16 Aprile 2011
Stella Morra

7. Per la vostra insistenza: una questione di tempo?

Commento a: Lc 18, 1-8


Premessa

Nelle prime tre riflessioni con il testo del Cantico dei Cantici, il testo di Genesi e il testo del profeta Amos abbiamo cercato di delineare la struttura di fondo dell’esperienza umana del pregare nel senso più ampio, più spirituale, ma anche antropologico, comune di questa struttura per cui ciascuno di noi, in fondo, in qualche parte di sé, in qualche modo, in qualche forma, magari in modo molto diverso gli uni dagli altri, ha una struttura di desiderio rispetto alla volontà di essere riconosciuto, che i miei desideri, ciò che vorrei dire a voce alta sia ascoltato da qualcuno.

Siamo partiti da un’idea di preghiera molto ampia dicendo che i movimenti più profondi della nostra vita in qualche modo si erano riconosciuti e incontrati, non siano inutilmente vissuti. Non siano semplicemente qualcosa che mi attraversa come gioia, come gratitudine, come desiderio, come bisogno finendo poi tutto nel nulla, come se io non li avessi provati. In fondo la struttura fondamentale della preghiera è questo: il desiderio di essere riconosciuti. In questo abbiamo visto due aspetti particolari: la lotta con la parola nel testo di Genesi. Abbiamo visto come queste esperienze profonde tanto chiedono di essere espresse a qualcuno o anche solo a noi stessi per chiarirsi cosa si prova e tanto contemporaneamente necessitano di silenzi cioè non sono mai esauribili e non riusciamo mai a essere soddisfatti del modo in cui anche solo a noi stessi le esprimiamo, tanto più ad altri.

Il secondo aspetto è l’idea che il contrario della preghiera, dicevo provocatoriamente col testo di Amos, non è la non preghiera, perché non esiste che non si abbia la spinta ad essere riconosciuto e a trasformare in un’espressione quello che si sente. Dall’altra parte dicevamo che il contrario della preghiera è l’idolatria, cioè l’accontentarsi di meno, l’abbassare il livello di espressione e il livello degli interlocutori nella convinzione che in fondo non ne valga la pena. Non c’è una fiducia nel poter essere in qualche modo riconosciuti e questo è ciò che la Scrittura chiama idolatria: è l’accontentarsi di meno, il non fidarsi che Dio ascolterà e quindi appoggiarsi ad altre cose, ad altre potenze. Anche questo è un meccanismo molto umano, molto ordinario della nostra vita, molto diffuso, condiviso nella modernità non solo nell’antichità. Personalmente penso che il male profondo della nostra epoca non è il non pregare ma è l’essere molto idolatri, pensare che il desiderio di riconoscimento che ci abita può essere soddisfatto da altre cose come il denaro, la sicurezza, il potere, il ruolo che si occupa o anche cose più sottili, meno scontate, che però funzionano allo stesso modo.

Dopo questo primo gruppo abbiamo visto tre testi più cristologici che pur radicandoci in questa esperienza molto comune come tutta l’esperienza di Cristo che è vero Dio e vero uomo e si propone alla nostra umanità in modo riconoscibile nelle strutture di fondo della nostra umanità. Non è vero uomo solo perché mangia, ha fame, ha sete, ma perché la sua esperienza è straordinariamente radicata e proposta alle strutture di fondo di ciò che noi siamo, non riguarda una sovrastruttura, un qualcosa in più. Insisto molto su questo perché ci scatta sempre quest’idea sulla preghiera. Ognuno vive come tutti e poi dovrebbe pregare, facendo un’attività extra, che i non credenti non fanno. Quindi bisognerebbe trovare il tempo che non si trova mai e quindi tutto diventa faticosissimo.

Bisogna spezzare questa logica. L’esperienza della preghiera cristiana può aver trovato nel corso dei secoli delle forme particolari ma come forme di un’esperienza che è profondamente radicata in una struttura umana interna alla nostra vita ordinaria: la necessità di essere riconosciuti. Se ci fidiamo delle forme che generazioni di credenti hanno elaborato, vissuto e queste ci aiutano ci risparmiamo il lavoro di dovercele inventare ma solo a patto che queste forme siano l’espressione di questa esperienza profonda della nostra umanità. In questo abbiamo cercato di vedere come si caratterizza il modo in cui Cristo abita questa struttura fondamentale dell’umanità.

Abbiamo visto per ora tre brani. Il primo dal Vangelo di Matteo al capitolo 16 che riguardava la premessa: come spesso accade Gesù Cristo dice che la struttura è questa però bisogna guardarla da un’altra parte e che se si vuole essere riconosciuti bisogna imparare a riconoscere. La prima struttura per pregare, poiché io voglio essere riconosciuto in ciò che esprimo, è imparare ad ascoltare Dio ma anche gli altri. Se vuoi essere riconosciuto, se non sei capace a riconoscere non riuscirai ad essere riconosciuto.

Il secondo dal capitolo 15 di Marco nel racconto della crocifissione abbiamo messo in luce la questione che quando si riesce a capire che il punto di partenza è l’essere riconosciuti, si fa l’esercizio di riconoscere Dio, ma se Dio non parla, anzi nei momenti più difficili pare sparito dall’orizzonte…

Il terzo passo è stato analizzare il testo in cui i discepoli chiedono come pregare e Gesù dice: “quando pregate, dite…”, una volta tanto c’è una risposta chiara e diretta. Di solito risponde con un’altra domanda, parla di un’altra cosa. E’ rarissimo che a una domanda di come funziona qualcosa, Lui risponda: funziona così. C’è sempre una risposta di rovesciamento, di cambiamento degli equilibri. Ma qui è talmente forte la questione che Gesù dice “quando pregate, dite così: Padre nostro…”. Abbiamo quindi ragionato su questo dire accettando di non lottare più con le parole, assumendo le parole che Gesù stesso propone.

Il testo Luca 18,1-8

1 Disse loro una parabola sulla necessità di pregare sempre, senza stancarsi: 2«C’era in una città un giudice, che non temeva Dio e non aveva riguardo per nessuno. 3In quella città c’era anche una vedova, che andava da lui e gli diceva: “Fammi giustizia contro il mio avversario”. 4Per un certo tempo egli non volle; ma poi disse fra sé: “Anche se non temo Dio e non ho rispetto di nessuno, 5poiché questa vedova è così molesta le farò giustizia, perché non venga continuamente a importunarmi”. 6E il Signore soggiunse: “Avete udito ciò che dice il giudice disonesto: 7E Dio non farà giustizia ai suoi eletti che gridano giorno e notte verso di lui, e li farà a lungo aspettare? 8Vi dico che farà loro giustizia prontamente. Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?”».

Il testo di oggi è ancora una questione “particolare” perché, come ci eravamo detti all’inizio, questo è un tema immenso. Si potrebbero scegliere duecento brani ma io ho scelto quelli che mi sembravano i temi ricorrenti. Quella di oggi è la questione del tempo. E’ una questione che si tira sempre in ballo rispetto alla preghiera, da una parte dicendo che non si ha tempo di pregare e dall’altra dicendo che non è una questione di minuti o di ore ma di sostanza. Però poi ci si chiede sempre, molto concretamente, cosa vorrà dire pregare abbastanza: dieci minuti, un quarto d’ora, un’ora, una volta al giorno, dieci volte al giorno, una volta alla settimana. Io prego abbastanza che cosa significa poi nel concreto? E come spesso accade le nostre domande più concrete sono quelle a cui è sempre più difficile rispondere perché da un lato ci sembra di banalizzare, dall’altra non abbiamo criteri concreti.

Questo è il tema in generale e poi in conclusione avremo una riflessione più generale che cercherà di tirare le fila sul tema della preghiera.

Questo tema della questione del tempo è grossa e molto reale perché si tratta di quantificare, di non quantificare? L’ottocento e la prima parte del novecento ha quantificato tutto in ambito religioso, ha fatto di tutto un’analisi molto dettagliata: dalle maniche corte peccato, le maniche lunghe no, fino al ridicolo in alcuni casi, a quanto tempo serve per dire le preghiere al mattino, trasformando tutto in un dato molto analitico, molto spezzettato che era molto utile perché ognuno alla sera si faceva i conti pensando che se si era detto il rosario, si erano dette le preghiere del mattino e della sera si poteva andare a letto tranquilli. Non è poco, perché noi, con la nostra grande libertà, finiamo per essere perennemente insoddisfatti o incerti ed è un bel peso. Quindi, da una parte c’è stato un tempo di grande concretizzazione: le nostre nonne, tutte, contavano la bollitura dell’uovo alla coque con l’Ave Maria e il Gloria al Padre. La somma di alcune preghiere dava i tempi per una serie di cose che si facevano nella vita. Era molto normale che ci fosse una temporizzazione dei gesti legata alla durata delle preghiere. Ci si dava appuntamento, quando c’erano meno orologi dappertutto, al vespro, per dire una certa ora del pomeriggio, oppure all’Angelus, che era l’ora di pranzo. Tutto era molto scandito perché molto concretizzato. Da un certo punto di vista, questo ha una funzione perché ci aiuta a non dover essere sempre degli intellettuali pazzeschi che hanno bisogno di tre lauree per riuscire a vivere da cristiani. D’altro canto c’è il contrappeso che alla fine questo banalizza tutto e lo rende una prigione perché poi se un giorno non riesci a dire i sette Padre Nostro, cosa succede? Ti cade un fulmine sulla testa…?!

Noi siamo passati però all’eccesso opposto perché a cominciare da “Beati i poveri in spirito” diciamo: si però è una questione più interiore, non è proprio la povertà delle cose. Abbiamo cominciato di tutto a dire: si, ma non è il concreto che conta! Non è che se preghi dieci minuti, vale meno che se hai pregato venticinque! E’ vero, ma a forza di rendere tutto generico, è successo che dobbiamo decidere tutto noi, tutto dipende dalla nostra scelta. Noi dobbiamo decidere se è abbastanza o no: se ci siamo fatti troppi sconti, se è sufficiente, se non lo è. Siamo dunque cascati dall’altra parte, nell’ossessione delle decisioni, nel non riuscire a fare più quasi tutto scioltamente, mentre se c’è una cosa che richiede scioltezza, è la vita cristiana. La vita cristiana è una vita ordinaria, quindi deve poter avere un ritmo tranquillo. Certo ogni tanto ha bisogno di tempi di focalizzazione, ma normalmente deve poter essere anche un pelino rilassata, perché siamo già troppo stressati in generale, per il mutuo, l’educazione dei figli e se dobbiamo avere anche la responsabilità di decidere se abbiamo pregato abbastanza o no!? E’ troppo alla fine!

Quindi la questione del tempo sta in mezzo tra un’eccessiva concretizzazione e un’eccessiva astrazione: tra dire tutto regolamentato ed è così o sei un peccatore perduto e il dire niente è regolamentato, è una questione di coscienza, ognuno decide secondo se stesso. In genere così fa la fine di tutte le cose di questo genere per cui, superati i venticinque anni, ci si prende una certa abitudine, buona o cattiva che sia, grosso modo tiene quella, non si pone più tanto il problema e lascia che le cose vadano come vadano e non è una gran soluzione!

Il testo di cui ci vorremmo occupare è l’inizio del capitolo 18 di Luca. E’ un testo molto conosciuto ma spero di farvi vedere che spesso è citato a sproposito. E’ una parabola, quella della vedova e del giudice ingiusto.

E’ un testo molto conosciuto benché lo abbia solo il Vangelo di Luca, gli altri sinottici non riportano questa parabola. Fa parte di una parte del Vangelo di Luca che si chiama “Viaggio verso Gerusalemme.” I Vangeli hanno ognuno una caratteristica letteraria: noi li leggiamo a pezzettini e in genere non la vediamo. Giovanni è strutturato come un processo dal punto di vista letterario perché probabilmente gli è venuto in mente quello schema lì. Luca è strutturato come una camminata: c’è una doppia salita, una salita verso Gerusalemme e poi una salita al monte dove Gesù sarà giustiziato. E’ strutturato come un cammino e ci sono questioni ricorrenti legate a questo camminare di Gesù. D’altra parte Luca ha un altro tema che è tipico del cammino e che è il tema del tempo, dell’ora, come quando in macchina i bambini chiedono se si è arrivati a destinazione o quanto manca. La domanda che torna dai discepoli, dalla folla, è sempre: quanto manca, siamo arrivati? Perché dietro c’è un problema che il Vangelo di Luca ha molto presente e che è quello che tecnicamente si chiama ritardo della Parusia, cioè del fatto che probabilmente questo Vangelo si rivolge ad una comunità di entusiasti e che pensava che alla morte di Gesù sarebbe finito il mondo. Quindi pensavano di non sposarsi più, di buttare tutto via, di condividere con i poveri tanto il mondo sarebbe finito. Solo che il mondo non è finito: Gesù è risuscitato, è asceso al cielo e il mondo non è finito e questa comunità di entusiasti si è un po’ “scosciata”. La domanda che sta dietro al vangelo di Luca è: ma se il mondo non finisce, cosa bisogna ancora fare?

E’ esattamente la nostra questione:¨noi crediamo in Dio, in Gesù Cristo, cerchiamo di essere persone per bene, ma in questo mondo da schifo, dove pare che se sei cristiano sei sempre quello che fa la parte dello stupido, ognuno pensa che crede per sé, non per gli altri, perché ci da un senso. Ma ce lo da, siamo sicuri? Perché poi i problemi li abbiamo uguali a tutti gli altri: la fatica è la stessa, coloro che amiamo muoiono lo stesso, abbiamo paura di morire come gli altri; allora cosa dobbiamo fare?

Questa è proprio la domanda del Vangelo di Luca, quindi è un Vangelo molto simpatico. La risposta di Luca è sostanzialmente: zitto e nuota. Alla domanda cosa dobbiamo fare, Luca risponde: camminare. Luca finisce le apparizioni del Risorto con quella ai discepoli di Emmaus che gli altri non citano. Luca dice che i discepoli camminavano per lasciar perdere; si avvicina un viandante che si ferma un po’ con loro, gli spiega le Scritture, i due si sentono rincuorati e si rimettono a camminare ma tornando indietro. Quindi cosa c’è da fare? Camminare!

Luca nei brani che riporta solo lui in qualche modo crea delle situazioni o prende dei detti di Gesù mettendoli magari in un altro contesto per tenere questo schema: camminare nel tempo per reggere alla domanda: quanto manca?

Il problema del tempo è un problema grandissimo per Luca e lui ha sempre, in tutti i suoi brani, una duplice questione del tempo: da una parte il tempo soggettivo e dall’altra quello oggettivo.

Il tempo soggettivo sarebbe: io quanto tempo devo dare per fare questo o quello?

Il tempo oggettivo sarebbe: quanto manca ad arrivare? Quanto manca al momento in cui il mio tempo soggettivo dice che ora si distribuiscono gli interessi: dopo aver dato un sacco di tempo ci si aspetta di veder restituito il centuplo, se invece si è dato cinque minuti allora ci viene restituito il centuplo di cinque minuti. Il tempo oggettivo è il tempo della mia vita.

Questa parabola è costruita avendo sotto gli occhi questo, per cui l’inizio e la fine sono il tempo soggettivo e il tempo oggettivo.

L’inizio è “disse loro una parabola sulla necessità di pregare sempre senza stancarsi” cioè soggettivo, l’oggettivo è “ma il Figlio dell’uomo quando verrà, troverà la fede sulla terra?

La parabola sposta dall’uno all’altro e cioè dice che a noi della fine del mondo non importa ma ci importa cosa dobbiamo fare noi. Lui allora parte da quello che dobbiamo fare noi per spiegarci che la fine del mondo è importante. Ci prende dalla nostra domanda reale -il nostro tempo- per spostarci verso la domanda finale: quanto manca?

Per questo questa parabola che viene spessissimo interpretata tutta nella chiave del primo versetto, avendo poi una grande difficoltà a far tornare il ragionamento. Perché partendo dalla necessità di pregare sempre senza stancarsi pensiamo ci debba parlare della vedova e invece parla del giudice. Noi pensiamo che la vedova a forza di insistere ha ottenuto, che è un ragionamento di tipo economico: vuoi ottenere un risultato, allora insisti! In qualsiasi cosa della vita, nelle diete, nel far ginnastica, nell’imparare la matematica se vuoi ottenere un risultato devi insistere. Se faccio una cosa per la prima volta e mollo subito, non ottengo il risultato. Non ci voleva il Figlio di Dio per dirci questo e infatti la parabola non parla di questo.

Nel primo versetto ci sono due parole molto grosse. Prima la parola sempre. Questa parola nella Scrittura è usato con parsimonia perché attiene a Dio, perché gli uomini non hanno potere sul sempre, perché sempre non ci appartiene, se non altro perché moriamo e quindi poi non possiamo più, non è sempre. Raramente viene usata in relazione agli esseri umani e ancor più raramente c’è un comando che vale sempre. Quindi è una parola molto pesante su cui dovremmo riflettere.

Poi si aggiunge una determinazione: senza stancarsi. Quindi è un sempre non in assoluto ma sempre senza cedere alla stanchezza perché a pregare ci si stanca. Qui ci si sta dicendo che se ci stanchiamo a pregare è normale, perché non viene naturale, se venisse naturale non sarebbe comandato.

Così vale per tutti i comandamenti. Onora il padre e la madre di per sé: non verrebbe spontaneo, però onorali. Così anche ricordati di santificare le feste: ti verrebbe da non osservarlo ma ricordati che devi farlo. I comandi servono sempre a qualcosa che non viene spontaneo perché lo spontanea non è ordinato.

Qui ci viene detto che il pregare stanca perché lo sporgersi fuori da sé, fidarsi e affidarsi per essere riconosciuti nella misura più profonda di se stessi non è mai un’operazione banale. La preghiera non è una forma di fitness: tutte le volte che noi diciamo che la preghiera ci da molto, diciamo una cosa vera ma se non c’è una quota di fatica, c’è qualcosa che non va perché non è banale per l’essere umano sporgersi fuori da sé e accettare il rischio di mettersi di fronte a un altro per essere riconosciuto e per riconoscerlo. Quindi è una cosa seria , da adulti.

Torneremo su questo discorso del pregare sempre: è possibile? Il “è necessario” corrisponde in greco al verbo bisogna che indica un dato di necessità rispetto al progetto di Dio.

La parabola ci sposta su un’idea oggettiva del tempo e solo a quel punto si capisce cosa vuol, dire pregare sempre.

La parabola dice: C’era in una città un giudice, che non temeva Dio e non aveva riguardo per nessuno. 3In quella città c’era anche una vedova.

Queste sono due figure classiche di tutta la letteratura biblica. Sono come due personaggi della commedia dell’arte, due standard. Il giudice nel mondo di Israele rappresenta il 95% del potere dell’autorità, di colui che ha possibilità di decidere di sé ma anche sulla vita comune e sugli altri ed è sempre colui che, poiché sceglie, è tentato di idolatria. Poiché noi ci siamo messi dalla parte di quelli che scelgono tutto e su tutto, siamo sempre il giudice in questa commedia dell’arte. Il giudice, nella Scrittura, è la figura di colui che non è sottoposto ad altri, che governa sé stesso, anzi anche gli altri, quindi è colui che ha come caratteristica il fatto di scegliere, che per noi è la caratteristica ordinaria della vita: ognuno di noi deve sempre scegliere. In questo racconto noi siamo più spesso il giudice che la vedova.

La vedova invece in tutta la Scrittura rappresenta esattamente il contrario: colei che dipende sempre dalle decisioni degli altri e non ha autonomia, perché una donna senza la garanzia di un uomo, è il peggio che possa esserci, non è quasi più persona. Dipende da altri che non sono la famiglia che potrebbe essere almeno affettuosa, ma da altri che sono estranei.

La vedova e l’orfano, nella Scrittura, sono sempre le due categorie che rappresentano i poveri perché in una struttura familiare di tipo patriarcale come quella antica, se sei bambino, figlio, sei considerato minorenne, non soggetto ma affidato a qualcuno che ti vuole bene. Ma se sei vedova, donna adulta, senza più un marito che si possa prendere cura di te, o orfano, bambino ma senza adulti responsabili per te, sei in balia della carità degli altri, puoi vivere solo di elemosina, senza garanzie che al tempo non c’erano. Da questo punto di vista la vedova è all’altro estremo del giudice e qui la prima cosa che si mette in luce in modo molto forte è la condizione soggettiva: tu sei il giudice o sei la vedova? O sei il giudice e la vedova? Non solo, ma nel vangelo di Luca la vedova, come l’orfano, sono spesso la rappresentazione della prima chiesa rimasta vedova di Gesù. Gesù è asceso al cielo, non c’è più Gesù che si prende cura di lei.

Io trovo che sia molto bella questa idea. Uno dei Padri commenta che la chiesa è povera e ha da essere povera non per motivi morali ma perché mostra il suo stato di vedovanza, è vedova del suo Signore e dunque è affidata alla carità del mondo.

Ci sono queste due figure e qui il primo grosso problema di questa parabola è chi è il protagonista dei due. Se prendiamo il versetto uno sulla necessità di pregare sempre, la protagonista è la vedova che insiste. Peccato che il ragionamento, per esempio, l’elemento che Gesù prende come paragone per dire ciò che farà Dio è il giudice. Se così ha fatto un giudice ingiusto forse Dio non farà…

Dunque sposta l’accento del protagonista del racconto.

  3In quella città c’era anche una vedova, che andava da lui e gli diceva: Fammi giustizia contro il mio avversario.

La parola giustizia è una parola abbastanza particolare ed è la giustizia del regno, la giustizia che chiediamo nel Padre Nostro. E’ la giustizia che non è la mia giustizia, ma fare la giustizia, la giustizia oggettiva non soggettiva. Questo è il contenuto dell’insistenza, è proprio la traduzione di “venga il tuo regno”. Il contenuto dell’insistenza è che la giustizia sia instaurata, che le cose funzionino. Anche qui può sembrare una sottigliezza ma non lo è affatto. La questione è un po’ ribaltante rispetto a noi stessi. Noi spesso diciamo: ma se io chiedo una cosa a Dio, insisto, insisto, poi Lui non la fa, cosa mi succede? Poi rischio di non credere più, allora è meglio che non gliela chieda, allora bisogna chiedere o no? Qui il problema non è che si chiede una cosa, ma si chiede che sia fatta giustizia, che le cose funzionino, che il mondo funzioni per il suo verso, secondo se stesso ma funzioni secondo giustizia. Si chiede un cambiamento oggettivo che non è qualcosa che io voglio ottenere per me, non ciò che compie un mio desiderio ma che le cose funzionino.

4Per un certo tempo egli non volle; ma poi disse fra sé: Anche se non temo Dio e non ho rispetto di nessuno, 5poiché questa vedova è così molesta le farò giustizia, perché non venga continuamente a importunarmi .

Noi andiamo subito al finale ma bisognerebbe chiedersi cosa è successo per quel certo tempo che lui non volle, che noi azzeriamo nel racconto. Secondo Luca noi siamo in quel tempo lì: siamo tra il tempo in cui la vedova chiede giustizia e per il tempo che il giudice non volle. Siamo in un tempo di sospensione in cui il mondo ancora non funziona.

Persino uno come il giudice che pensa che tutto dipende da Lui e che può scegliere senza temere Dio e senza avere rispetto per nessuno, si stufa dell’insistenza.

Poi qui c’è il salto al dato oggettivo:

6E il Signore soggiunse: Avete udito ciò che dice il giudice disonesto: 7E Dio non farà giustizia ai suoi eletti che gridano giorno e notte verso di lui, e li farà a lungo aspettare

Nei versetti 7 e 8 ci sono enormi problemi di traduzione, molti problemi linguistici. Tradizionalmente, lo trovate in sintonia un po’ con il versetto 1, cioè leggendo questa parabola nei termini della preghiera, dell’insistenza della preghiera. Poi però il risultato è che la seconda parte del versetto 8: “Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?” è totalmente staccata.

In realtà qui il problema letterario è molto complesso ma riassumendo diciamo: Gesù prende il giudice come esempio di Dio, esattamente come quando nella parabola dell’amico importuno che chiede il pane e il padre risponde che è già a letto… e quello insiste e dice se voi che siete cattivi date cose buone quanto più Dio darà cose buone. E’ esattamente la stessa logica: Dio non farà giustizia ai suoi eletti che gridano giorno e notte verso di lui? E li farà a lungo aspettare. Allora ci chiediamo se se l’è presa calma, sono passati duemila anni e il mondo continua a non funzionare, quindi li sta facendo aspettare abbastanza a lungo.

In realtà qui c’è uno dei problemi di traduzione, forse la traduzione più felice è: anche se li fa a lungo aspettare. Ma qui la questione di fondo è l’insistenza in relazione alla fiducia, a quello che succederà alla fine, al dire non ho dubbi, ci sarà un punto in cui alla fine il mondo funzionerà, in cui il Regno di Dio sarà instaurato.

8Vi dico che farà loro giustizia, e qui c’è l’altra parola critica rispetto alla traduzione. Il testo CEI traduce prontamente. Una versione che a me piace di più dice: farà loro giustizia improvvisamente. Di colpo ad un certo punto le cose funzionano. Io credo che tutti noi abbiamo fatto questa esperienza rispetto a Dio, rispetto alla nostra vita di fronte a Lui: in genere, solo un minuto prima dell’infarto, c’è un punto in cui ciò che sembrava inamovibile si sblocca. Una delle caratteristiche dell’azione di Dio è quella di essere sempre inaspettata. Per quanto invocata, desiderata, la fantasia di Dio è senza misura, per cui quando arriva non ce l’aspettavamo. E’ talmente inaspettata che spesso non la riconosciamo, che spesso accade altrove da dove noi ce la stavamo aspettando.

Qui la domanda che è posta è retorica ma per un verso radicale: che cosa pensate che Dio faccia rispetto alla domanda di giustizia? E fa parte della giustizia essere riconosciuti se ci si è sbilanciati e nella misura in cui ci si è sbilanciati. Se mi sbilancio poco sarò poco riconosciuto. Se esco da me sarò molto riconosciuto.

Allora si capisce un po’ di più questo “Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?”. Cioè, quando oggettivamente il tempo sarà compiuto e il Figlio dell’uomo tornerà, ci sarà ancora qualcuno capace di questa fiducia? Si sarà capaci di uscire da sé per riconoscere Dio mettendosi in una situazione di debolezza, di apertura e quindi di potere a sua volta essere riconosciuti. Forse ora si capisce un po’ meglio cosa vuol dire pregare sempre. Dicevo all’inizio che oggi noi siamo presi da un eccesso di concretizzazione da una parte e da un eccesso di teorizzazione dall’altra ed è come se non sapessimo più dove sta la preghiera.

Ma se invece di pensare alla preghiera come preghiere, formule, ma come il desiderio di essere riconosciuti e tutto ciò che questo comporta nella nostra vita e la necessità posta da Gesù, sotto il nome della fede, di essere per primi coloro che riconoscono Dio per poter essere a nostra volta riconosciuti, forse diventa un po’ più facile capire. Se la preghiera è la fiducia di fondo che mi orienta ad uscire da me, a non stare tutto concentrato sul governo della mia esistenza ma a fidarmi progressivamente del fatto che è la storia, la vita, gli altri che mi rimandano anche l’immagine di me e che se io sono capace di impegnare le mie energie, il mio tempo nel riconoscere Dio, il resto mi sarà dato in più. Sarò riconosciuto per sovrabbondanza. Forse questo si può fare sempre, anzi forse questo se non si fa sempre non serve. Se lo faccio un’ora al giorno non basta.

Questo è un discorso molto concreto. Questa esperienza si fa spesso nei confronti dei figli. Si fanno tante teorizzazioni sull’educazione dei figli ma dopo in realtà sei di fronte a loro e loro sono di fronte a te e ti fanno arrabbiare o no, ma normalmente sono i figli quelli che riescono sempre a farti stare fuori da te. Diventa normale, anche se faticoso, che si pensi sempre prima sbilanciatamene sull’altro. In genere in questo, alla lunga, se ne ricava un riconoscimento fondamentale. Per questo quando un bambino ci guarda e noi leggiamo nei suoi occhi che pensa che siamo, essendo suo papà e sua mamma, totalmente onnipotenti ci si sente un Dio con una gioia immensa perché ne riceviamo un riconoscimento ma non perché l’abbiamo cercato ma perché ci siamo sbilanciati, fidati. Questo è il dare all’altro, sbilanciandosi, tutto quello che gli serviva per sapere di sé per crescere, per fidarsi, per diventare grande bene. Nell’occuparti di questo non abbiamo più avuto tempo di occuparci di noi e tutto questo ci ritorna in più.

Questa è per noi un’esperienza molto rara. Siamo davvero in un tempo in cui l’auto centratura su di sé, l’auto realizzazione come principio primo, la necessità di pensare sé come necessità di autogoverno sulla propria vita, è talmente in primo piano che questa ricerca permanente del poter dire io in modo sensato finisce ormai per esaurirci talmente che alla fine invece di portarci un bene ci sovraccarica di una fatica del dovere di essere perfetti, di funzionare sempre, di essere sempre al massimo delle potenzialità, della lucidità, della scelta consapevole. L’ottimo risultato è che non ci sbilanciamo mai, non siamo mai fuori di noi e dunque non siamo mai riconosciuti o riconoscibili.

Da questo punto di vista se noi diciamo pregare sempre non intendendo tanto la quantità di formule o di preghiere ma come questa capacità di stare sempre o il più possibile senza stancarsi sbilanciati sull’essere fuori di noi, sul riconoscere per essere riconosciuti, sull’ascoltare per essere ascoltati, si capisce meglio cosa vuol dire pregare sempre e si capisce meglio come si instaurerebbe una maggiore giustizia e oggettivamente e non solo soggettivamente sarebbe un tempo diverso. In questo caso la risposta alla domanda finale “troverà la fede sulla terra?” potrebbe essere sì, non tanto perché trova delle cerimonie religiose ma perché troverebbe persone capaci di affidarsi agli altri e dunque anche a Dio.

Da questo punto di vista funziona come le diete: se non insisti non funziona. Cioè non si impara in un giorno, specialmente da adulti, a vivere sbilanciati sull’esterno perché è una posizione squilibrata, per cui bisogna mantenere un equilibrio che non si impara in un giorno e non senza cadute, né senza esagerazioni, né senza sbagliare misura o esserne delusi. Per questo bisogna insistere, non stancarsi.

Ma poi alla fine quanto bisogna pregare? Quanto serve per fare questo esercizio di appoggiarsi su una altra cosa sia con le formule che con i salmi o con la lettura della Parola.

Per questo si può pregare solo Dio. Con gli altri si parla, ti rispondono, ma la preghiera non è parlare con Dio come spesso viene definita. Non è vero perché Dio non è davanti a noi, Dio non risponde con delle parole, perché gli faccio dire quello che penso comunque io, perché Dio è un’altra cosa.

L’esercizio della preghiera è proprio questo esercizio di parlare poggiandosi su qualche cosa che io non possiedo per niente, nemmeno attraverso la sua risposta o la sua faccia. E’ appoggiarsi su un abisso, su qualcosa che io con fiducia credo ci sia e mi ascolta, so che le mie parole non saranno perdute; a volte lancia dei segnali, comunque mai univoci, mai interpretabili in un modo solo, mai troppo potenti da costringermi a riconoscerli, sempre molto delicati. Non è che uno sente le voci, che Dio gli parla. Ma fare questo esercizio che questa parola non è spesa invano è la prova di laboratorio per uscire da sé, per abituarsi a vivere sempre esattamente come il primo anno di vita di un figlio speso nelle orge dell’ermeneutica. E tutte le mamme dicono che ormai riconoscono quando piange perché ha male o per un capriccio e spesso non è vero che riescano a distinguere. Spesso si va per tentativi, si prova di tutto finché se smette di piangere si crede di avere la conferma di aver capito. Aver dato la camomilla a un bambino che piange potrebbe voler dire non che aveva mal di pancia ma magari che aveva bisogno di essere preso in braccio… Non si è sicuri perché l’altro è un piccolo che non risponde. Bisogna avere il coraggio di continuare a cercare di capire, senza pensare che se non si riesce a capire perché piange lui morirà. Invece bisogna pensare che tutti i bambini piangono e a volte non sono stati capiti e quindi, se non ci sono segnali gravi, si cerca di sopportare che pianga e di non riuscire a rispondere adeguatamente.

La preghiera è un esercizio dello stesso tipo di fronte a un Dio che si fa muto come un bambino e che non ci dice “mi fa male qui” o “ mi piace quello che stai facendo”. Noi facciamo questa esperienza che diventa quotidiana nella nostra vita, dunque ha un ritmo: prendere coraggio e fidarci sapendo che questo appoggiarsi non è invano.

Quindi bisogna pregare quanto basta per imparare questo. A lungo, in breve, tante volte al giorno, tutti i giorni, una volta alla settimana? Questo ognuno deve responsabilmente saperlo un po’ da sé e dobbiamo costruire dei tessuti di parola tra cristiani su cui confrontarci, non in astratto ma su come ci funziona l’esercizio di imparare ad appoggiarci.

Fossano, 16 aprile 2011

(testo non rivisto dal relatore)

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Ct 2, 8 - 3,5
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Associazione Culturale
L'Atrio dei Gentili

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