13 Maggio 2017
Stella Morra

7. Una nuova terra e un nuovo cielo

Commento a: Ap 21, 1-27


Siamo al punto di arrivo che conclude il percorso sul tema dell’abitare.

I primi tre testi – tutti tratti dall’AT – sono stati dedicati alla struttura fenomenologica e antropologica (cioè “come funzionano gli essere umani”) dell’abitare, gli altri tre – presi dal NT – presentano il sovrappiù cristologico. Quest’ultimo testo comprende l’intero cap. 21 dell’Apocalisse; non so se riesco a commentarlo tutto, ma mi sembra importante almeno leggerlo nella sua interezza.

L’Apocalisse e il suo genere letterario

Il libro dell’Apocalisse gode di una strana fama. Nel linguaggio comune l’apocalisse indica la fine del mondo, in realtà il termine significa semplicemente “rivelazione”; il genere letterario del testo, per la sua particolarità, viene definito “apocalittico” prendendo a prestito proprio il titolo del libro di cui stiamo parlando. Si tratta di un genere letterario relativamente diffuso nei secoli che immediatamente precedono e seguono l’inizio dell’era cristiana; è estremamente difficile da comprendere per noi in quanto oggi diamo un peso diverso alle parole e viviamo in una società che ha spostato tutto il carico simbolico dalle parole alle immagini. Le parole per noi servono a definire, è invece il visivo che stimola l’immaginazione.

La cultura dell’epoca era invece caratterizzata dall’assenza di immagini sia per motivi tecnici legati alla difficoltà di rappresentazione sia per motivi ideologico-religiosi legati al divieto di ogni rappresentazione umana per Ebrei e Musulmani. Anche per i Cristiani la possibilità di rappresentare il divino in immagini fu tale solo a partire dal 6° sec. d. C. dopo che il II Concilio di Nicea, a conclusione di una “guerra” iconoclasta durata secoli, stabilì la legittimità delle immagini.

Dal momento che per noi è il visivo che apre all’immaginazione, dovremmo considerare Apocalisse come se fosse un film, non un libro. Di fronte a un libro subito ci scatta la tentazione del “capire”, così di fronte alle immagini di “sette angeli, con sette lampade, sette corone…” siamo tentati di decodificare il significato dei singoli elementi: il numero sette, gli angeli, le corone, ecc. Certo, in Apocalisse i numeri hanno un loro senso, ma all’interno di una cosmogonia che non ha più nessun rapporto con noi. Noi cioè non disponiamo più dell’alfabeto minimo per cogliere la ricchezza e la portata di questa simbologia. Inoltre Apocalisse viene scritta in un mondo prescientifico, che si nutriva per esempio di descrizioni di luoghi altri, popolati da bestie immaginarie, che nessuno aveva visto. In quel mondo la simbolica svolgeva la stessa funzione che ha nel nostro, però a partire da un testo scritto.

In realtà il problema non è tanto scoprire il significato dei singoli elementi, su cui peraltro potete leggere biblioteche intere, ma, come dicevo, riconoscere nel libro dell’Apocalisse la struttura cinematografica. In un film quando vediamo la porta che cigola nel buio, il protagonista che impallidisce, mentre in sottofondo la musica aumenta la tensione, non ci chiediamo perché o cosa significa, semplicemente proviamo paura. Il libro dell’Apocalisse andrebbe letto così. Cercando cioè di “cascarci dentro” senza spezzare troppo il ritmo, di sentire la narrazione prima ancora che di capire. È una narrazione simbolica che, con buona pace dei calcoli dei Testimoni di Geova, non dice un bel niente su quello che succederà “alla fine del mondo”, ma dice cosa succede “da adesso alla fine del mondo” (“adesso” è quando scrive l’autore ma anche quando uno lo legge). Ci dice “cosa” accade in questo tempo, non “come” finirà. Per i Cristiani è chiaro: poiché Gesù è risorto finirà bene. Ma di qui ad allora ci sarà un gran casino e schizzi di sangue sulla cinepresa. Insomma, di qui alla fine del mondo non sarà una passeggiata. È come nelle fiabe, prima di essere salvati bisogna essere mangiati dal lupo. Che è poi la nostra esperienza quotidiana, in cui siamo messi alla prova quanto alla speranza. La domanda cioè che ogni tanto ci sorge è: visto quello che succede, siamo sicuri che finisca bene?

La struttura del libro è costruita proprio così. Da 1,4 a 3,22 troviamo innanzitutto le sette lettere che Giovanni, trasportato a Patmos in estasi, scrive da parte di Dio a sette Chiese che sono la tipologia di tutte le Chiese possibili, sintetizzano cioè tutte le figure dell’essere religiosi. Dal cap. 4 fino alla fine del libro c’è sostanzialmente una grande battaglia. Una battaglia, perché la storia non è una passeggiata, ma è il tempo dove si combatte una guerra archetipica tra bene e male. Traducendo terra terra: le cose da sole non succedono, da qui fino all’happy end c’è un sacco da fare. L’Apocalisse è come un trasloco: alla fine la casa sarà bellissima, ma in mezzo c’è un casino da lavorare!

Ecco dunque, c’è una battaglia che sembra non finisca mai, quando il nemico sembra sconfitto riesce ancora a dare altri colpi di coda – proprio come nei film dove il cattivo, il mostro è duro a morire. Fin che si arriva al cap. 21…

Il testo

1E vidi un cielo nuovo e una terra nuova: il cielo e la terra di prima infatti erano scomparsi e il mare non c’era più. 2E vidi anche la città santa, la Gerusalemme nuova, scendere dal cielo, da Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo. 3Udii allora una voce potente, che veniva dal trono e diceva:

«Ecco la tenda di Dio con gli uomini!
Egli abiterà con loro
ed essi saranno suoi popoli
ed egli sarà il Dio con loro, il loro Dio.
4E asciugherà ogni lacrima dai loro occhi
e non vi sarà più la morte
né lutto né lamento né affanno,
perché le cose di prima sono passate».

5E Colui che sedeva sul trono disse:
«Ecco, io faccio nuove tutte le cose».

E soggiunse:
«Scrivi, perché queste parole sono certe e vere».

6E mi disse:
«Ecco, sono compiute!
Io sono l’Alfa e l’Omèga,
il Principio e la Fine.
A colui che ha sete
io darò gratuitamente da bere
alla fonte dell’acqua della vita.
7Chi sarà vincitore erediterà questi beni;
io sarò suo Dio ed egli sarà mio figlio.
8Ma per i vili e gli increduli, gli abietti e gli omicidi, gli immorali, i maghi, gli idolatri e per tutti i mentitori è riservato lo stagno ardente di fuoco e di zolfo. Questa è la seconda morte».

9Poi venne uno dei sette angeli, che hanno le sette coppe piene degli ultimi sette flagelli, e mi parlò: «Vieni, ti mostrerò la promessa sposa, la sposa dell’Agnello». 10L’angelo mi trasportò in spirito su di un monte grande e alto, e mi mostrò la città santa, Gerusalemme, che scende dal cielo, da Dio, risplendente della gloria di Dio. 11Il suo splendore è simile a quello di una gemma preziosissima, come pietra di diaspro cristallino. 12È cinta da grandi e alte mura con dodici porte: sopra queste porte stanno dodici angeli e nomi scritti, i nomi delle dodici tribù dei figli d’Israele. 13A oriente tre porte, a settentrione tre porte, a mezzogiorno tre porte e a occidente tre porte. 14Le mura della città poggiano su dodici basamenti, sopra i quali sono i dodici nomi dei dodici apostoli dell’Agnello.

15Colui che mi parlava aveva come misura una canna d’oro per misurare la città, le sue porte e le sue mura. 16La città è a forma di quadrato: la sua lunghezza è uguale alla larghezza. L’angelo misurò la città con la canna: sono dodicimila stadi; la lunghezza, la larghezza e l’altezza sono uguali. 17Ne misurò anche le mura: sono alte centoquarantaquattro braccia, secondo la misura in uso tra gli uomini adoperata dall’angelo. 18Le mura sono costruite con diaspro e la città è di oro puro, simile a terso cristallo. 19I basamenti delle mura della città sono adorni di ogni specie di pietre preziose. Il primo basamento è di diaspro, il secondo di zaffìro, il terzo di calcedònio, il quarto di smeraldo, 20il quinto di sardònice, il sesto di cornalina, il settimo di crisòlito, l’ottavo di berillo, il nono di topazio, il decimo di crisopazio, l’undicesimo di giacinto, il dodicesimo di ametista. 21E le dodici porte sono dodici perle; ciascuna porta era formata da una sola perla. E la piazza della città è di oro puro, come cristallo trasparente.

22In essa non vidi alcun tempio:
il Signore Dio, l’Onnipotente, e l’Agnello
sono il suo tempio.
23La città non ha bisogno della luce del sole,
né della luce della luna:
la gloria di Dio la illumina
e la sua lampada è l’Agnello.
24Le nazioni cammineranno alla sua luce,
e i re della terra a lei porteranno il loro splendore.
25Le sue porte non si chiuderanno mai durante il giorno,
perché non vi sarà più notte.
26E porteranno a lei la gloria e l’onore delle nazioni.
27Non entrerà in essa nulla d’impuro,
né chi commette orrori o falsità,
ma solo quelli che sono scritti
nel libro della vita dell’Agnello.

Intanto nei primi tre versetti del testo notiamo i due verbi “vedere” e “udire”. Giovanni nell’Apocalisse compie due azioni fondamentali: vede e ascolta, non si dice mai che pensa… Confrontiamolo col fatto che spesso nella nostra esperienza di fede, invece, noi pensiamo. Vedere e pensare, cioè noi abbiamo bisogno di gesti, azioni, cose… cioè vita reale, e poi di parole che rendano umane le cose. È questa la dinamica fondamentale del Cristianesimo, ma anche del nostro rapporto con gli altri, della storia.

Nel complesso lo scenario che emerge dal capitolo è grandioso. Solo per fare un esempio: mentre nella realtà le pietre preziose vengono custodite nell’angolo più recondito della casa, nella Gerusalemme santa costituiscono addirittura le fondamenta!

1E vidi un cielo nuovo e una terra nuova: il cielo e la terra di prima infatti erano scomparsi e il mare non c’era più.

Il mare è la grande ossessione del popolo d’Israele il quale, sebbene abiti in riva al mare, è terrorizzato dall’acqua. Al contrario dei propri vicini, i Fenici, che sono stati nell’antichità un popolo di grandi navigatori, gli Ebrei vedono nel mare un luogo abitato da mostri, cattivo, incerto, infido; ecco perché in Apocalisse più volte l’acqua del mare e dell’oceano che inonda tutto simboleggia il nemico che sta per vincere… Dunque nell’aldilà ci sono un nuovo cielo e una nuova terra, mentre il mare semplicemente è scomparso! Cioè nell’aldilà tutto ciò che comporta fatica non ci sarà più.

2E vidi anche la città santa, la Gerusalemme nuova, scendere dal cielo, da Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo.

Non si parla più di casa, ma di una città. L’immagine mette in gioco due questioni.

Mentre la casa è un possesso individuale, una città è un soggetto collettivo, appartiene a tutti coloro che la abitano. Nel giardino dell’eden Adamo ed Eva non avevano una casa o una tenda, né c’era una città. La città è legata a Babele, che è opera degli uomini. L’abbiamo detto altre volte commentando questo testo, all’inizio c’è un giardino ma alla fine c’è una città. Cioè si inizia con la natura, che è creata da Dio, e si termina con la cultura, che è l’opera dell’uomo.

Inoltre l’immagine mette in campo l’invito a costruire la città, una bella sfida per il Cristianesimo che negli ultimi tre-quattro secoli ha guardato di preferenza alle campagne, mentre ha manifestato diffidenza verso le città. Nei primi secoli, non dimentichiamolo, era esattamente il contrario: il Cristianesimo era una religione urbana che diffidava terribilmente delle campagne, una religione che deve la sua fortuna al fatto di aver incrociato Roma, grande città cosmopolita, da cui poi si è diffuso in tutto l’impero.

La questione non è “meglio la città che la campagna”, ma il fatto che il Cristianesimo è una religione che è nata per stare vicino ai luoghi dove la gente vive. Dunque, se per una serie di motivi storici (spostamento della popolazione dalle città alle campagne nel ME, ecc.) la religione ha dovuto occuparsi delle campagne, oggi non è  più così, oggi le città tornano ad avere una centralità… La città è l’opera dell’uomo, intesa come opera collettiva, contro ogni riduzione individuale, interiore, privata della religione cristiana. La città è una coabitazione, dove non si può chiudere la porta e lasciare gli altri fuori. Dio abita nella città degli uomini. È quanto viene sottolineato dal versetto successivo:

3Udii allora una voce potente, che veniva dal trono e diceva: «Ecco la tenda di Dio con gli uomini! Egli abiterà con loro ed essi saranno suoi popoli ed egli sarà il Dio con loro, il loro Dio.

Notiamo intanto il plurale ripetuto: gli uomini, loro, popoli…

Giovanni gioca con le immagini per dare una dimensione spaziale-visivo il più possibile ampia: il mare che non c’è più, la Gerusalemme nuova che scende dal cielo, la “sposa adorna per il suo sposo”. La relazione personale è immaginata come un matrimonio, in cui l’umanità tutta è la sposa, è il femminile. Qui Gv introduce un’ambiguità che si riscontra anche nell’immagine della città che scende dal cielo. Di per sé la città, in quanto opera degli uomini, come la torre di Babele viene costruita dal basso; qui abbiamo invece una strana città opera degli uomini che scende dall’alto.

L’immagine degli sposi dice che in un rapporto ognuno gioca la sua parte, ma lo fa a partire dalla libertà dell’altro. Il legame tra la nostra opera e quella di Dio, tra la nostra libertà e quella di Dio è un legame inevitabile, le due cose cioè si danno insieme. Questa città è la città degli uomini e di Dio.

“Una voce potente”, che dà i sottotitoli all’immagine, e dice, attraverso la ripetizione della congiunzione “con” la struttura relazionale. È l’effetto della coabitazione: nel matrimonio si abita sotto lo stesso tetto. E si sa che abitare insieme è un grande desiderio, ma anche una grande fatica. Lo studio di un sociologo americano sottolinea che nei paesi ricchi le case hanno in media un numero di bagni superiore alle persone che le abitano. Un dato che sembra indicare come il numero degli spazi condivisibili (e i bagni sono uno di questi) si vada riducendo. C’è una casa interiore in cui bisogna imparare a coabitare in un modo nuovo. E non è facile: se abbiamo una casa piccola più difficilmente riusciamo a coabitare con tanti ospiti. Si tratta dunque di costruire una grande villa interiore…

5E Colui che sedeva sul trono disse: «Ecco, io faccio nuove tutte le cose». E soggiunse: «Scrivi, perché queste parole sono certe e vere».

Questo versetto ha una grande potenza. C’è un re, seduto sul trono, che “spacca” e fa nuove tutte le cose. Ha la potenza di un trasloco, occasione per buttare un po’ di cose, soprattutto quelle che hai in chiuso un cassetto dieci anni prima, e non hai mai più toccato, anche se pensavi che un giorno ti potesse tornare utile. “Fare nuove tutte le cose” non è qualcosa di poetico: si concretizza in discernere, tenere, buttare, recuperare ciò che potrebbe servire… Non a caso si sostiene che, tra le cause di stress, al terzo posto vengano i traslochi (dopo i matrimoni e i lutti). Il trasloco è un’operazione globale, interiore ed esteriore, che richiede una grande capacità di giudizio.

“Scrivi”: che cosa deve scrivere Giovanni?

6E mi disse: «Ecco, sono compiute! Io sono l’Alfa e l’Omèga, il Principio e la Fine. A colui che ha sete io darò gratuitamente da bere alla fonte dell’acqua della vita.

Deve scrivere che tutto è compiuto. Che tutto finirà bene (“A colui che ha sete io darò gratuitamente da bere alla fonte dell’acqua della vita”… un’immagine molto concreta per un popolo che doveva fare i conti con la scarsità dell’acqua).

7Chi sarà vincitore erediterà questi beni; io sarò suo Dio ed egli sarà mio figlio.

8Ma per i vili e gli increduli, gli abietti e gli omicidi, gli immorali, i maghi, gli idolatri e per tutti i mentitori è riservato lo stagno ardente di fuoco e di zolfo. Questa è la seconda morte».

Siamo di fronte a un falso parallelismo, come spesso accade nei testi giovannei. Dopo “chi sarà vincitore” ci aspetteremmo, nella logica del parallelismo, “chi invece sarà sconfitto”, invece non è così. Al vincitore del v. 7 viene contrapposto un elenco di peccati, quello del v. 8, che è un po’ strano: i vili (che sono i primi), gli increduli, gli abietti, gli omicidi, gli immorali (sono solo al quinto posto…), i maghi, gli idolatri, i mentitori. Diciamo che questo elenco non fa parte della top ten dei peccati che noi riteniamo più gravi. In fondo essere vili, cioè avere un po’ di paura o essere un po’ vigliacchi, sarà poi così grave?

Invece questo è il punto di partenza dell’elenco. Al recente Congresso del Forum Internazionale dell’Azione Cattolica (FIAC), svoltosi a Roma il 27 aprile 2017, ad un certo punto è stato chiesto al Papa come i laici devono esercitare il loro discernimento (quali decisioni prendere, come scegliere…). Il Papa ha risposto: “Finalmente una domanda facile, per la quale ho una risposta, i laici devono attenersi a questo criterio di discernimento: «meglio chiedere perdono che chiedere permesso»”. Una risposta che ci aiuta a comprendere bene la priorità che viene data alla viltà nell’elenco di cui sopra. La viltà è davvero una seconda morte! È già infatti una prima morte perché rappresenta in modo chiaro ed evidente che noi neghiamo noi stessi. Più volte ci siamo detti che il vero grande nemico di Dio è la paura, in quanto anticipa ciò che non c’è ancora e ci spinge a scegliere su ciò che non è realtà. Ora, la viltà è figlia primogenita della paura, per questo è la vera cosa grave.

Passiamo all’ultimo punto in elenco, i mentitori. Anche questo ci fa capire che non siamo di fronte a peccati “religiosi”, ma a peccati che riguardano la vita, cioè stili di vita. Un’esistenza dominata dalla paura è già morta, così come è già morta un’esistenza dominata dalla menzogna, intesa in primo luogo come menzogna a se stessi, incapacità di vedere.

9Poi venne uno dei sette angeli, che hanno le sette coppe piene degli ultimi sette flagelli, e mi parlò: «Vieni, ti mostrerò la promessa sposa, la sposa dell’Agnello». 10L’angelo mi trasportò in spirito su di un monte grande e alto, e mi mostrò la città santa, Gerusalemme, che scende dal cielo, da Dio, risplendente della gloria di Dio…

A questo punto arriva un altro, che si frappone tra Giovanni e la città. È un altro che tira fuori (“mi trasportò in spirito su di un monte grande e alto…”) Giovanni da quella condizione e gli mostra… la città santa, Gerusalemme. Ma come? Giovanni ha già visto (v. 2) la città scendere dal cielo.

Giovanni ha visto e una voce – quasi un dialogo interiore diremmo noi – ha commentato ciò che Giovanni vedeva. Qui c’è un altro che porta Giovanni in un luogo e parla delle cose. Descrive 12 porte, 12 angeli, 12 tribù, 12 nomi, le pietre preziose, i basamenti… Qui ci sono le cose, qui siamo fuori dalla coscienza. Tutta l’operazione ruota intorno al v. 15:

15Colui che mi parlava aveva come misura una canna d’oro per misurare la città, le sue porte e le sue mura.

Cioè, bisogna ricordarsi di misurare, cioè discernere, valutare. E, dopo aver operato un discernimento, non essere vili e quindi agire. È paradossale: fin qui in Apocalisse è accaduto di tutto, ma alla fine l’unica azione che compie tutto è “una canna d’oro” con cui si misura.

16La città è a forma di quadrato: la sua lunghezza è uguale alla larghezza. L’angelo misurò la città con la canna: sono dodicimila stadi; la lunghezza, la larghezza e l’altezza sono uguali.

Si misura una lunghezza, una larghezza, un’altezza, che sono tutte uguali. E sono il nome umano della divina Trinità: quando gli uomini si configurano come Dio trovano un ugual misura, in lunghezza, larghezza e altezza.

18Le mura sono costruite con diaspro e la città è di oro puro, simile a terso cristallo. 19I basamenti delle mura della città sono adorni di ogni specie di pietre preziose. Il primo basamento è di diaspro, il secondo di zaffìro, il terzo di calcedònio, il quarto di smeraldo, 20il quinto di sardònice, il sesto di cornalina, il settimo di crisòlito, l’ottavo di berillo, il nono di topazio, il decimo di crisopazio, l’undicesimo di giacinto, il dodicesimo di ametista. 21E le dodici porte sono dodici perle; ciascuna porta era formata da una sola perla. E la piazza della città è di oro puro, come cristallo trasparente.

L’opera degli uomini qui ha dato il suo meglio, s’è occupata del lusso. Dio crea il necessario (sole, luna, acqua, piante, animali…), è come un genitore preoccupato che ti chiede sempre se hai messo la maglietta quando fa freddo; gli esseri umani si occupano del lusso, cioè di qualcosa che non serve a niente. Il compito degli umani è occuparsi del lusso perché del necessario s’è già occupato Dio. Possiamo lanciarci nelle più incredibili variazioni, anche distoniche, perché la voce solista tiene.

22In essa non vidi alcun tempio: il Signore Dio, l’Onnipotente, e l’Agnello sono il suo tempio.

Siamo qui posti di fronte a una delle cose più incredibili del Cristianesimo: il Cristianesimo non è religioso (“Non vidi alcun tempio”), non ha come tema le cose religiose, ma una città che è lussuosamente adorna di pietre preziose e che sia una casa possibile per tutti. Se questa è la città di Dio e dell’uomo non c’è più bisogno del tempio. Non c’è più bisogno di religione dove la vita è vita di Dio.

Rimanda a una delle prime domande che gli studenti fanno durante il corso di sacramentaria: “Perché in Paradiso non ci sono i sacramenti?”, “Perché dove c’è la realtà, non c’è più bisogno del segno”.

23La città non ha bisogno della luce del sole, né della luce della luna: la gloria di Dio la illumina e la sua lampada è l’Agnello.

A noi che viviamo di luce elettrica a basso costo e senza fatica, questa espressione dice poco, ma per gli antichi significava molto: erano fortemente condizionati dal ritmo del sole, inoltre produrre un po’ di luce artificiale era molto faticoso e dispendioso. Dio illuminerà ogni cosa.

24Le nazioni cammineranno alla sua luce, e i re della terra a lei porteranno il loro splendore.

Commentando con una formula catechistica: nel battesimo siamo stati fatti profeti, sacerdoti e re. Il lavoro che siamo chiamati a fare da qui all’happy end è camminare alla luce del Signore Dio portando il nostro splendore, non la nostra croce.

25Le sue porte non si chiuderanno mai durante il giorno, perché non vi sarà più notte.

Le sue porte saranno sempre aperte perché non c’è più pericolo e perché tutti possano entrare.

26E porteranno a lei la gloria e l’onore delle nazioni. 27Non entrerà in essa nulla d’impuro, né chi commette orrori o falsità, ma solo quelli che sono scritti nel libro della vita dell’Agnello.

Il nostro nome è scritto nei cieli. C’è un libro della vita (si tratta ovviamente di una metafora…) che contiene il nostro matrimonio registrato. Scrivere nel libro definisce, cioè chi è scritto nel libro è per la vita. A conclusione di questo breve percorso – abitare, abitarsi, lasciarsi abitare – comprendiamo che non siamo chiamati ad una narcisistica contemplazione della nostra identità. Quello che ci viene chiesto è costruire la città  (non tutti nello stesso tempo e nello stesso luogo), altrimenti non saremo nel libro dei viventi.

Chiudo con un breve testo, tratto da un libro di Piero Pisarra:

«Chi ci darà le ali della colomba per attraversare tutti i regni del mondo e penetrare nel cielo australe? Chi dunque ci guiderà nella città del gran Re, affinché ciò che oggi leggiamo nei libri e ci appare come un enigma, come riflesso in uno specchio, possiamo vederlo mediante la grazia di Dio e rallegrarcene in sua presenza?».

Queste domande appassionarono gli uomini del Medioevo. Formulate da un anonimo discepolo dell’abate benedettino Giovanni da Fucamp (XI secolo), accompagnarono come un’antifona (oggi diremmo “leit motiv”) monaci, teologi o semplici laici alla ricerca della vera bellezza, di quel “cielo australe” dove il male sarà vinto e la morte messa a morte. Ma, oggi, chi ci guiderà “nella città del gran Re?”. Chi ci darà le ali della colomba per riconoscere, nel nostro peregrinare sulla terra, la vera bellezza? La risposta è forse già nella domanda, in questa aspirazione, sempre aggredita eppure mai soffocata, al vero e al bello, in questa nostalgia del “cielo australe” che è poi un altro modo di indicare i “cieli nuovi” e la “terra nuova” del Regno di Dio.

Verrà un giorno in cui «ciò che oggi leggiamo nei libri e ci appare come un enigma» sarà pienamente svelato e i nostri occhi si apriranno all’unica Bellezza, quella Bellezza di cui ora cogliamo i riflessi nel mistero della storia.

Cosa abbiamo da fare nella storia? Cogliere quelle perle preziose che sono disseminate come fondamento, quindi non così visibili, e servire la costruzione della città.

Fossano, 13 maggio 2017

(testo non rivisto dall’autore)

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