14 Maggio 2011
Stella Morra

8. Diventare preghiera

Commento a: Rm 12, 1-20


Premessa

Siamo arrivati all’ultimo passo del percorso. Mi sarebbe piaciuto dare maggior compimento raccogliendo alcune tematiche emerse e facendovi vedere la prospettiva che si apre.

Nei primi 3 incontri (i testi de Il cantico dei cantici, di Genesi sulla lotta di Giacobbe e di Amos) abbiamo cercato di vedere le precondizioni, quelle che valgono quanto all’atteggiamento di preghiera nell’esperienza umana indipendentemente dal dire il Dio cristiano, il Dio di Gesù Cristo ecc… Il tema dell’essere riconosciuti, della necessità di poter immaginare da adulti, che ciò che sentiamo e viviamo, cioè la qualità profonda della nostra vita, sia davvero rilevante per qualcuno, non solo per le persone che ci amano, ma ad un interlocutore a cui sia possibile mostrare la nostra esistenza come qualcosa di importante.

Il secondo passo: la questione legata alla lotta con le parole e cioè tra silenzio e parole quanto è difficile non tanto dire delle cose, ma esprimerle a chi ha superato i 30 anni; la vita di un adulto è troppe cose insieme per poter essere dette in verità e perciò condivise fino in fondo con un altro.

Il terzo passo: il contrario della preghiera non è l’assenza di preghiera, ma l’idolatria cioè il contrario del desiderio di mettere la propria vita in gioco di fronte a qualcuno. Il desiderare che sia riconosciuta da qualcuno. Il contrario di questo è ciò che la scrittura chiama idolatria, cioè teorizzare che non me ne frega niente, che non c’è nessuno che può raccogliere questa vita, che è meglio il silenzio che ha due forme: una più proclamata, eroica e una più quotidiana in cui una persona smette di provare a mettere in gioco la propria esistenza, parla di meno cose con meno persone, non prova più a spiegarsi. Un po’ alla volta ci abituiamo ad essere totalmente avvolti su noi stessi e questo è l’atteggiamento che la Scrittura chiama idolatria.

E poi abbiamo visto la “differenza cristiana” (per citare la famosa espressione di Enzo Bianchi), cioè che cosa l’esperienza di Cristo, il dato cristologico del Gesù fatto uomo ci dice, che cosa fa egli stesso. La prima questione (il testo di Mt 16) è che Gesù rovescia il desiderio di origine: “se vuoi essere riconosciuto, riconosci Dio innanzi tutto. Raccogli la vita degli altri e vedrai che la tua vita diventerà raccoglibile”. È una legge seria!

Abbiamo successivamente preso in considerazione tre questioni particolari: 1) quando Dio tace, cioè quando sembra che Dio non parli; 2) il Padre Nostro; 3) la questione del tempo, il grande tema di tutti i Cristiani adulti rispetto alla preghiera: “sarebbe bello ma… non ho tempo”.

Il testo

Il testo che vediamo oggi è l’intero cap. 12 della Lettera ai Romani. È rivolto a Cristiani adulti e rileva che già nel primo secolo c’erano i problemi che abbiamo noi. È come se in questo brano Paolo facesse un “manifesto” sulle tematiche su cui ci siamo interrogati in questo anno e scrivesse un riassunto ad uso dei più “testoni”. Una specie di promemoria delle cose essenziali. Che raccogli un insieme di elementi che troviamo sparsi nei testi evangelici (ricordiamoci che quando Paolo scrive il Nuovo Testamento così come noi lo conosciamo non esiste ancora).

[1] Vi esorto dunque, fratelli, per la misericordia di Dio, ad offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; è questo il vostro culto spirituale.

[2] Non conformatevi alla mentalità di questo secolo, ma trasformatevi rinnovando la vostra mente, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto.

[3] Per la grazia che mi è stata concessa, io dico a ciascuno di voi: non valutatevi più di quanto è conveniente valutarsi, ma valutatevi in maniera da avere di voi una giusta valutazione, ciascuno secondo la misura di fede che Dio gli ha dato. [4] Poiché, come in un solo corpo abbiamo molte membra e queste membra non hanno tutte la medesima funzione, [5] così anche noi, pur essendo molti, siamo un solo corpo in Cristo e ciascuno per la sua parte siamo membra gli uni degli altri. [6] Abbiamo pertanto doni diversi secondo la grazia data a ciascuno di noi. Chi ha il dono della profezia la eserciti secondo la misura della fede; [7] chi ha un ministero attenda al ministero; chi l’insegnamento, all’insegnamento; [8] chi l’esortazione, all’esortazione. Chi dà, lo faccia con semplicità; chi presiede, lo faccia con diligenza; chi fa opere di misericordia, le compia con gioia.

[9] La carità non abbia finzioni: fuggite il male con orrore, attaccatevi al bene; [10] amatevi gli uni gli altri con affetto fraterno, gareggiate nello stimarvi a vicenda. [11] Non siate pigri nello zelo; siate invece ferventi nello spirito, servite il Signore. [12] Siate lieti nella speranza, forti nella tribolazione, perseveranti nella preghiera, [13] solleciti per le necessità dei fratelli, premurosi nell’ospitalità.

[14] Benedite coloro che vi perseguitano, benedite e non maledite. [15] Rallegratevi con quelli che sono nella gioia, piangete con quelli che sono nel pianto. [16] Abbiate i medesimi sentimenti gli uni verso gli altri; non aspirate a cose troppo alte, piegatevi invece a quelle umili. Non fatevi un’idea troppo alta di voi stessi.

[17] Non rendete a nessuno male per male. Cercate di compiere il bene davanti a tutti gli uomini. [18] Se possibile, per quanto questo dipende da voi, vivete in pace con tutti. [19] Non fatevi giustizia da voi stessi, carissimi, ma lasciate fare all’ira divina. Sta scritto infatti: A me la vendetta, sono io che ricambierò, dice il Signore. [20] Al contrario, se il tuo nemico ha fame, dagli da mangiare; se ha sete, dagli da bere: facendo questo, infatti, ammasserai carboni ardenti sopra il suo capo. [21] Non lasciarti vincere dal male, ma vinci con il bene il male.

Un testo lungo, come vi avevo detto, ma non particolarmente complesso dal punto di vista della comprensione. A tal punto che rischia di essere una raccolta di proverbi di buon senso, come se non ci fosse una logica soggiacente.

Come abbiamo detto tante volte, nei primi versetti c’è il titolo, mentre gli altri sono lo svolgimento, l’ampliamento. I primi due versetti sono di una potenza inaudita:

“Vi esorto dunque fratelli per la misericordia di Dio ad offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio. È questo il vostro culto spirituale: non conformatevi alla mentalità di questo secolo ma trasformatevi rinnovando la vostra mente per poter discernere la volontà di Dio: Ciò che è buono a lui gradito, perfetto”.

Questi due versetti possono essere ascoltati come qualcosa di molto astratto.

Noi abbiamo in mente i nostri schemi religiosi che non c’entrano nulla con il Cristianesimo. Mi spiego. Il nostro pensiero è: ci sono i sacerdoti (cioè quelli che si occupano delle cose religiose, del culto), oppure le persone consacrate (cioè quelle che hanno più tempo) o quelli che sono in pensione; e poi ci siamo noi che facciamo la vita normale e che siamo sempre fuori gioco rispetto a questa cosa, rimaniamo in una logica del fare, in cui ci sono degli atteggiamenti, dei comportamenti che sarebbero preghiera.

Dire il rosario è pregare, ma preparare il minestrone che cosa c’entra con la preghiera? Qui San Paolo dice il contrario e lo dice in un modo potentissimo. L’aver sentito troppe volte questo testo rischia di spegnerlo: sentiamo queste parole ma non le “vediamo” più.

“Vi esorto per la misericordia di Dio ad offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio. È questo il vostro corpo, culto spirituale: non conformatevi alla mentalità di questo secolo ma trasformatevi rinnovando la vostra mente per poter discernere…”.

Ci sono tre termini chiave in questi versetti: CORPO, SACRIFICIO e DISCERNERE. Queste tre parole godono di una pessima fama nella storia dell’esperienza cristiana e sovente sono state lette in modo riduttivo. Cosa ci facciamo con il corpo? La fissazione un po’ moralistica ci indica il mondo correlato alla sessualità e dunque bisogna viverla in un certo modo perché questo sia un sacrificio, qualcosa di contrario alle passioni.

Questa lettura ci ha ucciso e ha ucciso anche questi versetti. Invece funzionano al contrario.

San Paolo dice: “Che cosa dovete fare per compiere il vostro culto spirituale? Offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio”.

Paolo quando scrive questi versetti ha nella testa il sacrificio di Cristo. Qui vi è già un problema; se preso alla lettera significa che “dobbiamo” morire. Questo aggettivo “vivente” nella lingua greca significa “che continua a vivere”. Non semplicemente un aggettivo, ma un termine che indica qualcosa di dinamico, che dura nel tempo (come il termine “credente” indica “colui che continua a credere”). Offrire i corpi come sacrificio è quello che nei primi secoli si è capito in prima lettura. I martiri stanno a significare che non c’è culto più perfetto del martirio. Paolo scrive: “offrite i vostri corpi come sacrificio vivente”, quindi c’è qualcosa che non funziona, e poi aggiunge “per discernere”.

Dunque bisogna essere vivi per poter continuare a discernere e fare ciò che è gradito a Dio. Paolo esprime qui l’idea chiave del Cristianesimo: cosa deve fare un cristiano? Conformarsi a Cristo. Non è che deve fare delle cose in più: cioè andare al tempio mentre gli altri fanno il minestrone. Deve conformarsi a Cristo. Che cosa ha fatto Cristo? Ha offerto il proprio corpo in sacrificio.

Ci distanziano da questo testo duemila anni e il fatto che noi non siamo Ebrei.

Paolo parla da ebreo colto ad altri Ebrei. Noi abbiamo bisogno di recuperare quel passaggio diretto che non abbiamo più. La nostra traduzione deve attraversare venti secoli di distanza culturale per recuperare quello che diceva Paolo. Sono sicura che Paolo, non essendo un uomo del Novecento, non ha mai potuto pensare quello che sto per dire. Che cosa vuol dire il corpo? Nella tradizione del Cristianesimo spesso il corpo è pensato contrapposto all’anima, cioè in relazione alla materia, e quindi alle passioni e alla sessualità. Questa caricatura per molti motivi è passata, ma dal momento che siamo discepoli di uno la cui caratteristica fondamentale era di essere Dio che ha preso corpo e ha preso corpo nella storia del cristianesimo, siamo posti di fronte a una questione seria. Il corpo è il luogo della visibilità e vivibilità della nostra identità; come in Gesù noi vediamo il Padre – “chi vede me vede il Padre” dice Gesù a Filippo (Gv 10,15), cioè il Dio invisibile si nasconde e si mostra nel corpo di Gesù – così la stessa cosa accade a noi: nessuno può essere incontrato senza il suo corpo. Ogni volta che noi cerchiamo di dire quello che sentiamo, come siamo, cosa pensiamo di noi stessi quando diciamo “Io”, gli altri non incontrano un’anima, ma un corpo: è l’Io che si manifesta meglio o peggio nel proprio corpo, nelle parole che sono emesse dalle corde vocali, nei gesti, nel modo in cui mi pettino, mi presento, mi muovo. Tutte cose che ci mancano delle persone che muoiono. Di esse non ti manca l’idea, ce l’hai nel cuore.

Il corpo è questo luogo che nasconde; noi abbiamo dentro un condominio e in genere il nostro corpo mostra una o due facce. Gli altri si abituano ad una nostra parte. Il corpo è un luogo di passaggio tra l’interno e l’esterno. La vera interiorità, cioè il luogo di ciò che noi siamo senza gli altri, viene mescolato con lo sguardo che gli altri ci rivolgono e quello che noi rivolgiamo loro. Noi lì diventiamo veri con gli altri.

“Vi esorto ì fratelli ad offrire i vostri corpi”, offrire questi sguardi, sono il tessuto fondamentale della vita. Questo sarebbe da offrire come sacrificio ma questo non è l’espressione del sacrificio. È il sacrificio di Cristo, che si fa carico del nostro male, del nostro no a Dio, dicendo sì al nostro posto.

Nella tradizione della Chiesa si chiama sacrificio vicario: Cristo al posto nostro dice il sì che l’umanità non riesce a dire.

Fare di ogni gesto della nostra esistenza il luogo che si fa carico dell’altro, del punto di vista dell’altro, della domanda di essere riconosciuto, del desiderio dell’altro, ecc. Questo non si apprende immediatamente. Ecco perché la tradizione della Chiesa ci ha insegnato le preghiere come il luogo dove una persona comincia a fare questo esercizio. Quando io prego per qualcuno, secondo l’antica tradizione, mi faccio carico del bisogno di qualcun altro nel dialogo con Dio.

La terza parola.

“Non conformatevi alla mentalità di questo secolo ma trasformatevi, rinnovando la vostra mente per poter discernere”.

La virtù più grande della preghiera è il discernimento, cioè il non conformarsi: “le cose sono così, si è sempre fatto così, non c’è nulla da capire…”. Non conformarsi a questo e discernere ciò che è santo e perfetto. Questo è il metodo per l’esercizio; l’esercizio è farsi carico. Il metodo è discernere sempre, non accontentarsi mai delle cose come sono. Chiedersi che cosa l’altro sta dicendo compiendo il gesto più semplice del mondo, che cosa il mio corpo sta mostrando o nascondendo.

Proseguiamo. Paolo, che è mosso da un preoccupazione pedagogica, sente il bisogno di spiegarlo. La prima cosa che dice è: “Non valutatevi più di quanto è conveniente valutarsi”.

Questo versetto ci dice che dobbiamo avere una misura, una misura di realtà di sé. Senza la realtà questa cosa non si fa! È indispensabile conoscere il posto che si occupa.

La deformazione che ci viene da una lettura moralistica di questi testi finisce per rovesciarli. Seconda la misura di fede sarebbe “chi ha più fede è più figo!” e successivamente a scendere fino a chi crede solo così così e sta dunque in fondo alla lista.

Ancora una volta è il contrario, cioè non è quanta fede abbiamo noi, ma secondo la misura di fede che Dio ci ha dato. Quanta più fede avete in Dio tanto più potete valutarvi, cioè se lasciate spazio a Dio non vi sbaglierete nel valutarvi. Quanto più noi siamo disponibili a che Dio possa dire la sua, tanto più il problema di darci misura è affidato a lui. Come i bambini che hanno questo fiducia si lanciano, si tuffano.. questo è nello stesso tempo vero e falso. I bambini sono incoscienti, non hanno il senso del pericolo perché non hanno un senso della realtà; hanno tuttavia dei genitori che rappresentano per loro un senso di realtà. Mi spiego: un genitore sapiente lascia che il bambino corra se il rischio è che si sbucci il ginocchio, ma è pronto ad intervenire se si sporge dal balcone del quarto piano. In questo modo educa il figlio ad una misura della realtà.

Noi siamo bambini di fronte a Dio, non abbiamo senso del pericolo e del reale. La misura della fede è la capacità di lasciarci ammaestrare da Dio, di prendere qualche sbucciatura per acquisire il senso del reale, nella certezza che non ci lascerà cadere dal quarto piano.

A questo segue il discorso sulle membra che non hanno tutte la medesima funzione. Anche questo testo ha subito una lettura distorta. Spesso è stato letto in chiave gerarchica; altrove Paolo fa l’esempio “Il capo è Cristo”.

Qui Paolo sta dicendo il “capo” e i “piedi”, per lui il “capo” è Dio e nessun altro di quelli che stanno a bottega. È il rapporto tra la pluralità e l’unicità: “Così anche noi, pur essendo molti siamo un solo corpo”.

C’è un solo corpo che offre un sacrificio spirituale, che è il corpo della Chiesa e che non è un’altra cosa dai nostri corpi individuali; ciò che nasconde e insieme mostra la grazia di Dio. “Abbiamo pertanto doni diversi”. Nella prima lettera ai Corinti fa il discorso dei carismi, qui lo fa in un altro modo; abbiamo doni diversi secondo la grazia data a ciascuno

Ed esamina alcuni doni: la profezia, il ministero (cioè un servizio), l’insegnamento, l’esortazione; poi donare, presiedere, fare opere di misericordia. Ne elenca sette. Non li sceglie a caso. Tutti i doni sono relativi al discernimento. La profezia, chi intuisce; un ministero, tutti i servizi che portano avanti la baracca per avere il tempo di discernere; l’insegnamento, chi deve spiegare; l’esortazione. Poi tre azioni: chi dona, chi presiede, chi fa opere di misericordia.

“Chi ha il dono della profezia la eserciti secondo la misura della fede; chi ha un ministero attenda al ministero; chi l’insegnamento, all’insegnamento; chi l’esortazione, all’esortazione”. Cioè ognuno faccia quello che deve fare. Ognuno abiti il proprio luogo, abbia misura di sé.

Sulle tre azioni dice: “Chi dà lo faccia con semplicità, chi presiede lo faccia con diligenza, chi fa opere di misericordia le compia con gioia”.

Dopo aver spiegato bene cosa vuol dire essere molti e uno, Paolo prosegue introducendo il tema della carità.

“La carità non abbia finzioni”.

Non dice come prima cosa: “sia tanta, sia poca, sia altruista”, dice: “non abbia finzioni”.

Questo è il nostro problema; non sappiamo mai distinguere la sincerità dalla verità. In genere siamo brava gente, quindi siamo sinceri ma raramente ci capita di essere veri, perché non abbiamo misura della realtà; cioè la capacità di far corrispondere l’intenzione alla realtà. Pensiamo ad esempio agli adolescenti: crescono improvvisamente e attraversano quella fase in cui rompono tutto, le madri sovente strillano “fai attenzione” e loro rispondono che non l’hanno fatto apposta. Il ragazzo è sincero nel dire che non l’ha fatto apposta, ma non è vero perché non avendo misura del proprio corpo non si accorge che sta rompendo tutto. Non dipende dalla sua intenzione ma dalla realtà dei fatti: non è consapevole che gli sono cresciuti i piedi e le mani, ha una misura corporea diversa da quella che lui percepisce.

Nella nostra vita siamo sovente degli adolescenti fuori misura, incapaci di valutare noi stessi; rompiamo tante cose dicendo sinceramente “ma non volevo”. Questa è la finzione a cui Paolo si riferisce quando scrive “la carità non abbia finzioni”.

Spesso diciamo di voler bene alla gente, nessuno di noi teorizza di voler male. Ora, se un miliardo di Cristiani dice di amare i fratelli (e il 70% è sincero) com’è che questo mondo non è stato ancora girato sotto sopra? Perché non è accaduto? Perché la nostra carità è piena di finzioni, di auto-inganni; siamo incapaci di una misura di noi stessi.

Paolo fa un po’ di esempi: “Fuggite il male con orrore, attaccatevi al bene; amatevi gli uni e gli altri con affetto fraterno, gareggiate nello stimarvi a vicenda, non siate pigri nello zelo, siate perseveranti, seguite il Signore. Siate lieti nella speranza, forti nella tribolazione perseveranti nella preghiera”.

Questo basterebbe per un programma d’esistenza. “Solleciti per le necessità dei fratelli, premurosi nell’ospitalità…”. I versetti dal quattordici al venti sono quelli che stanno a cuore a Paolo in relazione alla comunità a cui si rivolge: “Benedite coloro che vi perseguitano. Benedite e non maledite, rallegratevi con quelli che sono nella gioia, piangete con quelli che sono nel pianto. Non rendete a nessuno male per male. Se possibile, per quanto dipende da voi, vivete in pace con tutti. Non fatevi giustizia da voi stessi, ma lasciate fare all’ira divina”.

C’è un’ istanza reale di giustizia. Paolo dice: “Lasciate fare a Dio, lasciate fare all’ira divina”. Non arrogatevi voi il diritto di decidere, ma i carboni ardenti sopra la testa arrivano. “Non lasciarti vincere dal male, ma vinci con il bene il male”.

Nell’esperienza cristiana il problema della preghiera non è fare delle cose, avere del tempo ecc., ma essere. Questa è l’opera di una vita intera e dunque la preghiera è un esercizio, un luogo dove fare esperienza: è l’esercizio principe che si può fare di fronte a Dio nella pace. È più semplice farlo dicendo il rosario perché la distanza rispetto alle cose ordinarie mi consente di farcela a pregare anche per il mio nemico. Ma si può fare anche insieme ad una parola scambiata ad un incontro.

Posto così il problema della preghiera appare decisamente sotto un’altra luce.

Fossano, 14 maggio 2011

(testo non rivisto dal relatore)

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