11 Dicembre 2010
Stella Morra

3. Preghiere e preghiera

Commento a: Am 5, 18-25


Premessa

Quando ho riflettuto su questo percorso mi ero posta il problema che questo incontro, così vicino al Natale, meritava un testo più dolce, non per cedere al clima natalizio in cui tutti sono più buoni ma per introdurci in una festa di gratitudine. Poi in realtà ho lasciato lo schema originario, per cui è un pre-natalizio un po’ duro perché mi sembra che questo faccia parte dell’esistenza: ci sono tempi più dolci e tempi più duri e non è detto che, solo perché è Natale, improvvisamente la vita diventi dolce.

Richiamo i passi precedenti per rivedere la logica del nostro percorso. Ci siamo detti cominciando che la questione della preghiera è molto più complessa di quanto non sembri a una prima battuta. Sembra che la preghiera faccia parte dell’ABC minimo, se uno è un po’ credente un po’ prega. Poi tutti diciamo che non sappiamo pregare, che non abbiamo tempo di pregare ma quasi sempre nelle relazioni il tema della comunicazione è sempre più complicato di quello che sembra. Le parole non necessariamente dicono quello che dicono, spesso dicono tanto altro, le parole non dette spesso sono più pesanti delle parole dette e si scopre che la comunicazione è una faccenda complicata. Così per la questione della preghiera spesso capita che noi facciamo delle domande su questo quando siamo bambini senza troppi sensi di vergogna, chiediamo le cose basi tipo: “ma cosa devo pensare, che cosa si dice”. Poi diventiamo grandi e ci vergogniamo ma rimaniamo pressappoco con le stesse domande che rimangono bene o male abbastanza irrisolte e poi impariamo a spiegare agli altri una serie di cose di cui non è detto siamo tendenzialmente e particolarmente padroni dentro di noi.

A partire da questa complessità, il percorso, in una prima parte abbastanza lunga, voleva provare a descrivere alcune delle questioni che umanamente sono messe in gioco in questo movimento, che non riguardano tanto la preghiera cristiana specifica ma che riguardano un po’ il trovare un profilo da adulti delle stesse domande che avevamo da bambini in quanto al pregare tout cour come atteggiamento rispetto a un altro che non è però un altro materiale che sta di fronte a noi, che risponde e lo sentiamo con le nostre orecchie ed è già abbastanza complicato ma questo altro è una trascendenza, un senso della vita, un’origine profonda dell’esistenza. Questo movimento umano di entrare in relazione con questa realtà più profonda ha comunque alcune caratteristiche che sono comuni.

Poi nella seconda parte del percorso proveremo a entrare un po’ più di una specificità della preghiera cristiana a partire dal Padre Nostro che per alcuni versi ovviamente facilita questo ragionamento, per altri versi lo complica perché il cristianesimo non è solo una spiegazione facile, tutt’altro.

In questi movimenti profondi dell’entrare in relazione con una trascendenza, un altro da se, ci siamo fermati la prima volta su quel testo del Cantico sotto il tema dell’essere riconosciuti, cioè la misura da cui la nostra preghiera nasce è il desiderio che ciò che di più profondo c’è in noi, ciò che nella comunicazione e nella vita umana, nelle nostre giornate una dopo l’altra, negli orari, nelle cose da fare, negli impegni, rischia di andare perduto perché è troppo sottile, è troppo profondo, troppo intimo o non trova parole sufficienti o temiamo che sia un peso eccessivo per gli altri e quindi non glielo mettiamo sulle spalle. Per mille motivi quelle parti profonde di noi che in qualche modo speriamo da qualche parte abbiano un interlocutore, che non siano perdute, che non siano destinate semplicemente al silenzio dentro di noi. Questa è la necessità di essere in qualche modo riconosciuti, di essere letti dentro con verità, possibilmente anche senza troppa fatica.

Avevamo riflettuto su questo desiderio profondo e su come spesso l’idea di preghiera è ancora legata a temi, dicevo scherzando la prima volta, dopo duecento anni che ti confessi e che come penitenza ti danno delle preghiere, abbiamo interiorizzato che pregare è una penitenza. Non abbiamo più una relazione tra questo desiderio profondo e invece l’idea della preghiera che sembra quasi dover assolvere un dovere che forse cento anni fa era più interpretato nella recita di una serie di parole prestabilite o di un certo numero di devozioni che forse noi oggi spostiamo su leggere la Bibbia, meditare, fare silenzio e cioè pratiche che ci sono più consone rispetto alla ripetizione di parole ma che rimangono sempre della stessa famiglia, come se fosse un prezzo, uno scotto da pagare al fatto di avere una relazione con Dio: se vuoi rimanere un po’ in piedi come cristiano, un po’ ti tocca pregare. Poi non sai bene cosa vuol dire, ne’ cosa ne guadagni.

Il primo passo era il tentativo di collocare la preghiera alla radice di un desiderio. Le uniche cose che sono davvero vere nella nostra vita sono quelle che nascono dai desideri più profondi e i nostri desideri profondi non sono praticamente fermabili. Tutto ciò che davvero desideriamo, prima o poi, in un modo o in un altro, in una forma o in un’altra, accade.

Il desiderio profondo di essere riconosciuti è una forma che abbiamo quasi paura di ammettere come desiderio perché è talmente forte il terrore che se si osa desiderare di essere riconosciuti e poi questo non accade, la delusione potrebbe essere insopportabile e quindi si pensa che non è maturo: non lo desideriamo quindi non c’è delusione. Questo era il primo passo: ri-radicare la preghiera in un desiderio profondo, riconquistare una certa libertà rispetto alla preghiera.

Il secondo passo è stato la riflessione sul testo di Genesi più volte commentato nei nostri percorsi e molto conosciuto: la misteriosa lotta di Giacobbe sulla riva del fiume con l’angelo. Ragionavamo come c’è una lotta con le parole per questo desiderio di essere riconosciuti. Se davvero ammettiamo che vorremmo che la parte più profonda e più vera di noi fosse raccolta da qualcuno, ci tocca ammettere che il più delle volte non siamo in grado di metterla a disposizione degli altri e non perché non vogliamo ma perché tutte le società hanno organizzato dei sistemi di buona educazione per rispondere alla domanda “come stai” che è una domanda difficilissima. In genere si risponde: abbastanza, grazie che è assolutamente una formula per cui se voi provate a rispondere alla domanda con: malissimo, grazie, ma con la faccia tranquilla e rilassata, la gente non sente malissimo ma sente abbastanza e va avanti per la sua strada. Domande serie come “come stai”, sono domande a cui è difficilissimo rispondere ma è anche difficilissimo ascoltare la risposta perché se poi l’altro mi mette nelle mani un dolore, io cosa diavolo faccio?

Da questo punto di vista, la lotta con le parole è una lotta complicata: è difficile rispondere e c’è un rapporto strano tra parole e silenzi. Noi abbiamo messo la preghiera dalla parte dei silenzi: per pregare bisogna fare silenzio, automaticamente. Io trovo che bisogna riscoprire l’esperienza che per pregare bisogna avere le parole per dirlo, che è molto più difficile che fare silenzio. Per fare silenzio, in caso di disperazione, alla fine ce la facciamo; anzi alcune volte lo si ambisce quando ci sono i ragazzini che guardano i cartoni animati o il traffico sotto casa. Il problema non è solo il silenzio esteriore, è che in un silenzio così ci vanno le parole vere e spesso noi non le abbiamo non per cattiveria, perché vogliamo mentire, ma perché non le sappiamo proprio.

Il terzo passo che vedremo questa volta è il passo duro, di giudizio. Il desiderio di essere riconosciuti e la lotta con le parole richiedono un giudizio sulle parole che usiamo e su quanto siamo in grado e disponibili di farci riconoscere. In questo senso la riflessione di oggi dal capitolo 5 del libro di Amos, che è un profeta, si chiama Preghiere e preghiera.

Le parole, le preghiere non a caso nella tradizione credente sono state standardizzate. Noi abbiamo spesso grande insofferenza verso le preghiere come l’Angelo di Dio, il Gloria al Padre, l’Ave Maria, le preghiere standard. In realtà è uno dei tanti sistemi dei poveri, di chi, consapevole di non avere le parole vere, se le fa prestare da una storia e non ritiene di essere sempre così originale da avere delle parole inventate. Quando da adolescenti si dice di voler pregare con “parole mie” si risponde con “Felice te che hai queste energie, io in genere sono troppo stanco per cercare le parole mie perché è un’operazione molto pesante. Da questo punto di vista le preghiere e le parole della preghiera, a cominciare dai salmi, la preghiera del popolo di Israele, ma anche tante preghiere che stanno sotto il titolo di poesie o altro, sono uno strumento ma contemporaneamente rischiano di essere un’alienazione, rischiano di farci prendere a prestito le parole dell’altro fino a non avere più la verità di noi. Quindi come tutti gli strumenti richiedono un grande criterio di giudizio. Gli strumenti vanno usati come tali. Bisogna usare uno strumento che mi dà le parole che non ho, per esempio, ma fino al momento in cui rimane una verità per me e questo giudizio è complicato.

Vorremmo un po’ riflettere su questo.

Il capitolo 5 del libro di Amos è uno di quelli che si chiamano “Oracoli contro le nazioni”, poi gli “Oracoli contro Israele”. Amos – mi piace molto, soprattutto in questo periodo – perché era un profeta “arrabbiato”, era un uomo un po’ focoso che se la pigliava con un mucchio di cose che gli capitavano a tiro e non aveva mezze misure.

Il linguaggio del suo libro è pesante, ci sono maledizioni truculente e colorite. In particolar modo, un gruppo di oracoli, di testi attribuiti a lui sono appunto oracoli contro, cioè sono quei testi della Bibbia a cui si dice “dimmi però adesso una cosa positiva, consolatoria, ti prego!”. No, in tutto il capitolo non c’è. Dice: “fate schifo, andrete a finire in mezzo alle fiamme, sarete distrutti, sarete resi schiavi, dominati”, “però Dio ci salva?”, “no”.

Questo capitolo 5 è un testo molto famoso perché è uno degli oracoli più potenti, non contro le nazioni straniere, ma proprio contro Israele. Ed è un testo durissimo.

Nella prima parte del capitolo che non sta nella citazione, la citazione che abbiamo messo è dal versetto 18 al versetto 24. Nella prima parte, nei primi 18 versetti, inizia l’oracolo sempre con lo stesso linguaggio: “Ascolta Israele, ascoltate”. Ci sono però due versetti che sono decisivi, che sono la chiave di tutto il capitolo, il versetto 4 e il 5, che dicono: “Cercate me e vivrete, cercate il Signore e vivrete”. Questo è la luce positiva, se vogliamo cercarla in termini positivi, è la chiave di lettura di questo testo; è una connessione stretta ed è anche il motivo per cui ci interessa in modo particolare, tra il cercare, l’avere il coraggio di un desiderio, il mettersi in moto e vivere. Cercate me e vivrete, non è una raccomandazione di tipo morale. Nelle nostre teste scatta subito la lettura ottocentesca: non cercate il denaro, le cose della vita. Qui è una regola molto più fondamentale: il coraggio di cercare ciò che si desidera è l’unica condizione per vivere. Bisogna cercare la cosa giusta e la cosa giusta è il Signore, dice questo testo di Amos. Non aspettatevi che il riconoscimento possa venire né dalla bontà degli altri e nemmeno dalla vostra capacità di espressione. Bisogna cercare altrove per riuscire a vivere. Questo è il titolo su cui ci si può fermare più a lungo.

Il testo

Guai a coloro che attendono il giorno del Signore!

Che sarà per voi il giorno del Signore?

Sarà tenebre e non luce.

Come quando uno fugge davanti al leone

e si imbatte in un orso;

entra in casa, appoggia la mano sul muro e un serpente lo morde.

Non sarà forse tenebra e non luce il giorno del Signore

o oscurità senza splendore alcuno?

Io detesto, respingo le vostre feste, non gradisco le vostre riunioni;

anche se voi mi offrite olocausti io non gradisco i vostri doni e le vittime grasse come pacificazione non le guardo.

Lontano da me il frastuono dei tuoi canti:

il suono delle tue arpe non posso sentirlo!

Piuttosto scorra come acqua il diritto

e la giustizia come un torrente perenne.

Mi avete forse offerto vittime e oblazioni nel deserto per quarant’anni, o Israeliti?

Tradizionalmente questo testo viene letto in chiave sociale, sociologica e cioè quello che viene immediatamente interpretato è la contrapposizione tra quelli che pregano e quelli che fanno il diritto e la giustizia. Quelli che vanno a Messa la domenica e poi sono dei disgraziati e invece quelli che magari non vanno nemmeno a Messa la domenica però sono caritatevoli.

Lì si apre una voragine, perché se leggiamo in questo modo il risultato è che non riguarda mai noi, perché noi in fondo ci pare che cerchiamo di andare a Messa la domenica, ma non siamo nemmeno tanto bigotti e poi ci sembra di non essere proprio dei ladri, della gente che non opera la giustizia! Non saremo perfetti però nel nostro piccolo facciamo quello che possiamo… Quindi, mettendoci in questa posizione intermedia, spegniamo la potenza di questo testo perché lo leggiamo su due posizioni estreme: noi in fondo non siamo troppo fanatici dei sacrifici, degli olocausti, delle preghiere, non siamo così bigotti e nemmeno troppo bestie contro il diritto, la giustizia anche perché nessuno di noi ha il potere di cambiare il mondo. Il risultato è quello di addomesticare il testo. “Bello, forte ma riguarda qualcun altro, non me”.

Di solito, quando fate un pensiero di questo genere, vi siete persi qualcosa, perché la Bibbia non riguarda mai qualcun altro. La scrittura è sempre per il lettore che la legge, non è per qualcun altro.

Proviamo a ragionare un po’.

Torno al titolo: Cercate me e vivrete, cercate il Signore e vivrete…

La questione è la vita. La vita nostra e quella di Dio. La questione che è chiamata in causa in questa contrapposizione è la vita. Certo la vita ha anche una dimensione sociale, pubblica, politica. Ma non è solo la sua dimensione pubblica, è anche una dimensione interiore, relazionale, privata. La vita è molto complessa, sia la nostra, sia quella di Dio. E qui il problema è: come si incontra la vita? Come incontriamo la nostra stessa vita? Non basta respirare! Che cosa succede quando incontriamo la nostra vita?

Spesso cito un mio amico piuttosto buffo che dice che dopo tanta fatica e un paio di psicanalisi, adesso che ha quasi sessant’anni, se si incontrasse si sarebbe quasi simpatico: trovo che effettivamente sia un buon risultato.

Il problema è sposare la nostra stessa vita, trovarla così simpatica da innamorarcene. Non la vita in astratto, quella che vorremmo avere, quella che non c’è ancora, quella che desidereremmo, no, la nostra vita, quella che è. Questa è l’unica condizione per poter incontrare e, caso mai, scegliere la vita di Dio. Perché funziona come negli amori umani: se uno sposa un altro perché non ha il coraggio di guardare se stesso, in genere non dura. Solo se uno ha guardato sé può incontrare un altro e sperare di costruire qualcosa che valga la pena: è uguale, esattamente uguale.

Il problema è: ma come si fa ad incontrare la nostra vita, ma soprattutto come si fa a condividerla?

Tra gli umani mettiamo insieme una serie di aspetti materiali, corporali proprio perché non sappiamo bene come si condivide. Abitiamo nella stessa casa, ok: questo definisce il condividere la vita? Beh, da solo no, però aiuta perché si deve condividere lo stesso spazio!

Pigliamo insieme le decisioni importanti, ok: questo significa condividere la vita? Da solo no, però anche questo aiuta.

Ci diciamo tutto/ non ci diciamo proprio tutto: questo da solo vuol dire condividere la vita? Da solo no, però anche questo aiuta e così via. Condividere la vita è un’operazione complessa, fatta di tanti pezzi e si impara a condividere la vita non si decide di condividere la vita. Si decide di mettersi a imparare a condividere la vita ma poi si impara. Il contrario della preghiera quindi, almeno in questo testo di Amos, è l’idolatria, è condividere la vita con un altro che non è Dio.

In questa chiave dunque: “Guai a coloro che attendono il giorno del Signore”. Perché non dovremmo attendere il giorno del Signore? O perché è una disgrazia attenderlo? Dovrebbe essere chiaro con quello che ci siamo detti fino ad ora. E’ la logica del desiderio. Avere il coraggio di aspettare qualcosa ti apre al fatto di esserti sbagliato, di aspettarlo male, di aspettarti una cosa che non arriverà. Qui Amos sta dicendo: signori, voi aspettate una cosa che non centra niente, vi siete proprio sbagliati, il vostro desiderio è proprio sbagliato. Guai a voi perché se tu desideri il giorno del Signore e ti aspetti che sia come pensi tu, rimarrai deluso. E qui viene subito la prima domanda: cosa desideriamo, cosa stiamo aspettando come il giorno del Signore? Come lo configuriamo?

E insiste: “che sarà per voi il giorno del Signore” . Non è cosa sarà il giorno del Signore sul piano oggettivo. Spesso si legge come il giorno del Signore sarà l’apocalisse, per questo poi ci sarà il giudizio, per questo, guai, succederanno cose tremende… no, qui si dice“che sarà per voi il giorno del Signore” . E’ molto chiaro che è in relazione a quello che tu ti aspetti. E’ un po’ come dire: quando ti innamori di qualcuno che cosa ti aspetti? Ci sono certe aspettative che nascono per essere deluse e magari ci si mette un po’ di tempo a capire che era sbagliata l’aspettativa non il comportamento dell’altro. O forse erano sbagliati tutte due però, di per sé, l’altro aveva il diritto di sbagliare, sono io che non mi dovevo aspettare alcune questioni.

Queste due settimane di Avvento che ancora ci aspettano, possono essere una buona occasione per chiederci che cosa aspettiamo. L’Avvento è tempo di attesa, che poi non si sa bene mai che attesa è: del Bambinello, dei regali… che attesa è? Che finisca lo stress di Natale: questa è la vera attesa!

Qual è il giorno del Signore che attendiamo?

Risposta di Amos: “Sarà tenebre e non luce” e caso mai uno non avesse capito, specifica: “come quando uno fugge davanti al leone e si imbatte in un orso. Entra in casa, pensa di essere sicuro, appoggia la mano sul muro e un serpente lo morde”. Faccio una traduzione post-moderna, perché il linguaggio di Amos è del V-VI secolo a.C., ha immagini molto concrete, legate al mondo della natura. Qui è chiaro che le due dimensioni sono una dentro e una fuori: tenebre non luce, si vede e non si vede, si capisce e non si capisce. L’immagine della luce è sempre l’immagine della conoscenza, della visione, del è chiaro a causa della luce, evidentemente, quindi il dentro, il conoscere, il capire, il distinguere, il vedere. L’altra è la dimensione del fuori: scappo da un pericolo, solo che vado di male in peggio. Scappo dal leone e mi ritrovo davanti a un orso. Entro nella mia casa che almeno è un luogo che mi protegge, mi appoggio per riposarmi e un serpente mi morde. Di male in peggio all’esterno e tenebre e non luce all’interno.

C’è una fenomenologia dell’attesa. Sbagliare l’attesa vuol dire che poi non si capisce più e ciò che non dipende da me ma dall’esterno sembra che vada di male in peggio.

Non solo, ma in questa descrizione c’è veramente tanto del modo in cui noi interpretiamo la vita. C’è una scelta, c’è una responsabilità. “Come, io ho fatto quello che mi competeva: è arrivato il leone e io sono scappato, ho fatto al cosa giusta!” “Hai fatto la cosa giusta, sei scappato dal leone e ti becchi l’orso!” Ma io allora cosa dovevo fare, dove dovevo andare, sono andato in casa…perfetto, serpente…”

Cioè, ci viene detto, per dirlo con uno slogan che abbiamo spesso usato, che le scelte non salvano, che noi possiamo scegliere le cose giuste, ma quando le cose vanno di male in peggio, vanno di male in peggio. Se noi ragioniamo dalle scelte in giù e diciamo: ma cosa potevo fare? Il mutuo, i rapporti guastati, il mio capo è così… Certo, da lì in poi non può che andarti peggio, sembra che tutto congiuri per renderti infelice. Ma cosa volevi dalla tua vita, qual è la scelta a monte che ti ha messo in quel circuito? Chiunque di noi che abbia passato una crisi da adulto legata a qualche momento complesso della sua esistenza, sa bene che c’è sempre un’ultima cosa che fa traboccare il vaso ma che per metterti a ricostruire qualcosa devi spesso risalire molto indietro e ti rendi conto che ti eri confuso molto prima. Non sono mai le ultime tre cose che hai fatto che hanno rovinato tutto ma sono in genere percorsi molto lontani in cui con una certa leggerezza avevi detto: ma si, ma più o meno va bene così, ma perché no?

In questo testo si dice: attenzione, la relazione, la potenza del desiderio, dell’attesa mal riposta è terrificante perché produce tenebre e non luce e fa andare la realtà di male in peggio. Diventa un diventare schiavi incondizionati della propria vita. Tutti ne facciamo l’esperienza. Ci si racconta una mezza balla su qualcosa, non si dice del tutto la verità perché è scocciante ma poi per reggere la mezza balla ne deve raccontare una intera e poi per reggere quella intera deve raccontarsene due e dopo un po’ non sa più chi è. Diventiamo schiavi condizionati della nostra stessa storia e allora poi o hai il coraggio di dare una rottura radicale o non ti rimetti più in piedi. Solo che le rotture radicali poi lasciano in giro morti e feriti, ci sono costi non indifferenti.

Questo è il primo punto che questo testo ci mette davanti: la relazione tra il desiderio e le scelte e il fatto che le vite si condividono sui desideri non sulle scelte concrete perché altrimenti ci sarà sempre qualcosa che non avevamo capito o il mondo, gli orsi, i serpenti congiurano contro di noi, che vanno sempre di male in peggio, “mica potevo fare altro, che altra possibilità avevo”

Il secondo gruppo sono i versetti 21, 22 e 23 in cui è Dio che parla in prima persona e dice:

io detesto, respingo le vostre feste, io non gradisco i vostri doni, lontano da me il suono delle tue arpe”.

Ci sono tre cose che vengono radicalmente rifiutate e che sono per il popolo di Israele i tre elementi fondamentali del culto religioso: le feste, i doni offerti alla divinità, i suoni e i canti. Sono le tre cose che facevano la preghiera antica di Israele. Il ciclo delle feste noi lo abbiamo mantenuto, anche noi abbiamo un ritmo delle feste, della preghiera liturgica, dovremmo dire. La questione dei doni l’abbiamo trasformata: non offriamo più capretti, agnelli, galli, galline, colombe ma abbiamo fatto questa operazione falsamente spiritualistica e cioè, che cosa offriamo noi in fondo: del tempo.

Io adesso prego perché dedico un’ora a Dio. Facciamo un piacere: per un’ora facciamo un’altra cosa. Che è come quando tra due persone si comincia a dire: non mi dedichi abbastanza tempo! E’ sempre un crinale pericoloso perché o il desiderio di condividere il tempo è un desiderio condiviso e nessuno dei due dedica tempo all’altro perchè in realtà lo dedica a sé, al piacere di stare con quell’altro. Ma se comincia a diventare un calcolo di: dedichi più tempo al lavoro che a me, cioè una logica di doni in questo senso, la faccenda comincia a scivolare.

I canti, le arpe, il suono… che cosa è, la nostra esperienza di bellezza, di estetica di non materialità. Guarda caso sono tre elementi fondamentali dell’esperienza delle preghiere: la logica delle feste, il dedicare un dono, un sacrificio e la logica di una parte di bellezza. Di queste tre cose le parole di Amos dicono: mi fanno schifo, non ho bisogno di questo. Siccome penso che a tutti noi che siamo qui presenti è capitato una volta nella vita di amare qualcuno e di essere amati da qualcuno che ci ha detto: “ma se fossi meno preoccupato di fare delle cose per me e le facessi per te staremo meglio tutte e due”, credo che siamo perfettamente in grado di capire. Mettersi di fronte a un altro occupandosi di quell’altro è un ottimo sistema per non occuparsi di se. Dio qui dice: non occupatevi di me, occupatevi di voi, state di fronte a me come gente che ha una vita e vuole imparare a condividerla.

Dunque i due versetti finali:

“piuttosto scorra come acqua il diritto e la giustizia come un torrente perenne. Mi avete forse offerto vittime e oblazioni nel deserto per quarant’anni, o Israeliti?”

Dice cosa devono fare: la contrapposizione tra l’acqua e il deserto è molto evidente. Il diritto e la giustizia devono scorrere come acqua. E poi dice: cosa avete fatto con me nel deserto? Mi avete forse offerto sacrifici? L’immagine del deserto per gli Israeliti è un’immagine molto forte. Israele ha vissuto gli anni del deserto come gli anni del totalmente affidato a Dio. Non potevano contare su niente, dipendevano dalla manna che ogni mattina pioveva e che raccolta per due giorni, marciva, quindi non si poteva fare scorta. Ogni mattina bisognava avere fiducia che Dio avrebbe fatto scendere la manna e che gli avrebbe nutriti anche per quel giorno. Una dura lezione di condivisione di vita: appoggiati solo su Dio senza nessuna altra certezza. Se volete, tradotto con linguaggio più contemporaneo, la consapevolezza profonda di mettere la propria possibilità di felicità nelle mani della libertà di un altro che è un’operazione rischiosa, è quasi folle. Perché devo fidarmi che un altro farà del suo meglio perché io sia felice? Questa esperienza nei confronti di Dio è l’esperienza del deserto. I profeti la citeranno sempre come un tempo di fidanzamento, un tempo quasi aureo, meraviglioso del rapporto con Dio, della capacità di stare di fronte a Dio.

Qui ancora una volta si dicono due elementi: cosa avete fatto nel deserto richiama all’interiorità, all’esperienza che Israele aveva già conosciuto. Ma dall’altra parte si dice un elemento oggettivo, esterno: scorra come acqua il diritto, la giustizia. Non è un problema di intenzioni, di pensieri, di essere o meno concentrati nelle parole che si dicono, se si pensa a Dio. Si dice che la vita esterna e quella interna non siano in contrapposizione ma si corrispondano: quello che sei e quello che si fa siano la stessa cosa.

Riprendo la questione iniziale. Il catechismo della Chiesa cattolica dice che la preghiera è l’elevazione dell’anima a Dio. Noi non sappiamo più tanto bene che cos’è l’anima, tanto meno sappiamo come si eleva e poi dove va a elevarsi?

Questo testo ci aiuta un po’ perché ci dice che la questione è dove il nostro desiderio profondo si colloca di riconoscimento. Ci dice quanto siamo schiavi condizionati della nostra storia e siamo capaci di essere liberi dalla nostra storia, non nelle tenebre e non minacciati dall’orso, dal leone e dal serpente e quanto siamo capaci di uscire da una logica di ripetizione, di prezzo pagato per fare in modo che ciò che è esterno, si vede della nostra vita , i comportamenti, le relazioni, le persone, le scelte e ciò che sta dentro questo desiderio di essere riconosciuti trovino sempre più un punto di appoggio, un punto reciproco di incontro. Se volete, l’unico modo per imparare a pregare è essere se stessi e decidere che nella propria vita bisogna fare di mestiere se stessi. E’ un’operazione faticosa decidere che io nella vita faccio Stella Morra e che alla fine forse riesco perfino a piacermi abbastanza. E’ un lungo percorso.

In tutto questo dunque le preghiere come ci aiutano? Sono solo gli olocausti da detestare, le feste da cancellare? Le preghiere ci aiutano perché in genere esprimono questa sapienza delle generazioni in questo percorso. Nella ripetizione delle preghiere, dai salmi in poi, quello che dovremmo cercare non è semplicemente un po’ infantilmente se quella preghiera mi esprime ma quale cammino di libertà chi ha pronunciato quella preghiera ha fatto e qual è lo stesso cammino di libertà io posso fare? Quale cammino di incontro tra interno e esterno ha fatto chi ha detto quella preghiera e come io posso fare incontrare il mio interno e il mio esterno?

Proprio a questo scopo vorrei concludere questa volta leggendo una poesia di David Maria Turoldo perché può quasi essere una parafrasi del testo di Amos o forse può essere un modo in cui capiamo meglio che cosa vuol dire usare parole di altri.

Ora invece la terra si fa sempre più orrenda,

il tempo è malato,

i fanciulli non giocano più,

le ragazze non hanno più occhi che splendono a sera

e anche gli amori non si cantano più,

le speranze non hanno più voce

i morti sono doppiamente morti nel freddo di queste liturgie.

Ognuno torna alla sua casa sempre più solo.

Tempo è di ritornare poveri

per ritrovare il sapore del pane

per reggere alla luce del sole

e varcare sereni la notte

e cantare la sete della cerva

e la gente, l’umile gente, abbia ancora chi l’ascolta

e trovino udienza le preghiere

e non chiedere nulla.

Questo testo ci dice che la tentazione di guardare le cose come un tempo malato e come ciò che ci schiavizza e ci rende impossibile ogni sguardo interiore non è solo una tentazione, forse è una realtà. Forse è vero, le cose sono pesanti. Per questo è tempo di ritornare poveri, di ricominciare a desiderare come i poveri per ritrovare il sapore del pane, reggere alla luce del sole e varcare sereni la notte. Questi tre elementi mi sembrano troppo belli per spiegarli. Dunque essere capaci di essere ancora chi ascolta ancora la gente e anche di essere la gente che è ascoltata perché trovino udienza le preghiere, perché Dio non detesti le nostre preghiere.

Fossano, 11 dicembre 2010

(testo non rivisto dal relatore)

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