19 Febbraio 2011
Stella Morra

5. E se Dio non ascolta e non parla?

Commento a: Mc 15, 24-41


Premessa

La lectio di oggi è un punto di snodo sia per il testo, sia per il motivo per cui è stato scelto. Il percorso è cominciato con i primi tre, un po’ più descrittivi, della esperienza del pregare come esperienza antropologica. Cioè il bisogno di aiuto, di soluzione di un problema attraverso delle cose concrete che la sua vita, che il suo motore profondo di esistenza venga riconosciuto, venga raccolto da qualcuno; che ciascuno di noi non sia solo una parentesi nella grande storia dell’universo, in cui uno nasce, vive, muore e viene cancellato.

Il motore della preghiera come espressione del desiderio umano di essere riconosciuti e raccolti e dell’immaginare che ci sia qualcuno, una realtà più eterna che ascolti le nostre parole. Questo è il tema della prima lectio sul cantico dei cantici. L’idea che la parola e il silenzio in questo movimento profondo siano mescolati insieme. Parole e silenzi in un desiderio di essere riconosciuti, in una struttura di dialogo con un interlocutore che ci ascolti.

Parole e silenzio hanno un legame di lotta tra loro due: il desiderio di dire di non saperlo fare e il bisogno di silenzio e contemporaneamente la comprensione che il silenzio rischia di trasformarsi in solitudine molto velocemente. La nostra apertura all’altro, invece, richiede delle parole. Il rapporto tra parole e silenzio è come una lotta vista con il testo di genesi.

La terza dimensione descrittiva di questo movimento ancora molto generale cura il rapporto tra preghiera e preghiere cioè i vari modi in cui questo bisogno profondo è raccolto dalle esperienza religiose che possono essere le preghiere nella loro espressione concreta: formule, parole, la messa della domenica.

Il contrario della preghiera è l’idolatria, non la non preghiera. La preghiera non è un’attività specifica che si distingue da tutto il resto. Queste cose esprimono un sentimento profondo in modi diversi nelle stagioni della vita e in relazione alle vite che abbiamo. Questo atteggiamento più aperto al riconoscimento di un altro più grande di noi è l’idolatria, cioè perdere la fiducia che ci sia questa possibilità e dunque accontentarsi: scegliere di essere riconosciuti solo da cose concrete.

Le parole ripetute all’infinito fanno di me uno che gli altri conoscono e quindi non ho più bisogno di silenzi. Abbiamo visto il testo di Amos, poi a Gennaio il testo di Matteo sui Farisei Sadducei e il segno del cielo e li siamo entrati un po’ a piccoli passi in uno specifico cristiano rispetto alla preghiera: da una parte c’è un esperienza umana comune a tutti gli uomini, dall’altra a una sua esperienza propria che gli uomini non vogliono confrontare con le altre ma semplicemente mostrare come funziona. Il primo elemento dell’esperienza cristiana che riconosciamo attraverso testi evangelici che ci danno il profilo del comportamento di Cristo che è il metro di paragone per dire ciò che è cristiano. Il primo testo era intitolato “Ascoltare non è sforzarsi di sentire Dio”.

Cosa significa ascoltare? La prima cosa tipica cristiana è il rovesciamento e l’accoglienza della nostra struttura umana, cioè se il tuo desiderio è essere riconosciuto, per prima cosa devi riconoscere. Ci viene detto: “Attenzione ciò che desideri non si raggiunge mai andando a ciò che desideri, ma secondo la misura di Cristo, si raggiunge rovesciandolo. Mettendoti tu dalla parte di colui che agisce quelle cose in modo tale che se vuoi con lo stesso metro con cui giudichi sarai giudicato. Se impari ad ascoltare troverai qualcuno che ti ascolta non come un premio, ma come l’attitudine che rende i tuoi occhi, le tue orecchie fini da sentire di essere ascoltato. Questa è la “struttura incarnazionale” del cristianesimo, cioè il fatto che Dio ha agito così che Gesù volendo che noi diventassimo figli di Dio si è fatto uomo, si è messo dall’altra parte, ha mostrato che cosa vuol dire un uomo che è figlio di Dio. Non ci ha fatto lezione, ma ha rovesciato la sua possibilità.

Paolo in Fil 2,6-7 scrive : “Il quale, pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio; ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini…”. Volendo che noi ascoltassimo si è fato ascoltare. Questo è un metodo che non è evitabile nel cristianesimo. La misura di Cristo, perché per dire ciò che è specifico del cristianesimo guardiamo a cristo. Egli è la pienezza di una vita condivisa fino ad essere spezzata e dunque raccolta ascoltata nella resurrezione. Il padre raccoglie la vita condivisa di Gesù che è talmente condivisa con noi, da spezzarsi, e raccogliendola la riconosce come vivente. Questo è il cuore del cristianesimo. Quando diciamo è la morte risurrezione di Gesù. Oggi da questo punto di vista andiamo vicino a questo cuore con una domanda radicale. Il titolo è: “se Dio non ascolta e non parla?” cioè se l’esperienza che noi facciamo, pur sforzandoci di stare in questa logica, è quella che il nostro bisogno profondo, ma anche le cose concrete che chiediamo non vengano raccolte, anche quando chiediamo delle cose buone che Dio non ci stai a sentire; in tutta la scrittura è un’esperienza più volte riportata: i salmi di Giobbe ecc… l’esperienza del Giusto che prega Dio e che non viene ascoltato e che dunque la nostra vita è perduta non è raccolta da nessuno. Il nostro desiderio è semplicemente sparso nel vento.

Il nucleo decisivo per chiunque di noi si sforzi di parlare per chi non lo vuole ascoltare. Uno dei motivi della nostra ricorrente fatica di pregare è legata a questo tema. Da questo punto di vista dobbiamo avere il coraggio di andare al profilo cristologico è al momento grave dove Dio non ascolta: è il momento della morte di Gesù.

La tradizione insegna che molti giusti dell’antico testamento (Elia, Mosè, ecc) non muoiono, ma si addormentano e vengono rapiti in cielo. Lo stesso si insegna di Maria in Oriente dove la festa dell’Assunzione si chiama “Dormitio Mariae”, cioè addormentamento. Maria non è morta, si è addormentata ed è stata assunta in cielo. Non poteva essere così anche per Gesù. Credo di no!

Leggo ora alcuni versetti del capitolo 15, il racconto della passione. Scelgo la versione di Marco perché più asciutta, più breve, meno adorna di particolari simbolici, più legata ai fatti.

Il testo

24 Poi lo crocifissero e si divisero le sue vesti, tirando a sorte su di esse quello che ciascuno dovesse prendere. 25 Erano le nove del mattino quando lo crocifissero. 26 E l’iscrizione con il motivo della condanna diceva: Il re dei Giudei.

27 Con lui crocifissero anche due ladroni, uno alla sua destra e uno alla sinistra. [28] 29 I passanti lo insultavano e, scuotendo il capo, esclamavano: “Ehi, tu che distruggi il tempio e lo riedifichi in tre giorni, 30 salva te stesso scendendo dalla croce!”. 31 Ugualmente anche i sommi sacerdoti con gli scribi, facendosi beffe di lui, dicevano: “Ha salvato altri, non può salvare se stesso! 32 Il Cristo, il re d’Israele, scenda ora dalla croce, perché vediamo e crediamo”. E anche quelli che erano stati crocifissi con lui lo insultavano.

33 Venuto mezzogiorno, si fece buio su tutta la terra, fino alle tre del pomeriggio.

34 Alle tre Gesù gridò con voce forte: Eloì, Eloì, lemà sabactàni?, che significa: Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? 35 Alcuni dei presenti, udito ciò, dicevano: “Ecco, chiama Elia! “. 36 Uno corse a inzuppare di aceto una spugna e, postala su una canna, gli dava da bere, dicendo: “Aspettate, vediamo se viene Elia a toglierlo dalla croce”.

37 Ma Gesù, dando un forte grido, spirò.

38 Il velo del tempio si squarciò in due, dall’alto in basso.

39 Allora il centurione che gli stava di fronte, vistolo spirare in quel modo, disse: “Veramente quest’uomo era Figlio di Dio!”.

40 C’erano anche alcune donne, che stavano ad osservare da lontano, tra le quali Maria di Màgdala, Maria madre di Giacomo il minore e di Ioses, e Salome, 41 che lo seguivano e servivano quando era ancora in Galilea, e molte altre che erano salite con lui a Gerusalemme.

Vorrei invitarvi ad osservare ed ascoltare questa scena, ben nota e sentita molte volte nella nostra vita, tenendo conto della prospettiva con cui stiamo interrogando la scrittura in questo percorso. Ci sono molti silenzi e molte parole, domande inespresse e risposte non date; risposte non sensate. Ci sono dialoghi tra sordi e tutto il racconto della passione è sotto questo segno; c’è un difficilissimo equilibrio tra parola e silenzi. C’è il silenzio del Padre di fronte a Gesù nel Getsemani che dice: “Allontana da me questo calice…” (Mc 14,36); c’è il silenzio di Gesù di fronte a chi lo interroga; Gesù tace di fronte a Pilato. C’è una lotta con le parole sulle questioni serie. Anche qui c’è un segnale importante: noi siamo abituati a identificare la preghiera con le preghiere, che ne abbiamo fatto una merce inflazionata secondo la logica devozionale: più si prega e meglio è, come se fosse una questione di quantità di parole. L’esperienza della preghiera, come tutte le esperienze di comunicazione profonda, non si misura in quantità e di fronte alle questioni serie della vita, il silenzio, l’imprecazione sono preghiere della preghiera. Il nostro problema è che non diciamo preghiere, ma che di fronte alle questioni serie della vita non sappiamo vedere Dio a fianco o di fronte.

Pensiamo mille cose nelle questioni serie, ma rischiamo di non pensare mai che un elemento del gioco è Dio. L’esperienza della preghiera è di questo tipo, cioè è un esperienza quotidiana che può essere molto spicciola e dove per potersi sedere di fronte a Dio, sentendolo parte della questione, bisogna averci vissuto insieme molto tempo. Non necessariamente con grandi devozioni ma certamente con l’esperienza quotidiana di una condivisione.

Dunque la lotta con le parole, sulle questioni serie è una questione ricorrente, non c’è la formula giusta nella preghiera come nella vita. E non c’è mai la sicurezza che rimarremo con la persona che amo di più al mondo, e che quello che dirò sarà raccolto e che io riuscirò a capire ciò che l’altro mi sta dicendo. Non solo, ma che l’altro riuscirà a trovare il modo di reagire, che sarebbe quello che io vorrei che fosse. Che cosa io mi aspetto che l’altro faccia e dica, è difficile persino che lo sappia io, e non è automaticamente detto che l’altro lo colga. Da questo punto di vista funziona lo stesso.

Quando abbiamo l’esperienza che Dio non parla o non ascolta, la prima cosa da chiederci è: che cosa ci aspettavamo? Nessuno è così ingenuo da valutare l’ascolto di Dio, semplicemente in termini materiali ma ogni tanto si ridiventa come bambini nella quotidianità. Diciamo “ho bisogno di questo” e il fatto che ciò non accada fa parte del nostro rapporto con Dio. Altrimenti siamo degli adulti ben educati che per paura di essere delusi non chiedono.

Dubitare fa parte di un rapporto; arrabbiarsi con l’altro dicendogli “come mai non ci sei?”, è parte integrante di un rapporto. Dunque c’è una dinamica tra parole e silenzi, tra ascolti riconosciuti e ascolti non riconosciuti.

Come dicevo, la Crocifissione di Gesù ci mostra quando le cose giuste fanno male, di quanto volersi bene fa male. Gesù è quello che sta facendo quello che deve fare, quello che è convinto di fare; gli sembra che questa sia la logica conclusione di come si è messo nei confronti della vita e del mondo. Quello che ci viene detto da parte di Gesù in questa struttura è che le cose giuste a volte fanno male e che c’è un posto dove volersi bene non fa più male: è il Paradiso. Gesù nel Getsemani ha chiesto a Dio che ciò gli fosse risparmiato e apparentemente Dio non ascolta, non solo, in questa situazione tutti parlano tranne Dio. Il Padre sembra essersi ritirato in un grande silenzio.

Partiamo dal v. 24: “Poi lo crocifissero e si divisero le sue vesti tirando a sorte su di esse quello che ciascuno dovesse prendere”.

Interessante, davanti al caso serio di quanto le cose giuste fanno male, la reazione di quelli intorno è tirare le sorti, cioè andare un po’ a caso, sfidare la fortuna.

C’è un elemento fondamentale, poiché gli unici che vennero riconosciuti come facenti parte della stessa preghiera di Gesù, sono il centurione che lo riconosce e poi quelle donne che non parlano. Cioè quelli che stanno nella condivisione di quella sofferenza lì, non tirano le sorti, non dicono, sono capaci di sopportare il dolore dell’altro. Ma ci torniamo più avanti.

Ci sono molte parole in questo testo: parla l’iscrizione sulla croce: “Il re dei Giudei” che è una dichiarazione, una definizione.

Parlano i passanti dicendo: “Ehi, tu che distruggi il tempio e lo riedifichi, salva te stesso scendendo dalla croce”.

Ci sono i sommi sacerdoti e gli scribi che dicono: “Ha salvato altri, non può salvare se stesso! Il Cristo, il re d’Israele, scenda ora dalla croce, perché vediamo e crediamo”.

Ci sono i due crocifissi con lui che lo insultano…

Cioè tutti quelli che parlano, lo fanno senza riconoscerlo.

Pensate a quando nessuno capisce quello che ci sta succedendo; tutti hanno da dire la loro e spiegarti come dovresti fare, ma nessuno sembra vedere quello che sta succedendo. Tutti parlano tirando le sorti. In fondo si dice: “Se vuoi essere riconosciuto devi rovesciare quello che hai fatto fino ad ora, devi occuparti di te, non del resto, devi smetterla di fare il Re dei Giudei”.

C’è un modo per essere riconosciuti e raccolti nel mistero della nostra vita a buon mercato ed è essere come tutti, cioè finire per scusare che ognuno tira le sorti. È un principio che vale a 360 gradi nella nostra vita.

Qui c’è il tema dell’apertura e Dio ci pone in una condizione di diversità, non perché siamo credenti ma perché ci rivela la nostra unicità, il mistero non può essere come fanno tutti e dunque ognuno di noi è diverso. Ognuno cerca la propria verità.

Al v. 34 c’è la citazione di un salmo di imprecazione: “Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato?”. Se lo studiamo nell’esegesi del salmo, fuori da questo contesto, troveremmo che è un salmo di disperazione e che vi è un taglio radicale rispetto alle nostre idee circa il fatto che la preghiera deve essere ponderata, carina, gentile, fiduciosa, speranzosa…. Può anche essere un grido!

Gesù in questo testo, prega e grida, non compie atti particolarmente devoti.

“Ma Gesù, dando un forte grido, spirò”. A fronte di ciò che gli viene detto, Gesù si rivolge al Padre; non accetta questa legge di idolatria. Mantiene aperta la fiducia che questa morte non andrà persa nel vuoto. Anche quando sembra che Dio non risponda, vale la pena di gridare a Lui.

Alcuni dei presenti, udito ciò, dicevano: “Ecco, chiama Elia!”.

È come se Marco ci dicesse che gli Ebrei, che sono intorno a Gesù, non sono dei buoni Ebrei, non capiscono l’ebraico e non riconoscono il Salmo.

Marco ci dice una cosa fondamentale: se entri nella logica di pensare a te stesso, se vuoi essere ascoltato e non ascolti, se non accetti la logica di Gesù, alla fine ti perdi; non capisci più te.

Quando leggo questo testo, penso sempre all’ultima riga del “Te Deum”; al ringraziamento che la Chiesa ci fa recitare, alla fine dell’anno, al 31 dicembre. L’ultima riga è: “Che io non sia confuso in eterno”.

Nella tradizione della Chiesa, è proprio la lode a Dio per dire grazie! È sapiente, perché il nostro rischio è sempre quello di perdere di vista questo rovesciamento cristologico. Fa di noi gente che non sa più riconoscere il versetto del salmo.

Quello che Gesù opera in questo suo continuare a pregare è rimanere fedele a tutta la sua vita, muore come è vissuto. “Io e il Padre siamo una cosa sola”. La potenza del padre opera in lui, non la cede nemmeno in quest’ultimo momento; anche se diventa un’imprecazione, continua a rivolgersi al Padre. Rimane fedele alla relazione che ha con Lui e che ha con gli uomini; non emette giudizi.

In Lc 23,34 si dice che Gesù perdona: “Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno”. Mi sembra che in questa svolta profonda, la preghiera è l’esercizio della fedeltà nel tempo e per questo, la tradizione cristiana l’ha identificato come un problema della preghiera legato al tempo o ai tempi.

La preghiera fondamentale della Chiesa si chiama Liturgia delle Ore ed è la santificazione del tempo. Al di là della forma, la preghiera che santifica il passare del tempo, si scandisce sui tempi (questa è la traduzione che è stata fatta nell’800 e nella logica devozionale). Ora se la preghiera è una questione di tempo, la conclusione finale è: “Io non ho tempo per pregare”. Capite l’evoluzione della questione? Noi tuttavia dobbiamo tornare all’origine, non alla sua evoluzione.

La preghiera è l’esercizio della fedeltà a se stessi e alla relazione con Dio e al silenzio e alla relazione esercitata nel tempo. È il silenzio di Dio, è Dio che si ritrae per darci tempo.

Tutti abbiamo l’esperienza di qualcuno che ci conosce bene e ci previene. Da una parte ci fa piacere, dall’altra non ci dà il tempo di esprimere delle cose. Questo nel tempo è faticoso. Ci va del tempo per essere fedeli a se stessi, perché noi non siamo Dio, non siamo co-eterni a noi stessi. Dunque il silenzio di Dio è questo ritrarsi, perché noi possiamo esercitare la nostra fedeltà nel tempo, fra i tempi. Infatti, alla fine Dio riconoscerà Gesù risuscitandolo e così riconoscerà noi e darà compimento a ciò che abbiamo chiesto.

Contemporaneamente in questo racconto di Gesù, ci viene detto che Dio tace, però non è da un’altra parte, è a fianco a noi nel grido di Gesù. Cioè come noi, il Padre in Gesù ha sperimentato il suo stesso silenzio. Dovremmo imparare ad essere indifferenti al fatto che Dio risponde o non risponde, non perché non conta, ma perché, come dice un adagio rabbinico: “Ciò che tarda accadrà”. Se ciò che tarda accadrà, prima o poi Dio risponderà. La nostra esperienza è che noi siamo bambini di fronte a Dio e siamo impazienti. Quando arriviamo? Dunque ci è particolarmente faticosa l’esperienza di chi dice: “Dietro la prossima curva!”.

Dopo l’ultimo grido di Gesù accadono tre cose:

Il velo del tempio si squarciò in due, dall’alto in basso”.

Allora il centurione che gli stava di fronte, vistolo spirare in quel modo, disse: “Veramente quest’uomo era Figlio di Dio!”.Finalmente una parola di riconoscimento. È l’anticipo della risposta del Padre; il centurione è l’anticipo della Resurrezione.

La terza cosa è descritta in questi ultimi due versetti:

C’erano anche alcune donne, che stavano ad osservare da lontano, tra le quali Maria di Màgdala, Maria madre di Giacomo il minore e di Ioses, e Salome, che lo seguivano e servivano quando era ancora in Galilea, e molte altre che erano salite con lui a Gerusalemme.

Queste donne non parlano, e non sappiamo che cosa facessero lì. Esprimono l’atteggiamento di sequela e l’atteggiamento orante. Seguono Gesù, ripercorrono i suoi passi: non fanno, non decidono, nei versetti seguenti si dirà che depongono il cadavere, lo ungono. Poi saranno quelle che lo riconoscono risorto, le prime a riconoscere le risposte del Padre alla preghiera di Gesù. In fondo non hanno chiesto, non hanno commentato, non hanno spiegato a Gesù che cosa doveva fare, per far sì che tutto funzionasse. Sono semplicemente rimaste ad osservare.

Nella tradizione cristiana, credo lo sappiate tutti, la dimensione del guardare nella preghiera ha avuto una grande importanza dal 1000-1100 fino al 1800, poi ha prevalso un’idea più razionalistica e dunque la preghiera si è trasformata in parole dette. Per lunghissimo tempo ha avuto questa dimensione visiva che noi abbiamo trasformato nell’idea della contemplazione ma non sappiamo più cos’è. La nostra domanda è: “Cosa devo pensare quando contemplo?”. Per lunghi secoli la gente ha guardato i dipinti nelle chiese, le storie raccontate; ha guardato le icone e i quadri, ha guardato l’Eucarestia innalzata, gli ori e i brillanti degli arredi liturgici, i colori, i profumi, le statue…

Guardare è una parte decisiva della nostra capacità di ascoltare; noi non ascoltiamo solo con le orecchie, ma anche con gli occhi. Le facce che gli altri fanno, come si vestono, come si propongono, se si muovono imbarazzati o rilassati, ci dicono tantissimo.

Che cosa c’è da guardare nell’esperienza della preghiera? Oggi in Occidente, c’è la moda delle icone orientali, che definisce il cristiano impegnato. È vero che sono un’iconografia particolare, perché guardando le raffigurazioni dei santi c’è tanto da imparare. Queste donne ci dicono per esempio, che un atteggiamento della preghiera, che non può essere deluso, è quello degli occhi: pregare con gli occhi, non ha bisogno di risposte e, forse quando Dio tace bisogna imparare a pregare con gli occhi per riuscire a fare questo esercizio di fedeltà nel tempo.

Come le donne che osservano da lontano e trasformano la loro osservazione in una preghiera delle mani, che è la deposizione di Gesù, la cura del suo cadavere che farà di loro i testimoni della Resurrezione. Le donne pensano che la pietas verso un cadavere sia comunque qualcosa da esercitare. Dopo aver guardato con gli occhi la morte, vanno al sepolcro, la mattina presto e saranno premiate per questa opera di lusso. Vedranno angeli che annunceranno loro che Gesù non è morto, non è qui. Dunque sono le prime ad avere una risposta dopo che Dio non ha parlato.

Mi sembra che da questo punto di vista, la questione è decisiva: la preghiera cristiana ci insegna che se la logica non è semplicemente economica, dunque io chiedo: “Se Dio mi esaudisce vuol dire che risponde, se non mi esaudisce significa che non mi risponde?”.

Se la preghiera ha una logica relazionale, è un problema di tempo, ma non nel senso di quanto tempo preghiamo. È un esperienza strutturale del Cristianesimo; quella che i mistici chiamano “l’attraversamento della notte oscura” non è una questione poetica, ma tratta di un passaggio in un tempo in cui si può solo tacere, adorare, guardare e non smentire la propria fedeltà. Questo è ciò che accade per ognuno che si metta alla sequela di Gesù.

Fossano, 19 febbraio 2011

(testo non rivisto dal relatore)

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