19 Marzo 2011
Stella Morra

6. Quando pregate dite…

Commento a: Mt 6, 1-18


Premessa

Siamo al sesto passo di questo percorso sulla preghiera. Nei primi tre la riflessione è stata di carattere antropologico, il desiderio di essere riconosciuti, cioè la componente che riguarda tutti gli umani, rispetto al desiderio di avere un interlocutore profondo sulle cose non semplicemente comunicative della nostra vita. Tale aspettativa poi ciascuno di noi la esprime anche rispetto agli altri esseri umani, nei diversi gradi di amicizia e legame che ha con le persone, aspettativa di essere riconosciuti anche in un modo più radicale ed assoluto che alla fine nessun essere umano può interpretare fino in fondo. Nel primo testo quello del Cantico avevamo individuato in questo punto di partenza la matrice comune dell’esperienza umana che poi si costruisce e si percorre non solo come preghiera. La seconda dimensione umana su cui ci eravamo soffermati era la lotta con le parole e con il silenzio: la necessità di esprimere quelle parti della nostra vita che ci sembrano radicalmente inesprimibili, il bisogno di essere riconosciuti senza parole. La terza dimensione, vista attraverso il testo di Genesi, la lotta di Giacobbe con l’angelo, ovvero l’atteggiamento umano contrario alla preghiera non è la mancanza di preghiera ma l’idolatria, cioè l’accontentarsi di interlocutori meno significativi: siccome nessuno mi riconosce mi capisce abbasso l’attesa di riconoscimento.

Abbiamo poi fatto due piccoli passi in un passaggio ulteriore che è riflettere sulla preghiera più legata all’esperienza di Cristo, a un modo di comprendere la preghiera più interno alla esperienza cristiana. Il primo passo è tema dell’ascoltare. Si rovescia per i cristiani la questione di fondo, come spesso accade nell’esperienza cristiana, ci viene detto che per essere riconosciuti bisogna cominciare a riconoscere, per potere essere accolti bisogna cominciare ad accogliere, per potere parlare bisogna ascoltare , riconoscere Dio nel suo luogo, nella suo essere Dio.

Il secondo passo è un tema intenso, con il testo della Crocefissione, posto come una domanda: se Dio non ascolta, non parla? Ci stiamo a rovesciare, ad accettare faticosamente di essere prima degli ascoltatori, che dei parlatori per poter essere riconosciuti, a tenere a bada il nostro desiderio di appoggiarci ad un altro per diventare in modo paradossale noi l’appoggio di Dio, poi però quando questo si fa spesso succede che non accade niente, che apparentemente Dio non dà segno di riconoscimento alcuno? Per questo ci eravamo fermati a riflettere sulla Crocefissione.

Oggi procediamo con un passo più calmo, più ordinario, i due presupposti della preghiera cristiana che sono il rovesciamento, ovvero essere disponibili prima ad ascoltare e poi a parlare, e l’accettazione di un modo strano e di tempi strani del rispondere di Dio, questi due presupposti danno vita ad un ordinario, ad una vita di tutti i giorni che fortunatamente non è così drammatica. Siamo a Quaresima avviata, e abbiamo sentito questo testo di cui leggeremo, all’inizio della quaresima, è un pezzo del capitolo sesto di Matteo che abbiamo sentito leggere il Mercoledì delle Ceneri. Mi sembrava bello mettere una volta tanto la Quaresima sotto un segno di ordinarietà, sotto toni non drammatici, di vita quotidiana.

Mi piacerebbe che sentissimo da questo testo, e lo dico subito all’inizio perché mi sembra una questione chiara, che il rovesciamento e il caso serio rimangono vivi nella quotidianità con questo tono molto forte. e che mi sembra decisivo. Il nostro parlare nella preghiera così come il nostro ascoltare sono chiamati ad essere corresponsabili. Su questa questione nella nostra esperienza di fede riflettiamo troppo poco, parlare ed ascoltare in modo corresponsabile vuol dire che proprio perché Dio prende sul serio la nostra vita noi siamo di fronte a lui come gente a cui viene dato un potere, innanzi tutto nei confronti di Dio, abbiamo potere perché lui ce lo dà, questo si chiama grazia nel catechismo tradizionale: il potere di riconoscerlo o no, siamo persone che hanno un potere sulla propria vita.

Cosa significa che ogni volta che preghiamo ci facciamo corresponsabili nel bene e nel male in qualche modo dell’intera umanità? Senza toni eccessivamente romantici dovremmo riprendere questo senso di una preghiera corresponsabile che anche quando riguarda solo noi stessi non è mai solo per noi, né solo da parte nostra, che si sforza di assumere il punto di vista dell’intero mondo di fronte a Dio e di Dio di fronte all’intero mondo. La preghiera è paradossalmente un’esperienza di potere non di abbassamento, noi siamo posti nella condizione di coloro che Dio vuole ascoltare e da cui “ha bisogno di una parola”….

Il testo – Mt 6,1-18

1Guardatevi dal praticare le vostre buone opere davanti agli uomini per essere da loro ammirati, altrimenti non avrete ricompensa presso il Padre vostro che è nei cieli. 2Quando dunque fai l’elemosina, non suonare la tromba davanti a te, come fanno gli ipocriti nelle sinagoghe e nelle strade per essere lodati dagli uomini. In verità vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. 3Quando invece tu fai l’elemosina, non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra, 4perché la tua elemosina resti segreta; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà.

5Quando pregate, non siate simili agli ipocriti che amano pregare stando ritti nelle sinagoghe e negli angoli delle piazze, per essere visti dagli uomini. In verità vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. 6Tu invece, quando preghi, entra nella tua camera e, chiusa la porta, prega il Padre tuo nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà.

7Pregando poi, non sprecate parole come i pagani, i quali credono di venire ascoltati a forza di parole. 8Non siate dunque come loro, perché il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno ancor prima che gliele chiediate. 9Voi dunque pregate così:

Padre nostro che sei nei cieli,

sia santificato il tuo nome;

10venga il tuo regno;

sia fatta la tua volontà,

come in cielo così in terra.

11Dacci oggi il nostro pane quotidiano,

12e rimetti a noi i nostri debiti

come noi li rimettiamo ai nostri debitori,

13e non ci indurre in tentazione,

ma liberaci dal male.

14Se voi infatti perdonerete agli uomini le loro colpe, il Padre vostro celeste perdonerà anche a voi; 15ma se voi non perdonerete agli uomini, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe.

16E quando digiunate, non assumete aria malinconica come gli ipocriti, che si sfigurano la faccia per far vedere agli uomini che digiunano. In verità vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa.

17Tu invece, quando digiuni, profumati la testa e lavati il volto, 18perché la gente non veda che tu digiuni, ma solo tuo Padre che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà.

Il testo è molto noto. Fa parte di questi capitoli 5,6, 7 del Vangelo di Matteo dove c’è questo lungo discorso costruito redazionalmente da Matteo, cioè Gesù non ha detto tutte queste cose tutte di fila. Matteo ha rimesso insieme dei pezzi di discorsi fatti da Gesù in diverse occasioni e forse anche qualche altro pezzo non pronunciato materialmente da Gesù, e ha costruito un discorso appositamente per dare alla sua comunità una chiave di lettura sintetica, un catechismo riassuntivo, una traccia di una possibilità di ciò che voleva dire essere discepoli. I due capitoli sono una sorte di blocco programmatico, iniziano con le Beatitudini, poi ci sono tutta una serie di brevi passaggi che sono considerati da Matteo decisivi, il brano sul sale della terra e la luce del mondo, la questione del compimento della legge, rapporto tra legge ebraica e cristianesimo, poi c’è questo testo, e poi dov’è il vero tesoro, la questione che non è da fuori che viene ciò che è impuro, ma dal cuore dell’uomo, la questione del denaro, la questione della provvidenza ovvero guardate i gigli del campo, e poi una serie di annotazioni nel capitolo 7 che si concludono alla fine con il brano famosissimo della casa sulla roccia. Questi testi sono tra i più conosciuti nel Vangelo perché sono quelli che tornano di più nella liturgia e spesso partendo da un versetto ci viene in automatico il resto come dei detti proverbiali.

Vorrei richiamare un operazione che Matteo fa, raccoglie dei discorsi che Gesù fa e li raccoglie secondo una logica, non li mette a caso. Se si studia la struttura di questi capitoli si capisce l’importanza che Matteo da alle cose che stava scrivendo. I capitoli iniziano con le Beatitudini e chiudono con la casa costruita sulla roccia… Nella prima metà di ogni Beatitudine si dice qualche cosa sulla nostra vita non di Dio, nella seconda metà si dice sempre un risultato: beati i puri di cuore perché di essi è il regno dei cieli. Al fondo dei capitoli troviamo non chi dice signore, signore, ma chi fa la volontà. Traducendo Matteo dice alla sua comunità che la questione chiave non è religiosa, il rapporto non è di che rapporto hai con Dio, di cosa fai, di quanto preghi, qui si tratta di vite e di vite molto concrete e di cose di cui tutti conosciamo le differenze. Tutti capiamo bene di cosa si tratta quando diciamo beati i poveri. E’ una cosa molto reale, non è una cosa pia, poi possiamo farci degli sconti e raccontarci delle storie, ma la cosa è molto chiara, così come quando diciamo beati i miti, beati gli afflitti, beati gli operatori di pace, sono tutte cose di cui abbiamo idea.

Nella via ordinaria ci sono molte cose concrete, dove campare da mite è diverso che non campare da mite, dove consolare gli afflitti è diverso da non consolarli, e per questo chiude i capitoli con non chi dice signore, signore, ma chi fa la volontà del padre mio.

Ad esempio sopportare il dolore di un altro è diverso da far finta di non vederlo. Sappiamo tutti cosa vuol dire. Quindi le questioni nell’ordinario sono semplicemente quelle della vita, e fare la volontà del padre, ordinare le cose della vita secondo la mitezza, secondo l’operare la pace. In più c’è la faccenda di costruire la casa sulla roccia, tutti dicono la roccia è Cristo, bisogna costruire la propria vita su Cristo, ma cosa vuol dire?

Dovremmo ancora per l’ennesima volta tutti aiutarci a capire, dopo venti secoli di cristianesimo, che cosa vuol dire costruire la propria casa sulla roccia, perché non c’è un’altra cosa da fare. Come si fa? Non ci hanno dato il manuale di istruzioni, e la risposta fondare la propria vita su Cristo ha un suono troppo religioso, troppo devoto per significare qualcosa di reale. La chiave di lettura di tutto il discorso sta qui, provo a dirla con un genere letterario che uso spesso, ovvero l’esperienza del cristiano è di colui che sa che la verità di sè, della vita concreta, dei propri desideri, del proprio io e di tutto ciò che intendiamo quando diciamo io, la verità di quello non è nelle nostre mani, perché è l’immagine di Dio posta in noi dalla creazione.

Possiamo passare tutta la vita a cercare di capire come siamo fatti o a cercare di distinguerci da i nostri genitori piuttosto che da qualcun altro, a cercare chi siamo veramente, cosa vogliamo, alla fine siamo costretti un po’ ad arrenderci, a sapere che questo mistero, la pienezza della verità su di me e sul mio desiderio profondo non è nelle mie mani, che è l’immagine di Dio posta in noi dalla creazione e quindi rimane nelle mani di Dio.

La scommessa della fede cristiana è quella di vivere appoggiati su quel pezzo che sta nelle mani di Dio, che non è in mio possesso, su questa eccedenza che è la verità di me che peccato che io non la possiedo e la ricevo solo. Faccio un esempio che ho già fatto mille volte: quando una donna pensa in teoria ad avere un figlio pensa non sopravvivrò mai per il primo anno che non dorme, a dormire tre ore per notte o ad essere interrotta ogni tre ore, poi nasce un figlio si sveglia ogni due ore è stravolta, ma alla fine ce la fai, non sai da dove ti arriva quell’energia. C’è una parte di te che finché non hai davanti un volto amato che ne ha bisogno non viene fuori, perché la nostra verità è sempre una verità in relazione, c’è sempre lo sguardo di un altro che la chiama in vita, e ci costringe in qualche modo a metterla in opera, quando non sapevamo neanche di averla, non supponevamo di esserne capaci. Subito dopo poi la riflessione è ma come ho fatto, non lo sa nemmeno lui come ha fatto, come è riuscito a tirar fuori qualche cosa di sé che non sapeva di avere, ma è il bisogno dell’altro che ha chiamato in vita e la tiene in vita questa parte. I cristiani credono che è lo sguardo di Dio che tiene in vita la parte migliore di noi, che però riceviamo continuamente come un dono, non viene da noi, appunto si chiama grazia.

Vivere appoggiandosi su quello più che sull’esperienza che noi facciamo su noi stessi è l’esperienza della fede. Per questo si dice che si credono le cose che non si vedono, che non sarebbero gli angeli o strani esseri ultraterreni, sarebbe che io credo che posso essere più paziente di quello che sono, anche se questa pazienza non la vedo proprio, e comincio a cercare di muovermi essendo più paziente, più mite di quello che sono normalmente, più povero, più operatore di pace.

Vivere appoggiati sulla parte che non governiamo e che non vediamo è l’esperienza della fede. E’ un esperienza molto concreta, ognuno di noi la fa almeno due o tre volte nella vita, legata ai grandi amori, ai figli, a una situazione di emergenza in cui si trova, che quando ci aveva pensato aveva detto se a me succedesse una cosa così non ce la farei, vado in panico, poi invece si ritrova calmo, in grado di fare delle cose. Nella vita quando facciamo l’esperienza di agire una parte di noi che non sapevamo di avere, sono piccoli sacramenti dell’esperienza della fede, ovvero fondare la propria casa sulla roccia, fondare la costruzione di sé non su quello che di sé uno governa. A dirla così sembra una cosa facile, oppure estremamente difficile, una di quelle cose che o vengono o non vengono. Non è vero questa è una cosa che si impara, chiunque ha fatto un po’ di esperienza della vita sa per esempio che imparare a fondarsi sulle cose che non governa di sé è un esercizio, la prima volta ti viene una paura pazzesca ti senti morire, ti confondi e ti agiti, poi un po’ alla volta acquisti una certa famigliarità e diventa più semplice fidarsi un po’ di più, poi fai l’esperienza che non muori e quindi puoi provare a rifarlo.

Le Beatitudini, da questo punto di vista, sono l’eccedenza di noi che non è in nostro potere ed è la roccia su cui siamo chiamati a fondarci, e quello che ci sta in mezzo tra le Beatitudini e la roccia è esattamente la descrizione sbriciolata di quali sono gli esercizi da fare per potere fare questa cosa. Come si fa ad esercitarsi per decentrarsi dall’essere fondati su io, io ,io penso, io sono, alla fine ci viene detto attenzione se non siete fondati sulla roccia se siete fondati su io so, io penso, prima o poi un temporale vi butta giù, perché siete umani, dunque c’è sempre un punto fragile. E’ una questione, io penso per fortuna, non eroica, non succede una volta nella vita, ma succede tutti i giorni, o uno comincia ad orientarsi su tutti i giorni così, oppure non si inventa ad un certo punto nel momento del temporale improvvisamente in un altro modo.

Questo nucleo che abbiamo letto riguarda insieme alla preghiera tre cose: l’elemosina o le buone opere, la preghiera e il digiuno. Vengono lette all’inizio della Quaresima e quindi si pensa che riguardino solo quaranta giorni l’anno. Matteo sta spiegando qualcosa di sostanziale che non vale solo per la Quaresima, poi la Chiesa ha preso l’abitudine di dire che se non si riesce a fare esercizi tutto l’anno almeno farlo in Quaresima. Sono le tre dimensioni fondamentali della struttura dell’essere umano: il rapporto con gli altri, con l’esterno, con ciò che non sono io; il rapporto con Dio, e il rapporto con me stesso. Sono esemplificate in tre gesti quotidiani: l’elemosina, la preghiera e il cibo. Questi tre elementi dicono la totalità di noi, l’esercizio di decentrare la propria fondazione da su di sé a sulla roccia nelle tre componenti fondamentali della nostra esistenza.

Rispetto agli altri e alle cose si usano due parole, le buone opere e l’elemosina, cioè il criterio di rapporto con gli altri e con le cose dovrebbe essere che tutto ciò che facciamo sia buone opere e per di più per sovrabbondanza l’elemosina. Fate buone opere e poi qualcosa datelo via anche gratis. L’esercizio allora nel rapporto con Dio, con le cose e con gli altri, per fondarsi su ciò che non appartiene è che le opere devono essere buone. Il capitolo che si potrebbe aprire è infinito: dal bene comune all’operare il bene, fare il bene, il benedire, e oltre a questo ci viene chiesto di fare l’elemosina, che sarebbe la sovrabbondanza della gratuità ovvero il giusto e il gratuito. Una legge che ricorre per tutte e tre le cose l’elemosina o le buone opere, la preghiera e il digiuno è la legge del segreto, fallo in segreto.

Matteo scrive in una società teocratica in cui era un fatto sociale, un riconoscimento sociale dell’essere buoni israeliti, o come da noi nel fine ottocento del riconoscimento sociale di essere un bravo cattolico e quindi c’è il tema del segreto. Noi non siamo più in una società che premia comportamenti religiosamente ortodossi e quindi non abbiamo più la necessità del segreto. L’Evangelo può avere motivazioni storiche ma poi dice qualcosa che vale per tutti, non abbiamo più il motivo di andare a messa per farsi vedere, anzi quasi quasi in alcuni luoghi uno non lo dici tanto in giro, abbiamo il problema opposto, ma abbiamo un problema lo stesso, quello della segretezza, cioè del riconoscere che questi gesti sono un mistero, cioè non dicono la loro verità nella materialità, ma la dicono solo nel segreto, è questa la ricompensa di cui si parla.

Il gesto dell’elemosina non dovremmo aspettarci che produca gratitudine, perché la verità dell’elemosina sta nel segreto, non avremo ricompensa dagli uomini, e questa è una cosa che dovremmo pigliare un po’ più sul serio. La verità di questi gesti è una verità segreta, che si mostra nel tempo, quando verrà la tempesta. Il tema del digiuno è un tema problematico è una pratica che nelle sociètà ricche non si sa più bene come misurare, qual è la differenza per l’Evangelo tra digiuno e fare la dieta? Più volentieri noi facciamo la dieta pure soffrendo che non il digiuno, psicologicamente ci dà più fastidio il digiuno del mercoledì delle ceneri, che non fare la dieta per dimagrire, perché ci pare che della dieta ne capiamo il senso, la logica, anzi è un’operazione di dominio, assoggettiamo il nostro corpo ad una serie di regole. Nel rapporto con se stessi invece ci viene detto che il criterio è il digiuno, che non bisogna essere voraci di se stessi, bisogna avere misura pazienza, nel governar la fondazione di se stessi, la propria identità, il proprio desiderio, non si può non digiunare un po’, alcune cose si imparano per sottrazione non per addizione. Dovremmo imparare a digiunare un po’ dalla voracità di noi stessi di essere governati e governanti, e dalla necessità di dover fare sempre una cosa di fronte ad un problema, e per esempio imparare a non fare niente. Imparare che su alcune cose una soluzione, almeno per un tempo, non c’è, abitare la mancanza di una soluzione, rimanere dignitosamente da credenti in un problema che non ha una soluzione immediata. Nel rapporto con sé l’indicazione del digiuno va nella direzione di imparare a non voler governare tutto, a non voler saziare ogni fame, che oggi culturalmente nel rapporto tra noi e noi stessi, è per lo più una fame di governo, di decisione, di libertà esercitata, di dire io. Il nostro digiuno potrebbe essere quello di mollare un po’ il governo.

Analizziamo ancora la parte centrale che è quella che la nostra preghiera nell’ordinario si nutre di buone opere, di un buon rapporto con Dio, di un buon rapporto con se stessi o del cercarlo almeno.

Nei seguenti versetti si dice:

7Pregando poi, non sprecate parole come i pagani, i quali credono di venire ascoltati a forza di parole. 8Non siate dunque come loro, perché il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno ancor prima che gliele chiediate.

La prima cosa che ci viene detta è questa: attenzione all’equilibrio tra parole e silenzi. Ci vorrebbe anche esercizio per imparare a non aver bisogno di tutti i pensieri, soprattutto nella preghiera così come la concepiamo ordinariamente c’è sempre un po’ la sensazione che deve pensare qualcosa e non si sa mai bene cosa bisogna pensare, e se proprio non c’è niente da pensare almeno dire qualche cosa, e la capacità di non avere questa urgenza di non dover pensare delle cose, di non moltiplicare le parole, di rimanere in un silenzio, perché ci sono i tempi di parole e i tempi di silenzi, perché bisogna lottare un po’ con le parole per cercarle e trovarle. Siccome Dio ha pietà di noi e ha chiara comprensione della necessità di almeno qualche parola, dopo aver detto non sprecate parole dice: 9Voi dunque pregate così è c’è la Preghiera del Padre Nostro che noi tutti conosciamo bene. Nella prima metà della preghiera la questione interessante è il tu:

sia santificato il tuo nome;

10venga il tuo regno;

sia fatta la tua volontà,

e attenzione non solo perché questo tu è Dio, ma ancora una volta è un esercizio, di non essere centrati in se stessi mette prima il tu della relazione, ascolta prima, guarda prima l’altro, riceva dagli occhi dell’altro l’appello per cui viene svegliato in lui qualcosa che non sapeva nemmeno di possedere. Di questo tu si dice Padre nostro, qua ho sempre un problema perché su questa parola padre sono state scritte biblioteche intere, soprattutto sul passaggio culturale dall’idea di un Dio giudice, imperatore, re, all’idea di un Dio padre buono, vicino, paterno, …

L’associazione a Dio della figura del padre mi fa sussultare a me fa problema perché vengo da una lunga militanza femminista inoltre le civiltà occidentali sono state a lungo società patriarcali e a causa di questo molto violente. L’esperienza odierna della paternità nei nostri paesi è molto strana. Cito questa situazione che mi è successa alcuni anni fa: parlavo con un gruppo di adolescenti e ad un certo punto mi è scappato detto, come se questo fosse auto evidente, che Dio ci ama come un padre, e uno di questi ragazzini ha commentato “speriamo di no…”; ovviamente dice qualcosa dell’esperienza di paternità che questo ragazzino aveva.

Il padre è sempre una figura complessa, al di là dei padri concreti è la figura metaforicamente, simbolicamente di colui che dà i limiti, le norme, non è affatto una figura melensa. Il padre è una figura di giudizio, di governo, è una figura da cui è complicato liberarsi, anche quando va tutto bene, c’è comunque una complessità di interrelazioni, non è così placida e pacifica questa faccenda. Nel dire Padre Nostro rischiamo di fare l’operazione di quando diciamo siamo tutti fratelli, che nella nostra immaginazione significa che dobbiamo volerci tutti bene, ma la Bibbia ci mostra ben più sapientemente di noi che i fratelli si uccidono come Caino e Abele, o vivono forti conflitti come Giacobbe e Esaù, si fanno tutti la pelle uno con l’altro, quasi a dirci che c’è una prossimità regolata e inevitabile, come quella della fraternità, non ci liberiamo mai dai nostri fratelli. L’idea che noi abbiamo in testa quando ci diciamo siamo tutti fratelli in realtà è l’idea degli amici non dei fratelli, che ad un certo punto della vita noi sentiamo essere la nostra vera famiglia, quella istintiva, quella con cui ti capisci senza troppa fatica. Qui invece si parla proprio di legami famigliari, ci sono i fratelli, c’è un padre che ci rende fratelli, infatti è il padre nostro, di tutti.

Qui ci viene semplicemente detta la realtà come è, non c’è una connotazione né positiva, né negativa, è un dato di fatto ci sono delle relazioni non dette, c’è un’inevitabile relazione ad un Dio che ci è padre e dunque a tutti quegli altri che ci sono fratelli. Nessuno di noi è figlio unico, nessuno di noi è su un’isola deserta, nato dal niente. Questa inevitabile relazione poi può diventare molte cose, come è nella nostra esperienza, a volte i nostri fratelli e le nostre sorelle diventano anche i nostri migliori amici, e volte questo non accade. Verso nostro padre e nostra madre c’è il comandamento che dice onora il padre e la madre, e c’è la sapienza che prescrive di onorarli e non di amarli, e soprattutto se c’è un comandamento è perché non viene spontaneo, perché se venisse spontaneo non ci sarebbe un comandamento.

Tutto ciò che è prescritto nella scrittura indica sempre che si va a toccare qualcosa di fondamentale, ma anche contemporaneamente è necessario un ordine. Questo rapporto di generazione che abbiamo ricevuto e che possiamo compiere nei confronti di altri a volte accade che diventi anche un rapporto grato, fecondo, amorevole, ma non lo diventa senza di noi, né a caso, né per statuto, lo diventa se siamo corresponsabili, se facciamo i conti con quel legame inevitabile e decidiamo che quel legame inevitabile è l’oggetto della nostra cura, altrimenti rimane un legame inevitabile, non te ne puoi liberare, ma niente più che quello.

Nella preghiera del Padre Nostro a me sembra che si parte da lì, dal riconoscere che c’è un legame inevitabile, con Dio e con tutti i fratelli, questo può rimanere così oppure può diventare l’oggetto della nostra cura, le righe che seguono dicono che chiediamo aiuto a Dio per renderlo l’oggetto della nostra cura. La volontà di questo padre è che noi siamo gioiosamente suoi figli e felicemente fratelli tra di noi, dunque se chiediamo che sia fatta la sua volontà, chiediamo di essere aiutati ad avere non solo realistica coscienza di questi legami, ma anche investimento e cura perché questi legami diventino il luogo della nostra felicità possibile. Ogni volta che recitiamo il Padre Nostro significa questo, che sia fatta la sua volontà, perché diciamo anche… venga il tuo regno…ovvero si compia il desiderio che il padre ha su di noi e sulla storia, è il grande esercizio della fede, ci fidiamo di più del grande desiderio di Dio che del nostro, speriamo che questo desiderio, questo nome di padre, questa volontà come in cielo così in terra siano realizzati.

La seconda metà della preghiera riguarda noi:

11Dacci oggi il nostro pane quotidiano,

12e rimetti a noi i nostri debiti

come noi li rimettiamo ai nostri debitori,

13e non ci indurre in tentazione,

ma liberaci dal male.

Dice delle cose molte banali, molto semplici: che la nostra vita sia custodita nella figura del cibo, poi qualche versetto dopo si comincia a parlare di digiuno, se Dio ci dà il nostro pane perché dovremmo digiunare, ma quello che chiediamo è che la nostra vita sia custodita, che sia nutrita, dunque possa crescere. Sono tre le cose che chiediamo: il pane, che la nostra vita sia custodita, che ci sia consentito sbagliare, e che sia consentito agli altri di sbagliare, che non siamo costretti ad essere perfetti, che sarebbe operazione faticosa e insopportabile per chiunque. Chiediamo di non essere giudicati sui nostri debiti. L’esercizio profondo ancora una volta è di fidarsi di vivere sulla promessa e sullo sguardo di un altro, non sulla nostra capacità di essere perfetti o no. Chiediamo che il male, la tentazione, tutta la parte ombrosa dell’esistenza non abbia la meglio ovvero chiediamo che ci venga concesso di essere imperfetti ma alla fine di uscirne bene, se possibile liberaci dal male. Chiediamo di non essere alla fine lasciati in preda alla parte più ombrosa della nostra esistenza .

Immediatamente seguono due versetti che sono il criterio di verità di questa preghiera: 14Se voi infatti perdonerete agli uomini le loro colpe, il Padre vostro celeste perdonerà anche a voi; 15ma se voi non perdonerete agli uomini, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe.

Matteo dopo questa preghiera poteva scrivere una serie di cose tipo non distraetevi quando pregate, oppure darci delle misure temporali e numeriche ( cinque volte al giorno!) così stavamo tranquilli. Il criterio invece ci dice è uno solo: l’altra faccia di questo legame inevitabile per nutrire il rapporto con il padre perché diventi un rapporto di generazione e lo sguardo di Dio chiami continuamente in vita in noi la verità della nostra vita, è fattibile solo a una condizione e cioè che il nostro sguardo sui fratelli sia dello stesso tipo. In ogni persona che incontro il mio sguardo chiami in vita la parte migliore di lui, sia continuamente in grado di appellare come un bisogno, noi non perdoniamo perché siamo buoni, misericordiosi, l’altro è una merda però io sono buono lo perdono, noi perdoniamo quando ci riesce perché ci sforziamo di chiamare in vita la parte dell’altro che non è da perdonare. Don Mario Picco faceva sempre questo esempio: se uno ti dice sei un cretino la risposta di un cristiano dovrebbe essere però hai un bella voce!

Perdonare non significa metterci dalla parte di Dio che può perdonare, che è un’esperienza pessima, ma è la capacità di guardare gli altri con lo stesso sguardo di bisogno che chiama in vita la parte migliore dell’altro. Quando un bimbo guarda sua madre perché ha la febbre non si resiste a quello sguardo lì perché quel bambino ha bisogno in modo totale, un bebè è totalmente nella disperazione del suo pianto per la fame. La capacità di perdonare agli altri significa innanzitutto la capacità di essere bisognosi di fronte agli altri perché l’altro abbia chiamata in vita la sua parte migliore e questa è l’unica condizione che viene messa alla preghiera, unica sottolineatura che viene fatta alla preghiera, la credibilità della preghiera si misura da questo.

Fossano, 19 Marzo 2011

(testo non rivisto dal relatore)

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