeno nella lettura che ne stiamo facendo, è molto interessante perché i pronomi si confondono. Perché l’interlocutore che è Dio, il vero padrone di casa, colui che mi consente di avere una casa, bisogna che si faccia vedere, ma il volto di Dio non si può vedere. La Scrittura su questo è molto chiara, soprattutto nell’AT: chi vede Dio in faccia muore. Mosè ne ricava due corni luminosi dall’avere visto Dio, Elia lo vede di spalle e così via.

Noi cristiani pensiamo che Dio si veda in Gesù, davanti al quale ci si può e ci si deve chiedere, come lui fa davanti ai discepoli: “Chi dite che io sia? La gente chi dice che io sia?“… “ma non è costui il figlio di Giuseppe, il falegname?“. Le persone sono un mistero e il nostro Dio lo è due volte perché si ri-vela, e ri-velarsi é velarsi due volte, diverso da svelarsi. Noi siamo abituati a dire “Dio si rivela” per dire “Dio si mostra” ma Dio non si mostra affatto. “Il mistero nascosto nei secoli in Dio, si è nascosto nel corpo di un bambino” l’abbiamo celebrato a Natale. È solo per convinzione noi diciamo “è il figlio di Dio”. Chiamiamo Epifania “la festa della manifestazione” perché i Magi fanno un atto di fede. Diciamo che l’Eucaristia è un pane che è il corpo di Cristo come a dire: quella cosa lì che vedi, che non assomiglia al pane nemmeno da lontano, sarebbe un pane (già devi fare un primo atto di fede) e quel pane lì è il corpo di Cristo (e devi fare un secondo atto di fede).

La dinamica è un po’ più complessa e mi sembra che questo versetto e la sua confusione dicano che per tutta la vita non facciamo altro che cercare di costruire la nostra casa, se siamo credenti sapendo che è la casa di Dio, non la mia, che siamo affittuari. Però è la mia, perché non posso far altro che costruirla come mia, la mia casa interiore, e che questa casa si costruisce sull’invocazione, cioè in dipendenza dagli altri, ma contemporaneamente l’appello è a trovare il Volto, il mio e quello di Dio.

Tutti i pronomi si mescolano quando diciamo “il tuo volto Signore io cerco” dovremmo essere consapevoli che, se Dio ci ha creati a sua immagine e somiglianza, quello che stiamo dicendo è: “Il mio volto Signore io cerco in Te e nei volti che mi circondano e i volti che mi circondano cercano il loro volto in Te attraverso di me”. C’è una riga del “Fedro” di Platone che dice: “Il discorso che attraverso la mia bocca, ammaliata da te, tu hai pronunciato», anche lì è un gioco di pronomi che vien da dire: “Come funziona?”. Funziona che la parola, anche quando io parlo e voi ascoltate, come adesso, è sempre a doppia direzione, se non altro le vostre facce dicono delle cose.

9Non nascondermi il tuo volto,

non respingere con ira il tuo servo.

Sei tu il mio aiuto, non lasciarmi,

non abbandonarmi, Dio della mia salvezza.

Una bella storia degli hassidim, gli ebrei seguaci di Ba’al Shem Tov, dice che dei bambini giocavano a nascondino in un cortile. Ad un certo punto un bambino si nasconde e quegli altri però decidono di cambiare gioco e se ne vanno da un’altra parte. Lui resta nascosto per un po’, poi viene fuori e scopre che gli altri suoi compagni non ci sono più. Allora molto triste va dal nonno in lacrime e gli dice: “Nonno, io mi sono nascosto, ma loro non mi hanno cercato” e il nonno, saggio rabbi ebreo, gli risponde: “Vedi, hai fatto l’esperienza di ciò che è successo a Dio, lui si nasconde ma noi non lo cerchiamo”. Anche qui c’è un gioco di nascondimento.

Al versetto 10 si raggiunge l’apice di questa faccenda:

10Mio padre e mia madre mi hanno abbandonato,

ma il Signore mi ha raccolto.

Non sono più gli eserciti, i nemici che si accampano fuori di me, ma mio padre e mia madre mi hanno abbandonato. Anche Gesù userà questa metafora: “Anche se una madre abbandonasse suo figlio” (Isaia). Nella Scrittura si usa spesso, in una cultura in cui il clan familiare era decisivo, senza un clan familiare si moriva, non c’erano alternative. Noi forse avremmo scritto: “Anche i miei amici più cari mi hanno abbandonato”, perché abbiamo un altro senso della famiglia, ma qui si vuol dire che non sono più i lontani, i nemici, quelli che non mi capiscono, non mi condividono, che mi fanno paura. Mi fanno paura quelli da cui dovrei aspettarmi accoglienza, protezione.

ma il Signore mi ha raccolto.

La fatica di essere umani e di trovare una casa è una fatica immane e l’unica casa su cui possiamo davvero contare è quella che costruisce il Signore. Ad esempio, varrebbe la pena leggere “Laudato si’”, l’enciclica di papa Francesco sull’ecologia, perché in questa chiave dovremmo leggere la prima parte: il mondo è la casa che Dio ci ha dato. Non è solo un pensiero poetico: l’intero mondo è il luogo dove il Signore ci raccoglie. Lo ha già fatto: il Signore mi ha raccolto. Anche qui bisogna leggerlo bene: non è un’aspirazione sul futuro, il Signore ci ha dato un luogo dove stare. Il luogo dove non sei stato abbandonato è il mondo e l’abbiamo reso un luogo estremamente inospitale, per motivi ecologici ma non solo. Quello che sto cercando di dire è che questa non è una riflessione pia, devota, è una riflessione molto reale. Quando si dice: Il Signore mi ha raccolto, il Signore mi ha dato una casa, ma l’ha già fatto.

Quello che apre poi ai versetti finali è:

11Mostrami, Signore, la tua via,

guidami sul retto cammino,

perché mi tendono insidie.

Strano per uno che cercava una casa che si concluda con la strada. Mi viene in mente una vecchia canzone di Gaber che dice “perché la storia non passa per le case, c’è solo la strada su cui puoi contare”. È interessante: le case servono per poter fare strada e per questo bisogna averne molte, non una sola. Per questo la casa di Dio ci dà, è il mondo intero e papa Francesco parla di “Chiesa in uscita”, perché il problema non è rifugiarsi nella Chiesa come nel Medioevo, ma fare della strada una Chiesa, un luogo dove sia possibile vivere. È diverso!

E poi c’è la conclusione:
13Sono certo di contemplare la bontà del Signore

nella terra dei viventi.

14Spera nel Signore, sii forte,

si rinsaldi il tuo cuore e spera nel Signore.

Su questo potrei parlare per ore ma ve lo risparmio, uso invece una citazione, che è tratta da un’omelia che uno dei professori della Gregoriana, Jean-Pierre Sonnet, ha fatto per la messa in memoria di un altro professore che si chiamava Michael Paul Gallagher. Un uomo molto particolare: irlandese, professore di teologia e di letteratura irlandese, anzi come diceva lui “professore di letteratura irlandese e saltuariamente di teologia”. Sonnet ricorda l’amico e collega in modo bellissimo, perché riesce a ricordarlo commentando la Parola di Dio, non facendone due cose separate, né parlando solo del morto. E conclude l’omelia così: “Di sicuro le frasi del salmo che abbiamo appena sentito in cui l’esperienza di Isaia e quella dei due ciechi del Vangelo, l’esperienza del venire alla luce, si esprime in prima persona:

Il Signore è mia luce e mia salvezza: di chi avrò timore?

Il Signore è difesa della mia vita: di chi avrò paura?

Sono certo di contemplare la bontà del Signore nella terra dei viventi.

La terra dei viventi, Michael Paul l’ha anticipata intorno a sé: nella sua fede in Cristo risorto, nel suo modo di creare intorno a sé uno spazio di libertà e di bontà, di ascolto e di fiducia. Ci ha aiutati ad essere dei viventi in Cristo. Ora che ha raggiunto in Dio la terra dei viventi per sempre, che deve essere un frutteto, come ha annunciato Isaia nella prima lettura, ma anche verde come la sua Irlanda, Michael Paul continua a invitarci alla vita con queste parole, per esempio, che mi ha scritto poco prima della sua morte: “Sono qui a imparare un lasciare andare che può portarmi nelle braccia di colui che mi ha fatto: un andare dove la partenza diventa arrivo”.

Mi piace molto questa citazione perché quando leggiamo nei funerali: “Sono certo di contemplare la bontà del Signore nella terra dei viventi” pensiamo al Paradiso, rassegnati che questa sia una terra di morte, ma questa è una casa di vita. È la casa che il Signore ci ha dato per vivere e il problema è allargare intorno a noi la terra dei viventi per essere certi di poter contemplare la bontà del Signore.

E Sonnet dice di quest’uomo: “Ha allargato intorno a sé la terra dei viventi”. Come se ognuno di noi nel proprio battesimo, avesse sotto i propri piedi un pezzettino di Paradiso, avesse dentro una casa che è un pezzettino di Paradiso. E il nostro compito è allargare questo spazio in modo che altri possano entrarci, che altri si sentano introdotti nella terra dei viventi e possano contemplare la bontà del Signore. E come ha fatto questo? Creando intorno a sé uno spazio di libertà e di bontà, di ascolto e di fiducia, niente di così straordinario, gesti di tutti i giorni, molto straordinari però. Allargare lo spazio della bontà intorno a sé significa allargare la terra dei viventi, per invitare tutti alla vita, invitarci ad essere dei viventi. Mi sembra che la conclusione di questo Salmo ci dica con quale criterio si può abitare l’ambiguità di una casa. Non da proprietari vuole anche dire comprendendo che la casa non è dentro e che la casa non è l’accumulo ma che è allargare la terra dei viventi. Perché c’è un solo modo per essere certi di abitare la terra dei viventi: abitarla!

Fossano, 21 gennaio 2017

(testo non rivisto dall’autore)

Anno pastorale: 2016/2017

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