9 Ottobre 2010
Stella Morra

1. Il desiderio di essere riconosciuti

Commento a: Ct 2, 8 - 3,5


Premessa – Alcune indicazioni sul metodo

L’inizio di un nuovo percorso di lectio è sempre un momento delicato, perché da una parte c’è un pensato, una scelta dei brani che è responsabilità mia, e dall’altra c’è sempre l’incognita di quali reazioni ci saranno. Chi viene oggi per la prima volta deve sapere che negli anni abbiamo scelto un metodo molto essenziale, con alcune preoccupazioni di gratuità: c’è un commento che io faccio al testo che dura circa 45 minuti, la possibilità di interagire, di porre una domanda o un commento è garantita se uno vuole farlo, però nessuno dopo apre un dibattito. Negli anni abbiamo notato che nasce una sorta di imbarazzo al momento del confronto per forza, dunque il nostro metodo non richiede questo: finita la lectio ce ne andiamo tranquilli, ognuno fa di questa riflessione l’uso che ritiene.

Il percorso di quest’anno mi vede titubante, in tanti anni che riflettiamo insieme sulla scrittura, ormai circa venti, non avevamo mai di fatto affrontato il tema della preghiera. Io avevo evitato accuratamente di farmi coinvolgere su questa questione, perché ritengo che significhi riflettere su un rapporto di intimità su cui ogni standardizzazione diventa una bugia. Significa parlare del rapporto intimo tra due persone e il rischio è di passare immediatamente al cliché che poi diventa un peso sulla vita della gente, perché tutti sappiamo come certe immagini su come devono essere i rapporti sviluppino in noi sensi di inadeguatezza, fatiche triple da cui liberarsi. La Chiesa nella sua sapienza, e non è un caso, ha ritualizzato la preghiera comune, ovvero quando dobbiamo compiere questo gesto di intimità tanti insieme ci dà un rito, proprio perché essendo una cosa delicata, l’esercizio di dover trovare le parole, i tempi, i modi insieme è difficilissimo. Siamo dunque  aiutati da un rito che stabilisce un ritmo, che ci da delle parole che sono comuni, dei binari entro cui abitare, ci da una disciplina, ad esempio quel giorno posso essere molto arrabbiato con Dio e mi ritrovo due bellissimi salmi di lode e mi da il modo di ricordare che la mia arrabbiatura è vera ma non è il tutto. Quest’anno l’ho proposto io il tema della preghiera e da questo punto di vista è molto difficile fare una riflessione sulla preghiera, perché come tutte le esperienze di intimità è un’esperienza ambigua e ambivalente in cui c’è dentro quasi tutto e quasi il contrario di tutto, in genere non in modo sincronico, cioè non tutto nello stesso momento, ma spesso in modo diacronico. Abbiamo stagioni nella preghiera, come abbiamo stagioni nei nostri rapporti. I rapporti che durano nella nostra vita, spesso sono pieni di parole, a volte sono pieni di silenzi, altre volte sono appiccicati (non mi posso allontanare mi viene l’ansia) a volte hanno una grande misura, per cui ciascuno fa le sue cose e ti senti una volta ogni tanto. Ci sono stagioni a molte dimensioni e i rapporti di intimità sono profondamente variegati, spesso contengono anche dimensioni magiche, spero che nessuno si scandalizzi, una fantasia di me sull’altro, esempio io che penso che se io faccio così allora l’altro farà cosà, in genere non è quasi mai vero, ma sono io che ho bisogno di pensare quella cosa per farmi coraggio e rimanere lì e non scappare. Non succede quasi mai ciò che ci immaginiamo e soprattutto ci prepariamo certe risposte a cui poi lui reagisce in un altro modo e ci spiazza, ma sei lì, sei rimasto, non sei andato via.

Ultimo elemento apparentemente molto banale, ma che rischiamo sempre di dimenticare è che se la preghiera è una relazione tra due, nella fattispecie noi e Dio, quell’altro qualcosa farà pure. Noi abbiamo sempre il problema della preghiere in quanto a noi stessi, siamo un po’ sempre come gli adolescenti al primo innamoramento che devono prepararsi le frasi intelligenti , come vestirsi, come se tutto dipendesse da come mi metto io, però l’altro esiste, dunque l’altro mi può facilitare, mi può spostare, mi pone questioni In un dialogo reale l’altro ha una sua autonomia, non è totalmente immaginabile da me, certo se ho una familiarità con lui un po’ ci azzecco su come può reagire, ma mai al cento per cento. C’è sempre una quota dell’altro che mi è mistero. Questa cosa sembra banale, ma anche rispetto alla preghiera, noi diciamo che è il dialogo tra noi e Dio e poi pensiamo alla preghiera come ad un problema di prestazione: quanto tempo prego, so pregare, non so pregare, devo pregare con le parole standard, oppure pregare con le parole mie…La questione è sempre cosa faccio io, è chiaro io ci sono e conto, e per quel che dipende da me per quel rapporto è necessario che io faccia la mia parte migliore, devo pensare come voglio abitare quel rapporto, ma quel rapporto non lo decido da solo. Questi due elementi, ovvero la dimensione poliedrica, sia al suo interno che nel tempo, e la paura di farla cadere in un cliché (ciò che è giusto e ciò che è sbagliato) e la questione che Dio (qualcosa farà pure in tutta questa faccenda), questi due aspetti mi hanno sempre fatto tenere alla larga da questo tema e perché parlarne adesso? Mi sono resa conto che uno se ne può tenere alla larga, ma la preghiera non si tiene alla larga da te, ciò per dire la questione in termini più spiccioli è che questa questione fa molto  problema a tanta gente, alcuni lo dicono, altri non lo dicono. Io stessa su questa questione ho un tema di grande solitudine, quasi come se non avessi parole per parlare di questo, allora come spesso accade uso le lectio per curare me stessa: ho deciso che era arrivato il tempo per parlare di questa cosa.

Struttura della preghiera

I paragrafi di introduzione al programma di quest’anno dicono che la preghiera ha una struttura antropologica comune per tutti gli esseri umani, si radica in un desiderio comune, di tutti che è il desiderio di non essere perduti, che ciò che sentiamo, che viviamo, che esprimiamo, che diciamo sia raccolto da qualcuno, che ci sia un interlocutore, che qualcuno da qualche parte soprattutto per i movimenti più profondi della nostra anima sia in grado di ascoltare, di capire e di apprezzare. Ascoltare già è tosta, c’è un sacco di gente che non ha voglia di farlo, ma poi anche di raccogliere, di capire e in ultimo di apprezzare, di entrare nella profondità che quel movimento dentro di me ha espresso. Questa è un’esperienza antica, gli esseri umani di tutte le religioni e di tutte le culture hanno variamente espresso questo desiderio di essere raccolti, di non essere una voce nel nulla, un pezzo sperso nell’universo. I prime due tre brani partiranno da questo presupposto ragionando con un po’ più di delicatezza rispetto a questo desiderio umano, soprattutto a come la scrittura, la Bibbia, in alcuni suoi testi ci presenta con grande finezza questa esperienza, che cosa ci dice. Oltre poi c’è un punto di svolta che è che l’esperienza cristiana come al solito capovolge un po’ tutto e ti dice che questo è legittimo, Dio non ci lascia cadere, ascolta le nostre preghiere, ma il Dio Padre di Gesù Cristo ha una pretesa che è quella di essere ascoltato, di non essere lui perso nel nulla. Sarà una buona notizia ma quasi, quasi preferivo non saperla, il Cristo ci mostra con la sua croce che, per mostrare la sua signoria sulla storia, Dio si fa colui che muore, si fa vittima, non vincitore, e questo è il segno di tutta l’esperienza: ci dice beati i poveri, vince morendo, ecc…

Anche da questo punto di vista ci dice se non vuoi essere una scheggia persa nel nulla, ma vuoi essere raccolto e ascoltato impara ad ascoltare e, non solo, impara ad ascoltare me.

Il brano di questa sera è preso dai Cantici dei Cantici 2,8-3,5. Il Cantico dei Cantici è un libro molto controverso nella scrittura, è l’unico libro scritturistico in cui non compare praticamente la parola Dio, non c’è nessun tema religioso, è un poema amoroso, costruito abbastanza secondo alcuni criteri classici: il dialogo tra lui lei e il coro, che rappresenta la totalità del resto del mondo. Il linguaggio a volte  fa un po’ sorridere, ha una ridondanza un po’ arcaica, ma che dall’altra parte ha un’essenzialità molto forte. La tradizione ebraica lo ha sempre riconosciuto tra i libri della saggezza, la tradizione cristiana ha faticato a lungo ad accettarlo, è uno degli ultimi introdotti nel canone, cioè riconosciuti. Nel corso dei secoli è andato dentro e fuori dal canone, e secondo le varie denominazioni religiose dei cristiani, tra cui quelle più settarie che lo escludono, non parla di Dio, allora non c’entra. La tradizione latino cattolica ha discusso molto poi lo ha assestato dentro ,ma con una soluzione abbastanza cattolica, di leggerlo poco.

Molti padri della Chiesa invece lo hanno commentato, perché questo libro particolare li intricava, poi dal 500 in poi è stato attribuito ad una lettura mistica, e sotto questo aggettivo mistico ci si ficcava dentro di tutto e di più. Mistico vorrebbe dire un po’ iniziatico, che possono capire solo alcuni, che è simbolico, metaforico. Anche oggi noi spesso lo leggiamo, lo sentiamo commentare come una metafora di un rapporto tra Dio e gli uomini raffigurata in questo rapporto tra l’uomo e la donna. Una precisazione: la Scrittura non usa qualsiasi esempio, per esemplificare il rapporto tra Dio e gli uomini ne usa sostanzialmente due: Il rapporto di una madre e i propri figli e quello del rapporto tra uomo e donna. Questo è un segno, ma non un segno qualsiasi, il terzo modello è anche quello del padrone e la terra che nella mentalità degli antichi è molto vicino a quello del rapporto tra uomo e donna. La terra vista come immagine arcaica femminile, la vigna, il campo che produce che genera la vita, non è l’idea che abbiamo noi di una persona e il padrone, una cosa, la terra, l’immagine del rapporto tra colui che coltiva e la sua terra, è analoga a quella del rapporto uomo e donna.

Noi abbiamo un’idea economica e quindi l’esempio non ci piace perché è come se uno fosse il padrone dotato di soggettiva, essere umano e noi fossimo la terra e cioè una cosa.

Sono esempi per parlare del rapporto tra dio e gli uomini, e la scrittura in qualche modo ci dice culturalmente abbiamo questo tipo di relazionabilità, siamo fatti a immagine di Dio. La scrittura ci dice che non abbiamo bisogno di essere religiosi, basta che siamo umani, che siamo capaci di descrivere la profondità di ciò che la nostra umanità ci offre per intravvedere in questo la trama sacramentale di come Dio è fatto. Sottolineo questo perché rispetto alla preghiera è molto importante, a causa della crisi ottocentesca siamo abbastanza portati a pensare che la preghiera sia una serie di atti, di tempi, di modi, di temi, di pensieri, di parole che sono diverse da quelle altre: c’è la mia vita normale poi per pregare mi metto in certe posizioni, mi metto in alcuni luoghi, penso ad alcune cose.

La preghiera come relazione

Il libro del Cantico dei Cantici ci dice che questo punto di partenza non funziona tanto perché il tema è trovare i modi per coltivare una relazione che funziona secondo le strutture profonde che Dio ha messo in noi quando ci ha creato e che sono le strutture della nostra vita e non altre. Come ogni rapporto non va avanti da solo per spinta naturale, ma bisogna averne cura, ogni tanto bisogna trovare dei tempi speciali, bisogna fare delle parole speciali, dei silenzi speciali, delle pazienze speciali, bisogna un po’ organizzarsi in modi che servono a noi perché quel rapporto viva e abbia sempre la forza, il colore, la chiarezza, questo in genere da qualche parte di noi lo sentiamo, se vogliamo bene ad un altro e quello non ci parla mai dopo un po’ uno dice: “ma che ti ho fatto, perché non mi parli, c’è qualcosa che non va”. Nessuno te lo spiega, ma tu sai che non ti va che non si parli mai. Il Cantico da questo punto di vista ci dice di guardare come siamo fatti e come funzioniamo e allora possiamo in filigrana sacramentalmente capire un po’ come funziona Dio e dunque se lo vogliamo coltivare questo rapporto con Dio, trovare i tempi e i luoghi per un dialogo con lui, per essere accolti da lui e per ascoltare lui.

Il testo – Ct 2,8 – 3,5

2 8Una voce! Il mio diletto!

Eccolo, viene

saltando per i monti,

balzando per le colline.

9Somiglia il mio diletto a un capriolo

o ad un cerbiatto.

Eccolo, egli sta

dietro il nostro muro;

guarda dalla finestra,

spia attraverso le inferriate.

10Ora parla il mio diletto e mi dice:

«Alzati, amica mia,

mia bella, e vieni!

11Perché, ecco, l’inverno è passato,

è cessata la pioggia, se n’è andata;

12i fiori sono apparsi nei campi,

il tempo del canto è tornato

e la voce della tortora ancora si fa sentire

nella nostra campagna.

13Il fico ha messo fuori i primi frutti

e le viti fiorite spandono fragranza.

Alzati, amica mia,

mia bella, e vieni!

14O mia colomba, che stai nelle fenditure della roccia,

nei nascondigli dei dirupi,

mostrami il tuo viso,

fammi sentire la tua voce,

perché la tua voce è soave,

il tuo viso è leggiadro».

15Prendeteci le volpi,

le volpi piccoline

che guastano le vigne,

perché le nostre vigne sono in fiore.

16Il mio diletto è per me e io per lui.

Egli pascola il gregge fra i gigli.

17Prima che spiri la brezza del giorno

e si allunghino le ombre,

ritorna, o mio diletto,

somigliante alla gazzella

o al cerbiatto,

sopra i monti degli aromi.

3 1Sul mio letto, lungo la notte, ho cercato

l’amato del mio cuore;

l’ho cercato, ma non l’ho trovato.

2«Mi alzerò e farò il giro della città;

per le strade e per le piazze;

voglio cercare l’amato del mio cuore».

L’ho cercato, ma non l’ho trovato.

3Mi hanno incontrato le guardie che fanno la ronda:

«Avete visto l’amato del mio cuore?».

4Da poco le avevo oltrepassate,

quando trovai l’amato del mio cuore.

Lo strinsi fortemente e non lo lascerò

finché non l’abbia condotto in casa di mia madre,

nella stanza della mia genitrice.

5Io vi scongiuro, figlie di Gerusalemme,

per le gazzelle e per le cerve dei campi:

non destate, non scuotete dal sonno l’amata

Finché non lo desideri.”

Il testo è bello. Bisognerebbe ragionare versetto per versetto. Ci è arrivato in una scrittura continua, il dialogo è alternato, quando parla lui quando parla lei, in alcuni casi è chiaro, ma in fondo questo ci interessa abbastanza poco, perché la struttura del dialogo è così intensa che alla fine non si sa più quando parla lui o quando parla lei. Ci descrive esattamente il punto di partenza, il desiderio di essere raccolti, di non andare perduti.

La prima parola dice “Una voce! Il mio diletto!” non è così strano, non è così irrilevante che la caratteristica con cui l’altro ci raggiunge è la sua voce: quando non vediamo ancora possiamo già sentire la voce. Noi siamo discepoli di uno che il Vangelo di Giovanni dice che era la Parola, il Logos, il Verbo. Noi riflettiamo troppo poco sull’importanza che ha la parola nell’esperienza di fede, proprio come parola pronunciata. Dopo l’ottocento abbiamo mitizzato il silenzio, guarda caso in culture molto rumorose, quindi sembrerebbe che il silenzio sia molto più religioso del rumore, c’è tutta una cultura moralistica della parola.

Pensiamo a quanto soffriamo dell’eccesso di silenzio, a quanto non abbiamo le parole per dirlo, a quanto sia davvero importante siamo in grado di comunicare. Una delle frasi più diffuse quando vogliamo dire qualcosa di importante è “ adesso non so come spiegartelo” e ci stiamo tutti rassegnando all’idea che è totalmente falsa e che sarebbe  “non ci sono parole” che in genere significa che non ho nessuna intenzione di farmi carico fino in fondo, di raccoglierti là dove sei. A volte può significare che non ci sono chiacchiere, che abbiamo sufficientemente pudore per non dire una cosa qualsiasi, ma se diciamo che non ci sono parole abbiamo negato la natura trinitaria di Dio.

Dio è uno e trino perché è la parola eternamente scambiata, quando diciamo che crediamo in Dio Padre, Figlio e Spirito Santo, diciamo che crediamo che c’è una circolazione possibile, che non azzera le differenze dei tre, che non è simbiotica, ma che nemmeno è indifferenza, stare uno accanto all’altro, è una circolazione costante, noi dobbiamo credere per fede e non per motivi antropologici, sociologici, che la parola può comunicare. La parola come ogni cosa può essere: usata bene o male, grossolana o delicata, invadente o rispettosa, come ogni cosa, come le mani , come i piedi, anche aiutare può essere invadente, grossolano.

Una voce è il grande desiderio profondo, e noi abbiamo il mito nella testa: essere raccolti senza parlare. Abbiamo il grande sogno di pensare che quello ci guarda e ci capisce.

Dio invece di ha dato delle corde vocali, ci ha dato un corpo e addirittura è così importante che lo ha dato anche a suo figlio nell’incarnazione, perché è solo così che noi possiamo ammettere l’altro nella nostra intimità, perché Dio ha voluto che la chiave della libertà della nostra intimità fosse nelle nostre mani. L’altro in questo modo è obbligato ad un mistero, e noi al mistero degli altri, perché solo noi possiamo decidere se parlare o tacere, se pronunciare questa voce.

“Eccolo, viene

saltando per i monti,

balzando per le colline.”

Qui c’è un altro elemento fondamentale di questo raccogliersi, che è la fretta, si salta, non si fa adagio, educatamente. L’immagine cinematografica in cui alle persone accade di tutto e alla fine sono perfettamente pettinati, truccati e senza una goccia di sudore è una menzogna. La vita non funziona così, perché se io mi metto in gioco c’è un’urgenza, c’è uno scomporsi, se non mi sbilancio non c’è spazio per un dialogo. La Scrittura per questo parla sempre di un cammino, perché il camminare è la nostra esperienza di sbilanciamento positivo. Alziamo un piede, spostiamo il baricentro, in quel momento è possibile cadere, inciampare, è più difficile cadere se stai seduto o con le gambe ben piantato, se stai camminando è più facile cadere perché hai una posizione di squilibrio. La condizione su cui si fa molta poesia (Abramo, esci dalla tua terra e vai) è la condizione dello squilibrio.

9Somiglia il mio diletto a un capriolo o ad un cerbiatto.” La scrittura spessissimo usa l’espressione “somiglia a” in varie forme, usa molto di più la similitudine che i concetti. Il concetto tende a possedere, quando definisco una concetto, dico questo è quello lo fisso in quel luogo, ma se io dico questo assomiglia a quello metto in moto delle immagini del mondo, do alla cosa che descrivo una libertà, ma anche al mio ascoltatore. I concetti chiari e distinti certo non saltellano stanno ben piantati, dire assomiglia a … è più rischioso, si possono pensare anche delle cose che non centrano niente, ma è la chiave della libertà dell’altro che ascolta, ma anche della cosa di cui sto parlando.

“…spia attraverso le inferriate”

Questi due versetti danno la descrizione degli elementi della ricetta, prima di come fare c’è elenco degli elementi che servono: una voce, saltare, la libertà del somigliare e non dell’essere, la capacità di spiare.

Spiare è la capacità di intravvedere, di intuire, di vedere un pezzo e ricavare la totalità, di sforzarsi di arrivare con gli occhi dove gli occhi non arrivano.

Finito l’elenco degli elementi necessari per la torta si passa alla spiegazione di come fare, della ricetta vera e propria, cosa si fa prima e cosa si fa dopo. La prima cosa da fare per mettere in opera il desiderio di essere raccolti, per far funzionare un amore, è:

il mio diletto e mi dice:

«Alzati, amica mia,

mia bella, e vieni!

11 Perché, ecco, l’inverno è passato,

è cessata la pioggia, se n’è andata;

12 i fiori sono apparsi nei campi,

il tempo del canto è tornato…”

Bisogna alzarsi, andare da qualche parte, presto, perché c’è un cambio di stagione, finisce l’inverno, il tempo che per una cultura agricola significa la staticità, tutto si prepara ma ancora non mostra, ed è tornato il tempo del canto, il tempo della fioritura, delle cose che si vedono, si dicono, si danzano.Io credo che al di là dell’immagine poetica tutti noi abbiamo vissuto questa esperienza, a quindici anni quando uno ha le crisi di solitudine passa il suo tempo a dire che non ha nessun amico, nessuno lo capisce, ma se non esci da questo piangerti addosso, ti esponi, se non mostri una disponibilità, non ce lo avrai mai.

Il desiderio di essere raccolti nasce dal desiderio di mostrare la disponibilità, la voglia di essere raccolti, quindi dal muoversi, dall’alzarsi, dal riconoscere il cambiamento. Il tema dello sbilanciamento è ancora una volta fortissimo, noi immaginiamo sempre l’esperienza di relazione con Dio come alcuni grandi sbilanciamenti epocali e poi dovrebbe andare tutto bene, come se un matrimonio fosse fatto del giorno delle nozze, e poi tutto rimane uguale a sè stesso. Ogni giorno è uno sbilanciamento, un inverno che finisce e un’altra primavera che comincia e che non si sa mai bene come aspettarsela, non è sempre così rassicurante.

Il secondo passo che è quello della risposta del’amato:

14O mia colomba, che stai nelle fenditure della roccia,

nei nascondigli dei dirupi,

mostrami il tuo viso,

fammi sentire la tua voce,

perché la tua voce è soave…”

dice esattamente questa reciprocità, e ancora una volta si dice di un viso e di una voce, spiare, guardare. Non è un caso che tutta la tradizione e non solo cristiana ha dato importanza al vedere nella preghiera: i nostri luoghi di preghiera sono pieni di dipinti, di schegge di bellezza, le nostre preghiere rituali hanno elaborato gesti di ostensione, e queste cose non servivano solo per quando la gente non sapeva leggere la Bibbia, poi noi riempiamo le chiese di icone orientali perché neanche noi sopportiamo la bruttezza, e i nostri occhi devono pur guardare qualcosa. La dimensione del vedere è una riflessione su cui discutere molto, e anche sulla dimensione del non vedere, per vedere con gli occhi interiori, perché in tutte le tradizioni di preghiera si chiudono gli occhi?

Al versetto sedici c’è un punto decisivo:

“16Il mio diletto è per me e io per lui.” Peccato che in tutto il testo c’è un cercarsi senza trovarsi. Se leggiamo il versetto come io sono sua e lui è mio, come uomini e donne di questo secolo dove la simbolica funzionante è l’economia, il denaro, l’idea è il possesso, ci fa venire i brividi. Il problema che loro quando scrivono questo testo non avevano la simbolica del possesso, economica, avevano una simbolica sapienziale, ed è chiaro che lui è mio e io sono sua viene detto in un tempo di assenza, non ha niente a che fare con il possesso, e come quando noi diciamo non posso vivere senza di te, mai senza di te e tu mai senza di me. E’ l’espressione di un desiderio non di un possesso, perché detto in un contesto di assenza.

I versetti del capitolo 3 sono la dinamica di ogni desiderio possibile su cui il mio consiglio e farveli un po’ girare nel cuore e nella mente con un po’ di calma, lasciandoli suonare, perché hanno una loro sonorità che è difficile commentare senza rovinarli:

3 1Sul mio letto, lungo la notte, ho cercato

l’amato del mio cuore;

l’ho cercato, ma non l’ho trovato.

2«Mi alzerò e farò il giro della città;

per le strade e per le piazze;

voglio cercare l’amato del mio cuore».

L’ho cercato, ma non l’ho trovato.

3Mi hanno incontrato le guardie che fanno la ronda:

«Avete visto l’amato del mio cuore?».

4Da poco le avevo oltrepassate,

quando trovai l’amato del mio cuore.

C’è la dinamica della ricerca che è strettamente connessa, non è il contrario, di non trovare, è proprio la stessa cosa del non trovare. Attenti a non ridurla in termini economici, come invece capita al 90% del nostro esercizio di desiderio, anche dei desideri buoni, in cui il problema è che o questo desiderio viene colmato, oppure dopo un po’ è frustrante, quindi lo cancello o lo rimuovo o forse era un desiderio sbagliato.

Abbiamo una mancanza totale di esercizio consapevole, almeno negli ambiti non amorosi, che c’è poco di così fondamentale come abitare un desiderio perché il desiderio cresca, abitarlo perché non sia soddisfatto, perché è la fonte di un’energia, di un senso (parola che odio in modo assoluto) del tempo e dell’esistenza, di uno spessore che solo l’abitazione di un desiderio può darci. Gli antichi lo sapevano bene, il fine della vita umana è il desiderio di Dio che potrà essere colmato solo nell’al di là. Noi anche nel desiderio abbiamo una concezione implicitamente economica, il desiderio conta in quanto al risultato, mica puoi andare avanti all’infinito ad essere frustrato. Perché no? Perché non sopportiamo la frustrazione? Male, dovremmo sopportare la frustrazione un po’ di più.

Guardando nel testo la dinamica è esattamente l’opposto di quello che normalmente facciamo noi, sempre un po’ con logica economica, noi partiamo dal più esterno verso il più interno, consideriamo guardare dentro di noi il punto di arrivo, invece è esattamente il contrario, prima è cercato sul letto, poi per la città, poi si chiede alla guardie, si va dal più interno al più esterno, dal più intimo e personale al di fuori di me. Cercare Dio al mio interno è solo il primo passo perché poi bisogna cercare Dio nelle strade delle città, poi farsi insegnare Dio dagli altri,e gli altri sono i poveri. E’ solo dopo aver oltrepassato i poveri che gli hanno insegnato Dio forse lo trova. La progressione spero che sia chiara, uno lo cerca nell’intimità del proprio letto e non c’è, poi vaga per la città, chiede alle guardie, di cui non si sa cosa rispondono, ma noi riceveremo la nostra esperienza di fede dagli altri, ed è chiaro che dobbiamo partire dal nostro letto, da noi stessi, non ci viene da fuori la questione, ma se ci fermiamo solo lì, se rimaniamo a chiederci io credo, non credo, ho dei dubbi, come mi sento, è giusto, è sbagliato,in questo modo non andremo mai da nessuna parte.

Cercare nella città e chiedere a qualcuno, secondo l’evangelo sono i poveri, e solo dopo troveremo.

Lo strinsi fortemente e non lo lascerò

finché non l’abbia condotto in casa di mia madre,

nella stanza della mia genitrice.”

Non torna indietro, ma si va da un’altra parte, quando lo trova lo porta da un’altra parte, che forse è la radice più antica, colei che mi ha generato. Non si torna ad una apparente profondità di sé.

Poi c’è questo versetto che io amo molto e su cui i commenti dei padri sono divertenti

“Io vi scongiuro, figlie di Gerusalemme,

per le gazzelle e per le cerve dei campi:

non destate, non scuotete dal sonno l’amata

finché non lo desideri.”

C’è un sonno necessario, figlio del desiderio, un sonno che sembra smentire tutte le voci, i visi, gli sguardi, la ricerca, un sonno che non va disturbato, bisogna lasciare che l’amore possa riposare. Ci sono tutti i commenti di ogni genere e grado su questa immagine del sonno, è un tema forte della dinamica del desiderio: attivo e passivo, cercare e dormire, insistere e arretrare fanno tutti parte della stessa dinamica.

Fossano, 9 ottobre 2010

(testo non rivisto dal relatore)

Anno pastorale: 2010/2011

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